STUPIDA RAZZA

giovedì 31 marzo 2022

«Profughi assunti: beffa agli italiani»

 


 L’assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D’Am ato, lo aveva dichiarato ai primi arrivi: «Non si potrà rincorrere gli ucraini con la siringa in mano». Il campanello d’allarme era quel 35% di copertura vaccinale anti Covid dell’Ucraina, ben lontano dal 90% del nostro Paese e, nella classifica mondiale, sotto addirittura a Lesotho, Guatemala e Mozambico. Quindi non si può escludere qualche contagio in più, mentre stiamo uscendo dallo stato d’emergenza, visto che non decollano le vaccinazioni dedicate ai profughi scappati dalla guerra e arrivati un po’ in tutta Italia. La denuncia arriva dal segretario generale Lisipo (Libero Sindacato Polizia), Anto - nio de Lieto che riprende quanto sta accadendo in Friuli Venezia Giulia, su cui è già intervenuto il governatore, Massimiliano Fedriga. Finora, da quanto riferiscono gli operatori sanitari ai confini della Regione, al momento del primo screening sanitario all’ingresso in Italia, la maggioranza degli ucraini rifiuta il vaccino. Infatti, nonostante sia stato allestito un centro unico per i controlli sanitari a Udine, soltanto il 12% dei 3.500 rifugiati accolti in Regione ha accettato di sottoporsi alla vaccinazione contro il Covid. La reticenza all’inoculazione delle persone in fuga dalla guerra, oltre che per paura, sarebbe soprattutto per motivi religiosi: gli ortodossi sono molto cauti rispetto i vaccini, tutti. Infatti, il ministero della Salute nella prima circolare alle Asl territoriali in merito agli arrivi per la crisi ucraina aveva scritto: «Si segnalano notevoli criticità dovute alle basse coperture vaccinali e al recente verificarsi di focolai epidemici, come l’epidemia di morbillo nel 2019 e il focolaio di polio iniziato nel 2021 e tuttora in corso nel paese», a causa di «una lunga storia di esitazione vaccinale ampiamente diffusa sia nella popolazione generale che fra gli operatori sanitari». Proprio su medici e infermieri il leader del Lisipo, ricordando che il dl «Misure urgenti» per l’Ucraina consente fino al 4 marzo 2023 a medici ed infermieri ucraini di esercitare in Italia, presso strutture sanitarie pubbliche o private, secondo la qualifica conseguita, sottolinea: «Ciò permetterebbe di rimpiazzare anche i medici sospesi che non hanno aderito all’obb l i go vaccinale. Si rammenta al presidente Mario D ra g h i , al ministro della Salute Rober to S p e ra n za e al governo che per i medici e gli infermieri italiani non vaccinati, non hanno avuto nessuna pietà e sono stati sospesi e lasciati senza re mu n e ra z io n i » . De Lieto, denunciando che stessa sorte si era abbattuta anche per gli operatori di polizia, militari, insegnanti e altri lavoratori non vaccinati, si rivolge al governo chiedendo con quale logica sono state disposte le assunzioni in strutture sanitarie pubbliche o private senza il green pass e quindi il vaccino. «Suona come un vero schiaffo agli italiani che ancora una volta hanno subito il solito trattamento da chi, a parere del Lisipo, ha il dovere di tutelare gli italiani, non di certo discriminarli». Ribadendo la vicinanza al popolo ucraino e la solidarietà a tutti i rifugiati di qualsiasi parte del mondo, De Lieto chiede con forza all’esecutivo e a Speran - za , per il quale «auspica celermente un altro prestigioso incarico considerate le sue particolari doti», di «provvedere alla restituzione del 50% dello stipendio a tutti i lavoratori che sono stati assoggettati alla sospensione dal servizio perché non hanno aderito all’ob - bligo vaccinale nonché tamponi gratuiti per coloro i quali è richiesto l’esito di negatività al covid per poter lavorare».


Capolavoro americano: nasce il blocco Russia-Asia

 

Pur con qualche difficoltà, le re s p o n sabi l i tà occidentali e in particolare statunitensi nel divampare della crisi ucraina sono state analizzate a fondo, e da qualche giorno aleggia un nuovo interrogativo. Sono in molti a chiedersi quale sia il gioco dell’am m i ni s tra z ion e Biden e se sia effettivamente intenzionata a far cessare il conflitto. Forse, tuttavia, conviene allargare ulteriormente la visuale, e domandarsi se - dopo tutto - Kiev e dintorni non siano che un tassello di un grande mosaico bellico il cui intero disegno è per lo più nascosto. Certo, non è particolarmente originale sostenere che il vero scontro in atto sia quello tra Stati Uniti e Cina. Meno scontato, però, è esaminare i dettagli di questa partita e rendersi conto degli sconfortanti risultati ottenuti da B id e n . Nelle scorse settimane è circolata la tesi secondo cui l’obiettivo di Washington sarebbe stato l’allentamento dei legami fra Russia e Cina. Si pensava che - non potendo rinunciare ai rapporti commerciali con l’Occidente - Pechino non avrebbe mollato l’alleato moscovita, ma non avrebbe comunque fornito un sostegno di grande portata. Ecco, ammesso che questo fosse davvero lo scopo americano, non è stato per niente raggiunto. Una decina di giorni fa, Joe Biden eXi J i n pi n g hanno avuto una lunga telefonata, al termine della quale il presidente cinese ha dichiarato che «le guerre non sono nell'interesse di nessuno e la crisi ucraina è qualcosa che non avremmo mai voluto vedere». B id e n , dal canto suo, ha esibito toni vagamente minacciosi, dichiarando che ci sarebbero state «implicazioni e conseguenze» qualora la Cina avesse aiutato la Russia. Ebbene, nemmeno le uscite a muso duro hanno sortito grandi effetti. Anzi. Giusto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha incontrato il collega cinese Wang Yi a Tunxi, in Cina. L’agenzia Interfax ha diffuso il comunicato finale congiunto: «Sullo sfondo di una complicata situazione internazionale», si legge nella nota, «Russia e Cina continuano a rafforzare i partner strategici e a parlare con una sola voce negli affari globali». Non solo: le due nazioni hanno deciso di «rafforzare il coordinamento politico estero» e «ampliare i contatti bilaterali e multilaterali». Insomma, la compattezza dell’unione fra orso e dragone non sembra essere in discussione. Di più: l’asse Cina-Russia può contare sull’appoggio di una serie piuttosto nutrita di alleati esterni. Al centro della riunione di Tunxi c’era il futuro dell’Afghanistan, e al tavolo erano seduti pure i rappresentanti di nazioni quali Pakistan, Iran, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Scherzando con il pakistano Sh ah Mahmood Qureshi, L av rov ha pronunciato parole interessanti: «Quelli che hanno provato a fare dell’Afghanistan il centro della politica mondiale ora cercano di rimpiazzare l’Afghanistan con l’Ucraina. E capiamo tutti che cosa significhi» (grandi risate dei presenti). Di sicuro sappiamo che cosa significano per l’Eu ro pa queste esternazioni: che esiste un fronte piuttosto ampio il quale non gradisce per nulla la politica statunitense. Un fronte che sia i russi sia i cinesi stanno cementando con perizia. Come ha riportato il quotidiano cinese Pe o p le ’s Daily, tra il 22 e il 23 marzo la Cina «ha partecipato alla quarantottesima sessione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Orga - nizzazione per la cooperazione islamica (Oic), tenutasi a Islamabad, in Pakistan. Il consigliere di Stato cinese e ministro degli Esteri Wang Yi ha partecipato alla sessione su invito speciale dell’Oic. È stata la prima volta che la Cina è stata invitata a partecipare al forum di alto livello dell’Oic». Nei giorni appena successivi, inoltre, il ministro cinese ha incontrato le controparti indiane. In buona sostanza, si stanno vedendo (pubblicamente) e stanno rinsaldando i rapporti tutti coloro che all’Onu non hanno votato contro l’op era - zione militare russa in Ucraina. Il che ridimensiona notevolmente la lettura euroatlantica secondo cui «Mosca è isolata e Puti n è un paria». C’è poi un’altra prospettiva da tenere in considerazione. Forse l’amministrazione Biden non ha affatto cercato di staccare la Cina da Puti n per avvicinarla all’Occidente. Al contrario, sta provando ad alzare il livello dello scontro con Pechino immaginando un futuro di conflitto più aperto. In questo senso, l’asse Russia-Cina potrebbe essere mediaticamente rivenduto come una sorta di nuovo «Asse del Male». Continuano, poi, da parte americana, i paragoni fra l’Ucraina e Taiwan, anche se si tratta di due situazioni completamente differenti. Anche su questo versante non arrivano segnali incoraggianti. Martedì il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che «gli Stati Uniti non sono riusciti e non riusciranno a utilizzare Taiwan per contenere la Cina appoggiando le forze di “indipendenza di Taiwa n” con il pretesto della “de - moc razi a”». Perché questa uscita? Semplice, perché sull’isola si è presentato Da m o n Wilson, signore sconosciuto ai più il quale è a capo di una organizzazione non governativa chiamata National Endowment for Democracy. Gli osservatori più inclini al complottismo la considerano emanazione della Cia, quelli appena maliziosi ricordano il ruolo che questa organizzazione ha svolto proprio in Ucraina, con la rivoluzione arancione prima e con la preparazione del terreno per Maidan poi (curiosamente, sul sito del Ned le informazioni sull’azione su Kiev sono evaporate). A Pechino la presenza di Wilson a Taiwan non è certo sfuggita. «Il Ned, sostenendo di essere non governativo e senza scopo di lucro, è stato a lungo finanziato dal Congresso degli Stati Uniti e dalla Casa Bianca e si è impegnato in atti vergognosi come l’infiltrazione, la sovversione e la distruzione dei regimi di altri Paesi», hanno dichiarato le autorità cinesi, aggiunge che «l’organizzazione è dietro “ri - voluzioni colorate”, disordini e violenze, come la “rivoluzio - ne arancione” in Ucraina, la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia e disordini sugli emendamenti legislativi a Hong Kong». Tirando le somme, tocca notare che il primo risultato di B id e n è il compattamento dello schieramento che potremmo definire «russo-asiatico», e per l’Europa non è proprio una notizia positiva. Quello che dobbiamo temere di più, in ogni caso, è il secondo risultato possibile, e cioè l’apertura di una nuova crisi che coinvolga direttamente la Cina, già stuzzicata sull’Ucraina. Ritorna allora la grande domanda: ma il vecchio Joe vuole far finire la guerra nel cuore dell’Europa o vuole farla proseguire e nel frattempo iniziarne un’a l tra?

