mercoledì 9 febbraio 2022

Dimissioni a raffica, Johnson sempre più solo al comando

 

STATE A VEDERE CHE LO TOLGONO DI MEZZO E NE METTONO UNO PRO LOCKDOWN !

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C'è un uomo sempre più solo al comando di un Regno Unito messo a dura prova dalla Brexit e dalla pandemia, con l’imbarazzante contorno di scandali e inchieste. È Boris Johnson, premier uscito dalle elezioni del 2019 con una maggioranza che i Tories non registravano dai tempi di Margaret Thatcher, ma che ora appare irrimediabilmente in declino, abbandonato da un numero crescente di collaboratori. Lui per ora resiste, ma il malumore nel Partito conservatore cresce. Un addio pesante La più pesante uscita dal team di Johnson è stata giovedì quella di Munira Mirza, capo della Policy Unit di Downing Street e alleata di lungo corso del premier, a cui si sono aggiunte ieri le dimissioni di Elena Narozanski, altra componente dell’unità di consiglieri politici del primo ministro. Mirza ha motivato la sua decisione con l’attacco sgangherato - «volgare», come lo ha definito lei - e le successive mancate scuse di Johnson al leader dell’opposizione laburista Keir Starmer, accusato in Parlamento di non aver fermato, quando era procuratore generale, Jimmy Savile», l’ex conduttore radiofonico e televisivo finito dopo la morte sotto inchiesta per pedofilia e stupri seriali. Per le accuse a Starmer in realtà non esistono prove, e il leader laburista le ha definite «calunnie ridicole» fondate su teorie complottiste di destra. «Io non l’avrei detto», si è affrettato a prendere le distanze il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, da molti considerato il candidato più accreditato a sostituire Johnson come leader conservatore. Il partygate e la fronda interna Ma quella di Mirza, figlia dell’ennesima gaffe del premier, è stata solo una delle quattro lettere di dimissioni di giovedì, quando si sono fatti da parte anche Dan Rosenfield, capo della staff, Martin Reynolds, responsabile della segreteria di Johnson e il responsabile media Jack Doyle. In questo caso si tratta di tre dei collaboratori del primo ministro che erano stati coinvolti direttamente nel cosiddetto “partygate”, lo scandalo delle ripetute feste a Downing Street in pieno lockdown. Su quelle violazioni è stata già condotta un’inchiesta interna da parte di Sue Gray, segretaria di gabinetto, che - pur con limitazioni nella diffusione dei risultati - ha evidenziato «mancanze di leadership e mancanza di adeguato giudizio», sia a Downing Street che nell’ufficio di gabinetto, e una «grave incapacità di osservare non solo gli standard elevati che ci si aspetta da coloro che lavorano nel cuore del governo, ma anche gli standard che l’intera popolazione britannica si aspettava in quel momento», quando ai cittadini si chiedeva di rispettare i divieti e a Downing Street si organizzavano feste e incontri con ampio consumo di alcolici. Johnson ha promesso un repulisti interno e una nuova organizzazione - e in questo ambito si potrebbero inquadrare le tre dimissioni sopra citate - ma deve ancora fare i conti con l’indagine penale condotta parallelamente dalla Polizia metropolitana. Se questa dovesse evidenziare che il premier ha mentito al Parlamento nel dichiarare di aver agito in buona fede, senza sapere cioè che si organizzavano raduni vietati, non gli resterebbero molti appigli per evitare le dimissioni. Cresce però, in maniera inversamente proporzionale ai consensi per i Tories, la fronda interna al Partito conservatore che chiede le dimissioni di Johnson. Stando alla Bbc, è salito a 17 il numero di deputati che hanno inviato una lettera di sfiducia al Comitato 1922, l’organismo del partito attraverso il quale si avvia la procedura. In base alle regole interne, la richiesta deve essere presentata dal 15% dei deputati; ne servirebbero dunque 54, essendo oggi i deputati Tory 360. A quel punto verrebbe indetto un voto di fiducia tra tutti i deputati: se Johnson riuscisse a spuntarla, la sua leadership non potrebbe essere contestata per almeno 12 mesi; se perdesse, dovrebbe dimettersi. Il nodo nordirlandese A dare una mano al premier certo non contribuisce la questione nordirlandese, nodo irrisolto della Brexit, un tempo vanto di BoJo. Alla prova dei fatti, il controverso Protocollo sull’Irlanda del Nord - l’allegato agli accordi post-Brexit fra Regno Unito e Unione europea, che avrebbe dovuto regolamentare rapporti commerciali e controlli sulle merci senza creare di nuovo una pericolosa divisione tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda - non ha retto alle tensioni politiche sempre forti a Belfast. Il First Minister unionista, Paul Givan, giovedì ha annunciato le sue dimissioni, portando alle estreme conseguenze l’opposizione del suo partito all’intesa per regolamentare il transito di merci nella regione, che pone di fatto una frontiera nel Mare d’Irlanda, tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. In seguito alla decisione di Givan, anche la sua vice, Michelle O’Neill, rappresentante del repubblicano Sinn Féin, ha lasciato l’incarico, come previsto dagli accordi per i governi di unità nazionale creati dopo la conclusione del conflitto nordirlandese. L’Irlanda del Nord si ritrova dunque di fatto senza un esecutivo funzionante e con il rischio di elezioni anticipate (erano in programma a maggio), mentre già i colloqui tra Regno Unito e Unione europea per sciogliere i nodi del Protocollo nordirlandese erano in sostanziale stallo. Da Peppa Pig al Re Leone Johnson intanto, dopo la raffica di dimissioni, ostenta sicurezza. Un suo portavoce ha dichiarato che l’uscita di Rosenfield, Reynolds e Doyle era stata già concordata prima delle dimissioni di Mirza, dopo la pubblicazione dei risultati dell’indagine interna sul partygate. Quindi ha negato che il premier abbia perso il controllo dell’amministrazione, aggiungendo che giovedì stesso Johnson ha convocato lo staff di Downing Street per ringraziare chi partiva e sottolineare agli altri che il «cambiamento è un bene», anche se è difficile. Una citazione, quest’ultima, dal film della Disney “Il Re Leone”. Un nuovo riferimento al magico mondo dell’animazione, dopo il già celebre discorso di Peppa Pig tenuto a novembre all’assemblea della Cbi, la Confindustria britannica.

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