STUPIDA RAZZA

giovedì 30 giugno 2022

Borse europee in frenata con inflazione, Fed e dati macro

 

Di tre cose hanno paura i mercati finanziari: dell’inflazione, di una risposta troppo aggressiva delle banche centrali per combatterla e della recessione che questa risposta potrebbe causare. Ieri sono arrivate potenziali conferme a tutte e tre le preoccupazioni: inflazione in forte rialzo in Spagna e Belgio (ma in calo in Germania), indicatori preoccupanti sulla tenuta dei consumi negli Stati Uniti e dichiarazioni molto nette da parte dei banchieri centrali. Così, pur sballotatte e talvolta concentrate sul bicchiere mezzo pieno, le Borse europee hanno chiuso in calo: Milano -1,21%, Parigi -0,90%, Francoforte -1,73%. Altalenanti tra il segno più e il segno meno dopo i crolli di martedì le Borse americane, che comunque si apprestano a chiudere il peggior primo semestre dal 1970 (-19,9% fino ad ora quest’anno, contro il -21,01% di allora). La giornata è stata emblematica per capire i punti deboli e le speranze dei mercati. Ad appesantirli, sin dal mattino, era stato il drastico calo della fiducia dei consumatori americani (ai minimi dal 2013) di martedì. Ieri è poi arrivata la revisione (al ribasso a -1,6%) del Pil Usa del primo trimestre: anche questo dato, il cui calo è stato causato proprio dalla revisione al ribasso della componente consumi, ha pesato sulle Borse. In entrambi i casi il messaggio che arriva è chiaro: l’economia statunitense sta rallentando. Primo timore dei mercati: confermato. Poi sono arrivati dati sul fronte dell’inflazione. Quella spagnola ha superato le attese: era prevista a 8,7% ed è uscita a 10,2%, massimo da 37 anni. Anche in Belgio è uscita oltre le attese a 9,6%, ai massimi dal 1982. In controtendenza invece l’inflazione tedesca, uscita a 7,6% sotto le stime che la prevedevano all’8%. Questo dato ha un po’ dato sollievo alle Borse ieri, ma per poco. A ben guardare, infatti, a questo buon dato hanno contribuito fattori una tantum, come lo sconto di tre mesi sui biglietti dei trasporti pubblici e i primi tagli voluti dal Governo al prezzo della benzina. In fin dei conti, anche il secondo timore dei mercati è stato dunque confermato. Ma il piatto forte è arrivato da Sintra in Portogallo, dove erano riuniti i banchieri centrali. Le dichiarazioni più significative sono arrivate dal presidente Fed. Jerome Powell ha infatti confermato le preoccupazioni dei mercati: l’obiettivo della Fed è di far rallentare l’economia per combattere l’inflazione. Powell non parla di recessione (dice anzi che l’economia è «in buona forma»), ma il mercato la teme. E questo timore è chiaro nell’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato, scesi (nonostante l’inflazione alta) anche ieri rispetto a martedì: da 1,63% a 1,52% in Germania, da 3,66% a 3,51% in Italia, da 3,21% a 3,09% in serata negli Usa. Questo significa che i mercati sono convinti che la Fed, alzando i tassi con forza ora, causerà un brusco rallentamento dell’economia e dunque sarà costretta a tagliare i tassi in futuro. Ecco perché le Borse americane, tra le notizie negative, hanno galleggiato durante la giornata anche in terreno positivo. Dopo la “nottata” dei tassi, insomma, guardano già all’alba.

Powell: la priorità? Lotta al caro vita frenando l’economia

 



I tre banchieri centrali più potenti del mondo occidentale, i numeri uno della Bce, della Federal Reserve e della Banca d’Inghilterra, sono pronti a intervenire con tutti i rialzi dei tassi necessari «per fare il nostro lavoro», garantire la stabilità dei prezzi e dunque riportare l’inflazione il più rapidamente possibile al livello del target del 2%. E nell’alzare i tassi, Bce, Fed e BoE guarderanno all’economia reale, perché il rallentamento della crescita dovuto dall’inasprimento monetario non si trasformi in una recessione. Il contesto è molto complesso e molto incerto, l’economia è colpita da una serie di shocks nella domanda e nell’offerta e sul fronte dell’energia provocati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina. Per i tre banchieri centrali, però, quel che è certo è che dopo oltre un decennio di lotta contro un’inflazione troppo bassa, ora la situazione è totalmente nuova perché l’inflazione è adesso troppo alta. E le banche centrali non intendono correre il rischio che questa alta inflazione entri nelle aspettative disancorandole dal target del 2%. È questa la determinazione di Christine Lagarde, Jerome Powell e Andrew Bailey emersa ieri al Forum di Sintra, nella discussione del panel conclusivo dedicato alla politica monetaria e al quale ha partecipato Agustín Carstens, general manager della Banca dei regolamenti internazionali. I tre banchieri centrali si sono detti pronti a contrastare l’inflazione troppo alta, ed evitare che un periodo di bassa inflazione persistente sia seguito da un periodo di alta inflazione altrettanto persistente e lontana dalla stabilità dei prezzi. Per Lagarde, l’intervento della Bce resta inquadrato nel percorso della normalizzazione della politica monetaria, con rialzi dei tassi basati sui dati e sulle prospettive di medio termine, e una tabella di marcia dettata dalla gradualità per via «dell’incertezza molto alta» (un iniziale cauto rialzo dello 0,25% il 21 luglio e poi un altro rialzo in settembre) ma anche dall’opzionalità ovvero dalla possibilità di alzare i tassi in maniera meno graduale nel momento in cui l’incertezza dovesse venir meno. Per Powell, i rialzi dei tassi mirano a un chiaro obiettivo: far rallentare l’economia (che è in ottima forma e che fino a un anno fa viaggiava a +5,5%) per riportarla su un percorso sostenibile, e far scendere così l’inflazione verso il target «idealmente con un rallentamento della crescita che resti in terreno positivo». «Sappiamo che la crescita potrà essere più lenta, è una cosa che dobbiamo mettere in conto, perché il nostro obiettivo è ritrovare la stabilità dei prezzi e fare calare l’inflazione, nella speranza che la crescita economica non diventi negativa», ha detto Powell al Forum. «Il focus della Fed deve essere la volontà di riportare l’inflazione sotto controllo», anche se «c’è il rischio che la Fed possa inasprire troppo la politica monetaria»: i mercati intanto hanno fatto salire molto i rendimenti su tutta la curva, e così hanno fatto il lavoro che spetta alla banca centrale perché le condizioni di finanziamento si sono già inasprite. I mercati comprendono bene cosa sta facendo la Federal  Reserve, per Powell. Il governatore della Banca d’Inghilterra Bailey non ha voluto confermare se il prossimo rialzo dei tassi a luglio sarà dello 0,50%, perché l’incertezza impone cautela anche a Londra. Resta un’opzione sul tavolo, ma non è l’unica opzione e per questo lo 0,50% non è una scelta obbligata. «Non credo che torneremo ad una situazione di bassa inflazione. Ci sono forze scatenate dalla pandemia e dalla situazione geopolitica che cambiano lo scenario», ha detto Lagarde al Forum. Ma alla domanda sul nuovo scudo anti-spread, la presidente si è limitata a ripetere le caratteristiche note e annunciate finora: efficace, proprozionato e con le salvaguardie adeguate nell’ambito della solidità dei bilanci pubblici degli Stati membri dell’euro. Il consiglio direttivo della Banca centrale europea «discuterà del nuovo strumento anti-frammentazione durante la prossima riunione del 21 luglio», ha affermato Lagarde, ribadendo che «per fare in modo che la politica monetaria sia efficace, occorre che sia trasmessa in modo ordinato nei Paesi dell’Eurozona», evitando una «frammentazione indesiderata».

I produttori: attenzione alle dipendenze

 


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La direzione è tracciata ma le incognite industriali restano tutte sul tavolo. A puntare il dito sugli aspetti più critici di una transizione che promette di trasformare in poco più di dieci anni l’industria dell’auto è Oliver Zipse, nella doppia veste di ceo di Bmw e presidente di Acea, l’Associazione dei produttori europei di automobili da cui recentemente è uscita Stellantis. «L’industria automobilistica contribuirà pienamente all’obiettivo di un’Europa a emissioni zero nel 2050 – evidenzia – ma la decisione del Consiglio solleva questioni significative a cui non è stata ancora data risposta, ad esempio come l’Europa garantirà un accesso strategico al materie prime chiave per la mobilità elettrica». Passare dalla dipendenza dal petrolio a quella dalle terre rare effettivamente non sembra un buon affare. Quanto alle future tecnologie, Zipse prova a fare una scommessa : «Anche l’idrogeno e altri combustibili CO2 neutrali possono svolgere un ruolo importante nella decarbonizzazione del trasporto su strada». Il testo parla di plug-in hybrid technologies e, in nome di una transizione economicamente e socialmente sostenibile, prevede al 2026 una fase di revisione dei target. Nel frattempo i produttori dovranno decidere quanto investire sui combustibili sintetici e come rivedere il perimetro del Diesel Euro7, tecnologia di propulsione che potrebbe restare confinata al trasporto commerciale. Restano intatte le preoccupazioni degli industriali: vista da Torino, la transizione resta un rischio per 70mila addetti in Italia, «ottomila solo in Piemonte» sottolinea il presidente degli industriali Giorgio Marsiaj. «Insieme alle associazioni di categoria e alle migliaia di imprese del comparto, auspichiamo che i futuri negoziati adottino correttivi per salvaguardare l'occupazione e il futuro di questo settore». Sul fronte sindacale, la Fiom con Simone Marinelli sottolinea «il Governo non ha più alibi, deve avviare il confronto tra ministri competenti e parti sociali per arrivare ad un accordo di politica industriale». Per Ferdinando Uliano della Fim «è urgente mettere a disposizione le linee di finanziamento stanziate di circa 8 miliardi per sostenere le nuove produzioni della componentistica necessaria al motore elettrico».

