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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

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venerdì 16 ottobre 2026

La corruzione sistemica della Scienza biomedica 🤷‍♀️


 Per recuperare la fiducia è necessario separare le funzioni commerciali da quelle normative, garantire una trasparenza applicabile nelle sperimentazioni cliniche, stabilire regole rigorose in materia di conflitto di interessi e assicurare una reale tutela del dissenso. Senza tali cambiamenti, gli appelli a «fidarsi della scienza» rischiano di diventare poco più che inviti a sottomettersi a uno dei sistemi di propaganda più elaborati e potenti mai concepiti.

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https://comedonchisciotte.org/la-corruzione-sistemica-della-scienza-biomedica/

venerdì 14 agosto 2026

Si avvicina il Giorno Zero: sta arrivando il vaccino antinfluenzale a mRNA e non è un vaccino… è una macchina di diffusione


  Questa settimana, la FDA ha concesso a Moderna esattamente ciò che voleva: l'approvazione di un vaccino antinfluenzale a mRNA per gli americani dai 50 anni in su. È "la prima volta che l'agenzia autorizza un vaccino ad acido ribonucleico messaggero (mRNA) per l'influenza stagionale" [1]. La stampa corporativa lo definirà una svolta. Io la definisco una dichiarazione di guerra biologica. Il giorno zero sta arrivando e quasi nessuno è preparato.🤔😡

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https://comedonchisciotte.org/si-avvicina-il-giorno-zero-sta-arrivando-il-vaccino-antinfluenzale-a-mrna-e-non-e-un-vaccino-e-una-macchina-di-diffusione/

domenica 10 maggio 2026

Big Pharma: tutti i soldi versati per i vaccini


 Al tempo del “terapeuticamente corretto” imposto particolarmente in Occidente, i medici non sono liberi di discutere in materia di vaccinazioni. Un medico che dovesse esprimere pubblicamente un qualunque dubbio scientifico sui vaccini, sarebbe, immediatamente, radiato dall’albo. Nonostante non sia presente nel Codice di Deontologia Medica o in nessuna legge in vigore, questo provvedimento è applicato arbitrariamente dagli Ordini Professionali.

Il consenso scientifico unanimemente riconosciuto sulle vaccinazioni, quindi, non è altro che un regime propagandistico di oppressione e terrore, volto alla cieca obbedienza.😔

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mercoledì 25 marzo 2026

Probabili 60.000 morti in Germania causati dal vaccino anti-COVID a mRNA


 Come ho già sostenuto, i vaccini a mRNA non avrebbero mai dovuto essere approvati. Perché? Leggete quanto segue e fatevi una vostra opinione. Definire tutto questo profondamente inquietante è un eufemismo.😡🙏

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domenica 23 luglio 2023

COVID E VACCINI MRNA SONO ARMI BIOLOGICHE

 

La ricerca della verità sulle origini del Covid è tutt’altro che conclusa; le indagini sull’uso improprio della sperimentazione, nel creare sempre nuovi prodotti dell’ingegneria genetica, sul contenuto ed effetto delle inoculazioni imposte alla popolazione mondiale, sempre più attuale, difficile da contenere.

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mercoledì 23 novembre 2022

Tra i giovani boom di miocarditi dopo il vaccino

 

Uno studio canadese registra casi di miocarditi quasi 150 volte maggiori del previsto dopo il vaccino. Tassi più alti tra gli under 30. Leggete questo numero ad alta voce. Scandite bene ogni cifra: 148,32. È il rapporto tra le miocarditi diagnosticate e le miocarditi attese nei ragazzi della Columbia britannica, di età compresa tra 18 e 29 anni, fino a marzo 2022, dopo la seconda dose del vaccino Moderna. Sapete cosa significa? Che le infiammazioni al cuore sono state quasi 150 volte di più di quanto era stato previsto, in base alle precedenti statistiche sulla malattia. È una delle scoperte contenute in uno studio appena pubblicato dal Canadian medical association journal, rivista scientifica canadese. Gli autori hanno monitorato i 4 milioni e mezzo di inoculati della provincia più occidentale del Paese, misurando i tassi degli effetti collaterali cardiaci a sette e a 21 giorni dalla prima, dalla seconda e dalla terza dose. Complessivamente, si sono verificate 99 miocarditi per 100.000 sh o t a una settimana dalle punture, contro le 6,7 preventivate: 14,81 volte di più. Prendendo come riferimento il periodo più lungo, il dato arrivava a 141 miocarditi effettive contro le 20,1 pronosticate (7,03 volte di più). I tassi di miocarditi erano maggiori tra i ragazzi delle classi 12-17 anni e 18-29 anni, specie se di sesso maschile. Nella prima fascia, le reazioni registrate sono state oltre 25 volte di più di quelle preventivate; nella seconda, 9,87 volte di più; tra 30-39, 6,17 volte di più. Inoltre, come dicevamo sopra, è stato comprovato che il rischio massimo è rappresentato dalla seconda dose di Moderna: dai 18 ai 29 anni, entro sette giorni dalla somministrazione, il tasso di miocarditi schizzava a 22,05 per 100.000 inoculazioni (contro il 5,06 di PfizerBiontech); dai 30 ai 39, si attestava a 6,99 (contro lo 0,46 di Pfizer-Biontech). Evidenze simili per la finestra di rischio di 21 giorni: tra 18 e 29 anni, tasso di 22,97 miocarditi per 100.000 dosi dopo il secondo sho t di Spikevax, contro il 5,84 di Comirnaty; tra 30 e 39, 6,99 contro 1,38. È un particolare rilevante anche per l’Italia: fino a primavera - dunque, fintantoché si vaccinava in massa la popolazione giovane - una buona quota di punture si faceva con il siero di Moderna. Il calcolo del rapporto tra i danni cardiaci diagnosticati e quelli attesi, poi, ha portato in luce un altro dettaglio preoccupante: per gli adolescenti, il pericolo di miocarditi rispetto ai precedenti storici sembrava aumentare con il primo booster. Dopo la seconda dose di Pfizer, stando alle informazioni raccolte in Canada, il differenziale toccava quota 134,29. Dopo la terza, saliva a 139,80. In soldoni: in età puberale, si verificavano quasi 135 volte più reazioni avverse al cuore di quelle che era ragionevole aspettarsi, entro sette giorni dalla seconda dose; e quasi 140 volte di più dopo il primo richiamo. Pure nei più grandi è accaduto qualcosa di simile: nei trentenni, a fronte di un rapporto tra miocarditi registrate e miocarditi attese di 3,35 dopo la seconda dose Pfizer, se ne osservava uno di 11,84 dopo la terza; negli over 40, si passava da 8,05 a 25,51. Stessa dinamica, allargando la finestra di rischio da una settimana a 21 giorni. Ricapitolando: in termini di incidenza, le miocarditi tendevano a verificarsi soprattutto in seguito al ciclo primario, tranne che tra gli adolescenti vaccinati con Pfizer, a 21 giorni dal richiamo (il tasso di miocarditi, in effetti, saliva da 6,73 a 9,75 con la terza dose). Il rapporto tra casi osservati e casi attesi, invece, era quasi sempre più elevato con il booster. Tuttavia, gli scienziati che hanno vergato la ricerca canadese hanno trovato una specie di gabola, per salvare l’ortodossia vaccinale. Visto che l’incidenza delle miocarditi cala tra gli anziani, i quali, al contempo, sono più esposti alle conseguenze gravi nel Covid, includerli nelle stime sposta l’asticella verso l’eterna giostra delle inoculazioni. E siccome ci sono più effetti avversi dopo la seconda dose che dopo la terza, gli studiosi sostengono che pure inseguire i ragazzi con la siringa debba rimanere «la strategia preferenziale». Il punto è che, per dimostrare il vantaggio degli antidoti, essi citano un report americano risalente all’e s ta - te del 2021. Ovvero, a prima che comparisse la meno patogena variante sudafricana. Lo scorso febbraio, un paper pubblicato dall’Euro p ea n journal of clinical investigatio n , giungeva già a conclusioni molto diverse: «Nei ragazzi tra 12 e 17 anni, la vaccinazione con due dosi era uniformemente vantaggiosa solo in ragazze non immuni al Covid con comorbidità. Nei ragazzi con una pregressa infezione e n e s su n’altra patologia, persino una sola dose comportava più rischi che benefici». Ora, in pieno scenario Omicron, la bilancia pende ancor di più a favore di una moratoria sulle punture. Se ne stanno rendendo conto un po’ ov u n que, dalla Scandinavia alla Columbia britannica. Da noi, quando suonerà la sveglia?

lunedì 3 ottobre 2022

«Vaccini anti Omicron? Non ci sono prove che funzionino meglio»

 

