Salvo dinieghi e rimozioni
dei suoi rappresentanti più esposti agli umori della pubblica opinione,
il rumore di fondo di ogni analista di politica internazionale, anche di
scuola atlantica, è monocorde.
Gli Stati Uniti d’America, raggiunto
venticinque anni fa l’apogeo della crescita - politica, economica,
militare - quale unica potenza mondiale, hanno superato un quinquennio
di assestamento per imboccare la strada di un lento, ma graduale e
ineluttabile, declino.
Ogni indicatore è concorde. Il ciclo egemonico
nordamericano, culturalmente radicato nel “God we trust” e in un’etica
capitalista di stampo calvinista, ha sì, dal suo interno, innescato
quella che può essere definita la terza rivoluzione industriale
(informatica), ma ha esaurito così la sua stessa spinta propulsiva.
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