La
crisi economica ci ha costretti a fare i conti con ciò che è essenziale
e con ciò che non lo è. È pur vero che alcune rinunce sono state, e
sempre più lo saranno, dolorose in termini di appagamento individuale e
di gratificazione collettiva. Ma pensarci come fruitori e non più
soltanto come consumatori, non è detto che sia un male. Beninteso,
nessuno è talmente folle da scambiare la sobrietà con la povertà: chi
intende muoversi su questa strada si esercita in una ignobile demagogia i
cui effetti non è difficile individuare in una depressione generale con
l’inevitabile conseguenza di far regredire la società a uno stadio
quasi barbaro. È possibile muoversi, però, in tempi di magra lungo il
percorso dell’austerità dei costumi e dei consumi, dello stile di vita
insomma, dopo aver a lungo indugiato attorno a un narcisistico
compiacimento di noi stessi nutrito dalla certezza di poter contare su
inesauribili risorse, fosse pure a scapito dell’ambiente e dei rapporti
umani.
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