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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

😔😔😔  

lunedì 21 settembre 2026

Eurolager. Ma non è una birra

 

Anzitutto mettiamo in chiaro una cosa: quando sentite qualcuno sostenere che "il sistema va cambiato dall'interno" scappate a gambe levate. Tipi del genere, il cui solo obiettivo è far parte del sistema che apparentemente criticano e che, per questo, ambiscono a candidarsi a cariche elettive di qualsiasi tipo e livello (dai consigli studenteschi ai senati accademici ai parlamenti nazionali), incarnano al massimo grado l'aforisma più riuscito di Leo Longanesi: "cercava la rivoluzione, trovò l'agiatezza".

Quindi, se doveste sentire qualcuno affermare che l'Unione europea va riformata e magari rigenerata - anziché rasa al suolo - sappiate che il vero nemico è il vostro interlocutore, prima e più ancora della stessa UE.🤷‍♀️

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Petrolio verso il punto di non ritorno: JP Morgan ammette la resa sulle previsioni


 Petrolio fuori controllo: JP Morgan getta la spugna sulle previsioni mentre la distruzione della domanda frena il barile.

Con dieci milioni di barili al giorno bloccati tra Medio Oriente e Russia, i colossi finanziari ammettono l’incapacità di prevedere i prezzi. Le scorte mondiali toccano livelli di allarme e l’economia reale paga il prezzo della crisi con consumi al collasso.
 La risposta risiede nel meccanismo più doloroso per l’economia reale: la distruzione della domanda.Da marzo a oggi, i consumi mondiali sono scesi di 4,4 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente. Il petrolio mancante non è stato sostituito da fonti alternative: semplicemente, il mercato ha smesso di consumarlo. Fabbriche costrette a ridurre i turni, trasporti ridimensionati e consumatori con le tasche vuote hanno pagato il conto della crisi prima ancora che alla pompa di benzina.

TRADOTTO : DEFLAZIONE ! 🫡
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Volkswagen cacciata dall’indice dei giganti europei. Il crollo del simbolo industriale tedesco


 Volkswagen crolla ai minimi da 16 anni ed è fuori dall’Euro Stoxx 50: il dramma industriale tedesco travolge l’Europa. Il crollo del valore azionario sotto i 38 miliardi e la crisi della domanda costringono il colosso tedesco ad abbandonare l’indice delle 50 big continentali. Pioggia di vendite automatiche sul titolo e allarme per l’indotto manifatturiero.

La riduzione della produzione a Wolfsburg ha un impatto diretto sulla filiera della componentistica italiana. Centinaia di aziende fornitrici in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna lavorano direttamente per i marchi del gruppo tedesco. La contrazione della domanda e i tagli ai costi imposti da VW si tradurranno in minori commesse, rischio cassa integrazione e pressione salariale per migliaia di lavoratori italiani.

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Cina nella morsa del debito: Pechino inchioda i tassi ai minimi storici mentre i consumi franano


 Pechino blocca i tassi al 3%: la produzione corre con l’export, ma il collasso del credito e l’immobiliare frenano i consumi interni.

Il cratere aperto dal crollo del settore immobiliare e dai bilanci dissestati degli enti locali sta risucchiando la liquidità più in fretta di quanto le nuove industrie tecnologiche riescano a crearne.

Il motivo è evidente: il rischio di inflazione in Cina semplicemente non esiste.

Non può esserci alcuna fiammata dei prezzi dove manca del tutto una crescita endogena generata da salari, fiducia e consumi privati. L’apparato industriale continua a sfornare merci destinate all’estero, ma tra le mura domestiche l’economia reale gira a vuoto.

La lezione pratica è immediata: quando la propensione alla spesa si azzera e il settore immobiliare non fa più da volano, il solo abbassamento del costo del denaro perde ogni efficacia. 🤷‍♀️

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FRANCIA E GERMANIA: IL TRAMONTO DELL’EURO!


 Mentre arrivano notizie sempre più allarmanti dal fronte di guerra mediorientale e la speculazione si diverte a giocare con il prezzo della benzina, noi ci occupiamo di chi la benzina la getta sul fuoco in Europa, perché se qualcuno non l’avesse ancora capito, l’euro e l’Europa saranno sotto il riflettori il prossimo anno.🤔

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Gasolio alle stelle negli Usa: sfondati i 6,50 dollari, la politica chiede il blocco dell’export


 Con il prezzo medio oltre i 6,50 dollari al gallone, gli agricoltori Usa sono allo stremo: la politica valuta il blocco dell’export, ma il mondo produttivo avverte sul rischio di paralisi industriale.

