Non sono figlio di contadini. Non ho mai
lavorato la terra, non vivo in campagna. Insomma, non ho molti titoli
per parlare di agricoltura, vecchia o nuova che sia. In effetti io non
conosco i nuovi agricoltori. Conosco gli anziani che una volta erano
contadini. Li trovo sperduti in paesi sperduti. Hanno le radici in un
tempo lontano e adesso sono qui in un tempo che non capiscono. Sono in
esilio. Hanno sguardi e posture che a volte commuovono: il lirismo
degli sconfitti. Tutto questo forse c’entra poco con le nuove attività
agricole, di fatto un vecchio contadino mi fa più simpatia di un
vecchio borghese. E sento che la via della campagna è la via del
futuro. Non si tratta di dismettere la civiltà industriale, ma di
metterla al servizio del mondo agricolo. Non so se lavorare la terra
servirà a salvare il mondo, ma ho fiducia in chi fa il formaggio, mi piacciono i filari delle viti, gli alberi di arance, le balle di fieno.
E provo simpatia anche per le terre vuote, per i paesaggi inoperosi.
Mi piacciono i sassi, le crete, mi piacciono i cardi e i fiori che
spuntano ai bordi delle strade.
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