A scanso d’equivoci e fraintendimenti,
premetto che non sono mai stato un democratico e mi pregio, tuttora, di
non esserlo. Questo essenzialmente perché la democrazia s’identifica in
toto, nella realtà, con la democrazia liberale, che compendia sul piano
politico il dominio del capitale.
Aveva ragione da vendere il
grande Lenin, quando ha tentato – e in parte ci è riuscito, almeno
all’inizio – di porgere un’alternativa di sistema con l’istituzione dei
Soviet, dei soldati, degli operai e dei contadini. Allora il confronto
era fra parlamentarismo borghese e revisionista, da una parte, e i
Soviet bolscevichi espressione della rivoluzione proletaria, dall’altra.
Altri tempi, si dirà, legati al modo di produzione capitalistico della
prima rivoluzione industriale, alle sofferenze di un proletariato ancora
in maggioranza rurale in un vasto impero semi-feudale, all’oppressione
dei vecchi imperi che si scontravano sui campi di battaglia. Oggi, però,
la situazione rischia di diventare ancora più grave, con la supremazia
del neocapitalismo finanziario, mentre non vi è, in Europa e in
occidente, un’alternativa forte alla democrazia liberale, che esclude
dalla decisione politica le masse. Potrebbe esserlo una dittatura
rivoluzionaria, fondata su principi di sovranismo (delle nazioni,
demolendo l’eurozona) e giustizia sociale (spodestando i mercati), ma
per ora non se ne vede neppure l’ombra.
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