Così «rubarono» le presidenziali Usa Un report svela le trame di Facebook

 

Per battere Donald J. Tr um p alle presidenziali di novembre 2020 è bastato aggiornare un concetto, più filosofico che matematico, alla realtà 2.0 dei social: «L’u n ic o modo per cambiare le cose, specialmente su larga scala, è che le persone si parlino l’un l’altra. Il cambiamento non accade per magia. Non accade grazie a dibattiti e convention. Non accade grazie alla pubblicità. Accade quando i cittadini si mobilitano». È l’i s pi ra z io n e alla base del best seller di Da - vid Plouffe,A Citizen’s Guide to Beating Donald Trump, che affonda le sue radici nell’attivi - smo civico teorizzato, negli anni Sessanta, dal noto organizzatore di comunità di Chicago. Come questo processo di «appropriazione» delle elezioni sia potuto accadere lo si apprende sfogliando il secondo rapporto intermedio all’orga - no legislativo statale del Wisconsin, presentato il 1 marzo da Michael Gableman, consulente legale speciale nominato dallo Stato all’Assemblea del Wisconsin. Nel fitto dossier, suddiviso in 13 capitoli per 136 pagine, G a bl e m a n ha premesso che il suo rapporto non intende rianalizzare il riconteggio avvenuto alla fine del 2020. Piuttosto, il rapporto denuncia che «il pagamento di sovvenzioni per quasi 9 milioni di dollari a cinque contee del Wisconsin, utilizzati per facilitare il voto, ha violato il divieto di corruzione del codice elettorale dello Stato». E ha violato il principio cardine, federale e statale, di «trattare in modo equo tutti gli elettori durante la medesima tornata elettorale». Secondo Mollie Heming way, editorialista del Ne w York Post e autrice del libro inchiesta Rigged - How the Media, Big Tech and the Democrats seized our Elections, Mark Zuckerberg avrebbe incanalato circa 419 milioni di dollari da spendere in tutto il Paese e in particolare nelle roccaforti controllate dai democratici. Ovvero i distretti a più alta densità di elettori liberal, targettizzati per etnia e su cui sono stati investiti circa il 99,4 per cento dei fondi per capitalizzare al massimo l’inve - stimento elettorale. Il denaro del ceo di Facebook è stato gestito da una decina di associazioni non profit, tra cui il Center for technology and civic life (Ctcl), finanziate attraverso cinque fondazioni. Questa rete di organizzazioni senza scopo di lucro, offerta per assicurare garanzie di sicurezza sanitaria durante l’election day, è servita in realtà per influenzare i funzionari elettorali democratici e costringerli a modificare le procedure. In particolare quelle legate al voto per corrispondenza, attraverso il ricorso massiccio all’ab se n te e v o ti n g e all’installazione di ab - sentee ballot drop boxes (caset - te di consegna per depositare le schede) nei quartieri individuati dalle associazioni, «indebolendo i criteri per l’iden - tificazione degli elettori e distruggendo il processo semplice e trasparente per votare di persona il giorno delle elezioni». Uno schema operativo dove degli attivisti privati si sono sostituiti ai pubblici ufficiali nell’organizzazione, e talvolta persino nella verifica dei risultati elettorali, che H e m i n g way ha così definito dalle colonne del suo quotidiano: «Era un piano geniale. E poiché nessuno avrebbe mai immaginato che un’operazione coordinata potesse portare a termine la privatizzazione del sistema elettorale, nessuna legge è stata costruita per contrastarla». Nel rapporto Gableman troviamo un’analoga constatazione: in Wisconsin, nei cinque maggiori distretti finanziati dalle Ong di Facebook, «si è varcata la linea tra l’ammini - strazione delle elezioni e la campagna elettorale, e questo non sarebbe mai dovuto accad e re » .«Quando ha iniziato a osservare il processo elettorale, cosa si aspettava di trovare?», ha chiesto il giornalista Tucke r C a rl s o n a Michael Gableman, ospite una settimana fa nello show di punta di Fox News. «Mi aspettavo di trovare u n’importante influenza dei soldi di Zucke r b e rg , che sono arrivati in Wisconsin e hanno impattato il nostro sistema elettorale, specialmente nelle cinque città maggiori della contea: Milwaukee, Madison, Racine, Kenosha e Green Bay», ha risposto l’ex giudice della Suprema corte dello Stato, autore del Rapporto, «mi aspettavo che ci fossero state interferenze ma sono rimasto scioccato da quanto profondamente siano stati arruolati gli agenti o i dipendenti privati di Zucke r b e rg . In alcune città, si sono letteralmente impossessati delle elezioni. Green Bay ne è un esempio. Il sindaco democratico Eric Genrich ha facilitato questa presa di controllo di un’elezione pubblica da parte di gruppi di interessi privati, messi in moto dal magnate di Facebook e guidati dagli obiettivi politici di Dav id P l ou f fe, uno dei due principali consiglieri politici di B a ra k O ba m a . La leader del Ctcl, appena laureata con una borsa di studio di O ba m a , nemmeno si è dovuta spostare tanto lontano perché il loro quartier generale è a Downtown Chicago, negli stessi uffici che servirono da comitato per la campagna elettorale di O ba m a ». All ’indomani della vittoria elettorale di Tr u m p a novembre 2016, David Plouffescrisse una lettera al New York Times e disse che la ragione per cui Hil - lary Clinton aveva perso era perché non aveva speso abbastanza tempo in Stati come il Wisconsin e non si era concentrata sul voto degli afroamericani, in quanto i sondaggi avevano dimostrato che circa l’86% di questo elettorato vota per i democratici. Nel 2016 proprio il Wisconsin aveva scioccato la campagna di Hil - lary Clinton, quando fu assegnato a Donald Trump, dopo aver visto il trionfo di B a rack O bam a in due elezioni. Nel 2020, il Ctcl ha investito 6,3 milioni di dollari nelle città di Racine, Green Bay, Madison, Milwaukee e Kenosha, soprannominate “The Zuckerberg 5”, che hanno esternalizzato gran parte delle loro operazioni elettorali a questo e ad altri partner privati. Il settimo capitolo è interamente dedicato «al risultato 100% positivo nella maggior parte delle case di cura e ospizi, includendo elettori non abili per il voto». G a bl e m a n detta - glia una «diffusa frode elettorale» sulla maggioranza dei circa 92.000 ospiti delle case di cura e di riposo. Abusi documentati da interviste realizzate in 90 case di cura a pazienti, loro famigliari e inservienti delle strutture, che avrebbero svelato un fraudolento sistema di utilizzo delle schede elettorali postali in deroga alle specifiche (e più restrittive) procedure di voto consentite per questo tipo di elettori. Il massiccio ricorso al voto postale ha permesso di ottenere tassi di adesione altissimi, oscillanti tra il 95% e il 100% nelle contee di Milwaukee, Racine, Dane, Kenosha e Brown Counties. Il tutto da parte di pazienti e degenti che non votavano da anni, inclusi quelli dichiarati incapaci di intendere e di volere.«Un attimo: io ho sempre creduto che i fondi per oltre un quarto di milione di dollari offerti da Zucke r b e rg fossero stati elargiti per mettere in sicurezza le nostre sedi elettorali durante il Covid. Noi abbiamo sempre pensato che sia il governo a gestire le elezioni, non ci verrebbe mai in mente che un miliardario avrebbe gestito, un giorno, le nostre elezioni. Questa non si chiama più democrazia ma assomiglia a un’oligarchia ed è esattamente quello che è accaduto», ha concluso C a rl s o n ri - volto a G a bl e m a n . 