Grano, i tagli di fertilizzanti e la siccità abbattono la produttività fino al 25%

 

La siccità oggi è senza dubbio la prima delle iatture per l’agricoltura italiana. Ma anche l’ombra della guerra fra Russia e Ucraina continua ad allungarsi sui campi. Prendiamo il grano per esempio, la trebbiatura comincia proprio in questi giorni. Secondo le principali associazioni degli agricoltori, la mancanza di acqua porterà a una riduzione della resa tra il 15 e il 25% a seconda delle zone del Paese. Ma chi oltre all’acqua ha rinunciato ai fertilizzanti perchè erano troppo cari o introvabili, visto che la Russia non ne sta fornendo più, allora dovrà dire addio addirittura alla metà del raccolto. Quando si parla di grano tenero, non tutti sanno che in Italia è la provincia di Alessandria a detenere il record di produzione nazionale: «Oggi come oggi - racconta Paolo Viarenghi, direttore della Cia-Agricoltori italiani provinciale - è chiaro che la siccità è un dramma ben peggiore della mancanza di concimi azotati e nella nostra provincia causerà un calo delle rese generalizzato del 15- 20%. Ma chi, per una serie di valutazioni economiche, a primavera aveva scelto di usare meno fertilizzanti, ora si ritrova con rese inferiori addirittura del 50%». Nella sua zona, di coltivatori che oggi si mangiano le mani Viarenghi ne conosce parecchi: «Almeno il 15% di chi ha seminato grano, da queste parti, quest’anno aveva diminuito i fertilizzanti nei campi». Difficile però fargliene una colpa. Perchè a primavera, di concimi azotati, se ne trovavano pochi: «Non siamo riusciti a procurarceli nemmeno attraverso la nostra cooperativa di riferimento - racconta - e dire che alcuni di noi erano disposti anche a pagarli qualsiasi cifra». Già, il prezzo. Una variabile non da poco. È quella, dicono gli agricoltori, che ha fatto la differenza. «I fertilizzanti - ricorda il direttore della Cia di Alessandria - incidono per il 30% sui costi di produzione di alcune colture. L’anno scorso i concimi azotati costavano tra i 30 e i 36 euro al quintale, quest’anno a primavera erano saliti a 100 euro». I dati di Cai, i Consorzi agrari d’Italia, confermano esattamente le percezioni dei coltivatori piemontesi: a marzo 2022 mancava il 40% del fabbisogno di fertilizzanti azotati per le campagne di semina primaverili e i prezzi dell’urea, la materia prima usata per produrli, erano di mille euro alla tonnellata, contro i 350 euro del 2021. Il fatto è che Russia e Bielorussia insieme sono i principali esportatori di urea - la quale a sua volta deriva dal metano - e come rappresaglia contro le sanzioni occidentali hanno deciso di fornirla col contagocce. La speculazione poi ha fatto il resto, soffiando sul fuoco dei rincari. Il risultato è che ora gli agricoltori rischiano di non venir remunerati: «Oggi le quotazioni del grano tenero si aggirano intorno ai 40 euro al quintale - calcola Viarenghi - a questi prezzi ci stiamo dentro, ma se si dovesse scendere sotto i 32 euro al quintale siamo morti. Temiamo soprattutto la speculazione: due settimane fa il prezzo del mais è sceso da 40 a 36 euro al quintale solo per la notizia che erano state sbloccate due navi in Ucraina. Nemmeno si sapeva cosa trasportavano, quelle navi». I produttori di fertilizzanti però non sono d’accordo, secondo loro il prodotto sugli scaffali non è mai mancato: «I dati ufficiali dell’Istat li avremo fra molto tempo - sostiene il presidente di Assofertilizzanti, Giovanni Toffoli - e le nostre statistiche interne saranno pronte solo a fine luglio. Ma la sensazione, come operatore di mercato, è che non sia mancato niente. Anzi, nei magazzini portuali c’è ancora merce invenduta». Sull’aumento dei prezzi, invece, i produttori concordano: «Le quotazioni - dice Toffoli - avevano già cominciato a salire lo scorso ottobre, quindi prima della guerra, in concomitanza con l’aumento dei costi dell’energia. A grandi linee, direi che il prezzo dell’urea è aumentato tra le due e le due volte e mezzo in un anno. Ora però, a livello internazionale, le sue quotazioni sono addirittura in calo». Il mercato italiano dei fertilizzanti vale circa un miliardo di euro. Ogni anno nei campi italiani vengono rilasciate circa 2,7 milioni di tonnellate di concimi. Di questi, la metà sono a base azotata, poi ci sono i fertilizzanti chimici a base di fosforo e quelli a base di potassio. E poi c’è la categoria dei concimi organici: reflui zootecnici, sottoprodotti della macellazione animale, digestati, fanghi da depurazione e tutti gli altri scarti agricoli. Sul totale dei fertilizzanti, quelli minerali rappresentano l’80%, quelli organici il 20%. La grande domanda sul tavolo dunque è: si può far rotta sui secondi, visto che i primi scarseggiano e costano cari? Per il presidente Toffoli, grandi alternative al momento non ci sono: «L’industria europea dei fertilizzanti sta investendo molto soprattutto nei biostimolanti, che aumentano la capacità delle radici delle piante di assorbire le sostanze come l’azoto». Insomma di concimi azotati se ne potrà anche dare meno, ma bisognerà pur sempre darli. Invece per Pietro Nicolai, responsabile ambiente della Cia-agricoltori, i fertilizzanti organici hanno davanti a sè un futuro interessante: «Non possono sostituire quelli chimici in tutto e per tutto, ma il loro uso deve essere incrementato. Un fertilizzante organico interessante è il digestato che deriva dalla produzione di biogas e biometano. È un sottoprodotto, quindi non ha costi particolari, e il Pnnr ha stanziato 1,9 miliardi di euro per favorire la realizzazione di impianti di biogas e biometano». Il principale problema oggi, dei concimi organici, è che non possono essere trasportati facilmente e quindi possono essere utilizzato solo a poca distanza da dove vengono prodotti: «Il prossimo passo -dice Nicolai - è lavorare per stabilizzarli ed essiccarli». 

La grande siccità frena la navigazione fluviale

 

«La perdurante siccità che investe l’intero bacino idrografico del fiume Po sta provocando condizioni molto critiche per la navigazione fluviale». Così recita il bollettino diffuso alcuni giorni fa da AiPo (l’Agenzia interregionale per il fiume Po) che sconsiglia la navigazione a motore lungo il grande fiume, perché «i livelli sono così bassi da far registrare fondali minori di 50 centimetri anche in punti situati all’interno del canale navigabile, non più sufficienti a garantire i normali livelli di sicurezza per la navigazione». E la situazione in queste ore non sta migliorando. «La navigazione sul Po pesa uno zero virgola sui traffici merci nazionali, ma è uno zero virgola che tra Cremona e Mantova ha una specificità da non sottovalutare, perché si trasportano carichi eccezionali dell’industria manifatturiera che altrimenti si riverserebbero sulle strade, e l’alternativa su acqua permette di alleggerire molto la logistica sulla rete autostradale e anche i costi di trasporto da Milano verso Venezia», spiega Alessio Picarelli, direttore area Navigazione, Idrovie e Porti di Aipo. «Oggi la situazione è drammatica nel tratto mediano del Po – precisa -. Si salva la tratta da Mantova al mare perché l’idrovia Fissero-Tartaro-Canal Bianco, che corre parallela al fiume, grazie al sistema di cinque conche e dighe, garantisce livelli d’acqua costanti, anche in queste giornate critiche di emergenza siccità». Sui tre fiumi rettificati dell’idrovia Po di Levante riesce a sopravvivere anche un po’ di traffico stagionale turistico, con le crociere che portano i cicloturisti da Mantova a Venezia. Così come c'è acqua a monte della diga di Isola Serafini, nel Piacentino, una quindicina di chilometri navigabili, utilizzati però solo a fini turistico-culturali. «Mentre sul Delta del Po sono le maree ad alzare i livelli d’acqua rendendolo potenzialmente navigabile, ma non è da rallegrarsi perché è acqua salata, in gergo chiamato cuneo salino, arrivato a risalire lungo il corso fluviale fino a 25 chilometri dal mare, pericolosissimo per l’agricoltura», sottolinea Picarelli.



L’Italia rischia di perdere 500 concessionari

 

N o, non durerà. Se si prova a sottoporre i dati di Italia Bilanci su occupazione e costo del lavoro nelle concessionarie ad Adolfo De Stefani Cosentino, presidente di Federauto (l’associazione della categoria), si ricava la sensazione che appartengano a una fase ormai finita: d’ora in avanti, potrebbero arrivare solo tagli. «Vuole una mia previsione? Oggi noi concessionari siamo 1.260, tra due anni rischiamo di essere meno di 800. E non è che i dipendenti che rischiamo di essere lasciati a casa da chi è destinato a chiudere abbiano tante possibilità di essere riassorbiti da chi resta». Perché? Non potrebbe esserci una concentrazione del mercato nelle mani di pochi operatori, organizzati spesso come gruppi aziendali sempre più grandi? In fondo, nel settore c’è stata una crescita dimensionale notevole, tanto che chi prima era considerato grande e ha mantenuto invariato il fatturato ora viene considerato solo un operatore medio... Sì, oggi per essere considerati grandi bisogna avere almeno 200 milioni di fatturato, cosa impensabile prima. Ma il fatturato non dice tutto, specie nel settore auto: vendiamo beni costosi (sono la prima voce di spesa di una famiglia, dopo la casa) e quindi fatturiamo tanto, ma i nostri margini sono bassi. Tanto che, se rifacciamo i conti del costo del lavoro in percentuale sui margini di vendita delle auto anziché sul fatturato, otteniamo un 60-70% invece del 4-6%. Guadagnamo ben più dalle attività di officina. Non vi basta? No, i grossi numeri restano quelli legati alle vendite. E qui, come prevedono molti, l’Italia si avvia a diventare un mercato da 1,5 milioni di nuove immatricolazioni all’anno, mentre la nostra attuale forza lavoro è dimensionata su circa due milioni di auto vendute e i dati di occupazione elaborati da Italia Bilanci riflettono questi. Né possiamo sperare che le vendite risalgano: tra il prezzo fisso che le case vogliono imporre, l’inflazione e gli obblighi di elettrificazione, nuove dotazioni di sicurezza e sistemi antinquinamento sempre più sofisticati, i prezzi saranno sempre meno abbordabili, mentre il successo anche degli ultimi incentivi per auto a benzina e diesel dimostra che il pubblico risponde solo se può spendere “poco”. Non solo: dal 2019 le case ci hanno chiesto un impegno ancora maggiore sul personale, sia sull’assistenza post vendita (in certi casi si è passati da un addetto ogni tre vetture presenti in officina a circa 1,5) sia nello showroom (a volte con uno specialista da impiegare per rispondere a tutte le possibili domande sul prodotto, che è sempre più complesso). Non è strano, visto che molte case abbandoneranno gli attuali contratti di concessione per passare quelli da commissionari o agenti, che presuppongono una struttura più leggera? Lo è. Tanto più che, da quanto le case dicono, dovremmo eliminare anche buona parte dei nostri addetti amministrativi, visto che non dovremmo più essere impegnati nella fatturazione al cliente finale, che diventerebbe compito del costruttore. e in altre attività connesse nel nostro attuale ruolo di concessionari, venditori autonomi. Forse la spiegazione della stranezza sta in alcune clausole dei nuovi contratti, che di fatto sembrano lasciare a noi compiti che non ci spettano più. Prima o poi interverrà l’Antitrust, ma a qual punto temo che sarà già troppo tardi: molti di noi avranno già dovuto chiudere. 

