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mercoledì 9 febbraio 2022

Big tech, non bastano 99,2 miliardi di utili: Wall Street sempre più selettiva su Meta&co

Da un lato il boom di ricavi e utili. Dall’altro, tra un ribalzo e un crollo, la Borsa che spesso non si accontenta e fa selezione. È un modo con cui fotografare l’ultima tornata di trimestrali dei big dell’hi tech made in Usa. I cosiddetti “magnifici 6”. Certo: dopo la recente pubblicazione dei dati, qualcuno è un po’ meno magnifico di prima. E, tuttavia, i numeri complessivi di Netflix, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon e Meta sono in aumento. I ricavi cumulati hanno raggiunto, nell’ultimo quarter del 2021, la quota di 429,79 miliardi di dollari, in rialzo del 15,6% rispetto allo stesso periodo del 2020. L’utile netto, sempre complessivo, è invece balzato a 99,252 miliardi a fronte dei 78,428 miliardi di un anno prima. Si tratta di un dato che implica la crescita del 26,55%. Insomma: i numeri mostrano che, nel complesso, i giganti hi tech hanno fatto il loro dovere. Sennonché, nonostante esistano temi trasversali che uniscono le diverse società, ogni azienda è una storia a sé. Tanto che Wall Street (in particolare il Nasdaq), già impegnata in un più generale ritracciamento in scia a stretta monetaria della Fed, inflazione e variabili geopolitiche, non ha mancato di farlo rilevare, dopo le pubblicazioni dei dati, sui singoli titoli. Modelli di business e cloud Un esempio? Apple. Le azioni della società della “mela morsicata” sono salite nella seduta immediatamente successiva alla trimestrale. I dati record, nonostante i problemi legati alle filiere di approvvigionamento, hanno confortato gli investitori. Un (cauto) ottimismo conseguenza anche del modello di business. La società di Cupertino da tempo «ha creato un habitat mediale - spiega Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’osservatorio Internet e Media dell’ateneo - che, sullo stesso fronte emotivo e relazionale, tiene legati e fa aumentare i clienti del gruppo». Così non è un caso che, al di là della crescente diversificazione sui servizi, l’iPhone 13 sia ancora uno tra i principali motori del business (71,6 miliardi di dollari dalle sue vendite nell’ultimo quarter). Il melafonino, evidentemente, ha contribuito a rendere più fluido e sicuro proprio l’habitat socio-tecnologico. «Sennonché -riprende Noci - si tratta di un prodotto, ultimo vero turning point aziendale, che è stato creato diversi anni fa». È auspicabile quindi, in ottica prospettica, «che venga trovata un’altra discontinuità». Già, la discontinuità. In un certo senso è quella che, non da ieri, Microsoft ha scovato puntando sul cloud computing. Un settore, vale la pena ricordarlo, il quale (in scia alla digitalizzazione dell’economia) è attualmente stimato oltre 445 miliardi di dollari. Ebbene: la società, il cui titolo ha reagito bene nel giorno successivo alla trimestrale, ha visto la sua divisione sulla “nuvola informatica” (dove è ricompresa “Azure”) dare il maggiore contributo ai conti: sia a livello di ricavi (18,327 miliardi di dollari) che di utile operativo (8,197 miliardi di dollari sul totale di 22,247 miliardi). Certo: i prodotti “storici” continuano tenere il passo. I cosiddetti “Productivity e business process” (cui si riconducono le soluzioni di Office, Skype per il business e Linkedin) hanno, ad esempio, realizzato un giro d’affari di 15,94 miliardi (erano 13,35 un anno prima). Inoltre, come mostra lo shopping di Activision Blizzard’s per 68,7 miliardi di dollari, l’azienda fondata da Bill Gates strizza l’occhio anche futuribile metaverso. Ciò detto, però, è innegabile che la mossa azzeccata sia stata quella di scommettere forte sul cloud computing. La nuvola informatica, a ben vedere, da sempre è la vera fabbrica dei profitti di Amazon. La riprova? Arriva proprio dall’ultima trimestrale del gruppo, cui i mercati hanno reagito bene nonostante i dati siano in chiaro-scuro. In generale il colosso fondato da Jeff Bezos, negli ultimi tre mesi dello scorso esercizio, ha aumentato il giro d’affari a 137,412 miliardi di dollari. L’utile operativo, invece, è fortemente calato a 3,460 miliardi. Il profitto netto, dal canto suo, è praticamente raddoppiato a 14,3 miliardi. L’incremento, però, è in larga parte da attribuirsi non al business tradizionale, bensì al provento non ricorrente legato all’investimento in Rivian Automotive. Al di là dei numeri complessivi ciò che, tuttavia, rileva è come l’e-commerce sia stato contraddistinto da un operating income negativo. L’unica divisione con l’utile operativo positivo e in rialzo? Guarda un po’, quella dei servizi per il cloud computing (5,293 miliardi di dollari). «Bisogna sottolineare -spiega Carlo Alberto Carnevale Maffé, professore associato di strategia d’impresa alla Sda Bocconi - che Amazon non è solo un’azienda hi tech. Ma anche, e soprattutto, la più grande infrastruttura globale integrata, grazie proprio al cloud, di logistica ed informatica». Un «mestiere che, chiaramente, rassicura gli investitori» ed è diverso da quello, ad esempio, di Alphabet. La società che controlla Google, la cui trimestrale è stata apprezzata dal mercato (l’utile è salito del 35,5%), ha sì da tempo diversificato il business (tra le altre cose) nella stessa nuvola informatica e intelligenza artificiale. E però, nel 2021, ha realizzato più dell’80 dei ricavi dall’advertising. Gli operatori evidentemente, nonostante i vari procedimenti antitrust contro l’azienda, hanno (ancora) fiducia nella capacità di Alphabet di far girare il motore degli “spot”. Cosa che, visto il tracollo di due giorni fa, non può dirsi per Meta. L’ex Facebook, anche per la strategia sulla privacy di Apple, ha confermato di avere difficoltà sul fronte pubblicitario. Né il progetto sul metaverso riesce, finora, a convincere il mercato che lo considera ad oggi economicamente indecifrabile. Infine Netflix. Il gruppo, sempre nell’ultimo trimestre, ha raggiunto ricavi per 7,709 miliardi (+16% anno su anno) e un utile netto di 607 milioni (erano 542 dodici mesi prima). La Borsa, soprattutto per la frenata sui nuovi abbonati, ha reagito male ai dati. «Al di là di ciò, però -riprende Noci-, ciò che deve sottolinearsi è come quello di Netflix, perfetta “marketing machine”, sia un business troppo verticale sulla produzione video». Una caratteristica «che, in un mondo hi tech sempre più integrato, rischia di rappresentare una debolezza».


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