Da un lato il boom di ricavi e utili.
Dall’altro, tra un ribalzo e un crollo,
la Borsa che spesso non si accontenta e fa selezione. È un modo con cui
fotografare l’ultima tornata di trimestrali dei big dell’hi tech made in
Usa. I cosiddetti “magnifici 6”. Certo:
dopo la recente pubblicazione dei
dati, qualcuno è un po’ meno magnifico di prima. E, tuttavia, i numeri
complessivi di Netflix, Microsoft,
Apple, Alphabet, Amazon e Meta sono in aumento. I ricavi cumulati
hanno raggiunto, nell’ultimo quarter del 2021, la quota di 429,79 miliardi di dollari, in rialzo del 15,6% rispetto allo stesso periodo del 2020.
L’utile netto, sempre complessivo, è
invece balzato a 99,252 miliardi a
fronte dei 78,428 miliardi di un anno
prima. Si tratta di un dato che implica la crescita del 26,55%. Insomma:
i numeri mostrano che, nel complesso, i giganti hi tech hanno fatto il loro
dovere. Sennonché, nonostante esistano temi trasversali che uniscono
le diverse società, ogni azienda è una
storia a sé. Tanto che Wall Street (in
particolare il Nasdaq), già impegnata in un più generale ritracciamento
in scia a stretta monetaria della Fed,
inflazione e variabili geopolitiche,
non ha mancato di farlo rilevare, dopo le pubblicazioni dei dati, sui singoli titoli.
Modelli di business e cloud
Un esempio? Apple. Le azioni della
società della “mela morsicata” sono
salite nella seduta immediatamente
successiva alla trimestrale. I dati record, nonostante i problemi legati alle
filiere di approvvigionamento, hanno
confortato gli investitori. Un (cauto)
ottimismo conseguenza anche del
modello di business. La società di Cupertino da tempo «ha creato un habitat mediale - spiega Giuliano Noci,
prorettore del Politecnico di Milano e
responsabile scientifico dell’osservatorio Internet e Media dell’ateneo -
che, sullo stesso fronte emotivo e relazionale, tiene legati e fa aumentare i clienti del gruppo». Così non è un caso
che, al di là della crescente diversificazione sui servizi, l’iPhone 13 sia ancora uno tra i principali motori del
business (71,6 miliardi di dollari dalle
sue vendite nell’ultimo quarter). Il
melafonino, evidentemente, ha contribuito a rendere più fluido e sicuro
proprio l’habitat socio-tecnologico.
«Sennonché -riprende Noci - si tratta
di un prodotto, ultimo vero turning
point aziendale, che è stato creato diversi anni fa». È auspicabile quindi, in
ottica prospettica, «che venga trovata
un’altra discontinuità».
Già, la discontinuità. In un certo
senso è quella che, non da ieri, Microsoft ha scovato puntando sul cloud
computing. Un settore, vale la pena
ricordarlo, il quale (in scia alla digitalizzazione dell’economia) è attualmente stimato oltre 445 miliardi di
dollari. Ebbene: la società, il cui titolo
ha reagito bene nel giorno successivo
alla trimestrale, ha visto la sua divisione sulla “nuvola informatica” (dove è ricompresa “Azure”) dare il maggiore contributo ai conti: sia a livello
di ricavi (18,327 miliardi di dollari) che
di utile operativo (8,197 miliardi di
dollari sul totale di 22,247 miliardi).
Certo: i prodotti “storici” continuano
tenere il passo. I cosiddetti “Productivity e business process” (cui si riconducono le soluzioni di Office, Skype
per il business e Linkedin) hanno, ad
esempio, realizzato un giro d’affari di
15,94 miliardi (erano 13,35 un anno
prima). Inoltre, come mostra lo shopping di Activision Blizzard’s per 68,7
miliardi di dollari, l’azienda fondata
da Bill Gates strizza l’occhio anche futuribile metaverso. Ciò detto, però, è
innegabile che la mossa azzeccata sia
stata quella di scommettere forte sul
cloud computing.
La nuvola informatica, a ben vedere, da sempre è la vera fabbrica dei
profitti di Amazon. La riprova? Arriva
proprio dall’ultima trimestrale del
gruppo, cui i mercati hanno reagito
bene nonostante i dati siano in chiaro-scuro. In generale il colosso fondato da Jeff Bezos, negli ultimi tre
mesi dello scorso esercizio, ha aumentato il giro d’affari a 137,412 miliardi di dollari. L’utile operativo, invece, è fortemente calato a 3,460 miliardi. Il profitto netto, dal canto suo,
è praticamente raddoppiato a 14,3
miliardi. L’incremento, però, è in larga parte da attribuirsi non al business
tradizionale, bensì al provento non
ricorrente legato all’investimento in
Rivian Automotive. Al di là dei numeri complessivi ciò che, tuttavia, rileva è
come l’e-commerce sia stato contraddistinto da un operating income
negativo. L’unica divisione con l’utile
operativo positivo e in rialzo? Guarda
un po’, quella dei servizi per il cloud
computing (5,293 miliardi di dollari).
«Bisogna sottolineare -spiega Carlo
Alberto Carnevale Maffé, professore
associato di strategia d’impresa alla
Sda Bocconi - che Amazon non è solo
un’azienda hi tech. Ma anche, e soprattutto, la più grande infrastruttura
globale integrata, grazie proprio al
cloud, di logistica ed informatica». Un
«mestiere che, chiaramente, rassicura gli investitori» ed è diverso da
quello, ad esempio, di Alphabet.
La società che controlla Google, la
cui trimestrale è stata apprezzata dal mercato (l’utile è salito del 35,5%), ha
sì da tempo diversificato il business
(tra le altre cose) nella stessa nuvola
informatica e intelligenza artificiale.
E però, nel 2021, ha realizzato più
dell’80 dei ricavi dall’advertising. Gli
operatori evidentemente, nonostante i vari procedimenti antitrust
contro l’azienda, hanno (ancora) fiducia nella capacità di Alphabet di
far girare il motore degli “spot”. Cosa
che, visto il tracollo di due giorni fa,
non può dirsi per Meta. L’ex Facebook, anche per la strategia sulla
privacy di Apple, ha confermato di
avere difficoltà sul fronte pubblicitario. Né il progetto sul metaverso
riesce, finora, a convincere il mercato che lo considera ad oggi economicamente indecifrabile.
Infine Netflix. Il gruppo, sempre
nell’ultimo trimestre, ha raggiunto
ricavi per 7,709 miliardi (+16% anno
su anno) e un utile netto di 607 milioni (erano 542 dodici mesi prima). La
Borsa, soprattutto per la frenata sui
nuovi abbonati, ha reagito male ai dati. «Al di là di ciò, però -riprende Noci-, ciò che deve sottolinearsi è come
quello di Netflix, perfetta “marketing
machine”, sia un business troppo
verticale sulla produzione video».
Una caratteristica «che, in un mondo
hi tech sempre più integrato, rischia
di rappresentare una debolezza».
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