Cina, corsa agli sportelli a caccia di liquidità Lunghe file nelle banche

 

Tra le 23 misure adottate dalla Banca centrale cinese a fine aprile scorso a sostegno dell'economia cinese c'è la ripresa della lotta all'hot money. L'incubo della fuga massiccia di denaro all'estero inizia a profilarsi in Cina davanti alle quotazioni in discesa dello yuan, all'inflazione e all'effetto dell'aumento dei tassi decisi dalla Fed. Uno dei fattori storici di debolezza del sistema cinese torna così a manifestarsi in maniera capillare e anche prevedibile, ricordiamo che in Cina è possibile mettere in salvo ogni anno all'estero yuan per un importo corrispondente appena a 50mila dollari a persona. Tenere in banca i soldi non è remunerativo. A ciò bisogna aggiungere l'interruzione della catena dei pagamenti, il barometro di Atradius società che assicura i crediti all'export sui primi due trimestri del 2022 rivela che un terzo delle aziende presenti in Cina è preoccupata per i ritardi nelle transazioni finanziarie che portano inevitabilmente sull'orlo della crisi di liquidità. Questi fattori spiegherebbero episodi diffusi sul territorio cinese con lunghe code per ritirare risorse dai depositi ovviamente tenuti a bada dal sistema. Da Shanghai all'Henan all'immensa area di Shenzhen, finita la quarantena più stretta, un mare di clienti si sono riversati in banca in cerca di liquidità. Il sistema bancario d'altronde ha iniziato a mettere paletti contro le richieste, sia nel numero dei clienti giornalieri sia negli importi da prelevare, in dollari non si arriva al massimo di 150 dollari. Di denaro a disposizione del sistema delle aziende ce ne sarebbe dopo le manovre della stessa Banca centrale sulle riserve obbligatorie e anche i risparmi sulle tasse che hanno reso la Cina un immenso paradiso fiscale. Il punto è che tutto lo scenario cinese è stato stravolto dalla pandemia che ha comportato un fermo di oltre due mesi nel sistema produttivo. A livello locale, i flussi finanziari non rispondono alle esigenze delle imprese ma anche delle famiglie, per le quali la crisi immobiliare è stata un colpo durissimo. La preoccupazione principale delle imprese cinesi è ora quella di proteggersi a qualsiasi costo dal continuo impatto della pandemia in un contesto economico e commerciale generalmente difficile. Si prevede che queste disfunzioni provocheranno purtroppo un ulteriore deterioramento della situazione. D'altro canto Pechino punta molto sul fronte esterno, mai come in questo momento sta spingendo il pedale sull'internazionalizzazione del renminbi che ha già ottenuto una promozione ed è ormai la  terza moneta del paniere dei diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale alle spalle di dollaro ed euro. In questa direzione va la proposta lanciata a sorpresa del presidente Xi Jinping al summit dei Paesi Brics la scorsa settimana e cioè di creare un paniere con tutte le monete dei Brics, alternativo a quello dell'Fmi. Per far questo è necessario pilotare l'apertura ulteriore ai mercato di una divisa, lo yuan, che resta non convertibile. La Banca centrale nel giro di pochi giorni ha però fatto due cose importanti, ha allungato i tempi di negoziazione dello yuan offshore e ha siglato una serie di accordi con Bank of international settlement. Ovviamente Pechino si associa a Paesi con i quali ha un rapporto collaudato in termini commerciali. Banca centrale e Bis hanno siglato lunedì il Reniminbi Agreement (RMBLA) con le banche centrali di Singapore, Indonesia, Malesia, Hong Kong e Cile per creare un pool di risorse che faranno da cuscinetto alla volatilità finanziaria. Il renminbi la fa da padrone,ognuno partecipa con 15 miliardi di yuan di dote. Non solo. La Banca centrale cinese ha allungato l'orario delle negoziazioni dello yuan offshore da 14 ore di apertura a 18 ore, alle 3 del giorno dopo invece delle 11.30 ora di Pechino. New York, causa fuso orario, potrà approfittarne per aiutare Pechino a rilanciare un mercato che durante la pandemìa ha sofferto molto.

La guerra ha risvegliato lo spettro della stagflazione e della sfiducia nel futuro

 



L a fiducia degli imprenditori nel secondo trimestre precipita in area negativa e torna ai livelli del secondo lockdown Covid. Nei primi sei anni di rilevazione dell’Ambrosetti Club Economic Indicator, l’Indicatore sviluppato da The European House – Ambrosetti per misurare la confidenza attuale e prospettica degli imprenditori sullo stato dell’economia nel Paese, non avevamo praticamente mai assistito a valori negativi. Poi, da inizio 2020, prima la pandemia e poi la guerra in Ucraina hanno acuito l’incertezza, portato alla ribalta problemi e criticità che avevamo quasi dimenticato (quando è stata l’ultima volta che ci siamo seriamente preoccupati per l’inflazione?) e, conseguentemente, spinto al ribasso le previsioni. A giugno 2022 l’Indicatore che rileva la fiducia nella situazione attuale del business è tornato in territorio negativo, assumendo un valore pari a -21,1 (su una scala -100/100, dove -100 è il valore che indica il massimo pessimismo e 100 il massimo ottimismo). Si tratta del terzo peggior risultato di sempre. Un pessimo segnale, ma ampiamente atteso. Le avvisaglie si erano viste nel primo trimestre (riduzione di quasi 30 punti rispetto al quarto trimestre 2021), e il trend non poteva che continuare. Le condizioni sfavorevoli esplose con l’invasione russa in Ucraina, e che per alcuni mesi abbiamo potuto illuderci essere temporanee, si sono dimostrate non esserlo per niente. Non stiamo vivendo una temporanea ondata inflattiva e non ci stiamo avvicinando a una rapida conclusione della crisi ucraina. Ogni esperto di geopolitica e dei relativi impatti socio-economici coinvolto nei programmi di analisi scenariale concorda nel ritenere che la guerra sarà lunga e le ripercussioni su sicurezza alimentare, energetica, inflazione e flussi migratori saranno profonde e durature. Il combinato di altissima inflazione energetica (il livello dei prezzi a maggio è 1,7 volte il livello di un anno prima), alta inflazione diffusa (+7,3% a maggio) e grande incertezza hanno spinto al ribasso le prospettive di crescita per il 2022. Secondo il Documento di economia e finanza del Mef la crescita 2022 sarà pari al 3,1%, secondo la stima di giugno dell’Ocse sarà del 2,5% e anche secondo The European House – Ambrosetti la crescita sarà tra 2,3% e 2,8 per cento. Questo incrocio pericoloso con un’inflazione un multiplo più alta del tasso di crescita del Pil sta costringendo tutti a riesumare un termine, stagflazione, che avevamo archiviato negli anni 70. La stagflazione è la situazione in cui si hanno alta inflazione e bassa (o scarsa) crescita, ed è una condizione complessa da affrontare perché i tipici strumenti di politica monetaria ed economica possono rispondere a solo uno dei due problemi, potenzialmente inasprendo l’altro. Ad esempio, la Fed ha già alzato i tassi di 0,75 e ha annunciato altri rialzi, mentre la Bce ha annunciato la fine degli acquisti di titoli e l’inizio del percorso di rialzo dei tassi già a luglio e poi a settembre, una mossa naturale nella lotta all’inflazione.Il contraltare è che l’aumento dei tassi è un elemento che disincentiva gli investimenti, e quindi la crescita. Questo si nota anche dall’indicatore che misura le prospettive degli investimenti a sei mesi. Dopo un anno di valori molto elevati e grande fiducia (anche grazie al Pnrr) si scende in territorio negativo. La disamina si completa analizzando l’indicatore che misura le prospettive dell’occupazione a sei mesi, che assumendo valori pari a -22,8 certifica la sfiducia anche in questo contesto. L’analisi del quadro occupazionale porta a un’ultima riflessione. Il 60% del Pil è costituito dai consumi delle famiglie che dipendono, a loro volta, dai salari. I dati Ocse evidenziano come, nell’ultimo trentennio, i salari reali in Italia si siano ridotti del 2,9%, mentre nel resto dei Paesi occidentali sono cresciuti, talvolta a doppia cifra. Aggiungo che la soglia di povertà calcolata dall’Istat – per le famiglie monocomponente – varia tra 613 e 812 euro, a seconda della collocazione geografica. L’importo medio del Reddito di cittadinanza ammonta a 563 euro. Non intendo addentrarmi in discussioni sulla validità o meno dello strumento, sulla necessità di eventuali correttivi o altro: mi limito a osservare che questo ammontare non permette di uscire dalla soglia di povertà. Sostenere che questo strumento sia concorrenziale ai salari equivale a dire che tali salari condannano alla povertà: se i nostri livelli salariali sono così bassi, non c’è speranza di poter innescare una crescita dei consumi e, quindi, del Pil dell’intero Paese. Siamo appena saliti su un ottovolante pericoloso: allacciamo le cinture di sicurezza.

G7, la nuova stretta sulla Russia parte dal petrolio

 

Indebolito politicamente ed economicamente, il Gruppo dei Sette ha tentato in un vertice di tre giorni nelle Alpi bavaresi di riprendere la mano sullo scacchiere internazionale in un confronto mondiale sempre più acceso. I Paesi più industrializzati del mondo occidentale hanno annunciato nuove sanzioni contro Mosca nella sua guerra in Ucraina, nuovi (ma annacquati) impegni sul fronte climatico, e nuovi investimenti nelle infrastrutture dei Paesi emergenti. In un comunicato finale di quasi 30 pagine, i capi di Stato e di governo del G7 hanno definito «critico» il momento storico e si sono dati come obiettivo di lavorare per «un mondo equo». (🤣🤣🤣) Piatto forte dell’incontro è stato evidentemente il confronto con la Russia, mentre continuano i drammatici combattimenti in Ucraina (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Nei fatti, il Gruppo dei Sette ha promesso nuove misure sanzionatorie, anche nel delicatissimo campo dell’energia. Il G7 studierà l’ipotesi di un tetto al prezzo del petrolio russo, così come proposto dagli Stati Uniti. Quanto a un tetto al prezzo del gas, cavallo di battaglia italiano, nel comunicato vi si fa un accenno minimo. Il G7 si limita ad accogliere «con favore la decisione dell’Unione europea di esplorare con i partner internazionali le modalità per contenere l’aumento dei prezzi dell’energia, compresa la possibilità di introdurre, ove opportuno, dei tetti temporanei ai prezzi delle importazioni». Interpellato a margine del vertice, un funzionario europeo ha ammesso che il comunicato finale è più preciso per quanto riguarda il petrolio, più vago per quanto riguarda il gas. D’altro canto, il G7 pensa di poter stabilire un tetto al prezzo del petrolio russo, imponendolo agli assicuratori e ai trasportatori di greggio che sono sotto la sua giurisdizione. Il petrolio è tendenzialmente trasportato via  mare. Lo stesso meccanismo è più difficile da imporre al gas, poiché questo viaggia via gasdotto. «Abbiamo parecchio lavoro dinanzi a noi prima di poter rispondere a domande dettagliate», ha ammesso il cancelliere Olaf Scholz. Alla domanda se gli Stati Uniti fossero pronti a tetti al prezzo del gas, un funzionario americano ha risposto laconico: «La discussione ha riguardato il greggio». I più malevoli sospetteranno che l’America teme che un tetto al gas possa penalizzare anche quello liquefatto di cui è grande produttore. Insomma, per ora, il tema rimane principalmente comunitario. La Commissione europea ha promesso proposte per la fine dell’estate. La dichiarazione pubblicata ieri pomeriggio spazia dall’economia al lavoro, dalla finanza alla salute. Sul fronte ambientale, e complice forse lo stesso conflitto in Ucraina che ha indotto la riapertura di centrali al carbone, il G7 sembra fare passi indietro, ammettendo che «investimenti pubblici nel settore del gas possono essere appropriati in via temporanea». In questo senso, l’idea di un “Club del Clima”, ossia di «un nuovo forum intergovernativo di grande ambizione», deve servire soprattutto ad evitare l’emergere di vantaggi competitivi tra i Paesi. Tornando all’Ucraina, in cima alle preoccupazioni c’è la crescente insicurezza alimentare, e la difficoltà di esportare dal Paese grano e altri cereali. Il Gruppo dei Sette - che raggruppa per memoria gli Stati Uniti, il Giappone, il Canada, il Regno Unito, la Francia, la Germania e l’Italia – ha quindi deciso di creare un nuovo forum, con l’appoggio delle Nazioni Unite, la Global Alliance for Food Security. Più in generale, a rischio è la posizione dell’Occidente nel mondo. In trent’anni il peso del G7 nel Pil mondiale è sceso dal 66 al 46%, quello nel commercio è calato dal 52 al 30%, secondo l’Ispi di Milano. Per contrastare la perdita di influenza, il consesso ha lanciato nei Paesi emergenti un programma di infrastrutture da 600 miliardi di dollari. Soprattutto ha invitato al summit alcuni Paesi (swing states, li ha definiti non senza ironia un funzionario europeo) quali l’India, il Senegal, l’Indonesia o l’Argentina, che l’Occidente può ancora sperare di avere dalla sua.

