La modernità sembra vivere un declino simile a quello che sancì la fine dell’età antica: viene meno la vocazione politica e sociale e l’individuo, ridotto a particella nel vuoto, deve imparare a conoscere e gestire la propria solitudine, pur ricca di connessioni. All’inizio del secondo libro della Repubblica platonica, il personaggio Socrate trova l’origine dello Stato nel bisogno che gli umani hanno gli uni degli altri: distribuendo fra loro vari compiti funzionali, possono contribuire nel modo più efficace alla propria sopravvivenza e al proprio benessere. È una prima formulazione del tema che sarà poi raccolto da Aris totele e lo porterà a caratterizzare l’es - sere umano come animale politico: un animale che, a somiglianza di elefanti e balene ma in contrasto con vipere e ragni, fiorisce al meglio in comunità, attraverso l’e ducazione e l’esempio offertigli dai suoi simili. Siamo nel quarto secolo avanti Cristo: nel tempo a venire, le legioni, le strade e gli acquedotti romani avrebbero conferito sostanza all’idea che una comune amministrazione della cosa pubblica provveda alla sicurezza e prosperità dei cittadini. «Cives romanus sum», dichiaravano con orgoglio galli e africani, ispanici e illiri; lo dichiarava anche Paolo di Tarso, iniziatore del movimento che tanto avrebbe fatto per ridurre l’im - pero in ginocchio. Quando la splendida avventura del mondo antico entra nella sua estenuante, tetra decadenza, l’atteggiamento filosofico cambia radicalmente. Non ingannino le differenze e contrapposizioni fra le scuole: che si tratti di epicurei, stoici o scettici, il messaggio che ne arriva è il medesimo. Realizza la maggiore indipendenza possibile da ogni fattore esterno; liberati da quei bisogni che ti rendono schiavo delle circostanze e dei voleri altrui; mira a raggiungere un indisturbato equilibrio; abituati a vivere solo, se non fisicamente almeno emotivamente, scacciando affetti e desideri - ti vincolerebbero al prossimo, benevolo o malevolo che sia, e la loro frustrazione ti provocherebbe dolore. In un delicato passo del suo En - c h i rid io n ( M a nu a l e ) , E pi tteto (schiavo greco liberato e divenuto insegnante di filosofia a Roma, poi esiliato in Epiro quando nell’89 l’im peratore Domiziano bandì i filosofi dall’Italia) scrive: «Come in un viaggio per mare, se la nave ha ormeggiato e sei sbarcato per attingere acqua, cammin facendo potrà anche capitarti di raccogliere una conchiglietta, una piccola radice, ma la tua attenzione dev’esser sempre fissa alla nave, devi voltarti continuamente indietro, caso mai il timoniere ti chiamasse, e se ti chiama devi lasciar perdere tutto, se non vuoi esser caricato a bordo legato come una pecora: allo stesso modo anche nella vita, se ti sono dati non una conchiglia o una radice, ma moglie e figlio, nulla ti vieterà di avere la tua famigliola: ma se il timoniere ti chiama, lascia perdere tutto e corri alla nave senza neanche voltarti. E se sei vecchio non ti allontanare mai troppo dalla nave, in modo da non mancare, quando sarai chiamato». Lontano mille miglia da Epit - teto ma in sorprendente accordo con lui, il Neil McCauley interpretato da Robert De Niro nel film He at (1995) di Mi - chael Mann ispira la sua esistenza al motto: «Non ammettere niente nella tua vita che tu non possa abbandonare in 30 secondi». Da qualche decennio, anche l’avventura della modernità (non so quanto splendida) ha iniziato il suo declino, e il processo ha acquisito velocità negli ultimi anni. In attesa di capire che cosa riservi il futuro (non necessariamente agli umani), osservo che la fisionomia culturale del fenomeno è la stessa del ciclo precedente. Ora come allora, viene meno la vocazione politica e sociale e l’individuo (divenuto davvero tale: particella indivisibile e vagante nel vuoto, priva di quella struttura che solo la socialità potrebbe darle) deve imparare a conoscere e gestire la propria solitudin e. È meno facile che in passato, ed è più facile fare confusione. Già nel 1950 il sociologo a m e r ic a n o David Riesman, in La folla solitaria, denunciava la finta socialità suburbana della vita americana, organizzata dall’esibizione di beni di consumo (l’automobile parcheggiata fuori, eventualmente la piscina sul retro) ma incapace di fornire vero sostegno reciproco: si è in tanti, e ci si fa pressione, ma non ci si aiuta. Due generazioni dopo, in un parossistico avvitamento, sono i social media a dar luogo a convivenza e vicinanza posticce. Ossessionati da migliaia di contatti, di visualizzazioni, di like e di «amici», i partecipanti a questa farsa si illudono di essere in una vasta e allegra compagnia, e la consapevolezza che si tratti di una menzogna affiora soltanto, a volte, come un inquietante, fastidioso malessere. Non è una forma di vita che posso approvare. È forte in me il rimpianto per l’essere umano, cioè per l’animale politico, integrato in una comunità che gli consenta di sviluppare le proprie potenzialità, che è oggi un lontano ricordo. Ma la via per tornare all’oggetto del rimpianto non può che passare per il tormento della solitudine, come la via per il Rinascimento dovette passare per eremiti e monasteri. Un primo passo, semplice a dirsi ed estremamente difficile a farsi, sarebbe rendersi conto che davanti a uno schermo siamo soli: che quelli provenienti dalla rete sono messaggi affidati a una bottiglia e lanciati nell’oceano, mittente il nulla. Istruiti da tale dura disciplina a cercare innanzitutto l’auto - sufficienza, potremo forse fare timidi passi verso nuovi, autentici incontri.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
giovedì 8 settembre 2022
martedì 23 agosto 2022
Il pensiero anti globalista del filosofo