Punire le raffinerie domestiche per risolvere un’emergenza temporanea rischia di compromettere gli investimenti di lungo termine, lasciando il sistema industriale senza difese alla prossima tempesta.🤔

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domenica 20 settembre 2026

"L'EFFETTO PSICOLOGICO DEL COVID? LO STANNO AZIONANDO PROPRIO ORA"


 L’ultimo e più insidioso strascico dell’operazione pandemica — un aspetto che ho sottolineato fin dal principio e che trova oggi puntuale conferma — risiede nella militarizzazione della società. O, per meglio dire, nella preparazione psicologica delle masse a un assetto illiberale. 🤔

"Il mondo si muove al di là dell'Occidente"

 

La vera domanda del XXI secolo non sarà dunque "chi dominerà il mondo?", ma "come sarà possibile governare un mondo che nessuno può più dominare?".

È probabilmente qui che si decide il significato storico dei BRICS.

Non nella loro eventuale capacità di sconfiggere l'Occidente, ma nella loro capacità di contribuire alla costruzione di un sistema nel quale il potere sia sufficientemente distribuito da rendere necessaria la cooperazione.

La fine dell'ordine unipolare non dovrebbe essere necessariamente la fine dell'ordine internazionale ma potrebbe essere l'occasione per costruirne uno nuovo.🤔

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Non sarà una IA superintelligente ad ucciderci. Lo stanno già facendo i miliardari stupidi

 

Il culto della tecnologia, il culto della crescita illimitata, il culto dell’eccesso hanno portato l'umanità in un vicolo cieco nel suo viaggio su questo pianeta. L’IA non risolverà questo problema. Non farà altro che aggravare i nostri problemi, aggiungendo un ulteriore ostacolo alle guerre in corso, alla minaccia di annientamento nucleare e al collasso ambientale.

I miliardari hanno già rovinato il pianeta. Non hanno alcuna intenzione di ammettere di aver sbagliato e di cambiare rotta. Ma l’IA offre loro un nuovo giocattolo per accelerare la loro storia – e la nostra – verso il suo drammatico finale.

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Regno Unito: il costo reale dell’immigrazione che i governi hanno nascosto

 

Uno studio di Stanford pubblicato dal Financial Times smonta i vecchi modelli: per via di un fisco squilibrato e di pensioni piatte, a Londra chi guadagna poco costa allo Stato molto più che a Parigi o Berlino. Senza correttivi immediati, la spesa pubblica britannica rischia il collasso.

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Regno Unito: il costo reale dell’immigrazione che i governi hanno nascosto

Uno studio di Stanford pubblicato dal Financial Times smonta i vecchi modelli: per via di un fisco squilibrato e di pensioni piatte, a Londra chi guadagna poco costa allo Stato molto più che a Parigi o Berlino. Senza correttivi immediati, la spesa pubblica britannica rischia il collasso.

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Il Regno Unito si trova davanti a un conto salatissimo che rischia di far saltare la tenuta della spesa pubblica.  Un’approfondita analisi apparsa sul Financial Times, a firma di John Burn-Murdoch, ha svelato una realtà scomoda: l’attuale assetto del fisco britannico trasforma l’immigrazione a basso reddito in un drenaggio costante e insostenibile di risorse pubbliche, con un impatto ben più pesante rispetto a quanto accade in Germania o in Francia.

Il crollo del dogma ufficiale

Per quasi un ventennio il dibattito occidentale è rimasto incagliato in uno scontro sterile. Da un lato chi temeva la perdita di posti di lavoro per i residenti; dall’altro i sostenitori dei modelli governativi, come quelli del Migration Advisory Committee britannico, convinti che ogni nuovo arrivato producesse automaticamente un beneficio netto per le casse erariali.

Entrambe le posizioni hanno mancato il punto centrale. Il problema odierno non è la sottrazione di impieghi, ma la voragine che si apre quando flussi consistenti di persone percepiscono paghe minime o restano inattivi.

Chi guadagna poco non versa imposte sufficienti a coprire i servizi che riceve. Se a questo si somma un sistema di welfare generoso ma mal congegnato, il deficit dello Stato non può che allargarsi a dismisura.