Indotto del motore in transizione con 70mila dipendenti a rischio

 

L’automotive Made in Italy guarda all’Europa per definire “l’ultimo miglio” della transizione che è già una realtà, tanto industriale quanto di mercato. Il cambio di passo deciso verso la mobilità elettrica è già in atto come dimostra, ad esempio, la marcia a tappe forzate che porterà alla riconversione della fabbrica di motori Stellantis a Termoli entro gennaio 2026 e come evidenzia il lavoro del tavolo automotive avviato dal Governo – cinque i ministeri coinvolti – per arrivare a definire gli strumenti necessari a governare una riconversione che potrebbe costare all’Italia fino a 70mila posti di lavoro. Tra gli industriali dell’auto, però, c’è molta preoccupazione per il progressivo abbandono dei motori endotermici, a benzina e diesel, entro il 2035 a favore dei sistemi di trazione elettrici. Da mesi, attraverso l'Anfia, l'Associazione delle imprese della filiera automotive, i produttori chiedono che venga rispettato il principio della neutralità tecnologica e venga garantita la “sopravvivenza industriale” dei motori endotermici grazie allo sviluppo di combustibili «carbon neutral», di nuova generazione e a basse emissioni, destinati tanto alle automobili quanto ai veicoli commerciali leggeri. Un passaggio necessario secondo l’industria dei componenti auto per affrontare in maniera più equilibrata la transizione e dare il tempo anche alle imprese più piccole di riconvertirsi e di “agganciare” le filiere legate al Powertrain elettrico, comunque molto più semplici dal punto di vista dei componenti e delle lavorazioni, rispetto ai motori tradizionali. L'Italia poi, come la Gran Bretagna, ha un problema in più, quello di proteggere le produzioni “di nicchia” come Ferrari e Lamborghini attraverso un possibile meccanismo in deroga che tuteli una filiera ad alto valore aggiunto, che pesa per lo 0,2% sulle immatricolazioni in tutta Europa.L'Italia è il primo fornitore estero di componentistica per la Germania e ha una grande tradizione nel comparto dei motori. Produce di fatto più motori che autovetture che in parte sono destinati all’export, con un contributo importante ad una bilancia commerciale positiva per quasi sei miliardi l’anno scorso contro invece un saldo negativo per gli autoveicoli compreso tra i 7 gli 8 miliardi. L’anno scorso la produzione di motori si è attesta intorno alle 630mila unità, come nel 2020, un terzo in meno però rispetto al 2019. Secondo le stime dell'Anfia sono 450 le aziende italiane che operano nella componentistica per i motori endotermici. La produzione di autoveicoli in Italia è in calo da almeno 10 mesi, per effetto di crisi dei semiconduttori e incertezze sui mercati internazionali, mentre la componentistica tiene meglio e cresce da inizio anno. L’ntroduzione degli incentivi destinati ai modelli “alla spina” – full electric e plug in – e alle auto tradizionali ma a basse emissioni – tipologia quest’ultima già esaurita – stanno dando un po’ di fiato ad un mercato asfittico che fa fatica a recuperare i volumi pre-pandemia e che è costretto inoltre a fare i conti con i tempi lunghi di consegna delle vetture a causa delle forniture a singhiozzo di semiconduttori e di componenti elettroniche. L’effetto “attesa” degli incentivi, diventati operativi da maggio scorso, poi, ha rallentato il trend di crescita delle immatricolazioni di vetture full electric e plug in: le auto “ricaricabili” si sono ridotte da inizio anno a quota 8,8% mentre in generale un’auto su tre tra quelle immatricolate è una vettura ibrida.

Inflazione, in Europa allarme risparmio: 600 miliardi a rischio

 

Destano impressione le cifre sull’erosione dei depositi causata dall’inflazione. Secondo il Fact Book dell’associazione europea degli asset manager, il potere di acquisto fornito dai 10mila 321 miliardi custoditi nei depositi a fine 2016 si sarebbe ridotto di oltre 800 miliardi, fino ai 9.513 miliardi dello scorso dicembre. E alla fine del 2022, ipotizzando un tasso di inflazione media annua del 6,8%, l’emorragia rischia di allargarsi di altri 600 miliardi.Nell’anno d’oro del risparmio gestito, quel 2021 concluso a suo di record e per il momento irripetibile, i risparmiatori europei non hanno perso l’abitudine di parcheggiare nei depositi delle banche quantitativi elevati di denaro. Il «vizietto» potrebbe costare piuttosto caro in termini di erosione di potere d’acquisto da parte dell’inflazione, che nel frattempo ha ripreso a galoppare, oltre 1.400 miliardi di euro nell’arco dell’ultimo quinquennio. A rivelarlo sono le cifre contenute nell’Efama Fact Book 2022, lo studio che l’associazione che rappresenta gli asset manager a livello continentale ha appena pubblicato e che fa il punto della situazione nell’industria del risparmio. Nel 2021 i flussi netti diretti verso i fondi Ucits europei hanno registrato la cifra record di 812 miliardi, grazie soprattutto all’exploit dei prodotti azionari che con 405 miliardi hanno soppiantato il precedente primato fermo ai 162 miliardi dal 2017. Al tempo stesso sui conti corrente bancari è piovuta una cifra che non supera i mille miliardi come l’anno precedente, condizionato dall’esplosione della pandemia, ma si attesta comunque alla ragguardevole cifra di 696 miliardi. Dal 2016 in poi, spiega Efama, l’ammontare di depositi detenuti dalle famiglie europee è salito di oltre 3mila miliardi per raggiungere 13.375 miliardi, mentre la quota di questi ultimi sul complesso della ricchezza finanziaria dei risparmiatori è passata dal 37% al 38,3 per cento. C’è da immaginare che la montagna sia ulteriormente cresciuta in questi ultimi sei mesi, per effetto della maggior incertezza determinata dalla guerra Russia-Ucraina e dal concomitante crollo dei mercati finanziari. Ma anche se rischiano di essere già approssimate per difetto, le cifre contenute nel Fact Book sull’erosione causata dall’inflazione destano impressione. Il potere di acquisto fornito dai 10.321 miliardi custodito nei depositi a fine 2016 si sarebbe secondo le stime degli analisti ridotto infatti di oltre 800 miliardi fino a quota 9.513 miliardi dello scorso dicembre. E se si ipotizza un tasso di inflazione medio annuo del 6,8% nel 2022 l’emorragia rischia di allargarsi ancora di più di 600 miliardi alla fine di questo anno per raggiungere quota 1.413 miliardi. In alternativa Efama calcola anche che se ipoteticamente nel 2016 i risparmiatori europei avessero deciso di ridurre la quota di depositi al 25% della ricchezza complessivamente detenuta, e al tempo stesso investito il denaro liberato al 50% in fondi azionari e al 50% in fondi obbligazionari, il loro potere d’acquisto sarebbe invece cresciuto a 10.529 miliardi. «Il costo opportunità di mantenere un livello così elevato di denaro sui conti corrente bancari - conclude la simulazione - può quindi essere stimato pari a 1.016 miliardi e rappresenta una tassa implicita esercitata dall’inflazione». L’associazione europea dei gestori prova a portare l’acqua al proprio mulino, quando evidenzia l’utilità dei prodotti di risparmio e sul tema chiama in causa direttamente la Commissione europea. «Dato che la gran parte dei cittadini tende a essere miope e ignora l’impatto dell’inflazione - questo l’appello lanciato - sarebbe davvero utile se si includessero nuove iniziative nel piano d’azione per l’Unione dei mercati dei capitali in modo da aiutarli a capire il ruolo degli strumenti di investimento nel fornire protezione, in particolare di quelli detenuti con un orizzonte di lungo termine». L’Italia è come noto interessata in modo particolare da questo fenomeno, anche se in termini relativi il 41% che le nostre famiglie tengono parcheggiato sui conti corrente rappresenta una quota della ricchezza complessiva di gran lunga più bassa di quella di altri Paesi quali Grecia (82%), Cipro (78%) e Portogallo (67%) e inferiore anche al 53% detenuto dagli spagnoli o al 44% dei tedeschi. Dalla fine del 2016 però l’ammontare dei depositi degli italiani è cresciuto da 947 miliardi fino ai 1.163 miliardi del 2021 (per poi aumentare ulteriormente a 1.179 miliardi a fine aprile scorso). Se al nostro Paese si applicassero gli stessi parametri utilizzati da Efama per l’intera Europa, la perdita di potere d’acquisto alla fine dello scorso anno sarebbe di 74 miliardi e ulteriori 55 miliardi si potrebbero aggiungere quest’anno per effetto dell’accresciuto caro-vita. Il costo opportunità di tenere fermo il denaro sul conto sarebbe invece di 93 miliardi: una «tassa» ulteriore insomma, ma forse anche l’ennesima occasione perduta che gli italiani non possono permettersi di sopportare ancora.