 Paul Allan Offit è un pediatra americano, specializzato in vaccini, immunologia, virologia e malattie infettive. Soprattutto, è membro dell’Adv i s o - ry committee sui vaccini della Food and drug administration. E ha votato contro l’auto r i z za z io n e dei bivalenti anti Omicron. Professore, perché? «Primo: i dati che ci sono stati presentati il 28 giugno scorso erano basati sul confronto tra vaccini bivalenti e monovalenti. Quelli di Pfizer mostravano un aumento di 1,5 volte degli anticorpi neutralizzanti contro Ba.1». Du n q ue? «Una differenza clinicamente non significativa. Similmente, quelli di Moderna mostravano un aumento di 1,75 volte degli anticorpi neutralizzanti. A dicembre 2020, Moderna mostrava un aumento doppio della risposta anticorpale rispetto a Pfizer, ma ciò non risultava in una differenza sostanziale nella protezione dalla malattia grave». Poi ? «Pfizer ha somministrato anche un vaccino monovalente contro Ba.1, in dosi da 30 o 60 microgrammi. E ha ottenuto una migliore risposta neutralizzante dando il farmaco contro Ba.1 come vaccino monovalente». C o m’è possibile? «Quando si inserisce sia il vecchio ceppo sia la nuova variante nello stesso farmaco, questo verrà assorbito da un linfonodo locale, che però è già preparato a rispondere al vecchio ceppo. Dunque, è come si stesse chiedendo a Ba.1 di “c o m p ete re” con il ceppo precedente». Ci sono altre ragioni alla base della sua scelta? «Pfizer ha mostrato dei dati sul bivalente basati sull’ut i l i z zo di 30 microgrammi per il ceppo originario e 30 per quello nuovo, oppure 60 e 60. Ma non è ciò che stanno facendo per il vaccino contro Ba.4 e Ba.5». Cosa intende? «Stanno dando 15 e 15, un dosaggio per il quale non ci sono dati, neppure per Ba.1. Zero dati». E Moderna? «Ha mostrato dati per 25 microgrammi per il ceppo originario e 25 per Ba.1, mentre la dose booster è di 50 microgrammi. L’assunto è che 25 più 25 fa 50. Ma dal punto di vista biologico, stai dando non uno, bensì due vaccini. Ciò che dovrebbe spingerci a farci delle domande è che proprio Moderna ha pubblicato uno studio sul New England journal of medicine, in cui a diverse centinaia di persone era stato somministrato o il vecchio vaccino monovalente o quello bivalente » . R i su ltato? «Ci sono stati 16 casi di Covid: 11 nel gruppo che aveva ricevuto il bivalente e 5 nel gruppo che aveva ricevuto il monovalente. E ci sono stati 6 casi di quella che, secondo i criteri dei Cdc, è una forma di malattia clinicamente rilevante: 5 nel gruppo del bivalente, uno nel gruppo del monovalente. Numeri piccoli, che però non vanno nella direzione auspicata. Insomma, a guardare tutti i dati che abbiamo a disposizione oggi, io non vedo una prova stringente del fatto che il vaccino bivalente sia migliore». Cosa ne deduce? «Temo che questi nuovi vaccini siano lodati eccessivamente. Si sta sostenendo che faranno una enorme differenza, che diminuiranno i tassi di malattia lieve, la trasmissione del virus, che funzioneranno molto meglio dei vaccini che abbiamo già a disposizione. Non vedo ancora la prova di tutto ciò». È vero che i bivalenti contro Ba.4 e Ba.5 sono stati testati solo su otto topi? «Credo che i dati che sono stati mostrati all’Advisory committee riguardassero otto topi per gruppo. Ad ogni modo, non ha molta importanza quanti topi fossero… Non avevano dati sugli esseri umani». È un punto importante, perché l’Ema ha raccomandato l’au - torizzazione definitiva sia per i vecchi vaccini, sia per quelli aggiornati, inclusi quelli per Ba.4 e Ba.5. In questo modo, il regolatore sembra andare incontro alle richieste di Biontech, che ha chiesto di adottare, con i vaccini a mRna, la stessa procedura che «Over 75, persone con problemi di salute, con patologie croniche, o cardiache, o al fegato, o ai reni, o il diabete di tipo 1, e gli immunocompromessi. Nel loro caso, anche una lieve infezione può farli finire in ospedale». Che fare, allora? «Ci si concentri su costoro, anziché dire che tutti gli over 12 sani devono vaccinarsi. Il che non significa che andrebbe loro impedito: se una mamma viene nel mio studio e mi dice che vuole vaccinare il figlio dodicenne sano, le rispondo che è libera di farlo. Il vaccino offrirà qualche mese di protezione dalla malattia lieve». B e’, ma la vaccinazione comporta anche dei rischi. «Infatti. C’è uno studio realizzato da Pfizer in cui si analizzano 300 adolescenti tra 13 e 18 anni, cui erano state somministrate due dosi di vaccino. Appena prima della seconda dose, i ricercatori hanno effettuato un prelievo di sangue. Poi lo hanno ripetuto tre giorni dopo, sette giorni dopo, 14 giorni dopo. Quindi, hanno verificato quale percentuale di questi ragazzi presentasse un innalzamento degli enzimi cardiaci, come la troponina o la creatinachinasi. La risposta era: il 2,5%». Che significa? «Che se sei un maschio giovane che riceve quel vaccino potresti andare incontro, ad esempio, a un innalzamento nei valori di triazina nel tuo muscolo cardiaco. Il che vuol dire che si è attivata una risposta immunitaria diretta contro il tuo stesso cuore. Ora, le triazine hanno vita breve, spariscono da sé… Tutto ok. Ma si usa per gli antinfluenzali: ogni anno vengono adattati al ceppo in circolazione, ma i produttori non devono presentare continuamente nuovi dati su sicurezza ed efficacia. Condivide questo a p p ro c c io ? «Dunque, gli antinfluenzali esistono dalla fine degli anni Quaranta: significa che abbiamo più di 70 anni di esperienza con quei vaccini. È per questo che non vengono richiesti ogni anno nuovi dati sugli esseri umani. Quanti anni di esperienza abbiamo con i vaccini bivalenti a mRna? Zero. Ci vorrebbe un po’ pi ù di umiltà. Non bisognerebbe dare per scontato che questi vaccini sono esattamente come gli antinfluenzali. La tecnologia degli antinfluenzali è ben rodata; quella dei vaccini a mRna no». Ma perché sembra che le agenzie regolatorie accontentino costantemente le i n du s tr ie ? «In un mondo migliore - un mondo in cui evidentemente non ci troviamo a vivere - i Cdc e i National institutes of health direbbero alle case far maceutic he: “Questo è il tipo di vaccino di cui abbiamo bisogno. Quindi, vogliamo che voi fabbrichiate questo”. È un approccio più razionale che limitarsi a vedere cosa offrono le industrie e farselo andar bene». L’Italia e gli Usa propongono i booster aggiornati a tutti gli over 12. I giovani sani ne hanno bisog no? «I vaccini a mRna arrivarono a dicembre 2020. Un anno dopo, negli Stati Uniti circolavano tre varianti: D614G, Alfa e Delta. Uno studio dei Cdc verificò quanto le due dosi di vaccino Pfizer o Moderna stessero funzionando contro i ricoveri. Ebbene: due dosi di vaccino, indipendentemente dall’età e dalle comorbidità, proteggevano bene dalla malattia grave». Pro s egua . «Dopo sono comparse Omicron e le sue sottovarianti e i Cdc hanno condotto altri studi, concludendo che la situazione migliorava con una terza o una quarta dose. Vero. Ma la domanda era: chi beneficiava davvero da una terza o una quarta dose? Non tutti, in termini di ospedal i z za z io n i » . I più beneficati, presumiamo, erano anziani e fragili.«Over 75, persone con problemi di salute, con patologie croniche, o cardiache, o al fegato, o ai reni, o il diabete di tipo 1, e gli immunocompromessi. Nel loro caso, anche una lieve infezione può farli finire in ospedale». Che fare, allora? «Ci si concentri su costoro, anziché dire che tutti gli over 12 sani devono vaccinarsi. Il che non significa che andrebbe loro impedito: se una mamma viene nel mio studio e mi dice che vuole vaccinare il figlio dodicenne sano, le rispondo che è libera di farlo. Il vaccino offrirà qualche mese di protezione dalla malattia lieve». B e’, ma la vaccinazione comporta anche dei rischi. «Infatti. C’è uno studio realizzato da Pfizer in cui si analizzano 300 adolescenti tra 13 e 18 anni, cui erano state somministrate due dosi di vaccino. Appena prima della seconda dose, i ricercatori hanno effettuato un prelievo di sangue. Poi lo hanno ripetuto tre giorni dopo, sette giorni dopo, 14 giorni dopo. Quindi, hanno verificato quale percentuale di questi ragazzi presentasse un innalzamento degli enzimi cardiaci, come la troponina o la creatinachinasi. La risposta era: il 2,5%». Che significa? «Che se sei un maschio giovane che riceve quel vaccino potresti andare incontro, ad esempio, a un innalzamento nei valori di triazina nel tuo muscolo cardiaco. Il che vuol dire che si è attivata una risposta immunitaria diretta contro il tuo stesso cuore. Ora, le triazine hanno vita breve, spariscono da sé… Tutto ok. Ma ciò può comportare problemi più a lungo termine? È possibile. Ci sono sempre controindicazioni quando si inocula un preparato biologico. E se i vantaggi non sono chiari, gli svantaggi assumono più rilevanze». I nuovi booster potrebbero far aumentare le miocarditi nei maschi giovani? «Vedremo. Le provoca spesso anche il Covid. Il punto è che, quando si è diffuso questo virus e tutti erano esposti, i benefici del vaccino superavano chiaramente i rischi. Ora il 95% della popolazione ha molte meno probabilità di finire in ospedale o morire e ciò va preso in considerazione». Negli Usa c’è reticenza nell’indagare sugli effetti avversi? «Non credo proprio. Quello che mi preoccupa è altro». C io è ? «Quando ho scritto un editoriale sul Wall Street Journal a proposito dei bivalenti, ho ricevuto critiche da amici, difensori dei vaccini e della scienza, cui non andava giù che sollevassi dei dubbi. Alcune persone sono terrorizzate dall’idea di incoraggiare i no vax, ma così si soffoca il dibattito e si elimina ogni sfumatura. Nella scienza, bisogna continuamente esaminare in modo critico i dati. E ciò favorisce lo sviluppo di ricerche migliori». È come la scienza dovrebbe fu n z io n a re … «Se siamo così preoccupati di favorire le tesi dei no vax da non voler mettere in discussione nessuna decisione riguardante la salute pubblica, significa che abbiamo già perso».