«Soldi da Pechino» Altre accuse al rampollo di Biden

 

Nuova tegola su Hunter Biden. I senatori repubblicani C huck Grass ley e R on John s o n h an n o presentato una ricevuta, che dimostra come il figlio dell’at - tuale presidente americano abbia riscosso una forte somma in denaro da una controversa azienda cinese. In particolare, secondo i documenti pubblicati, il 4 agosto 2017 il colosso Cefc ha versato 100.000 dollari a Owasco, società di Hunter. «Non c’è nessun intermediario in questa transazione. Si tratta di 100.000 dollari da quello che è effettivamente un braccio del governo comunista cinese a Hunter Biden», ha detto Gras - s l ey. Non è la prima volta che si parla degli opachi affari di Hunter nella Repubblica popolare. A novembre 2020, i senatori repubblicani pubblicarono un rapporto, in cui si mostrava come State Energy HK Limited, compagnia con sede a Shangai, avesse effettuato, tra febbraio e marzo 2017, due bonifici da 3 milioni di dollari alla Robinson Walker LLC: società di uno storico socio di Hunter, Rob Walker. Tra l’al - tro, il rapporto sottolineò che la stessa State Energy HK Limited era a sua volta affiliata a Cefc, che all’epoca era guidata da Ye Jianming: controverso businessman cinese, legato all’Esercito popolare di liberazione, che «coltivava rapporti con la Russia e con attori connessi al presidente russo Vla - dimir Putin». Il rapporto mostrava inoltre come Hunter fosse in «stretto contatto con Ye ». In tutto ciò, proprio ieri il Washington Post ha pubblicato una dura inchiesta sugli affari cinesi del figlio del presidente. «I potenziali progetti energetici discussi da Hu nte r B id e n con Cefc non sono mai stati realizzati. Tuttavia, i conti collegati a Hunter Biden hanno ricevuto almeno 3,79 milioni di dollari in pagamenti da Cefc attraverso contratti di consulenza», ha scritto il quotidiano. Inoltre, secondo la testata, «Hunter Biden ha ricevuto un importo addizionale di un milione di dollari, emesso come parte di un accordo per rappresentare Patrick Ho, un funzionario di Cefc che sarebbe stato successivamente accusato negli Usa in relazione a uno schema multimilionario per corrompere i leader di Ciad e Uganda. Tale accordo, in un documento appena scoperto, contiene le firme sia di Hunter Bidenche di H o, il quale è stato successivamente condannato a tre anni di carcere». Insomma, i rapporti tra il figlio di B id e n e Cefc sono ormai conclamati. È la seconda volta in pochi giorni che la grande stampa americana si accorge (finalmente) dei controversi affari di Hunter. Due settimane fa, il New York Times è infatti stato costretto ad ammettere non solo che il famoso laptop del figlio di B id e n esiste, ma anche che i suoi contenuti sono stati autenticati. E pensare che, quando il New York Post pub - blicò i primi scoop sul laptop nell’ottobre 2020, gran parte della stampa, insieme a Silicon Valley e pezzi di intelligence statunitense, bollò il tutto semplicisticamente come «disinformazione russa». Certo: il Washington Postha riferito che non ci sono al momento prove in grado di dimostrare che Joe Biden abbia beneficiato direttamente di questi affari. Resta però il fatto che il primo contatto tra Cefc e Hunter sarebbe avvenuto nel dicembre 2015, quando cioè B id e n era vicepresidente degli Stati Uniti: lo sarebbe rimasto fino al 20 gennaio 2017. E proprio nel corso del 2017 avvennero i contatti più significativi tra Hunter e Ye . Tra l’altro, già a novembre di quell’anno, Jo e B id e n disse pubblicamente di non escludere una candidatura presidenziale nel 2020. Domanda: è normale che il figlio di un ex vicepresidente e potenziale candidato alla Casa Bianca abbia intrattenuto simili rapporti con un colosso cinese e con un businessman sospettato di avere agganci con l’Esercito popolare di liberazione? Un colosso che, come sottolineato dall’indagine dei repubblicani, intrecciava legami anche con la Russia? Ricordiamo che, secondo un altro report dei senatori repubblicani (pubblicato a settembre 2020), Rosemont Seneca (società di cui Hunter era co-fondatore) avrebbe ricevuto 3,5 milioni di dollari nel 2014 dalla donna d’affari russa Elena Batu r i n a .Donald Trumpha pubblicamente chiesto a Puti n di divulgare le informazioni in suo possesso proprio su ques t’accusa (che i legali di Hunter avevano respinto). Quello stesso Puti n che, a ottobre 2020, disse però di non essere a conoscenza di attività criminali da parte del figlio di B id e n . Hanno torto i repubblicani? E se invece fosse Puti n , insieme ai B id e n , ad avere qualcosa da nascondere? Ricordiamoci i legami tra Hunter e Cefc e quelli tra Cefc e Mosca. In tutto questo, gli affari cinesi di Hunter vedevano coinvolti anche altri membri della sua famiglia (a partire dallo zio James). Del resto, un’email rivenuta nel famoso laptop a ottobre 2020 smentì quanto asserito dallo stesso Joe, il quale aveva detto di non essersi mai occupato degli affari del figlio: que l l ’email, datata aprile 2015, dimostrò invece che Hunter aveva organizzato un incontro tra suo padre e un alto dirigente di Burisma. Del laptop si continuerà quindi a parlare. Non solo perché è da lì che sono state reperite le prove dei legami finanziari tra il figlio di B id e n e l’appaltatore del Pentagono, Metabiota. Ma anche perché il deputato repubblicano, Matt Gaetz, ha ottenuto che il materiale contenuto in quel dispositivo venga inserito nel verbale ufficiale del Congresso degli Stati Uniti. Come lasciato intendere dallo stesso G aetz , la mossa potrebbe essere finalizzata a richiedere un ordine di comparizione per Hunter davanti alla Camera. Per il figlio di B id e n la strada si prospetta in salita.