Fisco, dai conti correnti agli immobili parte il super algoritmo anti evasione

 

PERCHE' NON NE PARTE UNO PER BANCHE,ASSICURAZIONI E MULTINAZIONALI...?🤔🤔🤔

Il ministro Franco ha firmato ieri il decreto che dà il via libera all’algoritmo antievasione grazie al quale potranno essere incrociate tutte le informazioni a disposizione nei database del Fisco (dichiarazioni fiscali, dati sul patrimonio mobiliare e immobiliare, nonché la Superanagrafe dei conti correnti) dopo averli resi anonimi. Così la lotta all’evasione diventa ancora più mirata ma contemporaneamente verranno potenziate anche le attività di compliance.Dopo due anni e mezzo dall’entrata in vigore della legge di Bilancio 2020, diventa operativo l’algoritmo antievasione che sfrutta la possibilità di rendere anonimo il potenziale informativo a disposizione nei database del Fisco e, in particolare, la Superanagrafe dei conti correnti. Come prevede il decreto firmato dal ministro dell’Economia Daniele Franco, i dati da utilizzare per l’analisi del rischio evasione ed elusione sono quelli riportati nelle dichiarazioni fiscali, quelli relativi al patrimonio di case e altri immobili ma anche mobiliare (quote societarie), le informazioni contabili e finanziarie e quelle su versamenti e compensazioni. In sostanza, tutti quei dati utili alla profilazione dei soggetti che non dichiarano nulla o abbastanza al Fisco. L’algoritmo punta a un elevato livello di precisione, anche perché sarà alla base dell’operazione per potenziare la compliance come promesso dall’Italia alla commissione Ue tra gli impegni del Pnrr. Prima di tutto nella fase di analisi bisognerà impedire «l’identificazione diretta degli interessati». Non solo, andrà limitato il pericolo di tirare dentro anche contribuenti in regola o che non presentano un rischio fiscale significativo. Non sarà solo la macchina a dare la caccia agli evasori, ma - come prevede espressamente il decreto - sarà «sempre garantito l’intervento umano» degli operatori di Entrate e della Guardia di Finanza. Considerata la delicatezza delle informazioni trattate, tanto l’Agenzia quanto le Fiamme gialle dovranno garantire l’accesso solo a personale autorizzato e in ogni caso gli accessi andranno tracciati. E, grazie al decreto, d’ora in poi i dati sintesi delle operazioni su conti correnti e altri rapporti finanziari saranno messi a disposizione dalle Entrate anche alla Guardia di Finanza. Anche sulla scorta del parere arrivato dalla Privacy dopo il primo schema di decreto e la successiva interlocuzione, vengono dettagliati i tempi di conservazione dei dataset di analisi e controllo e la possibilità di accesso da parte dei contribuenti. Sotto il primo profilo, il decreto fissa la conservazione dei dati anonimizzati fino al secondo anno successivo a quello in cui «matura la decadenza della potestà impositiva» e, comunque, fino alla chiusura di eventuali contenziosi. Quindi dovrebbe trattarsi di un termine più di quello già concesso al Fisco per gli accertamenti. Sotto il secondo profilo, sono tre le ipotesi “codificate” di accesso ai dati: dalla data di ricezione della lettera di compliance; dalla data di consegna del processo verbale di constatazione (pvc), della notifica dell’atto istruttorio o dell’atto impositivo nel caso di contribuenti sottoposti a controllo vero e proprio; dal primo giorno successivo a quello in cui matura la decadenza del potere di accertamento per i contribuenti che non hanno ricevuto né un alert del Fisco né un atto di controllo. Resta, comunque, sempre possibile la richiesta del contribuente di ottenere la rettifica di dati personali inesatti. Il decreto atteso ora in «Gazzetta Ufficiale» pone le basi anche per l’attuazione della delega fiscale nella parte in cui prevede l’interoperabilità delle banche dati. La messa a punto consentirà, infatti, di passare dai dati anonimi alle liste selettive di contribuenti a rischio da stimolare per il ravvedimento con la compliance o da controllare nei casi più gravi.

mercoledì 29 giugno 2022

Banche centrali in ordine sparso: così muovono le scelte in Borsa

 

Paese in cui vai, politica monetaria che trovi. In questo delicato momento storico le banche centrali delle tre principali aree economiche (Usa, Eurozona e Cina) stanno procedendo a velocità e/o direzioni differenti. Disegnando potenzialmente scenari diversi nei rispettivi mercati azionari, le cui performance negli ultimi anni sono state condizionate proprio dalla quantità di liquidità che le banche centrali hanno via via deciso di mettere o togliere dal piatto. Tra Usa ed Eurozona sembrano i primi ad essere meglio posizionati per un futuro recupero. Uno spunto a cui si arriva analizzando lo spread tra i tassi di Usa e Germania, che viaggia a 160 punti. È vero che recentemente si è ridotto (a maggio era a 200) ma resta comunque elevato (i rendimenti dei Treasury a 10 anni sono al 3,2% mentre quelli dei Bund, che fino a marzo erano addirittura negativi, sono all’1,6%). Nel primo caso la Fed si è portata avanti alzando i tassi di 150 punti base da marzo mentre la Bce dovrebbe iniziare il  proprio percorso a luglio con il primo ritocco da 25 punti base dopo 11 anni. E poi c’è la Cina che dall’altra parte del mondo, anziché fare tightening, procede nella direzione opposta avendo annunciato a maggio un taglio di 15 punti base del tasso a 5 anni, un benchmark importante per il mercato locale dei mutui. Le tre principali aree economiche globali quindi stanno marciando a livello monetario con passi diversi: per gli Usa la lotta all’inflazione è paragonabile a una corsa dei 100 metri. Il passo della Bce è invece più quello di un maratoneta. Mentre la People’s Bank of China si sta preoccupando più del rallentamento economico che non della (dalle loro parti minore) inflazione. Dato che la liquidità sui mercati è sovrana, i gestori stanno osservando da vicino queste dinamiche. Stando a queste sembrerebbe che in questo momento il risk-on, quell mood di investimento più ottimista verso il mercato azionario, abbia più spazio in Cina, considerato che è l’unica grande area economica che sta attuando un allentamento monetario. Tra Stati Uniti ed Eurozona, che in Borsa fanno rima con S&P500 ed Eurostoxx 50, il mercato che sembra avere in canna più forza relativa è il primo. Perché la Fed si è portata avanti con il lavoro di far digerire agli investitori le strette monetarie. E poi perché negli Usa, a differenza dell’Eurozona, l’inflazione è maggiormente originata dalla domanda che non dall’offerta. Di conseguenza la manovra della banca centrale può risultare più incisiva ed efficace nel frenarla. Sia ben chiaro, avere maggiore forza relativa non vuol dire che Wall Street automaticamente è destinata a salire, ma potrebbe anche voler significare che potrebbe “perdere meno” qualora l’attuale mercato orso dovesse proseguire. A conti fatti gli ostacoli che dovrà superare l’Eurozona sembrano più alti rispetto a quelli di Cina e Stati Uniti. Forse anche per questo nei giorni scorsi Bridgewater, il fondo hedge del noto investitore Ray Dalio, ha raddoppiato a 10,5 miliardi la scommessa ribassista (con apertura di posizioni short) contro le principali società europee contenute nel paniere Eurostoxx 50. Perché a suo giudizio le probabilità che la stagflazione - quel brutto connubio macro fatto di inflazione e stagnazione - colpisca l’Europa sono ad oggi più elevate che negli Stati Uniti e in Cina. Nell’Eurozona infatti la forbice tra prezzi alla produzione e prezzi al consumo - anticamera di ulteriori potenziali pressioni inflazionistiche - è a 2.900 punti mentre negli Usa si attesta a 220 punti e in Cina a 430. Numeri troppo distanti per non finire nel taccuino dell’investitore consapevole che sta cercando di capire quando (e in quale area geografica per prima) il focus si sposterà dalla lotta all’inflazione alla crescita.

Polizze, allarme dell’Ivass: rischio rincari dell’Rc auto

 

Dopo molti anni di cali dei premi Rc auto, l’inflazione rischia di interrompere il circolo virtuoso dei ribassi dei costi di assicurazione per auto e motoveicoli. A lanciare l’allarme è l’Ivass nella sua relazione annuale. La discesa nei prezzi del settore Rc Auto potrebbe essere giunta al capolinea. Le riflessioni dei board assicurativi, trapelate nelle scorse settimane, vengono esplicitate anche dall'Ivass. «Dopo una riduzione dei premi Rc auto pari al 38% negli ultimi dieci anni, l’inflazione, incidendo in modo sensibile sui prezzi delle riparazioni e dei ricambi, rischia di interrompere il processo – ha spiegato Luigi Federico Signorini, presidente dell'authority del settore assicurativo che ieri ha presentato la relazione dell'attività svolta nel 2021 ¬. Occorre dunque far leva sulla riduzione di inefficienze e lavorare per eliminare o mitigare talune distorsioni osservate sul mercato». Nel ramo Rc auto, secondo un’analisi presentata dall'autorità, le tariffe italiane (353 euro in media nel primo trimestre 2022) sono tra le più alte nell’Ue, anche se continua il processo di convergenza: rispetto al 2008 il differenziale con la media europea si è ridotto di oltre il 50%. Restano marcate differenze territoriali, anche se il fenomeno è in attenuazione grazie alle black box utilizzata ormai dal 20% con una riduzione degli incidenti del 20% circa. Tuttavia Ivass lancia un alert anche su questo strumento. «Desta qualche preoccupazione l'apparente emergere di strategie di prezzo che fanno leva sugli elementi di “lock in” insiti nell'attuale struttura di applicazione». In sintesi data la sostanziale intrasferibilità tra una compagnia e l'altra dei dati sulle abitudini di guida, per l'assicurato con black box la probabilità di cambiare compagnia alla scadenza si riduce del 60% circa, attenuando la spinta concorrenziale. «Nostre stime su un campione di circa 4 milioni di contratti indicano che tale prassi agevoli l’adozione da parte delle compagnie di strategie di prezzo basate sull’aumento del premio al crescere degli anni di permanenza» , sottolinea Signorini che spiega come tale fenomeno (price walking), su cui Ivass non mancherà di vigilare, stia suscitando attenzione a livello europeo (Eiopa) e nel Regno Unito. In pancia 310 miliardi di BTp Rc a parte, se negli scorsi anni le compagnie hanno dovuto affrontare l’emergenza Covid ora il contesto bellico rappresenta un’altra dura prova. Al momento dello scoppio del conflitto, le assicurazioni italiane avevano un buon livello di patrimonializzazione. Le loro esposizioni verso emittenti di Russia e Ucraina sono ridotte e non destano situazioni di instabilità. Tenuto conto della situazione, Ivass sta mantenendo il monitoraggio degli indici di solvibilità che per ora non si sono ridotti sensibilmente: alla fine di maggio l'indice medio si collocava al 234% e nessuna impresa era scesa sotto il 100% (come del resto mai accaduto neppure nel 2021). Restano i timori sull’esposizione delle compagnie ai titoli di Stato italiani pari a 310 miliardi di euro (336 a fine 2020). Per ora l’aumento dello spread si è accompagnato a un netto rialzo della curva dei tassi di interesse privi di rischio rilevata da Eiopa, fatto che influenza invece l’indice di solvibilità anche in senso positivo, grazie alla riduzione del valore attuale delle passività assicurative (riserve tecniche, diminuite dal 260% al 235 per cento). Il rialzo dei tassi ha invece influito negativamente sul saldo tra plusvalenze e minusvalenze latenti delle compagnie che sono passate, per la prima volta da diversi anni, in territorio negativo (circa sei miliardi a maggio). Alla fine del 2021 il saldo era invece positivo di ben 71 miliardi. Roe in calo nel 2021 Nel 2021 il Roe delle compagnie è stato del 9% circa, in flessione rispetto all’11,6%del 2020 (ma in linea con il 2018), soprattutto per la contrazione della redditività nel danni, che nel 2020 aveva beneficiato della riduzione dei sinistri automobilistici dovuti al lockdown (solo in parte rimborsati ai clienti). Torna a livelli pre Covid anche la raccolta premi (+ 4%). Nel ramo vita, che è cresciuto del 4,5%, a trainare sono state le unit linked (con rischio a carico degli assicurati) +34,5%. La raccolta nel danni è cresciuta dell’1,9% grazie al “non auto”. Nel corso dell’assemblea è stata inoltre data notizia che, d’intesa con la Banca d’Italia, è stato proposto al Governo un articolato progetto che vedrebbe l’Ivass trasformarsi in ente strumentale di Bankitalia, con una maggiore razionalizzazione dell’operatività e la realizzazione di economie di scala.