mercoledì 27 luglio 2022

Covid e influenza, più reazioni col doppio siero

 

Mai abbassare la guardia sui vaccini, anzi: per l’autunno è già iniziata la campagna mediatica per somministrare contemporaneamente l’a nti - Covid e l’anti-influenzale nelle persone fragili. Certo, ci sarà qualche reazione avversa in più - niente di gravissimo, per carità - ma la cosa interessante è che non ne guadagnerà particolarmente l’efficacia della risposta immunitaria, quanto l’organizzazione sanitaria e ospedaliera. Dopo due anni di distanziamento e con un sistema immunitario impigrito perché non esposto ai virus respiratori, in queste settimane è un continuo allarme sul ritorno, nei mesi invernali, di u n’influenza stagionale particolarmente attiva che si sommerà all’ennesima ondata di Covid-19. Dall’Oms alle società scientifiche europee e nazionali, è un continuo richiamo ai governi di procurarsi vaccini per entrambe le malattie. L’azienda statunitense Moderna, del resto, sta lavorando a un unico prodotto Covid-influenza, che potrebbe essere pronto entro la fine del 2023. Con la ripresa di una vita con meno restrizioni, l’autun no sarà sicuramente più impegnativo per l’influenza rispetto a quella dell’ultima stagione che, secondo l’Oms, ha avuto un tasso di infezione inferiore al 3% rispetto al 17% di prima del Covid. L’unica inoculazione Covid-influenza, per Anto - nio Ferro, presidente della Società italiana di igiene (Siti) «è sicura e importante, in quanto anche l’influenza può generare complicazioni molto gravi» e ospedalizzazioni nei fragili. Tutto vero, ma colpisce il minimizzare sugli effetti collaterali della contemporanea somministrazione dei due vaccini che è giustificata principalmente da questioni economico-organizzative. Proprio uno studio appena pubblicato su Ja m a network open - realizzato dal Centro americano per il controllo delle malattie (Cdc) e la Emory University di Atlanta - mostra che la simultanea inoculazione dei due vaccini, oltre ad allargare notevolmente le coperture, aumenta anche le possibili reazioni avverse (non gravi). I dati sono stati raccolti su 981.099 persone dai 12 anni in su che hanno ricevuto entrambi i vaccini nella stessa seduta (anti Covid a mRna e antinfluenzale) o solo l’an - ti-Covid e che poi hanno descritto gli effetti collaterali che si sono presentati nei sette giorni successivi. Rispetto al solo vaccino mRna, la doppia somministrazione con l’antin - fluenzale ha aumentato in modo significativo (8% con Pfizer e 11% con Moderna) le segnalazioni di reazioni generalmente lievi, non gravi: affaticamento, cefalea, mialgia (dolori muscolari) e dolore nel sito di iniezione. Lascia stupiti, per il buonsenso, il commento pubblicato, insieme allo studio, da tre medici della Harvard Medical School di Boston che osservano: «Informare le persone sui potenziali effetti collaterali può essere cruciale». Dare al medico la possibilità di verificare con il paziente la scelta migliore per la sua condizione, evitando campagne-crociate di obblighi, potrebbe davvero fare la differenza per la salute delle persone e, probabilmente, anche per l’o rga n i z za z io n e s a n i ta r i a .

L’allarme vaiolo non c’è, l’affare dei vaccini sì

 

Posto che gli stati di emergenza consentono di attivare poteri straordinari in deroga alle leggi, quali sono oggi gli standard per valutare quando deve scattare un’e mergenza sanitaria? Se lo sono chiesto i membri del comitato consultivo dell’Oms, scavalcati sabato scorso dal direttore generale: Tedros Ghebreyesus ha infatti stabilito che il vaiolo delle scimmie (M o n key p ox ) è «un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale» (Pheic), che - ironia - si pronuncia «fake», nonostante 6 su 9 dei componenti il comitato avessero espresso il proprio diniego su l l ’opportunità di lanciare l’allarme. Alcuni hanno rivelato a Reuters, sotto anonimato, l’insolita forzatura imposta dal direttore: «In passato, Tedros ha sempre seguito le raccomandazioni della nostra commissione, la decisione è stata presa senza il parere favorevole della maggioranza». Non è tutto: ieri l’Oms ha dichiarato che, siccome «il vaccino da solo non può fermare l’epidemia di vaiolo delle scimmie», bisogna, «per il momento» «adottare misure per ridurre questo rischio». Per esempio - secondo il direttore dell’ufficio europeoHans K luge - «vanno limitati i partner sessuali e le interazioni». Con l’inatteso «upgrade» deciso autonomamente da Ge - b reye su s , il vaiolo delle scimmie si è aggiunto alle altre due (uniche) malattie classificate, nella scala dei rischi dell’Oms, come «emergenze globali», la pandemia Covid (dichiarata tale il 30 gennaio 2020 con 170 morti e 1.370 caso gravi) e la poliomielite. Un invito a nozze per media e virostar: ieri Matteo Bassetti segnalava «1.700 casi in un g io r n o » . Eppure gli ultimi dati Owid rivelano un incremento a livello mondiale di un contagiato in più in tutto il mondo dal 22 al 23 luglio (da 16.922 a 16.923), 15 contagi in più dal 23 al 24 luglio (da 16.923 a 16.938) e 218 contagi in più - in un mondo popolato da circa 8 miliardi di persone - dal 24 al 25 luglio (da 16.938 a 17.956). Numeri al lotto sparati anche da altre testate italiane, come il Corriere della Sera che riferisce «record di contagi» riportando la stessa fake news dei 1.700 casi al giorno e Sani - tà Informazioneche rende noto che «un italiano su tre teme il vaiolo delle scimmie, cresce l’emergenza». E allora, quali sono le evidenze che terrorizzano G e b reye su s , spingendo l’Oms a bypassare il parere degli esperti e a invocare, già ora, misure integrative al vaccino? Cosa fa diventare «emergenza sanitaria globale» una malattia che in tre mesi ha causato cinque morti in tutto il mondo, concentrati solo in Nigeria e Congo, dove la malattia, trattabile, esiste dal 1970? Sembra di rivedere lo stesso film di inizio 2020, e i bollettini giornalieri concentrati più sui contagi che sulle morti. Per l’Oms contano di più i casi o i decessi? Ecco i numeri: 17.156 casi segnalati e 5 decessi in tutto il mondo. «Si tratta di un focolaio che si concentra tra gli uomini che fanno sesso con uomini ( Ms m , ossia «men who have sex with men»), in particolare quelli con più partner sessuali», ha dichiarato G e b reye su s , circoscrivendo la platea in cui il Monkeypox si diffonde. Le evidenze indicano una minaccia talmente poco temibile che perfino il ministero della Salute l’ha qualificata come non preoccupante: secondo Giovanni Rezza, direttore generale della Prevenzione, «In Italia finora sono stati registrati 407 casi (e nessun decesso, ndr) con tendenza alla stabilizzazione. La situazione è sotto costante monitoraggio ma non si ritiene debba destare particolari allarmismi». Numeri sconcertanti per la loro trascurabilità, rispetto ad altre emergenze sanitarie che non sono riuscite a scalare la classifica dei rischi, nonostante abbiano tassi di mortalità più significativi. Prendiamo ad esempio la tubercolosi, definita dall’Oms «tredicesima causa di morte al mondo e secondo killer infettivo dopo il Covid-19» (eppure, mai classificata come «emergenza sanitaria mondiale», misteri dell’e pidemiologia): un totale di 1,5 milioni di persone sono morte nel 2020 (dati Oms) per Tbc, una malattia che avrebbe bisogno di 13 miliardi di stanziamenti l’anno per curarla. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione, circa un quarto della popolazione mondiale ha un’infezione da tubercolosi (per usare termini che ci sono noti, sono «positive» alla Tbc), dunque sono infettate ma non (ancora) malate. O ancora, la meningite batterica, «malattia grave» per i Cdc americani: si stimano 1,2 milioni di casi di meningiti batteriche ogni anno nel mondo, con 135.000 decessi l’anno. Pochi? La morte può verificarsi in poche ore e l’in - fezione può causare disabilità permanenti e danni cerebrali. Secondo i dati epidemiologici dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), la meningite meningococcica provoca il decesso nell’8-14% dei pazienti colpiti. In assenza di cure adeguate, il tasso di mortalità sale addirittura al 50%. Due pesi e due misure anche per la malaria: nel 2018 ci sono stati, secondo i dati Ecdc-OMS, 228 milioni di casi di malaria nel mondo e 405.000 decessi, vale a dire una media di 1.109 morti al giorno, eppure l’Or - ganizzazione Mondiale della Sanità non ha classificato la malaria «emergenza globale», forse perché è una delle prime dieci cause di morte soltanto nei Paesi a basso reddito. E il morbillo? Nel 2018 ci sono stati più di 140.000 decessi per morbillo a livello globale, per lo più tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, e soprattutto nei Paesi a basso re d d i to. L’Italia, per fare un altro esempio, ha un triste primato per le infezioni ospedaliere: circa 50.000 l’anno (il 30% di tutte le morti per sepsi nei Paesi Ue), una strage che passa davanti ai nostri occhi nell’indifferenza, forse perché per risolverla basterebbero investimenti nelle strutture sanitarie. Ma le politiche sanitarie mondiali puntano più alle malattie che ai malati. Sarà forse per questo che l’altro ieri la Commissione europea ha autorizzato la commercializzazione del vaccino Imvanex come protezione contro il vaiolo delle scimmie, raccomandato la scorsa settimana dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema). L’ap - provazione è arrivata il giorno dopo che l’Oms ha dichiarato il Monkeypox «emergenza sanitaria globale». Tempestivi.

