Finiscono un sacco di cose nel tempo della crisi;
si estinguono, si dissanguano, si consumano un sacco di cose che
avrebbero meritato di esserci, di perdurare, di resistere. Perché la crisi
spazza via parecchio dell’inutile e dell’obsoleto, ma anche molto di
buono, di utile, di bello. In una minuscola, antica frazione sulla
collina del golfo di La Spezia, uno dei non pochi borghi rimasti vivi
nonostante i vecchi abbandoni e le recenti speculazioni, un borgo ancora
abitato dai vecchi che hanno voluto rimanere e dai giovani
che hanno voluto tornare, c’era un piccolo commestibile. Era un
presidio importante e amato; gli anziani potevano comprare le cose
essenziali senza dover faticosamente scendere in città, i giovani tornavano dal lavoro
e lo trovavano aperto alle ore insolite dei loro frettolosi rientri. E
siccome la signora che lo gestiva sapeva fare in cucina delle cose
molto buone che metteva sul banco, le giovani
coppie non sentivano troppo la lontananza dalle vecchie madri
cuciniere, e gli operai dei cantieri lungo la strada si godevano
confortanti pause del mezzodì, e i girovaghi e i viandanti, tra questi
il sottoscritto, se n’erano fatto un prezioso punto di ristoro e
soccorso alle crisi ipoglicemiche.
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