Nel lontano, ma non poi così lontano, 1918, Thomas Mann dava alle stampe quel libro straordinario che sono le C o n sid e ra - zioni di un impolitico. Libro datato, eppure attualissimo nella lucida impostazione del tema di fondo: la Grande Guerra vista dalla Germania conservatrice come scontro di civiltà, e più esattamente come scontro frontale tra la Kultur (tradizionale, gerarchica, legata ai valori nazionali) e una Zivilisation incarnata in primo luogo dalla Francia illuminista, ma anche dall’Italia massonico-risorgimentale, dal Regno Unito e, sullo sfondo, dall’America emergente. Il Zivilisationsliterat, figura-simbolo, per M ann , del fronte occidentalista o atlantista, è quello che oggi chiameremmo l’«intellettuale liberal», pronto a sposare gli ideali progressisti di un Occidente atlantico avviato già allora alla conquista del mondo. A distanza di un secolo, Ale - ksandr Dug i n riprende e radicalizza la prospettiva manniana dello scontro di civiltà, dove il fronte della Kultur, il fronte anti-liberale, non è la Germania guglielmina ma una vasta, alla fine planetaria, coalizione di «civiltà» refrattarie all’egemonia occidentale: una coalizione virtuale e di cui Du - gi n, filosofo russo e apertamente slavofilo, vede nella Russia odierna il baluardo. Tentare una valutazione del pensiero di Dug i n dal recentissimo manifesto C o n t ro il Grande Reset. Manifesto del Grande Risveglio (Aga Edizioni 2022) sarebbe riduttivo: Du - gin ha scritto molto, e in termini molto più «filosofici», più tecnici, di quanto non appaia in queste pagine. La presa di coscienza collettiva del fatto che l’alta finanza e l’alta tecnologia (Big Finance e Big Tech) a guida essenzialmente americana mirano - ecco il Grande Reset - a rilanciare a marce forzate il progetto-globalizzazione: volto a esportare ovunque il modello e i «valori» occidentali, sopprimendo le identità locali - tradizioni, culture - nello spazio uniforme di un pianeta colonizzato dalle nuove tecnologie. E non solo le identità locali, perché la fase ultima, accelerata, del processo di globalizzazione mira al superamento della stessa identità umana intesa come natura umana, a favore di una post-umanità artificial e. Ne ll ’individuare il bersaglio, il nemico geopolitico, Du - gin non ha rivali: la pars de - st rue n s del suo discorso è implacabile e coerente. Una cultura moderna orientata a isolare l’individuo dai suoi legami collettivi, anzi alla distruzione delle identità collettive (le appartenenze religiose e nazionali, le tradizioni comunitarie in senso lato). La libertà esaltata dal liberalismo è la libertà dell’indivi - duo isolato, atomizzato e perciò strappato da quei contesti di senso che fondano le civiltà tradizionali. È su questo terreno dell’individuo atomizzato che matura il moderno capitalismo, affiancato da una tecnologia che, secondo l’intui - zione heideggeriana, cresce inarrestabile come volontà di potenza (sempre più potente) dell’individuo sull’ente, sulla natura ridotta a puro ente. Il delinearsi di una opposizione interna alla marcia del capitalismo globalista segnala tuttavia un potenziale di resistenza che il manifesto duginiano chiama all’appello, con la formula un po’ enfatica del Grande Risveglio. All’interna - zionale delle élite globaliste si contrappone l’i nte r n a z io n a l e dei popoli e delle tradizioni. C’è infatti, in Dug i n , un encomiabile primato della geografia. La ripartizione del pianeta in aree geografiche e geopolitiche, aree di civiltà e zone di influenza, è lo «zoccolo duro» che si oppone alla «pialla» della globalizzazione occidental e. Primato encomiabile, che fornisce un solido fondamento teorico alla rivolta delle masse minacciate dal diluvio global. Quale peso assegnare alle diverse componenti delle civiltà «in rivolta»? A quella religiosa, a quella politica? Il manifesto oscilla tra il primato delle culture politiche (al plurale) e il primato delle tradizioni spirituali e religiose. Il programma, qui solo enunciato, è quello di un «patto» tra le grandi tradizioni, contrapposte al delirio unipolare globalista. Non c’è, in Du - gin, il rischio di un «esperantismo» multireligioso, che si muoverebbe - come l’infelice e grottesco esperanto - proprio sulla scia dell’un ive rsa lis mo massonico anglosassone. Non si può negare tuttavia che sia proprio il ruolo delle «tradizioni» chiamate all’ap - pello a suscitare qualche perplessità. Sono quei passi del «manifesto» (e delle Appendici che lo corredano) in cui il filosofo russo definisce il «grande risveglio» come un «processo di formazione, creazione e manifestazione» di una «nuova concezione spirituale della storia». Una concezione, beninteso, fondata su una critica radicale della modernità occidentale: ma in che senso - ci si domanda - sarebbe una «nuova con - cezione della storia»? E così, quando evoca l’av - vento di «u n’altra trad i z io n e » , non si affaccia qui l’utopia di una tradizione finale, vista come compendio delle tradizioni esistenti, e di cui la Q ua rta Teoria Politica (a cui Dug i n ha dedicato un saggio importante nel 2009) tenta di fornire le coordinate generali? Il timbro profetico di queste pagine, e l’assenza di riferimenti concreti al simbolismo metafisico delle varie «vie» (cristianesimo e islam, buddismo e confucianesimo, induismo e culti sciamanici), può autorizzare il sospetto che le diverse tradizioni fungano qui più che altro da piattaforma-base, da riserva strategica in vista di una «neo-tradizione» di cui la Russia multietnica e multireligiosa potrebbe essere, non a caso, la matrice non solo «katechontica» ma anche appunto «profetica». L’immensa varietà delle forme politiche, culturali, giuridiche e religiose offerta dalle culture non occidentali e non moderne va assunta - scrive Dug i n - come fonte ispiratrice al fine di c r e a r e q u a l c o s a d i n u o v o, «come stella polare per la creazione della Quarta teoria politica». Che le tradizioni (al plurale) «funzionino» così, come sorgente ispiratrice, risulta chiaro dalla disinvoltura con cui Dug i n attinge, per esempio, e in altri scritti, al mondo classico e poi cristiano medievale, ma anche a un certo esoterismo cristiano-germanico. È questa ansia di novità (e di superamento) rispetto alle grandi tradizioni esistenti, a lasciare perplessi. Come se maturasse in Dug i n l’idea post-gioachimita di una «quarta aetas» (la Quarta Teoria Politica, appunto), di un nuovo e definitivo «sigillo» delle profez ie. E si affaccia, a questo punto, una suggestione che richiederà verifiche più attente: che la reazione anti-occidentale e anti-moderna di Dug i n ricor - di non poco la reazione antiilluministica e anti-moderna dei primi Romantici tedeschi, e quella utopia filosofico-letteraria che un celebre manifesto di quegli anni annunciava come una «nuova mitologia», nata a partire dal vasto repertorio delle mitologie e delle religioni esistenti. Non sarà che l’idea duginiana di un’« a l tra tradizione» filosofico-religiosa rilancia inconsapevolmente l’utopia neo-mitologica di Friedrich Schlegel, del giovane Schelling ? Ma l’idea di una mitologia «costruita», sia pure in aperto contrasto con l’ideologia dei Lumi, è pur sempre una proiezione verso un futuro, che diventa nei Romantici l’attesa di un «dio a ve n i re » . Se Ado rno e Ho rkh eim er parlavano di una «dialettica dell’Illuminismo» (ossia l’Illu - minismo che genera il suo contrario), avremmo qui una dialettica del romanticismo, e nel caso di Dug i n una dialettica dell’antiglobalismo: che rischia di generare, malgrado tutto, il suo contrario, nella forma di una «globalizzazione tradizionale» dal dubbio significato tradizionale.