lunedì 25 luglio 2022

Avanti con le misure sul Covid, partono le quarantene light

 

Nel perimetro in cui si dovrà muovere nei prossimi due mesi il Governo dimissionario guidato dal premier Draghi c’è anche la lotta al Covid. Il mandato sulle misure anti pandemia è stato chiaro sin dalle dimissioni consegnate al capo dello Stato Sergio Mattarella: la gestione dell’emergenza Covid rientra in pieno tra i compiti dell’Esecutivo uscente. E così la macchina fatta di bollettini, monitoraggi, circolari e linee guida alle regioni non solo non si fermerà ma già nei prossimi giorni potrebbe vedere una prima importante novità sul cosiddetto «isolamento domiciliare» per i positivi che oggi deve durare almeno 7 giorni e prevedere per uscire un tampone negativo. Di fronte al boom di contagi con Omicron 5 spesso asintomatici o con pochi sintomi e soprattutto con il dilagare del fenomeno dei “fantasmi” del Covid, quelli cioè che scoprono la positività in casa con un tampone fai da te ma preferiscono non “denunciarsi” con un test ufficiale proprio per evitare le restrizioni dell’isolamento, sembra ormai maturo il tempo per un allentamento deciso della misura. Sulla scia di quanto già deciso in altri Paesi e su pressing delle Regioni si sta riflettendo infatti su di una “quarantena light” di 5 giorni se si risulta senza sintomi da almeno 48 ore e si può produrre un test negativo per uscire. C’è chi come l’assessore del Lazio Alessio D’Amato si spinge a chiedere anche l’abolzione del test: se non si hanno sintomi si esce di casa magari con l’accortezza di indossare la Ffp2, Per i casi di positività lunga invece si punterebbe a concludere l’isolamento al massimo dopo 10 o 15 giorni. La circolare con queste novità è già pronta, ma finora il ministro della Salute Roberto Speranza aveva frenato in attesa di vedere bene l’impatto di questa quinta ondata che ha provocato un’esplosione di contagi, ma pochi pazienti gravi (sono poco più di 400 quelli in terapia intensiva). Se come ormai sembra chiaro da alcuni giorni il trend dei casi in discesa si consoliderà allora Speranza potrebbe rompere gli indugi e firmare la circolare. Del resto anche i medici sono praticamente d’accordo: «Quello che vediamo è che in alcune persone la variante Omicron che circola non dà sintomatologia o dà una sintomatologia molto scarsa, e il paziente si negativizza anche in quinta giornata», avverte il presidente dell’Ordine Filippo Anelli. Che apre all’ipotesi della quarantena light: «Si può accettare. Naturalmente sarebbe utile che l’Istituto superiore di sanità facesse un approfondimento su questa questione». Se la questione della quarantena è il primo appuntamento della tabella di marcia che ci porterà verso il terzo autunno con il Covid, subito dopo dovrebbero arrivare le indicazioni per la riapertura delle Scuole a settembre: oltre al nodo delle mascherine che potrebbero tornare in aula c’è anche da pubblicare il Dpmc con le linee guida per l’adozione di sistemi di aerazione nelle scuole. Un tema a cui potrebbe essere legato appunto proprio l’obbligo o meno di indossare la mascherina in classe. I tempi sembrano ormai strettissimi per investire su sistemi di aerazione efficienti in grado di azzerare o ridurre molto il rischio contagio senza contare gli investimenti importanti che sarebbero necessari (si stimano almeno 2 miliardi). In eredità al prossimo Governo saranno lasciate anche le indicazioni per la prossima campagna vaccinale per il Covid: dall’impiego (più o meno limitato) di hub, farmacie e studi medici fino alle categorie da cui iniziare le vaccinazioni (over 50 oppure over 60?). Dovrebbero anche essere messe a punto delle linee guida per gli ospedali oggi alle prese con la gestione di tanti positivi al Covid ricoverati però per altre patologie: sono ormai quasi il 60 per cento. Per loro vanno studiati modelli di presa in carico in grado di evitare lo stop alle altre cure.

venerdì 22 luglio 2022

«Un effetto avverso grave ogni 5.000 vaccini»

 

Il ministero della Salute tedesco squarcia il velo sugli effetti avversi dei vaccini e su Twitter ammette: un caso grave ogni 5.000 dosi. E pubblica anche un link invitando tutti i cittadini a denunciare i problemi compilando un apposito modulo online. Il cambio di rotta arriva dopo che molti giornali, fra cui la Bil d , avevano iniziato a raccontare le storie delle vittime. In Italia invece l’Aifa ha un atteggiamento molto diverso. Il bollettino che dovrebbe raccogliere gli effetti collaterali da mensile è diventato trimestrale. E in ogni caso sul sito è tutto fermo al 26 marzo. Non solo: da noi per i privati è molto difficile fare segnalazioni. Bisogna quasi sempre passare da operatori sanitari che spesso fanno o s tr u z io n i s m o. «Una persona ogni 5.000 dosi è vittima di un grave effetto collaterale dopo essersi vaccinata contro il Covid». È il ministero della Salute tedesco a scriverlo. Un dato importante e soprattutto una presa di coscienza che arriva direttamente dal vertice della sanità in Germania, che ha deciso così di richiamare l’at - tenzione su quanto sta succedendo, per accendere i riflettori su quegli effetti avversi che distruggono la vita delle person e. A quanto pare quindi, pian piano le nazioni iniziano a risvegliarsi e a strappare il velo di omertà che caratterizza il grande tema tabù che riguarda tutto quello che post inoculazione è andato storto. Da settimane sui quotidiani tedeschi si iniziavano a leggere titoli come: «Devastato nel corpo e nell’anima. Aumentano le denunce per effetti avversi dei vaccini Covid. Le vittime chiedono solo una cosa: sapere cosa stia loro accadendo». E soprattutto la Bil d , uno dei principali quotidiani tedeschi con una tiratura da 5 milioni di copie, diffuso in tutta Europa, ha messo in copertina una siringa con tanto di titolone: «Malati dopo il vaccino» riferendosi ovviamente a quello contro il Covid. Ebbene dopo un così dirompente aumento dell’attenzione su questo tema, il ministero della Salute tedesco ha deciso ora di affrontare la questione di petto, intervenendo direttamente, ammettendo che il problema degli affetti avversi esiste, è reale e soprattutto è più diffuso di quanto si creda. Ma la Germania non ha solo preso coscienza del problema, ha fatto un passo in più. Ha deciso di andare a fondo, indagare, sollecitare i vaccinati. Accanto alla cifra impressionante di una persona ogni 5.000 dosi affetta da una grave reazione avversa, il vertice della sanità ha richiamato tutta la popolazione a segnalare, allegando persino il link che porta direttamente alla pagina dove poter compilare il prospetto con tutti i dati. La domanda quindi viene spontanea: e in Italia? Inutile dire che il confronto con il Belpaese è impietoso. Basta andare sul sito dell’Aifa, che si occupa della raccolta e dell’elaborazione dei dati della farmacovigilanza, per rendersene conto. Tutto è fermo al 26 marzo scorso, in pratica gli ultimi dati risalgono a quasi quattro mesi fa. Ma non solo. I report contenenti le segnalazioni dovevano essere pubblicati inizialmente a cadenza mensile, poi, non si sa perché, hanno deciso di pubblicarli ogni tre mesi, peccato però che neanche questa scadenza venga rispettata. Insomma da un lato c’è l’Italia in cui da circa quattro mesi non si sa quante reazioni avverse ci sono state, quante sono quelle gravi, che rapporto c’è con il numero di vaccinati. E poi c’è la Germania in cui il ministero pubblica un dato dirompente, pone il problema degli effetti avversi e sollecita persino le segnalazioni. Una bella differenza. Soprattutto in queste segnalazioni che divergono anche nella tipologia. Il ministero tedesco infatti sollecita le persone a farle direttamente, è la vittima dell’evento avverso che se ne dovrebbe occupare, mentre in Italia, stando sempre ai dati Aifa del 26 marzo, solo il 38% sono segnalazioni fatte dai diretti interessati, il restante 62% sono state inserite da un operatore s a n i ta r io. Come mai questa differenza? Perché i cittadini italiani non segnalano e lasciano il compito agli specialisti? Perché, a quanto pare, compilare il modulo italiano è complicato, talmente complicato da non essere proprio alla portata di tutti. Ma c’è un altro problema. Qui non tutti i medici segnalano. E questo ce lo racconta anche Cristina Aranda di soli 21 anni. Lei si è vaccinata a giugno dello scorso anno con la prima dose Pfizer e, a parte i soliti dolori, non è stata male. La seconda dose, sempre Pfizer, però, ricevuta il mese dopo, le ha provocato una pericardite. Peccato che il medico di base non abbia né voluto segnalarla, né rendere Cristina esente dalla terza dose. «Ho dovuto vaccinarmi di nuovo, nonostante la paura, nonostante il fatto che ero stata malissimo e il mio cuore non si era ancora ripreso. A 21 anni non si può vivere una cosa del genere». Quando Cristina ci racconta il suo calvario, gli occhi le diventano subito lucidi: «Dovevo fare gli ultimi esami per laurearmi, non potevo rimandare, sono stata costretta a fare la terza dose. Il medico vaccinatore mi ha detto che bastava cambiare vaccino per non avere problemi e così mi hanno somministrato una dose di Moderna». Purtroppo però la pericardite è tornata, più forte di prima. Cristina ballava in un gruppo di danze tradizionali, ora non potrà più farlo. Mai più, nonostante abbia solo 21 anni. Perché come le ha detto il cardiologo: «La pericardite è diventata cronica, il cuore non tornerà come prima perché ormai è compromesso». E la cosa peggiore è che il medico di base si è convinto a segnalare il danno grave da vaccino solo dopo la terza dose e questo referto, che non lascia spazio a dubbi. Una storia che ha dell’as - surdo, ma che mostra in maniera evidente l’enorme differenza con gli altri Paesi e l’abisso che ci separa dalla Germania. Alla luce di tutto questo si può chiaramente capire come mai in Italia ci sono meno reazioni avverse (nonostante il numero di vaccinati superi quello della Germania), addirittura appena 18 eventi gravi ogni 100.000 dosi (dati dell’ultimo rapporto Aifa) o, più probabilmente, ne vengono segnalate molto meno, rispetto a quel caso su 5.000 dosi in terra tedesca. Eppure i vaccini sono gli stessi, le persone anche, a cambiare sono solo gli strumenti per raccogliere i dati o, forse, anche la volontà di dargli valore e di considerare le persone e le vite distrutte che ci sono dietro tutti quei nu m e r i .