LA GUERRA DEGLI USA NON È LA NOSTRA GUERRA

 

Esiste ancora l’interesse naz i onale? Un tempo, pur avendo ben presente la nostra collocazione in un mondo diviso in due blocchi, la nostra politica era in grado di ritagliarsi uno spazio di autonomia. È sufficiente ricordare i primi governi democristiani del Dopoguerra, che consentirono a Enrico Mattei di stringere accordi nel Medioriente al di fuori degli interessi delle Sette sorelle, cioè delle multinazionali del petrolio. Gli esecutivi dell’epoca ignorarono le pressioni americane e lasciarono che il presidente dell’Eni raggiungesse un’intesa commerciale che consentì l’i m p o rta z io n e di greggio perfino dall’Un io - ne sovietica. Per non parlare poi di Bettino Craxi, che in nome dell’interesse del nostro Paese a restare fuori dalla campagna di attentati organizzati in Europa dai palestinesi, si rifiutò di cedere agli americani il terrorista che organizzò il sequestro dell’Achille Lauro e l’assassinio di Leon Kling h o f fe r, pensionato in sedia a rotelle ucciso a sangue freddo per la sola colpa di possedere un passaporto degli Stati Uniti. L’interesse nazionale era ben chiaro anche a Giulio And re otti , il quale la teoria dei due forni in cui cuocere l’azione di governo non la praticò solo in casa, per non veder naufragare i suoi esecutivi, ma anche all’estero, dichiarandosi filoamericano, ma anche amico del Mediorient e. Se prendo esempi dal passato è per dire che oggi l’i nte - resse nazionale non può essere inviare più armi agli ucraini, affinché la guerra scatenata da Mosca continui. Questo può interessare agli Stati Uniti, che vorrebbero ridimensionare l’influenza delle potenze cresciute nella parte orientale del globo. A noi la guerra non conviene, perché più si combatte e più noi abbiamo tutto da perdere. So che il mio ragionamento sarà spacciato per cinismo, ma in realtà si tratta solo di pragmatismo: meglio guardare in faccia la realtà prima di esserne travolti. La Gran Bretagna, con il suo premier Boris Johnson, è insieme con l’A m e r ic a uno dei Paesi più fortemente decisi a sostenere gli ucraini anche con l’invio di armi. Per il primo ministro inglese è anche un modo di trarsi d’impaccio dopo i recenti scandali sui festini a Downing Street in tempi di Covid. Tuttavia, mentre B o Jo mette l’e l m etto, il giornale in cui è cresciuto come leader politico e che ha anche diretto, ossia The Spectato r, scrive chiaro e tondo che né l’Ucraina né la Russia hanno alcuna possibilità di vincere la guerra, ma ne hanno più d’una di trovarsi impantanate in un conflitto lungo, con le conseguenze che si possono immaginare. Non c’è solo il costo di vite umane, che giorno dopo giorno diventa più pesante. C’è anche quello economico, che non pesa nelle tasche degli Stati Uniti, ma in quelle dell’Europa. Non parlo solo della spesa militare, aumentata fino a raggiungere il 2 per cento del Pil. Mi riferisco alle ricadute che questa guerra avrà sui principali Paesi. Ieri la Germania ha annunciato un piano di emergenza nel caso venissero tagliate le forniture di gas. In pratica, stiamo parlando di un razionamento dei consumi energetici, che però equivarrebbe anche a un rallentamento della produzione e, quindi, della locomotiva tedesca. Se gran parte dell’economia di Berlino è attaccata alla canna del metano di Mosca, non va meglio per l’Italia. Infatti, nonostante le molte parole spese in queste settimane, a breve, cioè nei prossimi anni, non c’è alternativa al gas russo. E fa ridere che qualcuno si consoli dicendo che presto farà caldo, perché il gas fa funzionare le nostre centrali e non serve solo al riscaldamento, ma anche a far girare il motore dell’economia. Tutta una questione di combustibili? No, anche di materie prime. Se in Spagna (non in Russia) razionano gli acquisti nei supermercati, è evidente che il prolungamento del conflitto significherà che i nostri consumi e dunque anche il nostro Pil potranno subire dei bruschi cambiamenti. In nome della libertà (degli ucraini) si può anche patire il freddo, rassegnarsi agli scaffali vuoti e ad alcune migliaia di disoccupati in più in conseguenza delle fabbriche chiuse? In teoria sì. Ma in pratica, gli italiani sono disposti a farlo? Secondo un sondaggio reso noto da La 7, il 55 per cento degli intervistati è contrario a inviare armi a Kiev e appena il 35 per cento si dichiara favorevole. La maggioranza nel nostro Paese è forse composta da codardi o persone dal cuore di pietra, che assistono impassibili a un massacro di civili? Io credo di no. Semplicemente, più della metà degli italiani vuole che la guerra finisca, per non vedere altri bambini morti, ma anche per evitare uno scivolamento progressivo verso un punto di non ritorno. Lo storico inglese Niall Ferguson, ieri ha spiegato che l’a mm in is tra zion e Biden si è imbarcata in una strategia che punta a prolungare la guerra, nella convinzione che questo porterà alla caduta di Putin. Il rischio, spiega il biografo di K i s s i n ge r, non è solo che nel frattempo le principali città ucraine siano rase al suolo, ma di spingere lo zar del Cremlino a mosse disperate e pericolose. E poi siamo sicuri che uccidere Pu - ti n sia il modo per risolvere il problema? Far fuori Sad d a m Hus sein o Muammar Gheddafinon è servito a migliorare le cose, anzi le ha peggiorate. E stavolta potrebbe essere anche peggio e non perché morto un dittatore se ne fa un altro (l’Egitto insegna), ma perché la Cina potrebbe correre in soccorso della Russia. Ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha ribadito che gli interessi dei due Paesi sono molto forti ma, aggiungo io, la guerra potrebbe rafforzarli, creando un asse del male che non giova a nessuno, men che meno all’Eu ro - pa. Domenico Quirico, uno che di guerre se ne intende, sulla Stampa ha scritto che Unione europea e America combattono in Ucraina due guerre diverse, perché gli americani, più che inseguire la pace «hanno un progetto molto più ambizioso, di cui l’Ucraina, è amaro dirlo, non è che lo scenario geografico e a cui fornisce il materiale umano. Il progetto è quello di spazzare via Puti n dallo scenario politico mondiale». E per questo, aggiunge Qu i r ic o, «elemento fondamentale della strategia è sabotare qualsiasi possibilità di negoziato». Ovviamente sulla pelle degli ucraini e dei russi, aggiungo io. E, tornando alla domanda iniziale, il nostro interesse nazionale, qual è? Facilitare un cambio di regime a Mosca con l’effetto collaterale di far entrare la Russia nell’o rbi ta cinese e sostituire un nemico con un altro, passando da Pu - tin a Xi Jinping? Sarò più schietto: il nostro governo lavora per sostenere una guerra alle porte di casa o si dà da fare per raggiungere la pace? Più che sull’aumento della spesa militare è su questo che Mario Draghi dovrebbe rispondere al Parlamento. Ammesso e non concesso che ci siano delle Camere interessate all’a rgo m e nto.