venerdì 19 agosto 2022
Il sociologo che smontò le bugie sulla Chiesa
«Ci sono delle basi oggettive per accettare l’esistenza di Dio come l’ipotesi più ragionevole». Un’affermazione simile sarebbe clamorosa detta da un accademico qualunque, figurarsi da un sociologo, cioè da uno studioso d’una disciplina i cui classici - da Karl Marx a Émile Durk h ei m , fino a Max Weber - sono tutti anticlericali, positivisti e scettici. Eppure Rodney Stark, professore della Baylor University, queste parole le aveva scritte in Di sc o - v e ri n g God ( H a r p e r O n e, 2007), uno dei suoi volumi più significativi. Basta già questo per capire quanto fosse libero e controcorrente questo e, morto a 88 anni lo scorso 21 luglio, anche se la notizia in Italia è arrivata solamente ieri, diffusa da Massimo Introvigne, che ne era stato amico e collaborato re. In effetti, Sta rk , da parecchi considerato il massimo sociologo delle religioni, con le sue opere ha fatto proprie tutte le posizioni più impopolari che uno del suo ramo potesse prendere; ha fatto definitivamente a pezzi la celebre tesi di We b e r - che t utt’ora trova spazio nelle università - secondo cui il capitalismo sarebbe nato nel mondo protestante, mostrandone al contrario la genesi cattolica; ha messo in evidenza come si debba altresì alla Chiesa e al cristianesimo non solo l’i nve n z io - ne della scienza moderna e sperimentale, ma pure della nozione di persona umana, dotata di libertà e responsabi l i tà . Ancora, questo studioso, che si era laureato in giornalismo nel 1959, per poi prendere un secondo titolo in sociologia nel 1965, a Berkley, aveva contribuito a smontare molte leggende nere - sulle Crociate e sulla Santa inquisizione - che spesso vengono fatte pesare ai cattolici; ma lo aveva fatto sempre con estremo rigore scientifico. Basti pensare a cosa aveva scritto nell’introduzione al volume B e a ri n g false wit n ess - portato in Italia, come molte altre sue opere, dell’e d i to - re Lindau con il titolo Fal se testimonianze (2016): «Non sono cattolico e non ho scritto questo libro per difendere la Chiesa. L’ho scritto per difendere la storia». Attenzione, però, a non considerare Sta rk autore di soli testi di storiografia religiosa. Come sociologo - ruolo che ha onorato con 40 libri e 150 pubblicazioni scientifiche - ha infatti dato un contributo determinante nello sviluppo in particolare della teoria dell’economia religiosa. In breve, secondo tale approccio in ogni società c’è un «mercato» delle fedi in concorrenza tra loro, attraverso proposte morali e teologiche diverse, nella ricerca di seguaci; più una nazione vede prevalere una religione ufficiale, secondo tale prospettiva, e più la fede va a spegnersi, mentre nei contesti dove le «offerte» confessionali sono molte - come negli Stati Uniti, con molteplici e n congregazioni - il dinamismo religioso è più evidente. Naturalmente, l’app ro ccio di Stark implica anche il fatto che la religione non sia destinata a scomparire inghiottita dalla secolarizzazione, tutt’altro. A tale aspetto aveva in effetti dedicato un libro significativo fin dal titolo: The t riu m p h of fa i th (Isi Books, 2015). Non solo, pure nella sua ultima pubblicazione - un articolo uscito quest’anno sull’I n te rd i sc i - plinary journal of rese a rc h on rel ig io n - ha criticato un certo modo di cantar le lodi della secolarizzazione, bollando come «inappropriata, imprecisa e fuorviante» l’interpretazione secondo cui quanti non si riconoscono in una religione organizzata sarebbero ipso factonon credenti. Da questo punto di vista, il sociologo della Baylor University esortava a non fermarsi ai soli dati della scarsità di fedeli presenti a messa la domenica. Al contrario, invitava a captare e a considerare quella religiosità sommersa che pure esiste e resiste nel panorama occidentale contemporaneo; tutto ciò senza ignorare come, a fare vera differenza nella vita delle persone, sia però la fede praticata. A questo proposito in Am e ric a ’s b lessi n gs ( Te m p l e - ton press, 2013), un bel libro mai uscito in lingua italiana, Sta rk faceva presente come le persone devote siano quelle «più rispettose della legge, con una superiore salute mentale e fisica, più generose verso gli enti di beneficienza, con una vita familiare migliore e che hanno persino, nella loro esperienza di coppia, una vita sessuale più soddisfacente». Pur essendo un accademico e non un vescovo o un sacerdote, Sta rk sapeva dunque mettere in luce i benefici storici e presenti del credere con una enfasi e un rigore di cui spesso neppure il clero è capace. Al tempo stesso, come si diceva, esortava i cristiani a studiarsi bene la storia senza farsi più ingabbiare dai sensi di colpa rinverditi in questi anni dalla c a n c el c ultu re . Emblematico, in tal senso, ciò che aveva dichiarato nel corso di una intervista in cui, senza troppi giri di parole, criticava un’uscita di Bill C l i nto n . «Diversi mesi dopo l’11 settembre, l’ex presidente C l i nto n tenne un discorso alla Georgetown University in cui si scusava per le crociate, asserendo», ricordava Sta rk , «che abbiamo molto di cui dispiacerci e di cui, almeno in parte, sentirci in colpa per aver fatto sostanzialmente precipitare quegli aeroplani sulle Torri gemelle». «Ora, C l i nto n non è un matto», chiosò, «è solo stato male istruito. Gli sono state raccontate un sacco di sciocchezze sulle Crociate». Ecco, la più grande eredità di Stark fo r s e sta proprio qui: nell’invito ai credenti a non temere di girare a testa alta; anche perché se l’O c c id e nte esiste ed è prospero, attenzione, non è nonostante bensì grazie alla religione. Quella cristiana, ovviament e.
mercoledì 13 luglio 2022
Prezzolini, il conservatore anarchico che previde il futuro
G iuse ppe Prezzolini fu il testimone a sangue freddo del secolo più caldo e insanguinato della storia, il '900. Visse e scrisse tra spiriti bollenti e teste calde, come Papini e Soffici, futuristi e nazionalisti, Mussolini e D’Annunzio, Gramsci e Gobetti. Attraversò le guerre, le rivoluzioni,il fascismo e l’a nt i f a s c ismo senza mai bruciarsi o solo scaldarsi. Impassibile, anzi apota, come lui si definì, uno che non le beve. Freddo fu con l’amor patrio, con la politica, con la religione, con Dio e con il popolo e non si lasciò mai coinvolgere, tanto meno travolgere. Lui antitaliano come Dante Alighieri, M ach i avelli e L e o pa rd i , fu l’o s s e r vatore più asciutto e veritiero dell’italianità e della passione nazionale. Lui scettico, scrisse il libro più schietto e veritiero sulla scommessa di Dio. Lui impassibile fotografo dell’Italia che finisce e dell’Occidente che declina, lasciò, alla veneranda età di n ova nt’anni, un manifesto dei conservatori e, dunque, una scommessa sulla duratura continuità della civiltà italiana ed europea. Morì a cent’anni, il 14 luglio di quarant’anni fa, poco dopo aver ritirato il premio Penna d’oro al Quirinale dalle mani di Sandro Pertini, dopo anni d’esilio tra gli Stati Uniti e la Svizzera, nella Lugano dove poi morì. Per tini lo esortò a tornare in Italia, «l’esilio è finito» gli disse. E Prezzoli ni, di rimando, lo rassicurò dicendogli che in Italia tornava ogni settimana, «a comprare la verdura». Non mancò di ribadire anche in extremis la sua guerra dei cent’anni contro l’Italia, ridotta a mercato di verdura. Ma non capiremmo il nostro Novecento, non solo letterario ma anche storico, senza Prez zol i n i . Non capiremmo il fascismo e l’a nt i f a s c i s m o, il nazionalismo e il qualunquismo nazionale, l’inte rventismo e il disfattismo, senza di lui, che si autodefinì «italiano inutile». Fu testimone imparziale nel confitto tra tra vecchie e nuove Italie, tra fascisti e gobettiani, tra mussoliniani e aventiniani, accomunati dal motto di Giovanni Amendol a: «Quest’Italia non ci piace». Già nel 1922 Prez zol i n i scriveva: «Il fascismo è un bolscevismo alla rovescia che dominerà per tutta una generazione e dal quale non ci libererà altro che un disastro nazionale», aggiungendo che sarebbe durato venticinque anni. E qualche mese dopo annotava sul suo diario: «Mu s s ol i n i non ha potuto levar di mezzo la monarchia, e la monarchia finirà col levar di mezzo lui». Molti mesi prima della caduta del regime, nel suo