mercoledì 20 luglio 2022

Covid, nuovo studio conferma: l’immunità dura nel tempo

 

Q uanto dura l’immunità contro il coronavirus? È la grande domanda che da due anni a questa parte non ha ancora una risposta definitiva, ma che è un tassello fondamentale nella lotta al virus. Perchè a fronte delle vaccinazioni già fatte e che dobbiamo rifare e all’ampio numero di infezioni che si registrano con le varianti Omicron, sapere per quanto tempo siamo al riparo dal Covid farebbe una grande differenza. Gli studi condotti finora hanno rilevato che gli anticorpi neutralizzanti tendono a diminuire nei primi mesi dopo l’infezione nell’arco di 6-10 mesi. L’altra informazione è che - nonostante la durata dell’immunità rimanga per lo più sconosciuta - le persone che si sono ammalate di Covid19 con le varianti Alpha o Delta hanno un minor rischio di reinfettarsi con la stessa variante rispetto a chi non è mai venuto a contatto con SarsCov-2. Ora però c’è il “team” Omicron che è molto più trasmissibile delle precedenti varianti, e un nuovo, sinistro cugino, BA.2.75, che si sta diffondendo in diverse parti del mondo. Di questo passo le persone che vengono a contatto con il virus stanno crescendo a dismisura, e anche se è vero che, rispetto a prima, i tassi di ospedalizzazione e mortalità rimangono relativamente bassi, un alto tasso di infezioni ci tiene nel circolo vizioso dell’evoluzione virale. A maggior ragione conoscere la durata dell’immunità indotta dall’infezione, dal vaccino o dalla cosiddetta ibrida (infezione più vaccinazione) è un risultato a cui si deve arrivare. Su questo fronte, l’ultimo studio condotto sull’intera popolazione del Qatar (da febbario 2020 a giugno 2022, il primo ad avere un follow up così lungo) e ripreso su Nature (anche se è un preprint di medRxiv non ancora sottoposto a peer review), indica che l’immunità naturale indotta dal virus fornisce un forte scudo per oltre 16 mesi contro la reinfezione da una variante pre-Omicron. E anche se la protezione diminuisce nel tempo, l’immunità innescata da una precedente infezione contrasta anche lo sviluppo di gravi sintomi di Covid-19 senza mostrare segni di declino. «L’efficacia ha raggiunto il picco del 90,5% nel 7° mese dopo la prima infezione ed è scesa a circa il 70% a 16 mesi - riporta Hiam Chemaitelly, epidemiologo alla Weill Cornell MedicineQatar, tra gli autori dello studio -L’infezione pre-Omicron, invece, è stata efficace solo per il 38% nel prevenire l’infezione da una variante di Omicron nei primi 6 mesi dopo la comparsa di quest’ultima». Estrapolando queste tendenze, gli autori prevedono che l’efficacia contro la reinfezione scenda rispettivamente a meno del 10% 32 mesi dopo la prima infezione e del 10% a 15 mesi. Ma il dato più interessante è che l’immunità naturale dopo l’infezione con qualsiasi variante di Sars-CoV-2 è altamente efficace nel combattere la malattia grave o fatale dopo la reinfezione: l’efficacia è stata di circa il 100% fino al 14° mese. Ma gli scienziati avvertono anche che i risultati dello studio non significano che le persone che sono venute a contatto con Sars-Cov-2 possano saltare la vaccinazione. In uno studio separato - condotto da molti degli stessi autori - ha rilevato che «le persone che avevano sia l’immunità naturale che l’immunità da vaccino erano sostanzialmente più protette contro il virus rispetto a coloro che avevano solo l’immunità naturale o solo l’immunità da vaccino», ha affermato Laith Abu-Raddad, infettivolo-epidemiologo alla Weill Cornell Medicine–Qatar e coautore di entrambi gli studi. Inoltre, questi due anni ci hanno mostrato che ogni “incontro” ha offerto al virus innumerevoli opportunità di mutare. E se c’è un limite alla sua capacità di riorganizzare il suo genoma per eludere di nuovo i nostri anticorpi ancora non lo sappiamo.

mercoledì 13 luglio 2022

«Immunità naturale più efficace del vaccino»

 

 Pubblicato pochi giorni fa dalla rivista medica The New England Journal of Med ic in e ( N eym), uno studio condotto sulla popolazione del Qatar afferma che l’essersi ammalati di Covid, senza aver fatto il vaccino, protegge dall’in fez io n e per il 50,2%, mentre l’immu - nità ibrida derivante da malattia precedente, cui sono seguite due dosi del vaccino di Pfizer, riduce del 51,7% il rischio di infezione. Una differenza minima, impercettibile, che fa apparire ancora più inutile la decisione del nostro ministero della Salute e di Aifa di raccomandare la quarta dose anche ai guariti dal Sars-CoV-2. La corsa, ad aggiungere un secondo richiamo nelle cellule immunitarie delle popolazioni non a rischio, non trova supporto scientifico, semmai solleva molteplici perplessità (come poi vedremo), e lo studio in oggetto mostra che non serve insistere con i già contagiati. «Qualsiasi forma di immunità precedente, indotta da precedente infezione o vaccinazione, è associata a una protezione forte e duratura contro il ricovero e la morte correlati al Covid-19», scrivono gli autori che sono affermati infettivologi, epidemiologi, patologi. Lo studio retrospettivo, condotto dal 23 dicembre 2021 al 21 febbraio 2022 sulla popolazione del Qatar colpita dalle sottovarianti Ba.1 e Ba.2 di Omicron, si è avvalso dei dati della piattaforma sanitaria nazionale. In quel periodo, 1,3 milioni di persone avevano ricevuto almeno due dosi di Pfizer, 341.438 di queste anche un richiamo. Dall’osservazione sono stati esclusi i test di positività effettuati entro 14 giorni dopo una seconda dose, o 7 giorni dopo una terza dose di vaccino, così da poter verificare l’accumulo di immunità dopo la vaccinazione. E la reinfezione è stata documentata solo nei test molecolari effettuati almeno novanta giorni prima del tampone considerato nello studio. In questa popolazione giovane e diversificata, con solo il 9% degli abitanti che ha 50 anni e più, e l’89% che proviene da oltre 150 Paesi, l’effi - cacia dell’infezione precedente e dell’assenza di vaccinazione nel proteggere contro la reinfezione sintomatica da Ba.1 è risultata del 50,2%. Nulla o del tutto trascurabile, invece, la protezione derivata da due dosi di Pfizer, senza aver avuto la malattia: oscillava da -16,4 a 5,4. Dopo l’infe - zione e la doppia dose di vaccino, l’efficacia dell’i m mu n i tà ibrida risultava del 51,7%, quindi molto simile alla protezione acquisita con l’immuni - tà naturale. Gli autori, addirittura ipotizzano che «questa protezione fosse originata dal l’infezione precedente e non dalla vaccinazione». Anche dopo tre dosi e nessuna infezione da Covid contratta nei due anni della pandemia, non si era protetti molto di più perché la percentuale si fermava al 59,6%. Lo studio, facendo riferimento a quanto pubblicato su Natu re ai primi di giugno, dove sempre in riferimento alle analisi condotte in Qatar si affermava che la «protezione vaccinale aumenta dopo la vaccinazione di richiamo, ma in seguito diminuisce», conferma che «sei o più mesi dopo la seconda dose, i vaccini a mRna hanno u n’efficacia trascurabile contro l’infezione da Omicron». Quale fondamento scientifico c’è, dunque, nel voler vaccinare con quarte dosi i guariti, quando l’immunità protegge maggiormente la popolazione non fragile? Inoltre, un secondo richiamo di un vaccino contro la variante Wuhan, ormai estinta, può al massimo incrementare per poche settimane il livello di anticorpi anti Spike, scarsamente neutralizzanti la variante Omicron ora circolante. Come aveva scritto il biologo dell’Iss Maurizio Fed e r ic o in un paper pubblicato a maggio sul Journal of Immunological Research, in tutti i casi andrebbe comunque considerato che in tutte le malattie respiratorie il migliore stimolo immunitario lo si può offrire a livello delle vie aeree con l’infezione naturale. «La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori spesso si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», scriveva. Inoltre, dal momento che lo stimolo vaccinale viene generato nel muscolo, ricordava che il sistema immunitario polmonare comunica assai poco con quello periferico, perciò anche alti livelli di anticorpi anti Spike rilevabili nel sangue hanno scarso o nullo potere neutralizzante a livello delle vie respiratorie. «E la già insufficiente immunità cellulare indotta da questi vaccini, rilevabile nel sangue, diventa irrintracciabile a livello dei polmoni dove invece sarebbe necessaria», dichiarava il biologo, auspicando nuovi vaccini, somministrati per via orale. Il ministero della Salute e l’a ge n z i a regolatoria del farmaco hanno preferito premere l’accele - ratore sulla quarta dose, inutile e forse anche dannosa. Non guardano in faccia a nessuno, ignorano perfino la protezione immunitaria dei guariti dal C ov id .