Le sanzioni si ritorcono su chi le propone

 



Esistiamo perché la Lega Santa ha vinto la battaglia di Vienna del 1683. Di fianco gli ussari alati di Polonia, che avevano sugli stendardi Nostra Signora che schiaccia la testa al drago, hanno cavalcato i cosacchi ucraini, i cosacchi del Dnepr. I cosacchi sono nostri fratelli. Gli ucraini sono nostri fratelli. Chiedo perdono all’Uc rai n a perché faccio parte di un’Eu - ropa, anzi di un Occidente, che sta facendo tutto il possibile per trasformare la guerra in corso in un conflitto permanente che distruggerà il Paese, che lo trasformerà in una seconda e più terribile Siria. Il figlio del presidente degli Stati Uniti lascia sbadatamente in giro sul proprio computer, dimenticato in riparazione, le prove certe sul suo coinvolgimento nella creazione di micidiali laboratori militari in Ucraina. L’anno scorso ben tre esercitazioni sono state fatte dalla Nato in Ucraina. Dal 2014 a ora, migliaia di morti hanno versato il loro sangue sulla terra dell’Ucraina orientale di lingua russa. I russi sono nostri fratelli. Ci hanno portato aiuti indispensabili nel momento peggiore dell’epidemia Covid, inviando, con il rischio di contagio, i loro soldati a sanificare i nostri ospedali e le nostre Rsa, e i loro medici a curarci. L’impressione è che ci sia un piano preciso, e che questo piano abbia come scopo la destabilizzazione della Russia. Per arrivare a questo scopo è stato scelto con notevole cinismo di distruggere l’Uc ra i n a . Joe Bide n , diciamocela francamente questa verità, ha qualche problema di memoria. Nell’entusiasmo dei suoi brillanti discorsi in pubblico non sempre ricorda quello che può dire e quello che non dovrebbe dire, e quindi si è cortesemente lasciato scappare esternazioni, prontamente smentite da tutto il resto dell’establishment statunitense, che danno l’impressione di rivelazioni sul piano ultimo. Analizzando le frasi di B id e n deduciamo che può esserci un piano per destabilizzare la Russia abbattendo il presidente Vladimir Puti n , che gli Stati Uniti potrebbero forse anche usare armi chimiche, e che non è escluso che venga dato ai soldati statunitensi in questo momento in Polonia l’o rd i n e di spostarsi in Ucraina. È commovente vedere con quanto entusiasmo l’e s tab l ishment italiano stia buttando benzina sul fuoco nella fiduciosa attesa di una catastrofe umanitaria in Ucraina, nazione di cui in realtà non importa un accidente a nessuno, spregiativamente definita popolo di badanti, amanti e cameriere. L’esistenza dei cosacchi ucraini dev’essere sfuggita. La catastrofe umanitaria è augurata perché permetterebbe di isolare ulteriormente la Russia, con un odio isterico che non ha nulla di politico perché diventato odio etnico, e con un ministro degli Esteri che fa a gara di insulti con B id e n , ed evidentemente, come lui, è disposto a combattere fino all’ul - timo europeo e soprattutto fino all’ultimo ucraino. La nostra classe politica ha astutamente creato una crisi economica senza precedenti e senza via di uscita. Negli ultimi decenni le regole europee hanno permesso di massacrare l’agricoltura italiana, riducendo la produzione di latte, carne, grano, imponendone l’im - portazione. In questo momento ci vogliono 400 euro per fare il pieno a un trattore. I pescherecci si sono già fermati, mentre il budget militare è stato raddoppiato. La gestione del ministro Roberto Spe ran za della cosiddetta pandemia ha permesso la distruzione capillare del turismo che era l’asse portante della nostra economia e soprattutto la nostra principale fonte di moneta forte. Il cambiamento della Costituzione, diventata ecologista ed entusiasticamente «gretina», impedirà per sempre lo sfruttamento del gas dell’Adriatico e del petrolio della Bas i l ic ata . Le sanzioni contro la nazione da cui importiamo il cibo e l’energia che ci servono disperatamente, e che pagavamo grazie al turismo e al made in Italy che abbiamo accuratamente annientato, sono la prova che l’establishment italiano odia il popolo russo, ma odia ancora di più il popolo italiano. Con un notevole colpo di genio B id e n , che con le sanzioni non rischia nulla, grazie alle sanzioni venderà a noi il suo gas al posto di quello russo. Ce lo venderanno a un prezzo più caro e ce lo manderanno per nave e liquefatto, con costi terrificanti di trasporto e la necessità di uno spaventoso numero di ore per scaricarlo e renderlo utilizzabile, con ulteriore fantastico aumento dei costi. Tutto quello che sta succedendo è talmente illogico che - dicono le malelingue - D ra g h i sta facendo una politica di assoluta obbedienza ai voleri di Biden e contraria agli interessi del popolo italiano, perché desidera come incarico successivo il posto di segretario generale della Nato. Se questo fosse vero, configurerebbe il reato di alto tradimento. Se si portasse dietro S p e ra n za , Di Maio e La - m o rge s e, però, potrebbe almeno limitare i danni. Per inciso, ho l’impressione che in una situazione analoga alla nostra, o almeno non del tutto dissimile, ci sia la Polonia. Io non sono così certa che il popolo polacco sia così felice di essere trascinato in guerra. Ci sono memorie atroci della storia recente, memorie contro i sovietici, come l’alleanza con H i tl er, il massacro di Katyn, la durezza spietata dell’occupazione, ma anche memorie terrificanti contro le milizie ucraine, i 100.000 civili quasi tutti donne e bambini assassinati nel massacro di Volynia e Galizia, nel 1943, compiuto con ferocia spaventosa. L’Unione Sovietica non esiste più e la Russia non può considerarsi un suo erede, non può essere imputata dei suoi crimini. Il taglio è stato netto. Nemmeno il nome esiste più. Gli ucraini di oggi non sono quelli del ’43, ma la storia è lenta a cicatrizzare le ferite. Che i polacchi siano tutti felici di poter morire per la nazione ucraina, e ansiosi di accogliere milioni di profughi, mi sembra quantomeno improbabile. Dobbiamo abbandonare l’idea che i governanti vogliano il nostro bene. Essi non hanno l’interesse dei loro popoli come priorità. In questo momento vivo in una deliziosa democrazia che mi impedisce di lavorare e di salire su un treno, per essermi rifiutata di ricevere un farmaco con tragici effetti, molti ancora da scoprire, per evitare una malattia che so curare. Vivo in una squisita democrazia dove gli insegnanti che non si sono piegati non possono ritornare nelle classi, i medici che sanno curare devono restare lontano dai pazienti. Ho l’i m p re s s io n e di non essere una nazione che sia in grado di esportare democ ra z i a.