diario, «l’uo - mo alla finestra», come pure si definiva, prevedeva gli scrittori voltagabbana, la lacerazione del nord Italia, Poi scrisse: «Mu s s ol i n i fe c e l’errore della guerra, il re l’errore della pace; ora sono pari». Previde che il 25 luglio non avrebbe salvato la monarchia. «Appena gli americani se ne andranno, la dinastia scomparirà» e gli Usa imporranno le loro basi militari e la loro influenza, usando «zucchero e frusta». La sorte dell’Italia prefigurata con lucido e profetico d i s i n c a nto. Il realismo disincantato è il pregio e il limite di Prez zolini, anche nella sua visione politica conservatrice, a cui si dedicò dopo una vita da ribelle, col suo Manifesto dei c o n se r vato ri e poi nell’I ntervista sulla destra con Claudio Quarantotto. Per lui la destra conservatrice non si fondava sulla religione o gli ideali, ma sulla biologia e la storia, niente stato etico, piuttosto un male necessario, come fu per A gos ti n o e per M ach i avel l i , che Prez zol i n i vedeva uniti nel pessimismo. Prez zol i n i evo - cava il fondamento naturale della società, rigettando ogni riferimento soprannaturale; ma oltre il realismo e la natura, ci sono poi i simboli, i miti, la dimensione estetica, ludica, liturgica, rituale. Per le anime belle e benestanti del radicalismo, Prez zol i n i fu un opportunista venale, lui che poteva restare in Italia durante il regime fascista e farsi incensare come «lo scopritore» di Mu s s ol i n i e invece preferì andarsene in America e non aderire al fascismo; lui che visse in soffitta, ed era costretto a scrivere pure a cent’anni, articoli che definiva «alimentari» per sopravvivere. Lavorò alla Columbia University, scrisse perfino un elogio degli spaghetti, non fu mai sfiorato dall’albagia dell’i nte l l ettu ale. Prez zol i n i fu tollerato a malapena in Italia, persino Il Giornale di Indro Montanell i che poi si professò prezzoliniano, non lo accolse e lui si rifugiò sulle colonne de Il Borghese. Solo G iovanni Spadolini gli socchiuse con prudenza la porta del C a rl i n o e del C o r r ie re. Finì ai margini, soprattutto quando scrisse per La Dest ra il Manifesto dei conservato ri , poi uscito da Rusconi. Antiretorico e nemico di ogni illusione, Prezzol i n i ebbe una visione tragica e cinica della vita, che lo portò alle soglie del suicidio e sul filo della disperazione; non fu mai attratto dal bello scrivere, dalle consolanti bugie o dai sermoni ampollosi di certi suoi contemporanei. Infine lasciò il suo splendido Dio è un rischio, testimonianza asciutta di una pacata ma tutt’altro che distratta e plateale disperazione. Era il libro di un pascaliano senza fede, vanamente esortato da papa Paolo VI, l’intellettuale M o nti n i , a convertirsi, teso severamente a interrogarsi sulle ragioni e le sragioni del credere e del non credere. Restò un conservatore anarchico, realista ma ribelle, individualista ma non liberale, ragionatore ma non raz io n a l i s ta . Non feci in tempo a conoscerlo ma quando scrissi da giovane un articolo su di lui, il vegliardo Prez zol i ni mi mandò una cartolina postale presso l’editore Giovanni Volpe, con considerazioni stupite e positive sullo scritto. Era il 1982 e di lì a poco sarebbe morto. E io rimasi nel dubbio che quel suo scritto da centenario provasse la sua lucidità fino all’ultimo o fosse il segno della sua finale perdita... Poco dopo inaugurai a Bari l’i s t ituto Prezzolini, voluto da P inuccio Tatarella, ma l’id ea di dedicargli un istituto, a lui, non sarebbe piaciuta. In un paese di vanesi, smaniosi di protagonismo, Prez zol i n i amò restare in ombra, alla f i n e s tra .
lunedì 11 luglio 2022
Ignobile ritenere l’uomo il cancro della Terra
Nietzsche e il suo Zarathustra hanno portato il nichilismo nel Novecento. Ma gli ambientalisti degenerati sono andati oltre: per loro l’uomo sarebbe solo un bacillo evoluto, dannoso per il pianeta e proiettato verso l’autoa n n ie ntam e nto. Nulla di più falso: gli esseri umani non sono il cancro della Terra.«Ecco, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. La vostra volontà dica: il superuomo sia il senso della terra! Io vi scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali! Sono avvelenatori, lo sappiano o no. Spregiatori della vita sono, moribondi e avvelenati essi stessi, di cui la terra è stanca: allora vadano dove vogliono! Un tempo il sacrilegio contro Dio era il più grande dei sacrilegi, ma Dio è morto, e con esso anche questi sacrileghi. Peccare contro la terra è oggi la cosa più terribile, e venerare le viscere dell’i mperscrutabile più del senso della terra!». Queste parole, dai toni messianici ed evangelici, tratte dalla Prefazione di Così parlò Z a rath u st ra del capolavoro di N ietz sch e, dicono molto sui nostri tempi. Per chi conosce superficialmente N ietz s ch e, che nei suoi scritti annuncia la morte di Dio. Così parlò Zarath u st ra è un anti-vangelo: Zarathustra è un santone dai tratti orientali che scende dalla montagna, dopo anni di eremitaggio, per insegnare agli uomini. Quali sono gli insegnamenti di Zarathustra? Esattamente l’opposto degli insegnamenti di Gesù Cristo tramandati dai vangeli. Dunque N ietz s ch e ribalta i Vangeli e scrive un vangelo gnostico. Al giorno d’oggi, Ettore Gotti Te d e s ch i ha da poco dato alle stampe Così non parlò Zarath u st ra , con cui, stimolato dalle domande di Giovanni Castellini Rinaldi, intende ribaltare a sua volta i principi che hanno ispirato l’opera nietzschiana e ristabilire dunque quelli evangelici. Gotti Tedeschi sceglie di fare riferimento a N ietz s ch e e al suo Zarathustra perché li considera più che mai attuali nel panorama gnostico e nichilista del nostro tempo. Basta leggere le poche righe riportate per poter fare parallelismi a ll ’ambientalismo degenere del nostro tempo, privo di pensiero scientifico e razionale, ma ideologico. Su questo punto però, come Gotti Tedeschi fa notare, N ietz s ch e ha fatto scuola e gli alunni hanno superato il maestro, andando oltre. L’uomo è oggi considerato «cancro della natura», un essere dannoso per essa. Vi sono giovani che si fanno sterilizzare per non mettere al mondo una creatura che danneggerebbe l’ecosistema e per poter allo stesso tempo esercitare una attività sessuale per così dire «ludica», senza alcun tipo di responsabilità. In Germania sinistri cartelloni con l’im - magine di una mamma con due bimbetti sono sconciati dalla scritta «killer del clima». In Canada sinistri manifesti con l’immagine di un bel bambino sono sconciati dalla scritta «fagli un regalo, che sia figlio unico», Chi ha messo in testa certe idee alle masse? «Profeti» venuti dopo N ietz s ch e e Zarathustra, che hanno in parte proseguito sulla strada nietzschiana e in parte deviato. Non è scontato questo concetto, ma Gotti Tedeschi lo evidenzia perfettamente. Il fenomeno Greta ed il sinodo amazzonico sarebbero certamente andati a genio a N ietz s ch e nel - la misura in cui sono generatori di caos e sbandamento, ma non nella misura in cui abbattono l’uo m o. L’ideologia nietzschiana aveva del dionisiaco in sé, Dio è morto e spetta all’uomo farsi Dio di sé stesso, oggi invece l’uomo si considera solo un bacillo evoluto, frutto del caso. Per di più dannoso per la natura e dunque proiettato verso una abdicazione di sé stesso e della propria riproduttività. E qui entriamo nel vivo del pensiero di Gotti Tedeschi: la demografia, o meglio il tracollo demografico. Voluto, pianificato, per il momento nel solo Occidente, che si sta suicidando. Venendo meno la crescita della popolazione l’economia va inevitabilmente a ramengo. Non cresce più e poi entra in crisi. Per ovviare a questo problema si è optato per un consumismo individuale che ha assorbito i mancati consumi della popolazione venuta a mancare. Inoltre, si sono delocalizzate le produzioni in Paesi a basso costo, prevalentemente in Asia, al fine di aumentare il potere d’acquisto degli Occidentali all’importazione. Ma facendo questo si è creata la potenza economica della Cina e non solo e si è impoverito l’O c c id e nte. Le tematiche affrontate da Gotti Tedeschi e Castellini Rinaldi in Così non parlò Zarath u st ra sono molteplici e tutte di stretta attualità ed interesse: economia e demografia, morale, globalizzazione, potere globale e