«I soldi del Pnrr? Sono insufficienti E preparatevi: le tariffe aumentano»

 

« L’Italia per decenni ha destinato pochi investimenti al miglioramento della rete idrica, non considerato un tema prioritario. Solo a partire dal 2012 c’è stata una inversione di tendenza. In dieci anni si è passati da meno di 1 miliardo a oltre 4 miliardi. Gli effetti si sono visti. Dalla relazione Arera, l’Autorità di regolazione per l’energia e le reti, emerge che per le perdite di acqua dalle tubature si è passati dal 44% del 2016 al 41% del 2019»: lo afferma Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, la federazione che riunisce le aziende dei servizi pubblici dell’ac - qua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas. Non un grande risultato. «Certo, c’è ancora molto da fare, ma è un passo nella direzione giusta. Il fenomeno delle perdite di acqua è infrastrutturale, ci vuole tempo. Inoltre non c’è omogeneità sul territorio. Nel Mezzogiorno lo spreco di acqua che fuoriesce dalle condutture supera il 50% mentre nel Nordovest è sotto il 25%». Come mai, allora, il Nordovest così virtuoso sulla qualità della rete idrica sta soffrendo di più la carenza idrica in questi giorni? «C’è un problema di capacità di raccolta delle piogge. Per il cambiamento climatico, oggi abbiamo ancora tanta pioggia che cade però in modo molto intenso e tende a scivolare via; il terreno non fa in tempo ad assorbirla. Occorrono quindi invasi con fondali profondi in grado di raccogliere l’acqua piovana. Bisogna adattare le infrastrutture ai te m pi » . Quali sono i responsabili d el l ’incuria che ha trasformato la rete idrica in un c ol a b ro d o? «La manutenzione degli acquedotti è stata legata per decenni ai finanziamenti pubblici che arrivavano a singhiozzo perché legati alle disponibilità del bilancio statale. Con l’arrivo dei gestori industriali c’è stato un aumento degli investimenti. In molte aree del Sud però, sono ancora i Comuni che si occupano della rete». Anche l’acqua è uno strumento politico? «Faccio un esempio. Un Comune può cercare di recuperare consensi calmierando le tariffe o addirittura decidendo di non fatturare il consumo di acqua in una zona: nel calcolo delle perdite, a quel punto figura anche quella prelevata abusivamente, oltre a quella che esce dalle tubature vecchie. Le morosità, invece, non vengono contabilizzate tra le perdite. Per combattere l’illegalità serve un controllo puntuale ma spesso gli organi con questo compito o non hanno fondi o non hanno le competenze. Se invece il servizio è effettuato da un gestore industriale, il monitoraggio è facilitato dalle capacità ed è interesse dell’impresa migliorare la performance». Vuol dire che per risolvere il problema dell’acqua bisogna privatizzare?«Non serve la privatizzazione. Basta applicare la legge del 1994 sul passaggio del servizio dell’acqua dalla gestione pubblica diretta dei Comuni alla gestione industriale, nella quale è protagonista un soggetto societario. Questo vuol dire società create dal Comune, o attraverso un mix pubblico e privato o interamente pubbliche o private. Anche se la legge ha circa trent’anni, il processo di applicazione è stato lentissimo e la gestione industriale è tutt’ora poco diffusa, soprattutto al Sud. Nel Mezzogiorno si concentrano il 73% delle procedure di infrazione della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane. Soldi che potrebbero essere spesi diversamente, per migliorare la rete idrica e fognaria». I soldi del Pnrr bastano per rimettere a nuovo gli ac q ue d otti ? «Il Piano di ripresa prevede 2 miliardi per mettere in sicurezza l’erogazione del servizio idrico, 900 milioni per il recupero delle perdite e 600 milioni per la depurazione. Quindi circa 3,5 miliardi. Secondo una stima delle aziende di Utilitalia, per mettere in sicurezza la rete idrica, a fronte del cambiamento climatico, servirebbero 11 miliardi entro il 2 02 6 » . La crisi idrica porterà a un aumento delle tariffe come è stato per l’energia elettrica e il gas? «Quando si migliora un servizio è inevitabile che le tariffe riflettano i maggiori costi. L’acqua in Italia costa meno che nel resto d’Eu ro - pa proprio perché finora gli investimenti nella rete idrica sono stati molto bassi. A Berlino l’utente spende 6 euro al metro cubo, a Parigi 3,30 euro, a Londra circa 3 euro. A Roma invece 1,5 euro. Nessuno pensa al recupero di questo dislivello ma una partecipazione dell’utenza al miglioramento del servizio è inevitabile».



«Se non piove perderemo tutto il raccolto»

 

Stefano Greppi, presidente della Coldiretti di Pavia, dice che la siccità è un «danno apocalittico». «I canali di irrigazione hanno il 50% in meno di acqua. Per recuperare la normalità servirebbero precipitazioni abbondanti per almeno due settimane. Rischiamo di perdere il 50% della produzione e la chiusura di molte aziende. È mancata una politica di lunga visione su invasi e manutenzione. In Italia si raccoglie solo il 10% delle piogge». La siccità colpisce proprio quando il riso ha più bisogno di acqua. «Abbiamo chiesto ai bacini artificiali di rilasciare acqua. Si parla di un centinaio di milioni di metri cubi ma basteranno al massimo per una settimana». E poi? «Se non piove si perde il raccolto. L’i m patto economico sarà devastante». La Coldiretti ha stimato un calo dei terreni coltivati di 10.000 ettari. L’industria ha due strade: fare contratti per assicurarsi quel poco di prodotto che c’è a settembre o approvvigionarsi all’es tero ma «con riso di bassa qualità» sottolinea G re p pi . Di sicuro il prezzo sugli scaffali aumenterà. Ritocchi dei listini già ci sono stati a causa dei rincari energetici. Roberto Carriere, direttore generale dell’Airi, l’Associazione delle industrie risiere spiega che il riso originario, quello usato per il sushi, è passato in un anno da 350 a 770 euro alla tonnellata, il carnaroli ora costa il 60% in più e l’arborio il 25%. Negli ultimi dieci anni il consumo di riso è cresciuto del 25% in Italia e del 10% in Eu ro pa .

SICCITÀ, QUANTI BUCHI NELL’A C Q UA

 

La siccità è colpa del cambiamento climatico. Ma anche dei tantissimi errori commessi. Dai tubi che sono sempre colabrodo all’incapacità di sfruttare l’ac - qua piovana, fino ad arrivare a opere che aspettano il via libera da un secolo...Invasi colabrodo, miliardi di litri d’ac qu a che finiscono in mare invece di irrigare le campagne arse dal sole, dighe abbandonate o con lavori in corso da oltre un secolo. Poi condutture vetuste che perdono per mancanza di manutenzione, reti idriche interrotte e i consueti veti ambientalisti. Come per il gas, anche per l’acqua paghiamo il conto degli sbagli del passato. Così se la guerra ucraina costringe a pentirsi della sfilza dei No (al nucleare, alle trivelle e ai rigassificatori), ora la siccità ci mette davanti allo scenario desolante di decenni di incuria e mancate scelte. Non è solo colpa del cambiamento climatico se alcune regioni sono costrette a decretare lo stato di emergenza e avviare un piano di razionamento fino allo stop all’erogazione durante la notte. La rete infrastrutturale fa acqua da tutte le parti. In Sicilia c’è il paradosso dell’inca - pacità di raccogliere le grandi precipitazioni e di dover svuotare i bacini delle dighe perché non riescono a reggere la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Ma anche regioni virtuose del Nordovest non riescono a gestire il cambiamento delle precipitazioni, più violente e circoscritte, che distruggono e vengono immagazzinate solo in piccola parte. In Piemonte, la regione più colpita, sono oltre 200 i Comuni nei quali già si fa ricorso alle autobotti e hanno varato ordinanze che prevedono limiti e divieti. La situazione è pesante soprattutto in 145 centri del Novarese e dell’Ossolano, ma anche in provincia di Bergamo e nell’Ap - pennino parmense e in tutta la pianura padana. Il Po si sta prosciugando e sul delta il cuneo salino, cioè l’acqua del mare che risale lungo il fiume, ha raggiunto i 21 chilometri. I laghi sono in stato comatoso; il Maggiore ha un riempimento al 20%, quello di Como al 18% e il Garda al 60%. Il lago di Bracciano nel Lazio è a meno 25 centimetri rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’impatto sull’agricol - tura è devastante con oltre il 40% dei terreni irrigui colpito da siccità severa, secondo l’Osservatorio siccità del Cnr. Le risaie del Pavese si stanno prosciugando e oltre la metà del raccolto andrà perso con il rischio di chiusura di tante a z ie n d e. Un rubinetto che sgocciola riesce a sprecare circa 10.000 litri di acqua in un anno. Basta una guarnizione un po’l ogo ra per procurare questo danno. Figurarsi gli acquedotti che hanno oltre mezzo secolo di vita. Il 60%, più di 30 anni e il 25% oltre 50. L’Italia è ricchissima di acqua con precipitazioni che superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali riesce a trattenerne solo l’11%. La disponibilità effettiva di risorse idriche, secondo alcune stime, è solo pari a 58 miliardi di metri cubi. Secondo il report dell’Istat riferito al 2018, ma la situazione da allora è rimasta immutata, il 42% dell’acqua immessa nelle reti non raggiunge gli utenti a causa delle tubature che perdono. E il problema non sono solo gli acquedotti, ma tutta la rete. Ci sono dighe con lavori in corso da oltre un secolo a causa di veti ambientalisti e di trappole burocratiche, bacini pieni di detriti e impianti capaci di trattenere solo il 10% dell’acqua piovana. In Puglia c’è il caso della diga del Pappadai, opera idraulica mai utilizzata e di fatto abbandonata. Sarebbe utile a convogliare le acque del Sinni con 20 miliardi di litri di acqua da utilizzare per uso potabile e irriguo. In Basilicata sono, invece, quattro gli invasi inutilizzati.La diga di Genzano di Lucania e del Rendina a Lavello sono vuote per mancato completamento di alcuni lavori. Invece, gli invasi di Marsico Nuovo e Acerenza sono a portata limitata. Per il primo invaso vanno completati gli interventi statici allo sbarramento, mentre ad Acerenza devono ancora essere realizzati gli impianti di irrigazione a valle. Per le quattro le dighe, tutte in provincia di Potenza, dopo anni di battaglie portate avanti anche dalla Coldiretti di Basilicata, i lavori sono in via di completamento (Marsico Nuovo e Acerenza) se non ancora in fase di progettazione con le risorse del Pnrr (Genzano di Lucania e Lavello). In Campania, dopo quasi qu a ra nt’anni anni dal finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, che investì oltre 69 miliardi di vecchie lire, nel 2020 è stato sbloccato il progetto per l’utilizzo potabile e irriguo delle acque dell’in - vaso della diga di Campolattaro. Una «cassaforte» di 100 milioni di metri cubi d’ac qu a , il bacino artificiale più grande della Campania. Dopo due anni, mancano però ancora i soldi per la parte irrigua. Ci sono poi opere bloccate dalle politiche ambientaliste. In Val d’Enza il progetto della diga è fermo da ben 162 anni.Se ne parla dal 1860 e i primi lavori risalgono al 1988, presto interrotti per la tutela della lontra. A Rimini i movimenti ambientalisti contestano le proposte di Romagna Acque per gli invasi appenninici. In Piemonte, sempre gli ultrà d e ll ’ambiente hanno protestato contro il progetto di una nuova diga in Valsessera, u n’opera strategica per le risaie, già bloccata tra il 2014 e il 2017 da un contenzioso local e. Poi ci sono le cattedrali nel deserto. Opere mai completate che hanno solo succhiato fondi. La diga del Melito ha una storia lunga trent’an ni . Doveva essere, secondo i piani della Cassa del Mezzogiorno, una delle più grandi opere idriche del Sud: un muro di coronamento lungo 1.500 metri e alto 108 metri per raccogliere l’acqua e spegnere la sete della cinquantina di Comuni calabresi sparsi a valle. A oggi sono stati spesi 104 milioni di euro su un costo stimato di 260 milioni. Ciò che resta è uno scempio ambientale, terreni espropriati e abbandonati. C’è la diga sul Metramo, in Calabria, mai utilizzata ma con 30 milioni di metri cubi d’acqua che potrebbero irrigare 20.000 ettari di terreni agricoli oltre a produrre energia elettrica. Spostandoci in Sicilia, la diga di Pietrarossa è realizzata al 95%. Per completarla e irrigare 11.000 ettari basterebbero 60 milioni di euro. Paradossale, in Campania, il sistema irriguo dell’Alento, nel Cilento: sono stati spesi 34 milioni di euro ma mancano le condutture per irrigare il territorio.

