Era il gennaio 2017, a pochi giorni dall’elezione di Donald Trump, Anthony S. Fauci, allora
direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie
infettive (NIAID), scriveva sulla rivista professionale Healio:
“Non c’è dubbio” che il nuovo presidente dovrà affrontare una
malattia infettiva a sorpresa. “Saremo sicuramente sorpresi nei prossimi
anni”, ha scritto. “I rischi non sono mai stati più alti”.
E da dove veniva a Fauci tale chiaroveggenza e sicurezza? Lasciava
la parola a noti epidemiologi, i quali già lamentavano in anticipo
l’impreparazione di cui avrebbe dato prova “il palazzinaro divenuto
politico repubblicano” nell’affrontare la pandemia prossima ventura.
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