identità, migrazioni, il già citato ambientalismo, l’intelligenza artificiale, l’evo - luzione della morale e molto altro ancora. Tutte però ruotano attorno a un pilastro centrale. L’importanza di quella piccola vita che si forma nel ventre di una donna dopo che lei e il suo uomo si sono amati. Lettura interessante soprattutto considerando che siamo in tempi dei cosiddetti «reset» e questo libro vuole offrire proprio una spiegazione al caos, indotto da questi reset, in cui stiamo vivendo. Il moderno «Great Reset» di cui oggi tanto si parla per Gotti Tedes ch i altro non è che una misura correttiva del Reset degli anni Settanta, conosciuto anche come Nuovo Ordine Mondiale. Leggendo il libro si capirà come gli ultimi 50 anni hanno davvero cambiato il mondo, in male ovviamente, almeno per la nostra civiltà occidentale cristiana che sta letteralmente morendo. La crisi economica è conseguenza di quella demografica, ma quella demografica è conseguenza di quella morale. Senza una morale forte e rigida viene giù tutto. La vita viene desacralizzata, perde valore, può essere soppressa e diventa anche merce. Per la salvezza della nostra civiltà vi è bisogno di un Great Reset morale, che consista nel ritorno ai valori evangelici, altrimenti l’uomo, involuto in bambino impulsivo e capriccioso, senza valori di riferimento, non sarà più in grado, o già non lo è più, di manovrare strumenti potentissimi che l’evoluzione della tecnica ci ha messo a disposizione e, come metteva in allarme Papa Benedetto XVI nell’enciclica Cari - tas in v e ritate, gli strumenti prenderanno autonomia mora l e. In questi giorni una discussa sentenza sull’aborto della Corte Costituzionale afferma che la Costituzione degli Stati Uniti, non ha mai affermato che l’aborto sia un diritto. Questa affermazione falsa risale al 1973, ha reso l’aborto un diritto quindi senza alcuna costrizione, permettendolo anche nel terzo trimestre, quando cioè il bambino al di fuori del corpo della madre sarebbe vitale. Il concetto che permette l’aborto è che la donna deve poter scegliere di non volere il figlio dentro al suo corpo, anche se questo comporta la morte del figlio. Il bimbo può essere messo in culla termica e poi dato in adozione. Un parto prematuro con il bimbo che resta vivo sarebbe anche la tecnica migliore per la salute della madre. Invece si pratica un aborto, con una maggiore pericolosità per la madre, pur di uccidere il bambino. Una delle tecniche di aborto tardivo è quello salino, si iniettano acqua e sale nel ventre della madre, così che il feto muoia disidratato; più recente è la tecnica di aborto a nascita parziale. Si tratta quindi dell’uccisione volontaria di un bimbo che potrebbe benissimo vivere senza disturbare sua madre. La Corte Costituzionale ha ridato la voce al popolo. E in tutti i casi l’uc c i s io n e di un bimbo vitale non sarà più permessa. Ha riascoltato la voce di Dio. Potrebbe essere un primo segno che il regno del caos è meno solido. Zarathustra perde terreno. D’a l tro n d e è quando tutto sembra perso che la Grazie irrompe sulla scena.
giovedì 21 aprile 2022
Karl Marx è vivo e in America lotta insieme con Biden
La Verità ha riproposto uno stralcio dal libro-antologia di Karl Marx Contro la Russia, che le edizioni de Il Borghese pubblicarono per primi negli anni Settanta. Ma c’è un’i nte - grazione essenziale, e attualissima, da fare: in queste pagine emerge il Marx filoamericano, persuaso che il suo pensiero radicale potesse meglio attecchire in una società nuova, moderna, priva di storia, radici e tradizione come gli Stati Uniti. Non a caso, questi scritti furono pubblicati tra il 1858 e il 1861, sul New York Tribune, poi raccolti dalla figlia Eleanor con il titolo The e a ste r n q uestio n ; articoli antirussi, filoamericani, occidentalisti, che auspicavano l’av ve n - to del mercato libero globale e del pensiero radicale. Per la rivoluzione comunista, Mar x non pensava alla Russia zarista, ma all’America descritta da Alexis de Tocqueville, che era, poi, l’espansione «giovanile» dell’Inghilterra, da Mar x, non a caso, eletta a sua residenza, rispetto alla natia Treviri, in Germania. Mar x è il filosofo che più ha inciso nella storia del Novecento attraverso la tragedia mondiale del comunismo. Poi tramontò, nel fallimento del comunismo, precipitò con l’impero sovietico, sopravvisse ibrido nella Cina Mao-capitalista. Ma fu davvero archiviato? Da anni sostengo la tesi opposta, che esposi in I m p e rd o n ab il i . Il marxismo, separato dal comunismo, è lo spirito dominante dell’O c c id e nte. Scrive Marx nel Man i festo: «Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti». È la prefigurazione della nostra epoca volatile e mondialista. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione, la natura e i suoi limiti. Fu una deviazione, la sua realizzazione in Paesi premoderni come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno subito il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è, invece, realizzato nel suo spirito, laddove nacque e a cui si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato. Non scardinò il sistema capitalistico, ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale, dal vecchio liberalismo al nuovo spirito radical. Mar x definisce il comunismo «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». È lo spirito radical del nostro tempo, cancel e correct. Ne l l ’Ideologia tedesca, Mar x dichiara che il fine supremo del comunismo «è la liberazione di ogni singolo individuo» dai limiti e dai legami locali e nazionali, famigliari, religiosi, economici. Non le comunità, ma gli individui. Il giovane Mar x o n o ra un solo santo e martire nel suo calendario: Pro m ete o, liberatore dell’umanità. Padre dell’Occidente faustiano e irreligioso, proteso verso la volontà di potenza. Il giovane Mar x au spica, nei Manoscritti economico-filo so f ic i, l’avvento dell’ate ismo pratico. E nella C ritic a della filosofia del diritto di Hegel scrive: «La religione è il sospiro della creatura oppressa... Essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire poterne esigere la felicità reale». Liberandoci da Dio e dalla religione, per Mar x, ci libereremo dall’alienazione e conquisteremo la felicità terrena. La società di oggi, atea ma depressa, irreligiosa ma alienata, smentisce la promessa marxiana di liberazione. L’utopia di una società «libertina», dove ciascuno svolge la sua attività quando «ne ha voglia», che abolisce ogni fedeltà e introduce «una comunanza delle donne ufficiale e franca», fa di Mar x un precursore della società permissiva. Il principio ugualitario perde la sua carica profetica e si realizza in negativo, come uniformità e negazione dei meriti, delle capacità e delle d i f fe re n ze. La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione, ha realizzato l’inte rnazionali smo contro le patrie; nell’u n i fo r - mità e nell’o m ol oga z ion e standard, genera uguaglianza e livellamento universale; nel dominio globale del mercato, ha riconosciuto il primato mondiale dell’eco nomia sostenuto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’i r re l i - gione, ha realizzato l’atei s m o pratico marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali, ha inverato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame naturale e da ogni ordine tradizionale, ha realizzato l’individualismo libertino di Mar x, liberato dai vincoli famigliari e nuziali. E come Mar x voleva, ha realizzato il primato dell’azione sul pensiero. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal, geneticamente modific abi l e. L’ultima frontiera del marxismo si ritrova nelle porte aperte agli immigrati, dove un nuovo proletariato, sradicato dai paesi d’origine, sostituisce le popolazioni d’Occidente, a sua volta sradicate. La lotta di classe cede alla lotta antisessista, antinazionalista e antirazzista. La difesa egualitaria dei proletari cede alla tutela prioritaria delle minoranze dei «diversi». Il marxismo vive sotto falso nome ma si muove a suo agio nella società global made in Usa; un marxismo al ketch-up, transgenico. Mar x, con passaporto americano, sembra strizzare l’occhio ai dem di Joe Biden. Noi ci attardiamo da anni a celebrare il suo funerale; ma è un caso di morte apparente.