«Ci vuole il fronte del dissenso unito»

 

 Ventisei anni fa sedeva in Parlamento, la politica nostrana oggi non vorrebbe nemmeno commentarla «per carità di Patria». «Strano Paese, il nostro», ripete spesso Alessandro Meluzzi. Nato a Napoli nel ’55, poi torinese, è psichiatra, psicoterapeuta, criminologo, scrittore di libri. È anche - ci tiene - un metro della Chiesa ortodossa italiana autocefala, per l’esattezza «metropolita prim ate » . Disse Aldo Grasso di lei che passò da essere massone, a comu n i s ta , a vescovo ortodosso. Partiamo da qui Meluzzi? Dalla sua fede? «A 14 anni mi chiedevo se andare a fare il frate cappuccino, poi nel ’69 iniziai il liceo a Torino e contarono di più il marxismo e le gonnelle. La parola di Dio in me ha germinato più tardi, grazie a grandi personaggi del pensiero come padre Adeodato Mancini, don Pierino Gelmini e Gianni Baget Bozzo, raffinato teologo e polit ic o » . Non vinse in lei il cattolicesimo, q ua nto più la chiesa ortodossa. «Ha giocato anche un certo rifiuto della chiesa bergogliana. Ma nella mia vita ha ricoperto grande importanza la vicinanza a Benedetto XVI, il più grande teologo cristiano degli ultimi cinque secoli senza alcun dubbio». Sempre Grasso la accostò sul C o r rie re anche a monsignor Viga n ò . «Credo il suo obiettivo fosse squalificare lui. Ritengo che in realtà abbia reso magari involontariamente un grande servizio alla Provvidenza, rivelando come esistano oscuri disegni in questo tempo della storia umana». A proposito di disegni oscuri è frenetica, da inizio pandemia, la sua attività sui social su questi temi. C’è chi non stenta a definirla complottista. «(Ride) Complottista è chi fa i complotti, non chi cerca di farli emergere. Il mio maestro di storia, giurisprudenza internazionale, diritto e geopolitica è stato Francesco Cossiga. Grazie ai suoi insegnamenti oggi sono un lettore critico e modesto di cose che un tempo potevano pure sembrare bizzarre, ma che ora son sotto gli occhi di tutti». Come per esempio… «(Ride ancora) Da dove vuole che partiamo? La pandemia è stata come un catalizzatore; ha creato effervescenza come il carbonato di sodio a contatto con l’acido citrico. Un presidente del Consiglio italiano che dice che appellarsi a rifiutare l’i nut ile vaccino è appellarsi a morire non le basta? Quando la maggioranza dei morti di oggi era invece vaccinata…». Ora c’è lo spettro di una nuova ondata. «Quando leggo che ne parla Nino Cartabellotta della fondazione Gimbe, che, come ho ricostruito, è finanziata dalle big pharma, mi sembra evidente il disegno, no?». Inutile chiederle, Meluzzi, se si è poi vaccinato. «No di certo. E come me ne conosco centinaia che hanno fatto il Covid e non sono morte » . Si è contagiato? «Sì, circa tre mesi fa. È stato poco più di un raffreddore per tutta la mia famiglia. Non le devo parlare del raddoppio dei profitti di aziende come Pfizer, vero, per esser chiaro? Ora sono certo si debba smaltire qualche milione di dosi che altrimenti scadono. Per non esser processati dalla Corte dei Conti, vedrà, la nuova ondata sarà inevitabile». Chissà quanti follower si è conquistato in questi due anni, e quanti odiatori, anche. «Guardi, il mio mestiere è un altro e nessuno mi paga per commentare ciò che sta accadendo. L’argomento follower mi interessa davvero poco o niente » . L’impressione è che ultimamente la invitino meno in tv. Po s s i bi l e? «Vado a Quarto grado (Rete 4, ndr) a fare il mio mestiere ma se mi invitano di meno non me ne sono nemmeno accorto. Provo un certo fastidio per la televisione; in certi programmi proprio non ci andrei. La Rai non ne parliamo, ma non solo. E poi perché? Per essere ricoperto di contumelie? Alcuni talk sono solo dei gallinai. C’è di buono che tante voci libere e non mainstream hanno resistito e sono sorte, le ringrazio». Lei si oppone al «pensiero unico», ne parla spesso. E dai vaccini per il Covid ha cominciato a parlare di armi e guerra in Ucraina. In modo critico, natu ra l m e nte. «A me non frega niente di Putin, so solo che distribuire armi è sempre stato nella storia il modo peggiore per fermare una guerra». Tanti no va x sono descritti oggi come putiniani. « L’unica linearità che c’è è quella della ricerca della verità. I contorni di quel che sta accadendo, d’altra parte, sono ben chiari. In vista delle elezioni di medio-termine, il mondo dem americano rappresentato prima da Clinton e ora da questo povero anziano che cade dalla bici - sarà sostituito con Kamala Harris - avrà bisogno di numerosi colpi di scena». Ov ve ro? «La guerra serve». E l’Europa? Sta a guardare? « L’Italia è ormai colonia al massimo grado, sperduta e irrilevante. Un po’ meno la Francia, ma lo è. L’Inghilterra di Boris Johnson fa da gendarme. E la Germania è in difficoltà senza ga s » . C’è un disegno? «Quello di chi crede di essere il mondo intero - Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda - quando invece c’è tutto il resto del Pianeta. Il pensiero di Fukuyama applicato al presente è evidentemente una stupidaggine». L’o biettivo? «Dalla direttiva Bolkestein in poi, chi abbia una casa in centro a Roma o un impianto da sci sulle Alpi o un podere in Toscana, deve cominciare a preoccuparsi della politica di esproprio del potere globale del Paese che gli italiani non meritano. Cercheranno di papparsi l’Italia, e non si accontenteranno. Siamo la terra del più grande risparmio privato. Finiremo in modo non diverso dalla Grecia». Quanto conta e cosa può fare la politica? «Non meriterebbe neanche un commento: non c’è un governo eletto da quanto? Siamo terra di lobby e consorterie, di ambasciate straniere». Con Mario Draghi premier… «Che Cossiga definì un vile affarista. Fa il suo lavoro di funzionario, tra l’altro in modo scolastico e non da statista. Non abbiamo fatto grandi esperienze di cambiamento da chi si è affiliato ad Aspen. E non faccio nomi sempre per carità di Patr i a » . Lei i salotti «buoni» li ha frequentati in passato. «In maniera molto marginale». Ai suoi tempi la politica era d ive r s a? «Antropologicamente diversa. Non c’era ancora stato Beppe Grillo, d’altra parte. Chissà, forse era ancora sul Britannia a spartirsi il patrimonio degli italiani. Di Maio non era nemmeno entrato allo stadio San Paolo. C’erano ancora in circolazione i resti della Prima Repubblica. Craxi in esilio, Andreotti vivo, il ricordo di Moro, Togliatti, Berlinguer. Carature culturali e umane diverse da quelle attuali. Che resistevano, anche se ormai la sovranità era già perduta». Non salva proprio nessuno? Se andremo a votare chi scegliere b b e? «Spero si formi un fronte del dissenso trasversale, inclusivo, di coloro che si oppongono. Oggi è un magma marginale. Occorre cercare un’unità. Creare un gruppo davvero trasversale». Per opporsi a…? «Alla oligarchia tecno-finanziaria-sanitaria che destituisce la democrazia. Alla sovranità sostituita da interessi globalistici. Al transumano che prescinde il libero arbitrio. Alle religioni scambiate per filantropismo». Provo a far qualche nome? Sa lv i n i ? «Mi è parso ondivago, non saprei. Sospendo il giudizio. Mi pare non essere padrone della sua Lega. Negli anni del Covid è sembrata patrimonio degli Zaia e dei Giorgetti». Lei si candidò con Forza Italia. «Berlusconi è un personaggio importante della storia italiana. Non rinnego l’ammirazione per lui, quando feci parte di quel mondo e battei Chiamparino a Mirafiori. Vidi in Berlusconi una linea di resistenza verso la falsa rivoluzione giudiziaria. Ma ora gli suggerirei di usare tempo ed energia per leggere le bozze dei libri che verranno scritti su di lui». Della sinistra che pensa? «Ci ho militato, ma dalla caduta del Muro di Berlino è stata vittima dell’Opa ostile del grande capitale della finanza. Nata per essere rivoluzionaria, mira alla conservazione tecno-finanziaria. Basta guardare alla faccina di Enrico Letta che grida «vaccinatevi» e non occorrerebbe aggiungere altro. Poi c’è la m a g i s tratu ra » . Pol i tic i z zata? «Anzi: assente totalmente. Prima era allineata al potere internazionale, ma oggi latita. Il caso Palamara ne ha rivelato l’ontologia. I medici sospesi per mancata vaccinazione? Solo in Italia. E poi guardi ai licenziamenti legati al green pass. C’è stata la profanazione di ogni vincolo costituzionale, altroché. Con una consueta attitudine a servire il potere». Suoi prossimi progetti? «Casa, famiglia, preghiera. E restare osservatore sempre autonomo e libero di una società italiana che vedo degradata: contano le opinioni dei Ferragnez, capisce?».

