Quando la moda propone i suoi prodotti, il
risultato è l’omologazione collettiva. Ci sono poi mode e mode: c’è
quella stilistica, quella artistica e quella politica. La nostra – nel
caso particolare – è una grande moda politica che inevitabilmente si è
riversata in tutti i campi della società ed in particolare nel gergo
giornalistico, economico e ben pensante. Senza dubbio la parola più
utilizzata quotidianamente con una frequenza assordante è proprio la
seguente: populismo. Ormai
il populismo fa parte del pranzo, della cena, della merenda di ognuno
di noi. Non c’è convegno, trasmissione televisiva, luogo di incontro o
fonte di informazione think tank in
cui non spunti d’acchito tale parola. E’ la moda. Chiunque la pensi
diversamente è un populista, un miserabile populista, uno che
distorcerebbe la realtà dei fatti basando la propria azione sulla faciloneria generale del
popolo. Come se non fossimo stati mai incantati e poi governati da
gente addestrata nel farci passare il nero per il bianco, come se non
fosse populismo farci credere che l’Europa sia il Paradiso perduto, come
se il populismo sia spuntato di punto in bianco in un momento preciso
della storia europea con l’emersione di movimenti e partiti che, stanchi
dei soliti, sono andati a raccontare in giro le menzogne e i progetti
criminali sviluppati nell’entropia dei chierici del capitale.
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