Crisi energetica, Draghi sente Putin

 

Di certo non si è trattato di un saluto di circostanza. L’at - tesa telefonata tra il nostro premier, Mario Draghi, e il leader russo, Vladimir Putin (avvenuta ieri pomeriggio), è infatti durata un’ora: ciò significa che i due interlocutori sono entrati nel merito di tutte le questioni più calde legate al persistere del conflitto in Ucraina. Con un dato di fatto incontrovertibile, e cioè che la linea dell’intransigenza e delle sanzioni a oltranza nei confronti di Mosca, propugnata da Usa e Regno Unito, comincia a trovare delle resistenze nell’Europa continentale, resistenze di cui si è finora fatta sommessamente carico la Germania, preoccupata dalla propria dipendenza energetica dalla Russia e consapevole che lo stallo nei negoziati azzopperebbe la ripresa economica in modo fatale. Non a caso è stato per primo il Cremlino, consapevole della posta in gioco, a far uscire una nota coi contenuti salienti del colloquio, scrivendo che «su richiesta di Mario Draghi, V l ad i m i r Puti n ha fornito informazioni su l l ’andamento dei colloqui di pace e sono stati forniti chiarimenti anche in relazione alla decisione di passare ai rubli nei pagamenti per le forniture di gas naturale a diversi Paesi, tra cui l’Ita l i a » . Per quanto riguarda ques t’ultimo punto, il più urgente dal nostro punto di vista, la telefonata è intervenuta in un momento cruciale per l’Ita l i a , che versa notoriamente in condizioni simili a quelle dei tedeschi e non può più procrastinare le scelte fondamentali su come affrontare i diversi possibili scenari per l’approv - vigionamento energetico che si profilano all’orizzonte. Difficile pensare che D ra g h i non abbia messo sul tavolo la questione dell’illiceità della richiesta russa di convertire in rubli i pagamenti delle forniture di gas, che se rifiutata potrebbe portare alla chiusura dei rubinetti. Probabilmente il nostro premier, da ieri, possiede un quadro della situazione più chiaro da questo punto di vista, e potrà assumere una scelta a Roma solo ventilata nelle ultime settimane e annunciata da Berlino: la dichiarazione dello stato di preallarme sulle forniture di gas, che in soldoni significa il razionamento. In mancanza di un tetto europeo al prezzo del gas, su cui i Paesi Ue sono andati in ordine sparso, l’au - sterity potrebbe essere l’uni - ca opzione possibile. Non si può nemmeno escludere, però, che il nostro premier decida di piegarsi al diktat putiniano: la formula utilizzata nella nota del governo italiano si è limitata a registrare che «il presidente Puti n ha descritto il sistema dei pagamenti del gas russo in rubli». Stando ai resoconti di analoghi colloqui con Berlino, si può ipotizzare che il Cremlino sia pronto a concedere più tempo per il passaggio, ma che le controparti si debbano adeguare. Poi, ovviamente, c’è stato il punto della situazione sullo stato dei negoziati tra Mosca e Kiev. Qui D ra g h i , mentre sul fronte interno deve gestire il forte malcontento di Giusep - pe Conte su l l ’aumento delle spese militari e di una parte di M5s sugli stessi aiuti alla resistenza ucraina, sul piano internazionale ha rilanciato il canale diplomatico con Mosca, non esente da tentativi di sabotaggio come quello, non è dato sapere se volontario o preterintenzionale, operato dal presidente americano Jo e B id e n nei giorni scorsi. Nella nota di Palazzo Chigi sul colloquio, l’accento è stato posto sul l’importanza di «stabilire quanto prima un cessate il fuoco, per proteggere la popolazione civile e sostenere lo sforzo negoziale» e sulla «disponibilità del governo italiano a contribuire al processo di pace, in presenza di chiari segni di de-escalation da parte della Russia». 

Stoccaggi invernali al palo Rischiamo il grande gelo ma Cingolani naviga a vista

Dopo l’annun - cio del ministro tedesco dell’Eco - nomia e dell’Azione per il clima, Robert Hab e ck , anche la Germania, da ieri, si trova in stato di allerta precoce per quanto riguarda le forniture di gas. Scriviamo «anche», perché l’Italia è già in condizione di preallarme dallo scorso 26 febbraio. Quasi certamente, però, in Italia e all’estero non se n’è accorto nessuno. Come La Verità ha scritto il primo marzo scorso, il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di preallarme gas il 26 febbraio, cui è seguito il decreto legge 28 febbraio 2022, n. 16, che all’articolo 2 ha modificato la legge che regolava la procedura cosiddetta di emergenza gas, risalente al 2011. In base a questo decreto, possono essere adottate le misure finalizzate all’aumento della disponibilità di gas e alla riduzione programmata dei consumi previste dal Piano di emergenza del sistema italiano gas con un semplice atto di indirizzo del ministro della Transizione ecologica. Dunque, formalmente, la strada è spianata da oltre un mese per prendere provvedimenti, anche drastici, tesi a risparmiare energia, rallentare lo svuotamento degli stoccaggi, utilizzare le flessibilità già previste con i clienti che possono ridurre il carico. Forse si potevano evitare le esportazioni di gas che, sia pure per volumi bassi, si sono verificate anche in questi giorni verso Nord attraverso il passo Gries, oppure dare indirizzi a Terna per minimizzare ove possibile l’utilizzo di risorse per il bilanciamento alimentate a gas. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Se è vero che il preallarme è soprattutto una fase di monitoraggio, è anche vero che in questo frattempo molte cose si potevano fare. Tra l’altro, l’emergenza gas normalmente termina oggi, ma ancora non si sa se sarà prorogata a comprendere l’estate e il prossimo i nve r n o. C’è da chiedersi, poi, se il piano di emergenza sia stato adattato alla nuova situazione, nella quale da un momento all’altro può venire a mancare in via definitiva il flusso di gas dalla Russia, che negli ultimi mesi si è attestato tra i 50 e i 70 milioni di metri cubi al giorno. Esiste un contingency plan che consideri strutturalmente questa riduzione? Quali provvedimenti immediati verrebbero presi, considerato che la legge cui fa riferimento il piano tutela innanzitutto i consumi civili? È vero che i consumi delle famiglie per il riscaldamento si azzerano d’estate, ma il fabbisogno dall’estero del sistema gas italiano non cala in maniera corrispondente. Abbiamo sempre bisogno, mediamente, della stessa quantità mensile di gas dall’es tero per riempire gli stoccaggi durante l’e s tate. A questo proposito, il caso delle aste per lo stoccaggio è paradigmatico. Data la situazione straordinaria del mercato all’ingrosso, con prezzi elevatissimi, era evidente che porre a zero il corrispettivo per il servizio di stoccaggio, come è stato fatto per decreto, non avrebbe di per sé fatto accorrere gli operatori del libero mercato a partecipare alle aste. La situazione attuale del mercato è tale per cui il gas estivo costa più di quello del prossimo inverno: dunque non c’è convenienza economica per gli operatori in condizioni di libero mercato a partecipare alle aste con cui si assegna il volume degli stoccaggi. Negli ultimi 15 giorni si sono succedute cinque aste per l’as - segnazione di spazio in stoccaggio, che sono andate sostanzialmente deserte (tranne una per quantitativi molto modesti su un servizio particolare, il fast cyc le ). A 24 ore dall’avvio della stagione, con l’in - combente rischio di un taglio della fornitura russa e con l’obiettivo (a questo punto più che ambizioso) di riempire gli stoccaggi al 90% entro il 15 ottobre, ancora non si sa chi e come deve comprare il gas da mettere a riserva. Eppure, il decreto sugli stoccaggi prevedeva espressamente la possibilità di assegnare incentivi agli operatori in tal senso. Si attendono le deliberazioni del ministro Roberto Cingolani, su cui ci sono diverse ipotesi. La prima è quella di bandire nuove aste per gli operatori dando a questi la possibilità di offrire prezzi negativi per aggiudicarsi lo stoccaggio. Ciò consentirebbe agli operatori di vedersi riconosciuto lo spread estate-inverno, mantenendo la responsabilità dell’acquisto del gas e delle operazioni di iniezione. La seconda possibilità è quella che sia un soggetto istituzionale «di ultima istanza», che potrebbe essere la stessa Snam, a occuparsi dell’intero ciclo degli stoccaggi. Del resto, siamo in un momento storico in cui il mercato non è in grado di fornire un servizio di sicurezza degli approvvigionamenti, a regole attuali. Occorre prenderne atto e agire di conseguenza. Ieri, Ci ngola ni era Berlino per la firma dell’accordo di sussidiarietà tra Germania e Italia, che regola le forme di mutua assistenza in caso di grave carenza di gas. Accordi simili sono già stati stipulati con altri Paesi dell’Ue sia dalla Germania sia dall’Italia. Partecipando poi al Berlin energy transition dialogue, il ministro ha detto che «sull’ac c o rd o di solidarietà sul gas fra Italia e Germania c’è piena intesa col governo tedesco: noi abbiamo chiesto un paio di settimane di tempo, per capire come lanciare le gare per lo stoccaggio». Ora però il tempo stringe e i fronti di incertezza sono davvero troppi, anche per un Paese cui magari manca una seria cultura della programmazione, ma che non può continuare a campare alla giornata.


