Onorevole Paolo Borchia, eurodeputato della Lega e membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia al Parlamento europeo, come giudica le bastonate dei revisori europei per la gestione dei fondi green? «Lacrime e sangue dei contribuenti ma risultati non se ne vedono. Quattrini pubblici buttati per obiettivi irrealizzati perché irrealizzabili. Ma, se da un lato si ravvisano le solite inefficienze nell’utiliz - zo del bilancio Ue, dall’altro la Corte dei conti ritiene che non si faccia abbastanza per il clima: si lamenta la mancanza di misure accompagnatorie per fronteggiare i costi ambientali e sociali delle attività economiche non sostenibili, ma i criteri sono opinabili. Per esempio, sulla revisione del regolamento sulle reti transeuropee per l’energia, è in corso un dibattito serrato che vede i gruppi di sinistra in prima fila per escludere il gas dalle tecnologie finanziabili dall’Unione. Follia, se pensiamo a quanto sia fondamentale il gas nella transizione energetica». Un punto su tutti, l’ineffi - cienza dei fondi Pac in termini di impatto sui cambiamenti cl i m atic i . «La nuova Pac porterà compiti più gravosi per gli agricoltori europei, mentre la coperta di quelli italiani sarà più corta, visto che riceveremo oltre 6 miliardi in meno rispetto alla programmazione precedente, pari a un taglio del 15%. Il biologico riceverà fondi in alcuni casi sproporzionati,basti pensare alla promozione sul vino: in Italia il bio rappresenta il 10% della produzione totale ma avrà a disposizione la metà dei fondi disponibili. Anche la strategia “Farm to fo rk ”, che prevede diminuzioni robuste sull’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, porterà a un peggioramento della bilancia commerciale e a riduzioni del reddito degli agricoltori». Greta Thunberg ormai è una star e i governanti sembrano darle retta. Con tutti i distinguo del caso, le emissioni in Ue sono calate, mentre in Cina si continua tranquillamente a inquinare... «Vuole un titolo? Gli europei pagano, gli altri inquinano. Mi spiego: le emissioni europee di anidride carbonica rappresentano il 9% di quelle mondiali e il dato è in discesa, su scala mondiale. Ma se questa tendenza rimane isolata, rischiamo delocalizzazioni e posti di lavoro per nulla: la scorsa settimana le autorità cinesi hanno ordinato la produzione a massima capacità a oltre 120 miniere di carbone, d’altronde hanno bisogno di elettricità e gas per l’i nve r n o. Le emissioni di CO2 cinesi sono superiori a quelle complessive di Europa, Africa e America Latina. Di cosa stiamo parlando? Dulcis in fundo, è giusto ricordare che - nonostante l’Europa non possieda le tecnologie necessarie per intraprendere la transizione ecologica - la neutralità climatica per il Vecchio continente è fissata per il 2050. E Pechino?
Con tecnologie, materie prime e terre rare in pugno, ha fissato il traguardo al 2060. Troppi aspetti non quadrano, d i rei . . . » . I prezzi delle materie prime continuano a crescere a dismisura. In questo contesto quanto è realistico ipotizzare u n’ulteriore progressione della dismissione dei combustibili fossili, e che impatto potrebbe avere portare avanti queste politiche? «Servono tempi più lunghi e flessibilità, la tecnologia non si impone per legge. Innanzitutto, fare la guerra al gas è deleterio, si tratta di una fonte di transizione che avrà un ruolo centrale ancora a lungo. Senza dimenticare che le rinnovabili hanno limiti, dall’af - fidabilità ai costi. Le conseguenze le stiamo già vedendo: bollette in salita vertiginosa, famiglie e imprese in difficoltà, primi segnali di inflazione nelle economie più avanzate; in un contesto post pandemico non mi sembra l’ap p ro c c io più intelligente. Sul lungo periodo, l’ipotesi più probabile è quella di ulteriori delocalizzazioni, in Paesi con contesti normativi più ragionevoli: verosimilmente, dovremo fronteggiare un aumento della disoccupazione e renderci conto che stiamo versando sangue per nulla; semplicissima aritmetica emissiva: importeremo prodotti da Paesi che non hanno gli standard cervellotici imposti dall’Ue » . Quali sono le misure, in termini di iniziative e di fondi, che la Ue dovrebbe mettere in campo in campo ambientale ed energetico? «Innanzitutto, stop alla guerra al gas e cerchiamo di differenziare gli approvvigionamenti, anche alla luce del fatto che l’Europa dipende per il 43% delle proprie importazioni di gas dalla Russia. Per il resto, è necessario continuare a investire sulla tecnologia, tenendo presente i limiti naturali delle rinnovabili. Si può migliorare ma senza illudersi».
Nessun commento:
Posta un commento