lunedì 11 luglio 2022

«Vi spiego perché muoiono i vaccinati»

 

Perché i vaccinati possono ammalarsi gravemente e morire di Covid? Una spiegazione l’ha appena fornita uno studio, uscito su S c ie n c e I m m u n o lo g y e condotto da un grande consorzio internazionale, coordinato dalla Rockfeller University di New York, cui hanno partecipato l’Asst Spedali Civili di Bescia, l’Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, il Bambino Gesù e l’Università di Roma 2. Ce lo siamo fatto spiegare bene da uno degli autori, Giuseppe Novelli, stimato genetista e responsabile della genetica medica al Policlinico Tor Ve rgata . Professore, ci illustra in termini semplici la vostra ricerc a? «Già all’inizio della pandemia eravamo rimasti colpiti dal fatto che, sebbene tutti fossero stati contagiati dallo stesso virus, il 40% degli infetti era asintomatico, il 10-12% aveva sintomi leggeri, il 5-10% finiva in ospedale e circa il 2% in terapia intensiva. Ma se il virus è il medesimo, significa che la differenza la fanno l’ospite e la sua genetica». Fin qui, una deduzione l og ica. Che cosa avete dimostrato, quindi? «Che una buona quota dei pazienti che finiscono in terapia intensiva, tra il 3 e il 10%, ha un problema genetico preesistente: non produce l’i nte r fe rone o non riesce a utilizzarlo». C o s’è l’i nte r fe ro n e? «È praticamente la nostra prima linea di difesa contro ogni virus e ogni batterio. Fa parte di quella che noi chiamiamo “immunità innata”. Alla famiglia degli interferoni, poi, si collegano le citochine, quelle che, quando intervengono in maniera troppo massiva, provocano un danno infiammator io » . La famosa tempesta c i to ch in ica , che si scatena nei malati di Covid gravi? «Esatto. È connessa al mancato o difettoso intervento dell’interferone: se la prima linea di difesa non funziona, si attivano massicciamente le seconde e le terze, scatenando così la tempesta citochinica». Il fuoco amico. «Che fa più danno, perché a far male non è il virus in sé, bensì, appunto, la reazione inf i a m m ato r i a » . Torniamo all’i nte r fe ro n e. «Potremmo quasi dire che il Covid sia un’i nte r fe ro n o pat i a , un gruppo di patologie scoperte nel 2011». Ci spiega perché il problema riguarda anche i vaccinati? «Noi facciamo affidamento su due tipi d’immunità: quella innata e quella acquisita, che a sua volta si ottiene o con il vaccino o con l’infezione. Le due immunità, però, devono  lavorare insieme; se una è squilibrata, il sistema può inceppa r s i » . Il problema dei vaccinati, dunque, non era che non producevano anticorpi nonostante l’i n iez io n e? «La risposta anticorpale era normale. Abbiamo scoperto però che, oltre a una quota di pazienti che non produce l’i nterferone, ce n’è un’altra, che arriva fino al 20%, di soggetti che producono l’i nte rfe ro n e, ma non lo utilizzano». Pe rch é ? «Perché lo distruggono con gli autoanticorpi. È un problema autoimmune. Negli individui sani, questi autoanticorpi sono molto rari: li abbiamo trovati nello 0,17% di loro. Se ne trovano di più negli over 70, anche se sani: circa il 4%». È uno dei motivi per cui gli anziani sono più esposti al Cov id? «Esatto. Negli anziani malati di Covid, infatti, li abbiamo trovati in quantità piuttosto elevate: gli autoanticorpi erano nel 20% dei deceduti per il Sars-Cov-2. Il virus, dunque, è un “tr i g ge r ”, fa da innesco per la stimolazione di questi autoanticorpi, che però esistevate c n ic i . «Più che pubblicare questa ricerca! Io dico che questo test sarebbe importante, perché alcuni colleghi americani e spagnoli hanno appena scoperto anche che chi ha quegli autoanticorpi anti interferone rischia non solo per il Covid, ma pure per la riattivazione di virus latenti, come l’herpes. È necessario individuare i soggetti più esposti, studiarli in maniera selettiva, approntare terapie specifiche: la medicina del futuro è una medicina di precisione, personalizzata». Nel paper scrivete che gli individui con questo difetto genetico possono trarre beneficio dalle vaccinazioni ricorrenti. Ma se non sono bastate né due né tre dosi, come può la quarta cambiare tutto? «La risposta immunitaria è duale, appunto: innata e acquisita. Se hai un difetto nella risposta innata, puoi compensare rafforzando quella acquisita. Perciò la quarta dose può essere utile, anche se il virus elude il vaccino e ci si infetta lo s te s s o » . E l’anergia del sistema immunitario, causata da troppe dosi ravvicinate? «Ad ora, i dati sulla quarta dose, specie da Israele, dicono che una risposta immunitaria c’è. Per il futuro dovremo capire, bisogna acquisire ulteriori d at i » . Nel saggio parlate di monoclonali e antivirali. Le cure precoci sono importanti? «Assolutamente, tant’è che la terapia precoce con i monoclonali, su alcuni bambini che avevano difetti nei geni dell’i nte rferone trattati negli Usa, ha dato ottimi risultati. I monoclonali sono farmaci d’e c c e l l e n za . Il loro unico svantaggio è che sono altamente specifici; e infatti, quelli calibrati sul virus di Wuhan non sono efficaci per il ceppo di Omicron. Ma c’è una n ov i tà » . Qua l e? «I monoclonali di terza generazione: sono anticorpi modific at i » . In che modo? «Gliela faccio semplice: di solito hanno due “attac c h i”; se io gliene metto quattro, si moltiplica la capacità di legare il virus, anche quando muta. E no già prima della pandemia». E tutto il discorso che si fa sulle comorbidità? « B e’, gli autoanticorpi li abbiamo individuati, come le dicevo, nel 20% dei soggetti morti di Covid. Persino in un paziente giovanissimo, di 12 anni. Negli altri casi, di solito, a facilitare un esito infausto della patologia sono altri problemi: diabete, obesità, malattie cardiovascolari…». È possibile scoprire chi è che ha questo difetto genetico relativo all’i nte r fe ro n e? «Certo, per gli autoanticorpi è sufficiente un banale test di laboratorio, che si esegue sul siero. Basta avere il kit e i reagenti. Per scoprire le mutazioni dei geni dell’i nte r fe ro n e, invece, bisogna leggere il Dna e ciò richiede qualche competenza in più». Non sarebbe opportuno, allora, che il ministero incoraggi uno screening sulla popolazione? Individueremmo un ulteriore fattore di rischio e, magari, una fetta di popolazione da p roteg ge re … « B e’, io faccio lo scienziato. Sono i politici che devono decid e re…». Lei può dare suggerimenti non c’è bisogno di ricostruire ogni volta l’anticorpo a partire dalla “l i b re r i a” dei monoclonali sintetici. Basta anche prendere quello tarato sul ceppo di Wuhan e poi modificarlo. Insomma, anziché partire dalla libreria, parto dal libro e cambio solo qualche pagina. Noi abbiamo già cominciato la sperimentazione sugli animali». In quanto tempo saranno p ro nti i nuovi monoclonali? «Qui casca l’asino». In che senso? «Con i fondi della ricerca noi produciamo la molecola; dopodiché la molecola deve diventare farmaco. E per quello ci vuole l’industria, ci vogliono le grandi organizzazioni strutturate che solo potentati economici, come la Pfizer, si possono p e r m ette re » . I m m a g i n i a m o. . . «Calcoli, ad esempio, che a ogni volontario umano che si sottopone a una sperimentazione va garantita l’a s s ic u ra z ione sulla vita; e Pfizer, per il primo vaccino, ha usato 30.000 vo l o nta r i …». Quanti soldi servirebbero, insomma? «La mia ricerca sui monoclonali è costata qualche milione di euro. Per produrne poche dosi necessarie alla s p e r i m e nta z io n e su 100, 150 persone - non per la fabbricazione su larga scala, dunque - serve un’i ndustria che investa altri 5-6 milioni di euro. Allora, o il privato ci mette su un capitale, oppure deve intervenire il pubblico, anche in partnership con il privato » . Visto che l’ospite è tanto importante, lei crede che la genetica abbia a che fare anche con le reinfezioni? Ci sono soggetti più predisposti a contagi multi pl i ? «È un dettaglio che si sta studiando. Teoricamente, l’i p otesi ha senso. Per le stesse ragioni, con i colleghi di New York, stiamo facendo partire un progetto mondiale per tentare di capire come mai, ad alcune persone, il vaccino provoca le miocarditi, mentre ad altre no. Può darsi ci sia una suscettibilità genetica». Pro m ette nte… «Le dico solo che alcuni colleghi del Nevada hanno scoperto che, nei soggetti che hanno reagito alla vaccinazione con la febbre, era più frequente la variazione in un gene che noi chiamiamo Hla. E un’altra cosa che ci piacerebbe comprendere è perché il 30% dei guariti poi soffre di long Covid». Sempre questione di genetic a? «È fortemente probabile».

