A seguito dei dati recentemente diffusi dal Ministero del Lavoro, stando
ai quali a marzo ci sarebbe stato un significativo aumento di nuove
assunzioni con contratto a tempo determinato, il Governo ha motivato
questo risultato avvalendosi di due argomenti: le nuove assunzioni
derivano dagli sgravi contributivi messi in atto da questo Governo
oppure – altra interpretazione – derivano dall’attuazione del Jobs Act. Ha fatto seguito il proliferare di commenti sul boom di assunzioni.
A ben vedere, si tratta di interpretazioni e di dati in larghissima
misura fuorvianti. Nella migliore delle ipotesi, ciò che ragionevolmente
ci si può aspettare dall’attuazione del Jobs Act è un aumento temporaneo dei
contratti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi contratti di
lavoro. Il provvedimento, infatti, lascia sostanzialmente invariate le
forme contrattuali pre-esistenti e precarie, a fronte degli sgravi
fiscali che si attribuiscono alle imprese che assumono con contratto a
tempo indeterminato. Il meccanismo è disegnato in modo tale da rendere
conveniente per le imprese assumere con contratti a tempo indeterminato
fino a quando potranno godere di sgravi fiscali, per poi tornare ad
assumere con contratti ‘flessibili’ (non eliminati dalla “riforma”) In
tal senso, il provvedimento può tradursi in uno sconto fiscale alle
imprese senza effetti sull’occupazione[1].
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http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-bluff-dellaumento-delloccupazione/

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