lunedì 14 marzo 2022
L’odio: così utile al potere e così pericoloso
L’odio è un s e nt i m e nto, ma anche uno strumento decisivo. Il potere da sempre ne fa uso massiccio per unire la popolazione contro un nemico comune, per poterla meglio manipolare. È stato così con la pandemia, e molte dinamiche si ritrovano nella guerra in Ucraina: si spiega così la grottesca ondata russofoba.L’odio è l’emozione che permette un potente senso di affiliazione al gruppo. All’affiliazione al gruppo si può arrivare anche attraverso l’e s ta - si, quella religiosa, trovarsi insieme ad altri in un luogo sacro, forse con una candela in mano, oppure nella lirica, o anche nei concerti rock, dove le persone impazziscono per il picco verticale di emozioni. L’odio però è il sistema più potente per creare affiliazione al gruppo. È magnificamente spiegato nel libro 1 9 84 di George Orwell. Questo è lo schema del sacrificio umano. Tutte le colpe vengono addossate su un unico individuo oppure su un unico gruppo etnico o categoria umana, che sarà massacrato con universale sollievo. Ripensiamo alle parole del premier Mario Draghi sui non vaccinati: uccidono sé stessi, uccidono gli altri, se le cose vanno male è solamente colpa loro. Queste parole esprimono meravigliosamente il concetto di semplificazione e individuano un nemico con la possibilità che si scateni l’ira e quindi l’odio di un gruppo, creando inoltre coesione del gruppo e soprattutto sottomissione alle direttive dei capi, coloro che hanno scatenato l’o d io. La necessità di un nemico diventa evidente dove il potere deve essere esercitato con particolare indifferenza al benessere del popolo. Le democrazie hanno aumentato il livello di inganno. In una solida monarchia assoluta, il re non doveva giustificare niente. Non aveva bisogno di mentire. Si andava in guerra perché il re voleva allargare il suo regno. Gengis Khan non si è mai sognato di dichiarare che i popoli che conquistava con una ferocia inaudita gli avevano in passato pestato i piedi e non ha mai avuto bisogno di farsi vedere mentre baciava bimbi carini o coccolava cuccioli . Dove regna ufficialmente la legge del più forte, ci risparmiamo l’ipocrisia e ci risparmiamo la criminalizzazione del nemico. Con l’avvento del voto, l’ipocrisia si moltiplica, la menzogna si raffina, arriva a creare interi mondi fantastici. Si tratta di una forma di manipolazione mentale che diventa sempre più penetrante. Sotto Gengis Khan la gente restava unica proprietaria del proprio cervello. Gengis Khan voleva ubbidienza alla sua ferocia. Non gli interessava il consenso. La gente sottometteva ai suoi voleri il proprio corpo, ma poteva conservare intatte la mente e l’anima. Sono bei tempi e sono pa s s at i . La manipolazione si è moltiplicata dopo l’inven zion e della fotografia. Quando è comparsa la fotografia, ha dato l’illusione di essere un qualcosa che era appannaggio della realtà e che, grazie alla fotografia, la verità avrebbe avuto una maggiore possibilità di stare sulla scena. Certo, in alcuni casi, per alcune cose, questo è vero: per esempio il pacifismo nasce con la fotografia. Prima dell’av ve n - to della fotografia l’immagine dei campi di battaglia era molto edulcorata: l’eroe che moriva in guerra moriva con un raggio di sole che lo baciava, colpito più o meno sul cuore da un proiettile che lasciava una macchietta di sangue di circa 3 cm di diametro. Nel momento in cui qualcuno ha visto la gente con le budella sui reticolati, ci siamo resi conto che forse morire in battaglia non era così grandioso. All’inizio i generali vietarono la presenza di fotografi sui veri campi di battaglia, ma anche così restavano le fotografie dei mutilati, degli ustionati e soprattutto quelle dei morti. Da questo punto di vista la fotografia ha assolto il suo compito di dire la verità, ed è proprio per questo che si è moltiplicata la menzogna. Una volta stabilito che la guerra non è bella ma è uno schifo, bisogna inventarsi che è sempre colpa dell’altro se la stiamo facendo e di qui si arriva a micidiali posizioni di disumanizzazione del nemico cui non si arrivava nelle epoche precedenti, quando era lecito dire che andavamo a spaccare la faccia a un altro popolo semplicemente perché avevamo voglia di mettere le mani sulla sua roba. In questo fiume di menzogne per la disumanizzazione del nemico, la fotografia, nata per proteggere il vero, diventa uno strumento micidiale. Proprio per questa sua straordinaria capacità di sembrare vera, la fotografia permetteva inganni spaventosi. Tenete presente che nelle ultime settimane sono state mostrate fotografie di film o fotografie di videogame spacciandole per fotografie autentiche, sono state attribuite al conflitto ucraino foto di altri conflitti, e addirittura le bare di Bergamo. L’altro punto fondamentale di una buona manipolazione mentale è la frase «buona la prima»: una volta che la menzogna è passata e ha scatenato il picco di emozioni, la correzione non si sente. È stato bombardato l’ospedale pediatrico, 1.100 morti, no scusate forse abbiamo 12 feriti, perché l’ospedale è stato da tempo svuotato ed era un deposito di armi e munizioni, quindi in effetti bombardarlo era anche un gesto di guerra «corretto». Le emozioni scatenate dalla prima notizia falsa, il piacere di sentirsi migliori avendo un nemico disumanizzato da odiare, sono un punto fondamentale. L’odio è un tale piacere che la gente è disposta a pagarlo col proprio benessere, ad avviarsi a un glorioso futuro di miseria totale con un sorriso trionfante. Piuttosto creperemo di fame che comprare dalla Russia. Tranquilli, morirete di fame, quello è il piano. Oggi si sono fermati i pescherecci, domani si fermeranno i trattori, e nessuno moltiplicherà né i pani né i pesci. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto: «Ci siamo resi conto che ora non stiamo affatto parlando dell’Ucraina, ma dell’a g g re s s io - ne contro tutto ciò che è russo: interessi, religione, cultura, lingua, sicurezza, ecc. La reazione frenetica dell’Occidente alle nostre azioni mostra che c’è davvero una battaglia per la vita, ma fino alla morte, per il diritto della Russia di essere sulla mappa politica del mondo nel pieno rispetto dei suoi legittimi interessi». Abbiamo l’infamia dei bambini russi trattati male nelle classi dove sono già stati trattati male i bambini non vaccinati, e tutto questo dopo che abbiamo sperperato fiumi di denaro dei contribuenti a fare ridicoli corsi sulla inc lu s io n e. Odi la Russia perché altrimenti sei cattivo. Facebook permette l’odio contro la Russia e ha tirato fuori una notevole tolleranza per il nazionalsocialismo del battaglione Azov. Come siamo arrivati ad essere così manipolabili? La televisione ha un impatto enorme, data anche la sua capacità di mandare il cervello in ritmo alfa. Tanto maggiore è il numero di ore che abbiamo passato davanti alla televisione, tanto maggiore sarà il nostro desiderio di essere approvati dalla televisione, di fare e pensare le cose che la televisione approva. Davanti alla televisione fabbrichiamo meno sinapsi che in qualsiasi altra attività, diventiamo manipolabili. Il mondo sarebbe meraviglioso se non ci fossero i no vax: il leone e l’agnello giocherebbero insieme, tutto potrebbe essere letizia. La Russia è colpevole di tutti i mali. Si è svegliata un mattino, e contro il parere dell’O nu ha invaso l’Iraq con l’ac c u s a poi rivelatasi falsa, della presenza di armi di distruzione di massa. No, ora che ci penso, questi erano gli Usa, eppure nessuno aveva scatenato la caccia al bambino statunitense nelle scuole, e nessuno aveva vietato i corsi di letteratura su Mark Twain, né aveva preteso di affiancare scrittori i rac h e n i . Quando l’ira si scatena e quelli che odiano si sentono giusti, occorre ricordare la massima principe di tutta la storia dell’umanità. Il mondo si divide in buoni e cattivi, e i buoni decidono chi sono i catt iv i .