venerdì 17 giugno 2022

Gli esperti: stop alle vaccinazioni di richiamo

Kenji Ya m am oto, chirurgo c ardiova sc ol are presso l’Oka mura Memorial Hospital di Shizuoka, in Giappone, ha scritto una lettera alla redazione di Virolo - gy Journal, una rivista peer reviewed, chiedendo che come misura di sicurezza dovrebbero essere sospese ulteriori vaccinazioni di richiamo. Il medico sottolinea come la pandemia da Covid-19 abbia portato all’uso diffuso di vaccini genetici, inclusi mRna e vaccini vettoriali virali ma, sostiene «la loro efficacia contro la proteina Spike altamente mutata dei ceppi di Omicron è limitata». Secondo le raccomandazioni dell’Agenzia europea per il farmaco (Ema), anche frequenti iniezioni di richiamo potrebbero influire negativamente sulla risposta immunitaria. Ya m a m oto ha fatto riferimento allo studio pubblicato da The Lancet a febbraio sulla perdita di efficacia dei vaccini Covid-19 e il declino dell’im - munità, che otto mesi dopo la somministrazione di due dosi era inferiore a quella in individui non vaccinati. Dopo 4-5 mesi di follow-up, l’efficacia di Pfizer era stata stimata superiore all’80% in uno studio, di circa il 50% in altri due studi, e a circa il 20% in uno studio del Q ata r. «Nel complesso, l’e fficacia del vaccino oltre i sei mesi rimane incompleta», riportava lo studio retrospettivo di coorte sulla popolazione in Svezia, vaccinata e no. Nella coorte principale, l’efficacia stimata del vaccino era superiore al 90% nel primo mese, con un progressivo declino che iniziava subito dopo, risultando infine in non rilevabile dopo sette mesi. Un calo causato da diversi fattori, le proteine Spike non decadono immediatamente dopo la somministrazione di vaccini mRna, circolano in tutto il corpo per più di quattro mesi e le cellule endoteliali vascolari sono danneggiate dalle proteine Spike nel flusso sang u i g n o. Non ultimo, il peccato antigenico originale, ovvero la memoria immunitaria residua del vaccino di tipo Wuhan, può impedire al vaccino di essere sufficientemente efficace contro i ceppi varianti. Tutti questi meccanismi possono essere coinvolti nella maggior esposizione al Covid dei vaccinati. Ya m a m oto segnala problemi con l’insorgenza di fuoco di Sant’Antonio, a volte indicato come «sindrome da immunodeficienza acquisita da vaccinazione». Dalla fine dello scorso anno, il team dell’Oka - mura Memorial Hospital ha avuto diversi casi di sospette infezioni che non è stato possibile controllare anche dopo diverse settimane di utilizzo di più antibiotici, e persino alcuni decessi. Così pure si sono verificati «molti casi» di trombocitopenia trombotica immunitaria indotta dal vaccino (Vitt), sindrome associata al vaccino a vettore adenovirale. Ad oggi, scrive sempre Yama - m oto, quando si confrontano i vantaggi e gli svantaggi dei vaccini mRna, la vaccinazione è comunemente raccomandata. Però, una volta superata la fase pandemica, diventano sempre più evidenti eventi avversi post vaccino, cui fa un rapido cenno. «È stato ipotizzato un aumento delle malattie cardiovascolari, in particolare delle sindromi coronariche acute, causate dalle proteine Spike nei vaccini genetici», elenca, «e oltre al rischio di infezioni dovute all’abba ss amento delle funzioni immunitarie, esiste il possibile rischio di danno d’organo sconosciuto causato dal vaccino che è rimasto nascosto senza manifestazioni cliniche apparenti, principalmente nel sistema circolatorio». Pertanto, scrive «sono essenziali un’attenta valutazione del rischio prima d e l l’intervento chirurgico e delle procedure mediche invasive. Sono inoltre necessari studi randomizzati controllati per confermare queste osservazioni cliniche». La conclusione di questa lettera pubblicata sul Virology Journal è che «la vaccinazione anti Covid-19 è un importante fattore di rischio per le infezioni nei pazienti critici». Kristian Andersen, che studia l’evoluzione virale presso lo Scripps Research Institute, centro di ricerca nel campo delle scienze biomediche con sede a La Jolla, in California, su S c ie n c e di maggio rifletteva che sebbene non sappiamo come saranno le future varianti «possiamo essere certi che continueranno a essere sempre più capaci di evadere il sistema immunitario», portando forse a una minore protezione non solo contro le infezioni, ma anche contro la malattia grave. «Dobbiamo concentrarci sull’a m p l ia m e nto della nostra immunità», affermava. Non lasciandoci infettare più volte l’anno ma nemmeno sottoponendoci a raffiche di richiami. Anche perché la protezione limitata che l’infe - zione da BA.1 ha fornito contro le nuove sottovarianti negli studi di laboratorio ha già sollevato dubbi sull’utilità dei nuovi vaccini specifici per Omicron. Secondo L in fa Wang , professore nel programma sulle malattie infettive emergenti presso la DukeNus Medical School di Singapore «un ampio cocktail di anticorpi monoclonali mirati a diversi ceppi potrebbe essere il modo migliore per andare ava nt i » . 


venerdì 29 aprile 2022

Studio definitivo conferma la superiorità dell’immunità naturale su quella da vaccino. Ecco perchè Pfizer….


Una recente ricerca israeliana conferma ciò che tutto sospettano da tempo, ma lo fa in modo clamoroso, sia perché vede i casi con una prospettiva storica, sia perché  il numero di casi analizzati è enorme. Lo studio è stato poi condotto in Israele, dove sicuramente non avevano dei problemi preconcetti al vaccino. Lo studio è stato ufficialmente pubblicato e lo trovate qui.

Si è trattato di studio osservazionale retrospettivo, quindi su dati sicuri,  di 124.500 persone, e ha confrontato due gruppi:

(1) individui naïve alla SARS-CoV-2 che hanno ricevuto un regime a due dosi del vaccino BioNTech/Pfizer  e

(2) individui precedentemente infetti che non sono stati vaccinati.