Gas: Berlino ha un piano, Cingolani che fa?

 

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L'INIZIO DELLA DISGREGAZIONE DELL'UNIONE EUROPEA !

Berlino attiva il piano d’emergenza in caso di stop alle forniture russe di gas. Da noi, nonostante lo stato d’allerta, il ministro Roberto Cingolani dorme. Intanto, il Cremlino insiste, con Olaf Scholz e Mario Draghi, sui rubli per acquistare il metano. E delinea un compromesso: versamenti in euro, convertiti da Gazprombank. Ieri la Germania ha annunciato l’inizio di un piano di emergenza nel caso in cui la Russia decida di sospendere le forniture di gas. La mossa non stupisce, ma è giusto sapere che il piano è stato solo attivato ieri, pur essendo stato pensato anni fa. Tutto ha avuto inizio nel 2010, con il regolamento 994 voluto dall’Unione europea, abrogato successivamente con la misura 1938 del 2017. Secondo questo insieme di norme, ogni Stato membro dell’Ue deve redigere, con periodici aggiornamenti, tre documenti utili a descrivere i rischi dei sistemi nazionali del gas naturale, ad attuare precauzioni affinché il rischio sia mitigato e a gestire situazioni di crisi. Questi documenti sono la «valutazione del rischio» (risk assessment), il «piano di azione preventiva» (preventive action plan) ed il «piano di emergenza» (emer - gency plan). In particolare, ieri il ministro tedesco dell’Eco - nomia, Robert H a b e ck ,ha annunciato l’attivazione del terzo documento. A sua volta, il piano tedesco prevede tre livelli di allarme e ieri Berlino ha deciso di mettere in piedi la prima fase. L’obiettivo è che venga costituita u n’unità di crisi, controllata dal ministero dell’Economia, per monitorare il livello delle forniture di gas (ad oggi, gli impianti di stoccaggio del gas della Germania sono pieni al 26,5% ma il governo vorrebbe che si arrivasse almeno al 40% entro il prossimo anno). Nel frattempo, mentre Ha - b e ck ha chiesto ai cittadini di limitare i consumi (anche se ha ribadito che non c’è ancora carenza di gas), il governo ha già in mente le altre due fasi del piano che riguardano il taglio delle forniture per i settori aziendali meno energivori a favore di ospedali e case private. Solo in ultima istanza si chiederebbe ai cittadini di tagliare l’utilizzo del gas. Il motivo alla base di queste precauzioni è chiaro. A partire da domani, primo aprile, ai Paesi ritenuti ostili per la Russia dovrebbe essere chiesto di pagare il gas in rubli, fatto a cui tutti i Paesi occidentali - Italia inclusa - sono contrari. Il condizionale, in realtà, è d’obbligo. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Pe s kov, ha fatto sapere che i Paesi compratori di gas non saranno obbligati a passare ai rubli già da domani perché «i pagamenti e la consegna sono un processo che richiede tempo». Intanto, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti per parlare di nuovi negoziati legati proprio al pagamento del gas. Secondo quanto riferisce il Cremlino, i due leader avrebbero concordato sul fatto che un eventuale pagamento in rubli non vanificherebbe la validità dei contratti in essere, tema che sempre ieri sarebbe stato discusso anche durante una telefonata con Mario Draghi. L’idea proposta dalla Russia, sarebbe quella di avere un pagamento comunque in rubli, ma a un cambio prestabilito deciso dalla Banca centrale russa. «Solo la valuta di pagamento sta cambiando, la valuta del contratto no», ha detto una fonte all’age n z i a Reuters. Per esempio, per gli accordi conclusi in euro, il pagamento dovrebbe essere effettuato al tasso di cambio ufficiale rublo/euro fissato dalla Banca centrale russa, ha ribadito la fonte. In definitiva, Pu - ti n avrebbe fatto concessioni sulla tempistica di adeguamento alla richiesta di Mosca, ma questa sarebbe stata ribadita e, in modalità da stabilire nei dettagli, accettata dalle c o ntro pa rt i . Invero, lo schema proposto è solo una delle opzioni. Secondo una terza fonte russa citata da Reuters, Gazprombank, la terza banca più grande della Russia, potrebbe servire come intermediario per le transazioni tra gli acquirenti di gas e Gazprom. Il portavoce di S ch ol z ha spiegato che, secondo lo zar, «per i partner europei non cambierebbe nulla», poiché il pagamento avverebbe sempre in euro e poi Gazprombank convertirebbe la cifra in rubli. S ch ol z e Puti n hanno ribadito l’inten - zione di risentirsi per raggiungere un compromesso definitivo che al momento non esiste. Intanto, Puti n do - vrà parlare anche con Gazprom e con la Banca centrale russa per capire come attivare la procedura, se davvero alcuni Paesi europei accetteranno di pagare nella valuta russa. Fatto sta che Gazprom, che rappresenta il 40% delle importazioni di gas europee, pur non rivelando i prezzi del gas paese per Paese, ha pianificato di far pagare ai Paesi occidentali una media di 296 dollari per 1.000 metri cubi ques t’anno, dai 280 dollari del 2 02 1 . D’altronde, la sola notizia de ll ’attivazione di un piano preventivo da parte della Germania ha fatto salire il prezzo del gas all’hub di Amsterdam del 13%, portandolo a 122 euro per megawattora. La reazione del mercato è motivata dai timori sugli effetti di uno stop alle forniture di gas per l’economia tedesca. Secondo diversi esperti, la chiusura dei rubinetti potrebbe portare a una recessione della locomotiva tedesca e a un’ulteriore crescita dell’in - flazione, cioè dell’aum ento dei prezzi combinato con la diminuzione del potere d’ac - quisto. Stando alle stime, in caso di stop alle forniture, i livelli del costo della vita potrebbero raggiungere circa il 9% rispetto agli attuali valori intorno al 5,5%, diventando quindi tra i più alti del Vecchio continente.

"Da domani il GAS si paga in Rubli o stop forniture". L'ordine di Putin di chiudere il GAS.