martedì 8 marzo 2022
Non odiate l’odio: imparate a usarlo dai santi
L’ira, pur essendo uno dei sette peccati capitali, non è un male assoluto: San Tommaso d’Aquino spiegò che ce n’è anche una «sana» che aiuta a combattere l’ingiustizia. Diversa è la lotta alla violenza, che invece può diventare la scusa per sobillare insensate isterie di massa.San Tommasospiega che l’ira è permessa, purché sia dominata dalla ragione. La collera non è spazzatura, è l’emo - zione che ci è stata data per difenderci e difendere dall’in - giustizia. L’ira è come il colesterolo, l’eccesso uccide e la mancanza non è compatibile con la sopravvivenza, e vale per l’ira lo stesso concetto che vale per il colesterolo, può essere buona o cattiva. L’ira deve essere di buona qualità, deve essere la reazione a un’ingiu - stizia vera, non creata dal nostro narcisismo e vittimismo, deve avere come scopo il raggiungimento della giustizia, deve essere proporzionata e soprattutto sotto il costante controllo della ragione. Il peccato di ira quindi configura diverse possibilità, eccesso, difetto, errore di direzione. L’odio è figlio dell’i ra . Chi non è capace di odiare, non è capace di combattere per la giustizia. I saggi e i santi non odiano le creature umane, ma odiano il peccato e il male, che è comunque una maniera di odiare. I buoni chirurghi e i buoni oncologi odiano il cancro. È importante però che amino il paziente più di quanto odino cancro, altrimenti arriveranno a una guerra totale per distruggere l’avversar io, una di quelle guerre che annientano anche il campo di batta g l i a . La nostra ridicola epoca ha vietato l’odio, quindi ha vietato la collera, quindi ha vietato l’indignazione. In realtà la nostra ridicola epoca ha vietato il dissenso. «Odiare ti costa», cinguetta il ridicolo slogan che divide l’umanità in due parti, gli esseri superiori, la nuova razza ariana, che non può mai essere criticata, e gli esseri inferiori che possono essere massacrati. Le donne sono sempre vittime, se qualcuno odia gli uomini, tutti, è un santo. Anzi, una santa. La mia pagina Facebook è stata chiusa innumerevoli volte in quanto istigava all’odio, perché spiegavo che l’esistenza di terapie domiciliari rendeva insensata la situazione di emergenza creata per il Covid-19. I miei dubbi sui vaccini e cosiddetti tali sono stati censurati in quanto istigavano alla violenza. Faccio orgogliosamente parte di quel sempre più accerchiato gruppo di italiani che non può lavorare, non può salire su un treno, non può entrare in un bar. Posso spostarmi solo in auto sperando di non avere nessun tipo di intoppo, portandomi da casa la bottiglietta per bere e ricordandomi di andare in bagno prima di uscire perché anche i bagni sono vietati. Ho i capelli negli occhi perché non posso andare dal parrucchiere. Ho rifiutato di farmi inoculare farmaci su cui ho enormi dubbi e che non hanno alcuna valenza nell’evitare che io possa contagiare altri. Eppure l’i ra dello Stato si è scatenata contro di me. Cittadini innocenti sono privi di stipendio e diritto di lavorare: questo è semplice odio contro i dissidenti di uno Stato totalitario che si è assunto il compito di distruggere il popolo. Basta ascoltare le stridule voci della R o n zu l l i e di Pare nzo, basta leggere la violenza di tutte le altre dichiarazioni. E qui arriviamo un punto importante. La collera, come tutte le emozioni, può essere contagiosa. La nostra straordinaria mimica ha proprio tra i suoi compiti quello di trasmettere le emozioni agli altri esseri umani. Le due emozioni che si contagiano con maggiore facilità e maggiore violenza sono collera e paura. Questo può essere pericoloso perché entrambe queste emozioni possono avere come conseguenza l’odio, un odio che potrebbe non essere più regolato dalla ragione. Ci siamo persi Sa n To m m a s o. Fino al XIX secolo la collera e l’odio erano fatti personali, che potevano al massimo estendersi in un gruppo ristretto. Potevano riguardare una persona, una famiglia, un clan, un villaggio, al massimo u n’unica città, che si abbandonava anche ad episodi atroci, come il pogrom o il linciaggio, ma sempre circoscritti. Si trattava però sempre di situazioni ristrette nello spazio e quindi anche nel tempo, perché rapidamente interveniva qualcuno dall’esterno a riportare la ragione. Il miglioramento della comunicazione grazie prima alla scrittura e ai giornali, poi a mezzi più micidiali come la radio e poi purtroppo la televisione e Internet che sono basati anche su immagini, ha creato la possibilità di trascinare interi popoli in una collera, in una paura e in un odio irragionevoli e soprattutto omicidi. L’o m ic id io quindi può diventare di massa, può diventare genocidio. La nostra è un’epoca isterica. La comunicazione diretta mediante immagini, televisione e Internet, ha una straordinaria potenza emotiva. La televisione inoltre manda il nostro cervello in ritmo alfa. Il pensiero è un fenomeno elettrico che può essere misurato, mediante l’e lettro enc efa logramma. Il ritmo alfa è quello che ci rende ipnotizzabili, che addormenta quella ragione che San Tommaso raccoman - dava. Se faccio vedere il bambino ucraino sporco e disperato con il suo orsacchiotto in mano in un rifugio antiaereo scateno un enorme numero di emozioni. Se non faccio vedere nessun bambino serbo sporco e disperato e con l’or - sacchiotto nel rifugio antiaereo, a nessuno importerà un accidente di 60 giorni di bombardamenti a Belgrado esattamente come a nessuno è importato niente dei 14.000 assassinati nel Donbass e nelle repubbliche ucraine russofone negli ultimi 8 anni, assassinati da bande di una ferocia inaudita, spesso ornate dalla bandiera con la svastica. L’epoca attuale ha una potenzialità incredibile nel creare fiumi di odio, nel portare la collera al di fuori di ogni ragione. Come si fa a evitare di cadere in tutto questo? Con il rispetto delle leggi. L’odio quindi è lo scopo della manipolazione. Manipolazione è il termine con cui si intende la capacità di spingere qualcuno a un comportamento sistematico contro i propri principi e contro i propri interessi. Per questo è di così fondamentale importanza che si rispettino le regole di neutralità. La letteratura deve essere neutrale. Le università devono essere neutrali. Il concorso per il cane, gatto, criceto, canarino più bellino devono essere neutrali. Tutto lo sport deve essere neutrale. La lirica deve essere neutrale, come l’arte e la cultura, il cinema e il teatro. Data l’enorme capacità di manipolazione che hanno i media attuali e data la capacità che ha il cervello umano di essere manipolato, soprattutto dove esista la capacità di trasmettere immagini in ritmo alfa, una elementare prudenza dovrebbe spingerci a lasciare sempre aperti i canali di neutralità e ad ascoltare anche le ragioni dell’altro, a guardare anche le fotografie che l’a l tro ha da mostrare. Con il termine isterismo si intende l’incapa - cità della mente a utilizzare la ragione dopo che ha permesso all’emotività di scuoterla fino alle fondamenta. L’i s te r i s m o contro i cosiddetti no vax è pari solo all’isterismo contro i russi, tutti, inclusi gli scrittori dell’Ottocento: entrambi hanno smesso di essere considerati persone, quindi devono essere cancellati. Quello che sta succedendo ora è al di là di ogni ragione. La levata di scudi contro Dostoev - ski j, l’esclusione degli atleti paraolimpici e persino dei gatti russi sono a un livello di imbecillità eccessivo per essere casuale. La comunicazione sta seguendo linee molto simili a quelle che hanno permesso di istaurare una dittatura sanitaria, vale a dire linee isteriche, sostenute dalle stesse persone, con la stessa disumanizzazione del nemico. Questo è il motivo per cui è fondamentale spegnere la tv. Anche rileggersi San Tommaso non sarebbe m a l e.