I risultati sono i seguenti:

LEGGI TUTTO:

https://scenarieconomici.it/studio-definitivo-conferma-la-superiorita-dellimmunita-naturale-su-quella-da-vaccino-ecco-perche-pfizer/


mercoledì 20 aprile 2022

L’Aifa: «Vaccini sicuri ed efficaci» Ma non ha i dati, la Procura indaga

Per mesi ci hanno ripetuto che i vaccini sono sicuri ed efficaci» commenta Enzo Iapich i n o legale di Idu, l’asso - ciazione Istanza diritti umani che comprende medici, operatori sanitari, sociosanitari e cittadini. «Non ci hanno però detto che la garanzia di questi due requisiti era appesa a una serie di documenti che negli uffici degli enti competenti non sono mai arrivati». Efficacia e sicurezza dei sieri sono state al centro delle dichiarazioni del ministro della Salute Roberto Speranza già dal 15 aprile 2021 quando alla Camera rilanciava la campagna vaccinale, così come del direttore generale di Aifa Nicola Magrini che il 12 settembre, dopo la pubblicazione sulle reazioni avverse, dichiarava a un noto quotidiano che si poteva comunque stare tranquilli. Rassicurazioni ripetute da più di un anno e ora messe in discussione da una denunciaquerela contro i massimi dirigenti di Aifa (Agenzia italiana del farmaco), Istituto superiore di Sanità, Comitato tecnico-scientifico e ministero della Salute depositata di recente da Idu alla Procura di Roma. Ipotesi di reati contro la salute pubblica, lesione, omissione d’atti d’ufficio, falso in atto pubblico frutto di un’in - dagine approfondita condotta da un team di quattro legali, I a pich i n o e Antonio Petrongol o per Idu, Stefano Galeani e Aldo Minghelli per l’asso - ciazione Diritti umani e salute (Dus); dall’indagine emergerebbe come quanti dovevano garantire la sicurezza dei cittadini italiani non avrebbero mai recuperato dati e documenti che la legge imponeva loro di raccogliere e valutare. «Non abbiamo inserito il ministro della Salute solo per evitare che, passando attraverso il Tribunale dei ministri, la querela facesse la fine di tutte le cause che in questi due anni sono state mosse contro S p e ra n za e l’a l l o ra premier Giuseppe Conte, parcheggiate o con richiesta di archiviazione pendente» precisa Petro n gol o. Il punto di partenza della querela è che non essendo stati sottoposti a un ciclo completo di sperimentazione, come generalmente accade per ogni nuovo prodotto, i vaccini anti Covid sono stati immessi sul mercato in «regime di autorizzazione condizionata», subordinata cioè al rispetto di una serie di requisiti che le case farmaceutiche devono garantire e sottoporre a continua verifica. Sono gli stessi foglietti illustrativi di Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson a specificarlo, così come Aifa, tramite una determina del 23 dicembre 2020 pubblicata sulla Gazzetta uffic iale n. 318. In questo documento, l’Aifa chiede alle aziende una serie di «Rapporti intermedi di sicurezza» da depositare secondo un calendario programmatico, appunto da gennaio 2021 fino a dicembre 2023, nonché un primo Psur, Rapporto periodico di aggiornamento sulla sicurezza, entro 6 mesi dall’autorizzazione in commercio. […] Per accertarsi dunque che Aifa e gli enti competenti ab - biano adempiuto ai propri doveri, lo scorso 29 novembre Idu e Dus presentano istanza di accesso documentale. Dopo circa un mese, Mag rini ri - sponde di non possedere la documentazione richiesta specificando che i «rapporti di sicurezza mensili» sono riservati perché di proprietà esclusiva delle aziende produttrici. Oltre a negare quanto scritto nero su bianco in Gazzetta ufficiale, invita a rivolgersi all’Ema e in riferimento al primo Psur, rimanda a una pagina del sito dell’Agenzia europea che non risulta più esistente. «Che l’organo di controllo istituzionale per il territorio italiano, a 14 mesi dall’i n i z io dalla campagna vaccinale, non sia in possesso delle relazioni a supporto di efficacia e sicurezza dei farmaci è grave» commenta I a pich i n o. «Inoltre è curioso che se da un lato ci dicono che i dati sono privati, dall’altro ci invitano a rivolgerci a Ema per ottenerli». L’assenza di questi dati fondamentali per comprendere eventuali controindicazioni alla somministrazione dei vaccini non ha però impedito alle principali istituzioni in materia di prendere decisioni non previste dai fogli illustrativi originari: da quella di mescolare sieri diversi, a quella di vaccinare i bambini di 5 anni, fino all’obbligo per gli over 50. «Su quali basi sono state adottate queste misure se i dati necessari a garantire la sicurezza dei vaccini non sono noti o non sono stati comunicati?» si chiede la presidente di Idu, Giusy Pac e. […] Nessun tipo di documentazione è emersa neanche dai cassetti del ministero della Salute che, dopo aver ammesso di non avere il materiale richiesto, per bocca del direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza, ha a sua volta sostenuto che la raccolta dati toccasse a Ema. Con l’Agenzia europea del farmaco il carteggio è ancora più estenuante. Questa chiede delucidazioni, tergiversa, dice di non capire l’og getto della richiesta, fino a quando il 9 febbraio fornisce finalmente una risposta: negativa. Nessuna possibilità di accesso agli atti perché non ravviserebbe un interesse pubblico prevalente rispetto a quello privato che possa giustificare la divulgazione dei documenti richiesti. Non solo. Secondo l’Agen - zia, la divulgazione dei dati «pregiudicherebbe gravemente il processo decisional e» . «Una risposta che ci preoccupa e ci porta a chiederci se ci stiano nascondendo qualcosa» osserva Pac e. […] Dubbi e interrogativi sui quali ora l’ultima parola spetterà alla Procura di Roma.


Vaccino a mRna: i concorrenti avanzano e mirano all’accessibilità

 



I due vaccini Covid-19 basati sull’Rna messaggero (mRna) sono stati i protagonisti della pandemia. Ma lo saranno ancora? Sebbene in tutto il mondo ne siano in uso 23 basati su tecnologie diverse (tra cui Sars-Cov2 inattivato e virus progettati per trasportare il gene spike), i vaccini prodotti da Pfizer/ Biontech e Moderna rappresentano circa il 30% dei 13,2 miliardi di dosi prodotte fino a oggi, secondo la società di dati sanitari Airfinity. Ma a causa dei loro prezzi elevati e per la necessità di essere conservati a temperature estremamente basse, questi due vaccini, hanno anche spaccato il mondo, per cui poche persone nei paesi a reddito medio-basso hanno potuto averne accesso. Questo scenario, ripercorso da Science, potrebbe però presto cambiare. Più di una dozzina di nuovi vaccini a mRna provenienti da dieci paesi stanno infatti avanzando negli studi clinici. Alcuni sono più facili da conservare, molti altri sarebbero più economici. Se uno o più candidati otterà il via libera, la rivoluzione dell’mRna potrebbe raggiungere molte più persone e arrivare prima che Pfizer/Biontech e Moderna (che non hanno intenzione di condividere la loro proprietà intellettuale e il know-how), costruiscano, come annunciato di recente, i propri impianti nei paesi africani. Anche l’Oms ha creato un centro di formazione per i vaccini a mRna che insegnerà agli scienziati di questi paesi come costruire e gestire gli impianti, ma potrebbero volerci anni prima che questi sforzi diano i loro frutti e i candidati già in fase di sviluppo potrebbero arrivare prima. «Le protezioni IP sono ancora una sfida - ha detto Melanie Saville, che dirige la ricerca e sviluppo sui vaccini presso la Coalition for epidemic preparedness innovations - chi può fare cosa e dove sarà una questione fondamentale». Ma i nuovi sviluppatori di mRna sembra siano riusciti a schivare alcuni degli showstopper. In pole position c’è il vaccino cinese prodotto da Walvax Biotechnology in collaborazione con Suzhou Abogen Biosciences e all’Accademia di scienze militari. I dettagli sono pochi, ma un articolo pubblicato su The Lancet Microbe di fase 1, offre informazioni interessanti. Invece di utilizzare l’mRna che codifica per l’intera proteina spike, il team di Walvax ha incluso solo la sequenza di una porzione chiave nota come dominio di legame del recettore. Nel luglio 2021, l’azienda ha avviato uno studio di fase 3 controllato con placebo su 28.000 persone in Messico, Indonesia, Nepal e Cina. Il vantaggio fondamentale è che il prodotto di Walvax può essere conservato a temperature standard e secondo quanto ha detto un funzionario dell’azienda a Reuters Walvax può produrre 400 milioni di dosi all’anno. Anche in Thailandia, un team guidato da Kiat Ruxrungtham della Chulalongkorn University ha sviluppato un vaccino mRna, prodotto dalla società franco-thailandese BioNet-Asia, che ha completato gli studi di fase 1/2. Il team ha seguito un passaggio chiave utilizzato da Pfizer/ Biontech e Moderna: sostituire l’uridina, uno dei quattro elementi base dell’Rna, con la metilpseudouridina, che aumenta la quantità di proteina spike. BioNet-Asia può farlo gratuitamente perché la società che ha concesso in licenza la tecnologia inventata dall’Università della Pennsylvania, non ha copertura brevettuale nel sud-est asiatico. Secondo Kiat, BioNet-Asia può produrre fino a 100 milioni di dosi all’anno, a un prezzo inferiore rispetto a quelli di Pfizer e Moderna. Anche la giapponese Daiichi Sankyo e la canadese Providence Therapeutics hanno vaccini simili in fase di sviluppo. Circa la metà dei nuovi candidati (tra cui uno dell’Imperial College di Londra e un altro di GlaxoSmithKline) sono “autoamplificanti”: l’Rna selfampling (saRna) produce multiple copie di sé nella cellula, come in un ossessivo copia-incolla, prima di spingerla a produrre proteine. Basta quindi una minuscola quantità di vaccino per ottenere una robusta risposta immunitaria, il che renderebbe più facile vaccinare più persone. Lo svantaggio è che hanno bisogno dell’uridina per replicarsi. Ma la vera sfida sarà dimostrare che i nuovi vaccini funzionano: il numero di persone che non hanno già un’immunità al Covid19 dalla vaccinazione o dall’infezione sta infatti diminuendo. I produttori sperano che le autorità regolatorie accettino i risultati sulla base di indicatori proxy di immunogenicità: quanto aumentano i livelli di anticorpi nelle persone che sono completamente vaccinate. E questo vale anche per chi deve aggiornare i vaccini già autorizzati alle varianti.