L’uso della lingua inglese
è uno dei tanti imperativi a cui ci ha abituato la cosiddetta
globalizzazione, ossia il nome pudico e “morbido” con cui ormai la
manipolazione organizzata e l’industria della coscienza ci ha abituati a
qualificare il monopolio della violenza organizzata capitalistica su
scala planetaria. Anche in ciò, si vede nitidamente la contraddizione
pienamente dispiegata dell’odierna società globale. Essa coarta i
popoli e le culture ad adattarsi all’unico profilo omologato del
consumatore e ad assumere la dimensione della produzione e dello
scambio come orizzonte unico, assumendo come unica lingua consentita
l’inglese operazionale dei mercati, dello spread e del nasdaq.
E nell’atto stesso con cui compie quest’esiziale omologazione
planetaria, costringendo i popoli e le culture a conformarsi a un unico
modello, tesse senza tregua le lodi del pluralismo e del relativismo,
del molteplice e del frammentario. Ancora una volta, la situazione è
tragica, ma non seria.
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