venerdì 4 marzo 2022
Ignoranti compiaciuti e mancanza di guide hanno creato in Italia il deserto intellettuale
Una delle più
famose e infelici
battute del cine-
ma italiano con-
temporaneo è
quella pr onun-
ciata da Paolo Villaggio in Il
secondo tragico Fantozzi: «La
corazzata Potemkin è una ca-
gata pazzesca». Famosa per-
ché intercettò un potente
sentimento popolare; infeli-
ce perché il sentimento era
(indipendentemente dalle
opinioni o intenzioni di Vil-
l a g g io, che non mi interessa-
no né mai mi hanno interes-
sato) di compiaciuta ignoran-
za - analoga, a pensarci, a
quella dimostrata dai fautori
del regime fascista. La coraz-
zata Potemkin è un capolavo-
ro assoluto, e il suo autore
S e r g e j M i c h a j l o v i č E i -
zenštei n è forse chi più ha
contribuito a inventare il lin-
guaggio e il tempo cinemato-
grafic i .
Deriderne e insultarne il la-
voro aprì la strada (nel 1976)
al l’analfabetismo ruspante
che vediamo oggi intorno a
noi, un po ’ come le Ragazze
Coccodè e le Cacao Meravi-
gliao di Renzo Arbore n eg l i
anni Ottanta aprirono la stra-
da alle tette e ai culi della tele-
visione postribolo dei nostri
tempi. Tutto fatto con ironia,
naturalmente, perché se qual-
cuno ci casca (e molti ci casca-
no) l’ironia è la tattica migliore
per non pagare pegno.
Però, però... Ricordo una
proiezione della Corazzata
Potemki n alla Cineteca San
Marco di Milano, di poco pre-
cedente l ’infame battuta di
V i l l a g g io, in cui il film era tra-
smesso con didascalie in ci-
rillico (si tratta di un film mu-
to, del 1925), senza traduzio-
ne. La sala era stracolma e
nessuno, me compreso, di
quelle didascalie capiva nien-
te. In fondo non importava,
perché le immagini del film
parlavano da sole, quindi il
successo che il film ebbe con
il pubblico poteva avere una
sua plausibile (e benevola)
spiegazione nel fatto che le
parole non erano necessarie,
ma rimane una perplessità:
come si può mostrare così po-
co riguardo per gli spettato-
ri? Come si può presumere
che, con il nome e il titolo giu-
sti, accetteranno di tutto?
Il tema è suggerito nel film
di V i l l a g g io: una platea nutri-
ta si rifiuta di applaudire il
miracolo di Ejzenštei nma ap-
plaude fragorosamente (per
42 minuti, veniamo informa-
ti) il volgare intervento di
Fantozzi. Il quale viene profe-
rito durante l’immancabi le
dibattito che seguiva a proie-
zioni del genere, per cui la
platea mostra annoiato disin-
teresse e che nello stesso 1976
attirò l’umorismo di Na nni
Moretti in quello che rimane
il suo film migliore, Io sono un
autarchico, con la reazione
«No! Il dibattito no!» urlata
quando si minaccia l’esecrato
prolungamento del suppli-
zio. Alla pseudocultura come
strumento oppressivo e puni-
tivo, insomma, si risponde
con l’incultura ostentata.
Era un meccanismo comu-
ne, allora. Nella cattedra di
logica dell’Università Statale
di Milano, facoltà di lettere e
filosofia, dove mossi i miei
primi passi accademici, si in-
sistette per anni a usare, co-
me testo introduttivo alla ma-
teria, un manuale scritto ne-
gli Stati Uniti per studenti di
matematica, che era stato ap-
positamente tradotto e del
quale gli studenti non capiva-
no niente (come alla cinete-
ca), sebbene si richiedesse lo-
ro una minima parte di quel
voluminoso tomo. Siccome
logica era un esame di sbarra-
mento per psicologia, centi-
naia di ragazzi che volevano
occuparsi di ansia e psicosi
erano costretti a studiare un
testo in cirillico (pardon: in
simboli).
Le cineteche erano perlo-
più frequentate da persone di
sinistra (che furono basite
quando si mostrò loro La na-
scita di una nazione di David
Wark Griffith, un ’apologi a
del Ku Klux Klan) e alla Statale
dominavano (anche a logica)
docenti di sinistra; ma la stor-
tura di cui parlo non ha colore
politico, e non è limitata a un
particolare periodo storico.
«Quelli che ti spiegano le tue
idee senza fartele capire»,
per dirla con una persona
davvero intelligente (e di sini-
stra) come Enzo Jannacci,
hanno imperversato e conti-
nuano a imperversare ovun-
que, e sono l’altra faccia della
medaglia dei Fantozzi di que-
sto mondo , l’indispensabile
loro controparte. Insieme,
hanno lavorato decenni per
ridurci nelle condizioni in cui
siamo, e chi non accetta il loro
squallido dilemma è destina-
to a cadere fra due sedie, a
rimanere inascoltato.
La cultura richiede appli-
cazione e disciplina: che si
faccia del cinema o della poe-
sia, della fisica o della lettera-
tura classica, ci sono insegna-
menti, teorici e pratici, da ac-
quisire, sforzi pazienti da
compiere, giorno dopo gior-
no, cocenti frustrazioni da
tollerare. La cultura non ri-
chiede, però, oscurità e astru-
sità, che spesso celano, peral-
tro, mediocrità di idee e su-
perficialità di ragionamenti.
Richiede, o meglio richiede-
rebbe, la sapiente, accoglien-
te guida di un maestro (non
un Maestro, per carità) di bot-
tega, che guidi l’appre n d i s ta
in modo lucido e serio, senza
sbavature ma anche senza
terrorismi, per la strada im-
pervia che ha deciso di intra-
prendere. Che non riduca la
chiarezza a banalità, la comu-
nicazione a caciara o a rito
iniziatico.
Se l’Italia (e non solo) è di-
ventata da un punto di vista
intellettuale un deserto, è so-
prattutto per carenza di mae-
stri così. Agli altri, a quelli
che si parlano addosso, in
fondo sta bene una pernac-
chia alla Fantozzi; a ben ve-
dere, se la fanno da soli. Fan-
tozzi è la loro immagine allo
specchio.