Se in seno alla filosofia politica c’è una contrapposizione che fatico a comprendere, è quella fra comunitaristi e anarco-capitalisti,
ossia fra chi incarna l’esito più estremo e radicale del pensiero
liberale e chi oppone all’astratto diritto dell’individuo a sé stesso un
diritto basato sulla “natura” sociale dell’uomo.
Meglio: la
comprendo fin quando sono in gioco le premesse di entrambi i filoni
ideologici. Fin quando cioè, si tratta di capire se il singolo debba
essere considerato una “tabula rasa” libera di dipendere dalle proprie
scelte individuali in ogni ambito della sfera etica, religiosa,
economica etc., o se la sua identità e la sua individualità non siano
già orientate dalla sua storia e dalla sua appartenenza natia. Terminato
questa indagine preliminare, gli esiti delle due proposte filosofiche
sembrano molto simili perché l’anarco-capitalismo, nei suoi risvolti
ultimi, è “de facto” comunitarista, e quella sua insistenza sulla parola
“capitalismo” o “liberismo” misconosce clamorosamente il legame
indissolubile che esiste tra l’amato “libero mercato” e il
vituperatissimo “Stato”.
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