Gli effetti distruttivi di uno sviluppo infinito dei consumi e della produzione a spese della natura
Quante
volte abbiamo sentito dire in questi ultimi cinque anni che la crisi è
sistemica, strutturale, un intreccio di crisi sovrapposte: finanziaria,
occupazionale, produttiva, energetica, climatica, alimentare, idrica,
demografica, ecologica e sociale, inestricabilmente materiale e
spirituale? Quante volte, di converso, abbiamo dovuto prendere atto che
le scienze economiche (in tutte le loro varie versioni teoriche, scuole e
tendenze) non sono state in grado né di prevedere, né di prevenire, né
tantomeno di curare le crisi in atto? Che sia quindi giunto il momento
di sancire anche la crisi dell'economia, il superamento dei suoi
«principi normativi»?
Se lo chiede Gilbert Rist con il suo ultimo
libro, I fantasmi dell'economia (Jaca Book, pp 214, euro 22), che si
ricollega e approfondisce la ricerca iniziata con Lo sviluppo. Storia di
una credenza occidentale (Bollati e Boringhieri). Una ricostruzione
impietosa del pensiero economico, una demolizione della «regina» delle
scienze sociali, il fulcro attorno cui ruota la politica contemporanea e
la condanna delle nostre vite quotidiane.
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