La trappola fiscale inventata da Londra

Perché un lavoratore a basso salario costa molto di più a Downing Street rispetto a Berlino o a Parigi? La risposta risiede nell’architettura delle imposte e delle pensioni.

Nel Regno Unito le aliquote fiscali e i contributi sociali per i redditi bassi sono ridotti al minimo. Chi guadagna poco non paga quasi nulla di tasca propria, ma ha comunque diritto a una pensione statale fissa (flat rate) e a una rete di aiuti pubblici consistente.

In Germania o in Francia il meccanismo è opposto:

  • Chi guadagna cifre modeste versa contributi e tasse percentualmente più pesanti;
  • L’assegno pensionistico futuro è calcolato sui contributi effettivamente versati nella vita lavorativa;
  • Lo Stato non regala trattamenti di fine carriera a chi ha contribuito in misura marginale.

A Londra, invece, la combinazione di zero tasse e pensione garantita crea un vero e proprio sussidio a vita a carico del contribuente medio.

I numeri dello studio di Stanford

A mettere cifre precise su questa anomalia è un recente studio condotto da Usama Polani, ricercatore dello Stanford Institute for Economic and Policy Research (SIEPR).

Il dato è impressionante: per fare in modo che una coppia immigrata arrivata a 30 anni non rappresenti una perdita netta per lo Stato nel corso della propria vita, il lavoratore principale deve guadagnare una cifra considerevole.

PaeseSoglia di reddito necessaria per non pesare sul bilancio
Germania28° percentile dei salari nazionali
Francia45° percentile dei salari nazionali
Regno Unito55° percentile dei salari nazionali

In Germania basta trovarsi nella fascia medio-bassa dei guadagni (il 28° percentile) per ripagare i costi dei servizi pubblici. Nel Regno Unito bisogna superare la metà della classifica nazionale degli stipendi (il 55° percentile).

In parole povere: un immigrato in Gran Bretagna deve guadagnare più dello stipendio mediano del Paese, altrimenti la sua presenza si traduce in una perdita secca per l’erario. Ovviamente questo è un caso

La composizione dei flussi è cambiata

Il quadro si aggrava osservando l’evoluzione dei flussi migratori. Negli anni passati molti arrivi provenivano da economie sviluppate o da contesti con elevata partecipazione al mercato del lavoro. Oggi non è più così.

La convergenza degli standard di vita e il calo demografico globale hanno ridotto gli arrivi dai Paesi ricchi. Sono invece aumentati gli ingressi da aree geografiche con livelli di istruzione più bassi e, soprattutto, con tradizioni che vedono una bassissima occupazione femminile.

Se in una famiglia lavora un solo componente con una paga modesta, mentre il partner non lavora e ci sono figli a carico, il costo per il servizio sanitario, la scuola e il futuro assegno pensionistico diventa insostenibile. I vecchi modelli previsionali, tarati su lavoratori single e altamente qualificati, hanno semplicemente truccato le aspettative di bilancio.

La lezione della Danimarca

Non si tratta di una condanna inevitabile, ma di scelte politiche precise. Il Ministero delle Finanze danese ha certificato che il costo netto degli immigrati non occidentali è sceso da 42 miliardi di corone nel 2015 a 31 miliardi nel 2018 (l’1,4% del PIL danese).

Come ha fatto Copenaghen? Due fattori hanno guidato la svolta:

  1. Una solida crescita economica generale;
  2. Regole ferree che impongono un congruo periodo di lavoro retribuito prima di poter accedere ai sussidi statali;
  3. Il dimezzamento del divario occupazionale per le donne provenienti da Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale. Non possono restare a casa, ma devono andare a lavorare, perché non ci sono sussidi.

L’integrazione economica non avviene per miracolo o per inerzia. Senza incentivi precisi al lavoro e senza paletti all’assistenzialismo, il sistema scivola nell’inattività retribuita.

Le conseguenze pratiche per l’economia

Per il Regno Unito il tempo delle illusioni contabili è terminato. L’illusione di poter colmare i buchi della manodopera a basso costo senza pagarne il conto sociale è svanita.
Se il governo britannico non interverrà per riformare i criteri di accesso ai sussidi o per attrarre figure a reddito più alto, le opzioni sul tavolo rimarranno due, entrambe disastrose: tagliare la spesa sanitaria e i servizi essenziali per tutti i cittadini, oppure aumentare la pressione fiscale sul ceto medio già provato dall’inflazione.
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