martedì 28 giugno 2022

«Con la pandemia e la guerra siamo tutti più sorvegliati»

 

 David Lyon, sociologo scozzese, è uno dei massimi studiosi del problema della sorveglianza. Ha scritto testi fondamentali, tra cui il celeberrimo S esto po tere, insieme a Zygmunt Bauman. Da poco, la Luiss ha tradotto in italiano il suo ultimo saggio, Gli occhi del virus. Pandemia e sorvegl ia n za . Professore, è vero che la cifra di governo della nostra epoca è una catena ininterrotta di emergenze? «È chiaro che le “e m e rge n ze” so - no momenti chiave per espandere la sorveglianza. Dopo l’11 settembre, c’è stata in molti Paesi un’im - pennata della sorveglianza. E le rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa di cittadini americani, da parte della National security agency, l’hanno conferm ato » . Du n q ue? «Il fatto è che anche sistemi non inizialmente designati per la sorveglianza, come Facebook, devono essere tenuti in piedi per consentirne un’ulte - riore espansione». È quello che è avvenuto con la pandemia di Cov id? «Il balzo della s or vegl i a nza pandemica è dipeso proprio dall’esistenza di platform company, benché sia stato spinto da una crisi di sanità pubblica». I governi approfitteranno della guerra per promuovere riforme che la gente, altrimenti, faticherebbe accettar e? «Lo sviluppo dell’idea di Naomi Klein di “dottrina dello choc” indi - ca che diversi tipi di choc - collasso economico, disastri naturali, attacchi militari o terroristici… - possono essere usati dai governi a proprio vantaggio. Ciò include, in maniera significativa, l’e spa nsio ne della sorveglianza, che a causa delle circostanze estreme che la permettono, spesso cresce senza un adeguato meccanismo di accoun - tab il ity pubb l ic a » . Da che punto di vista la sorveglianza pandemica è differente e nuova, rispetto alle forme precedenti di sorveglianza? «Le pandemie hanno sempre indotto forme di sorveglianza, con l’obiettivo di provare a bloccare la diffusione della malattia. Tuttavia, la pandemia di Covid è arrivata nell’era del capitalismo della sorveglianza, quando grandi compagnie americane e cinesi bramavano di inserirsi nel campo dei dati sanitari. Ciò vale in particolare per un’azienda come Google, che durante la pandemia ha inusualmente collaborato con Apple per fornire l’in - terfaccia di programmazione delle app di contact tracing». Ed esiste anche una collaborazione tra società private e governi, per mantenere questo regime di sor veglianza? «La collaborazione tra Apple e Google è solo l’esempio illustre più recente e internazionale di partnership pubblico-privato, tra piattaforme di tecnologia e dipartimenti del governo. Quindi, sì, questa è una tendenza forte, che si vede distintamente nell’arena della sanità pubblica, ma anche nell’a rea contigua delle smart city». Uno dei miti dell’ur ba nis tica c o nte m p o ra n ea . . . «I vantaggi delle smart city per i cittadini vanno esaminati nel contesto del bisogno di tecnologie come i sensori, il tracciamento dei telefoni, le telecamere. E ciascuna di loro dev’essere reciprocamente connessa, per ottenere il massimo beneficio possibile». Il problema dov’è? «Chi possiede e controlla i dati? Coloro che li generano, o i governi e le aziende? Questa è la domanda cruciale del XXI secolo». Anche la più inquietante… «Ed è diventata ancora più pressante durante la pandemia, vista la richiesta di “stare a casa, stare al s ic u ro”». Il lockdown. «Ciò ha senso, certo, nella prospettiva di limitare i contatti a rischio con potenziali infetti. Ma ha anche significato che la casa, lo spazio domestico, è diventato un gigantesco bersaglio per la sorveglianza di studenti, impiegati, di chi faceva shopping online, o usava il Web per intrattenimento… E se alcuni aspetti della sorveglianza direttamente facente capo al governo rimarranno in piedi dopo la pandemia, quanto a lungo resteranno le diverse forme di sorveglianza domestica da parte delle grandi società? » . In definitiva, la preoccupa di più il ruolo del capitalismo privato, o quello delle autorità pubbliche? «La minaccia più grande è una forma di connubio tra organizzazioni pubbliche e private, perché esse sono sempre più interdipend e nt i » . In cosa? «I dipartimenti del governo si basano su un’infrastruttura tecnologica, ma l’infrastruttura spesso si accompagna all’implicita, o anche all’esplicita richiesta di buone pratiche e policy». Buone pratiche che non vengono attu ate? «I governi sono refrattari a tenere a freno e limitare la raccolta, l’analisi e l’uso di dati generati dai comuni cittadini nel loro utilizzo quotidiano di smartphone, Internet e altri sistemi digitali, benché l’im - piego di tali dati spesso danneggi segmenti della popolazione già vulnerabili. Categorie alle quali, nelle democrazie, i governi dovrebbero r i s p o n d e re » . Se viviamo nell’epoca della biopolitica, dobbiamo riconoscere che essa non ha soltanto una funzione repressiva, ma anche produttiva di un nuovo ordine. Che tipo di ordine è quello della biopolitica pandemica? «La pandemia di Covid non è semplicemente produttiva di un ordine; piuttosto, rafforza il meccanismo di produzione che è stato con noi nell’era digitale - e in qualche maniera, persino da prima. Quel l’ordine, in genere, è molto condiscendente nei confronti dello sviluppo tecnologico. Oggi, lo è specialmente per via dell’appa rente “c o m o d i tà” che rende disponibile, nonché per la sua “e f f ic ie n za”». Sono due caratteristiche che non la convincono? «Entrambe possono essere messe seriamente in discussione. Ad esempio, perché nessuna è necessaria a una vita umana proficua. E l’innalzamento di tali presunti elementi desiderabili svaluta altri autentici valori e virtù umani, come l’amore e la giustizia». Nel Pa n o ptic o n , il carcere ideale progettato dal filosofo inglese Jeremy Bentham, i prigionieri sapevano di poter essere osservati in ogni momento, ma non potevano conoscere l’istante esatto in cui le guardie sbirciavano nella loro cella. Per assurdo, oggi, cittadini incensurati, formalmente liberi, sanno di essere costantemente osservati, ma se vogliono usare cellulari, ema il e computer, sono costretti ad accettare questo regime di permanente scrutinio. «Tragicamente - e in modo più accentuato in Occidente - il problema della sorveglianza è spesso percepito come un problema personale. In ballo c’è la m ia p r ivac y » .Non è così? «La privacy è importante, ma concentrarsi su di essa devia l’at - tenzione dalle dimensioni sociali della sorveglianza». Si spieghi. «Noi siamo conosciuti non in quanto individui, bensì, come ha sottolineato Gilles Deleuze, come “d iv idu i”. Il che, oggi, significa che siamo visti in quanto membri di gruppi dotati di indicatori statistici simili, gusti analoghi, certi bagagli educativi, uno specifico impiego, più, ovviamente, le rispettive posizioni razziali e di genere. La vulnerabilità è differenziale, il che emerge soprattutto in tempi di pandemia: taluni gruppi, “ra z z i a l i z zat i” e “ge n d e r i z zat i”, sono colpiti in modo più grave di altri». È in questo senso che i big data possono peggiore le condizioni economiche e sociali dei più svanta g g i ati ? «I cosiddetti big data sono un insieme di procedure per gestire vasti dataset, allo scopo di comprendere delle tendenze e formulare delle previsioni. Possono essere usati responsabilmente, per propositi meritevoli, inclusa la sanità. Ma possono essere anche usati in maniera sbagliata, o in modi tali da elaborare false assunzioni sulla loro affidabilità, neutralità o necessità » . Insomma, i dati non risolvono tutti i problemi. «Il “soluzionismo tecnologico” è ampiamente accettato in quanto credenza culturale, allorché si assume che “per quella cosa esiste una app”, o che qualche nuovo sistema o dispositivo risolve qualche problema degli esseri umani. E questo aspetto dell’im m a gi n a rio sociale è molto pericoloso…». In cosa consiste quella che lei, nel suo libro, definisce «giustizia dei dati»? «La sorveglianza serve a rendere le persone visibili, poi a rappresentarle in modi specifici; così, alla fine, le persone vengono trattate sulla base di queste rappresentazioni. La giustizia dei dati richiede che queste caratteristiche di base della sorveglianza siano messe in questione, fintantoché sono implicate in alcuni danni provocati a livello sociale». Ad esempio? «Iniquità e discriminazioni negative. Non abbiamo bisogno solo di leggi e regolamenti sulla protezione dei dati, ma anche di lavorare per un mondo in cui i dati siano per tutti e in cui essi siano raccolti e utilizzati per il bene comune». Come ci si arriva? «La società civile d ev ’essere coinvolta a ogni livello, con i dati. E le persone devono abituarsi a comprendere il ruolo cruciale che i dati giocano nelle loro decisioni, scelte e opportunità quotidiane. Abbiamo fatto affidamento troppo a lungo sui cosiddetti e s p e rt i » . Questa non è materia per esperti, insomma? «È qualcosa che andrebbe discusso nelle famiglie, nei gruppi di comunità, nei luoghi di lavoro, nelle chiese e in altri contesti religiosi!». Cosa pensa del green pass, che in Italia è stato adoperato in modo pervasivo e che, ad ora, è stato sospeso ma non cancellato? «È un tipico esempio di molte delle questioni di cui abbiamo appena parlato. Il green pass tende a produrre delle società a più livelli e a perpetuare vulnerabilità e svantaggi già esistenti, di cui soffrono i soliti noti. La sua creazione, in sostanza, è comprensibile, ma sventurata. E, in ultima istanza, non è neppure necessaria».