 

A Shanghai via al più grande lockdown cinese in due anni

 

Il tam tam dei giorni scorsi ha trovato una conferma nel comunicato ufficiale della municipalità di Shanghai diffuso domenica sera che dispone il più grande lockdown cinese in due anni dallo scoppio della pandemìa. La chiusura sarà in due tempi, prima tocca all’area di Pudong, sede del financial district, poi a quella di Puxi, dal primo al 5 aprile. Da ieri la sponda a Est del fiume Huangpu che divide in due la città metropolitana da 27 milioni di abitanti è già sotto chiave, ad aprile toccherà alla parte a Ovest, la più antica e più densamente popolata. Una resa incondizionata, quella del Governo locale, necessaria davanti all’aumento dei contagi che ha imposto misure draconiane e test di massa destinati a rendere la quarantena di Wuhan, il luogo dove tutto è iniziato, un pallido ricordo. Gli abitanti di Shanghai saranno sottoposti a controlli e dovranno rimanere confinati nei loro quartieri. Se c’è una città al mondo difficile da immaginare immobile, deserta, lontana dal caos che storicamente la contraddistingue, quella è Shanghai. Niente trasporti pubblici, metropolitana bloccata, ristoranti chiusi, si studia da casa, si lavora da remoto, il che vale per gli uffici pubblici, per quelli della finanza, per le imprese private. L’ufficio anti-Covid della municipalità ha precisato che devono essere garantite forniture sufficienti  di cibo e beni di prima necessità a prezzi stabili, ma la prima reazione in molti casi è stata quella di prendere di assalto i supermarket per fare scorta. L’obiettivo del Governo è raggiungere entro aprile quota zero Covid-19, una strategia che finora ha pagato su focolai ridotti e ben delimitati sul territorio garantendo una ripartenza rapida ma che, nel caso di Shanghai, ovvero del cuore pulsante della comunità economica, finanziaria e della logistica cinese rischia di essere un boomerang devastante. La Borsa ha reagito male chiudendo infine con perdite contenute, a -0,61%, ma la catena della logistica del primo hub portuale al mondo ne risentirà e di conseguenza i traffici con i mercati di sbocco delle merci made in China, soprattutto Nordamerica ed Europa. Idem per i cargo, Shanghai è tra i dieci più trafficati scali aeroportuali al mondo. Questo lockdown diventa un test sul quale il potere centrale rischia molto più di Wuhan, la Plenaria del Parlamento ha ratificato una strategia di rilancio dell’economia basata su tasse ridotte ai minimi, combinando lo stimolo fiscale a una politica monetaria necessaria a creare la giusta liquidità, ma l’obiettivo del 5,5% del Pil si allontana. Sarà un test anche per Li Qiang, il capo del partito della municipalità, tra i più fedeli sostenitori del presidente Xi Jinping e in odore di essere promosso in autunno, al 20esimo Congresso nazionale, tra i sette uomini d’oro dello Standing Committee.

Non fornire o non pagare? Sui contratti è in arrivo un’altra tempesta perfetta

 

Alla guerra sul campo in Ucraina, si affianca quella scatenata dal Cremlino verso le aziende energetiche di “Paesi ostili”, con l’ultimo annuncio del Presidente russo Vladimir Putin di obbligare al pagamento in rubli tutti gli acquirenti, soprattutto europei, di combustibili fossili, in particolare gas e petrolio. La Russia sarebbe in procinto di adottare un atto normativo con un doppio effetto: imporre alle imprese dell’energia, controllate per lo più da Stati, di versare, in cambio di gas e petrolio, essenziale per molti Paesi europei, gli importi in rubli e, al tempo stesso, obbligare le aziende russe a incassare solo nella moneta sovrana russa. L’obiettivo è duplice: da un lato politico/ simbolico con un tentativo di piegare così le aziende operative in Stati Ue all’utilizzo del rublo e aggirare le sanzioni imposte sulla Russia e, dall’altro lato, economico favorendo l’apprezzamento del rublo, in caduta libera a seguito delle misure finanziarie ed economiche che Mosca proverebbe così ad arginare. Se il Cremlino andasse avanti su questa strada, con un cambiamento unilaterale, in via diretta o indiretta, dei contratti, si avrebbero effetti immediati sulla fornitura di gas, ma anche a lungo raggio con un intrigo giudiziario con al centro l’adempimento dei contratti internazionali di fornitura conclusi da società di “Paesi ostili”, tenuti alla prestazione monetaria e aziende russe tenute alla fornitura di gas e petrolio. Con una serie di problemi da risolvere: individuazione dei contraenti non così scontata perché potrebbe trattarsi sia di società di diritto russo sia con sede in altri Stati; individuazione del giudice competente; legge da applicare e norme di applicazione necessaria. Per quanto riguarda i contratti internazionali, non c’è dubbio che sia necessaria una verifica caso per caso. In via generale, questi contratti prevedono non solo la specifica prestazione e le modalità di esecuzione ma, tra queste ultime, anche la valuta nella quale il destinatario della fornitura deve effettuare il pagamento. A seguito dell’annuncio russo, sia i Governi di molti Stati, sia i vertici delle aziende hanno già comunicato che i contratti in vigore tra aziende europee operative nel settore dell’energia e aziende russe, con al centro una prestazione di fornitura di gas e petrolio, individuano l’euro o il dollaro come valuta nella quale corrispondere gli importi. Se fosse presente una clausola con la scelta della valuta, il cambiamento unilaterale e non rinegoziato dalle parti comporterebbe una modifica delle modalità di prestazione contrattuale e, quindi, una violazione del contratto e una responsabilità del contraente russo per inadempimento. Tuttavia, andrebbe anche valutato l’impatto della norma interna russa che, in sostanza, impone per legge quella modifica contrattuale e che, pertanto, potrebbe essere considerata o come norma di applicazione necessaria o come norma che regola le modalità di esecuzione imposte dallo Stato, con conseguente incidenza sulla originaria clausola concordata dalle parti. Dai singoli contratti potrebbe arrivare anche la soluzione sull’individuazione del giudice competente a risolvere eventuali controversie sui cambi di valuta, aspetto essenziale anche per l’effettività dei provvedimenti e gli accertamenti delle responsabilità. La valutazione, anche in questa ipotesi, va fatta caso per caso, anche se è facile presumere che non sia stato indicato il giudice dello Stato dei contraenti e che sia stata inclusa una clausola arbitrale, ad esempio indicando, come avvenuto in altre occasioni, la Camera arbitrale commerciale di Stoccolma, probabilmente accompagnata dall’individuazione della legge da applicare. Se le parti non hanno indicato la legge toccherà al collegio arbitrale individuare le norme applicabili alla controversia, che esso ritenga più appropriate. Non è da escludere, in via di ipotesi e nei limiti dell’oggetto della controversia, che possa venire in rilievo la legge russa come legge dello Stato di pagamento. In tutto ciò occorre poi stabilire se il contratto di fornitura vede come contraenti società di diritto russo o società con sede in altri Stati. Va detto, però, che è necessario considerare separatamente le conseguenze giuridiche dell’inadempimento contrattuale e delle responsabilità dei contraenti rispetto a quelle pratiche. In quest’ultimo caso, infatti, almeno per il periodo in cui continua a essere in corso il conflitto, le aziende potrebbero/dovrebbero rifiutarsi di pagare in rubli ma, dall’altro lato, potrebbe essere rifiutata la fornitura, in violazione del contratto, ma con scarsi mezzi per ottenere il suo effettivo rispetto, almeno in via immediata. Ed è difficile che le imprese europee cedano, anche in considerazione degli effetti politici che questo potrebbe avere e degli effetti giuridici su questi e altri contratti.

L’Italia per ora guarda al mare: Snam ipoteca una prima nave

 

L’Italia guarda al mare, e di conseguenza al gas liquefatto, per diversificare gli approvvigionamenti e rendere meno traumatico un possibile addio alle forniture russe, che pare tuttavia difficilmente praticabile nel breve periodo. Se ormai da diverse settimane le big energetiche stanno sondando i grandi esportatori per potenziare i contratti in essere, anche Snam – gestore della rete gas nazionale - si sta muovendo su più fronti. Da una parte, come previsto da un decreto del Mite, è pronta a organizzare un gasdotto “virtuale” con un sistema di navi per il trasporto di Lng dalla Spagna al proprio rigassificatore di Panigaglia; dall’altra parte sta lavorando sul mandato ricevuto dal Governo per rafforzare la potenza di fuoco della rigassificazione, con l’obiettivo di mettere a disposizione circa 10 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi nel giro di due anni. L’obiettivo è chiaro: acquistare una nave di rigassificazione e noleggiarne un’altra, ha spiegato il ministro Roberto Cingolani, «poiché non si tratta di infrastrutture permanenti ma possono fornire un grandissimo contributo all’autonomia energetica dalla Russia», ciascuna per circa 5 miliardi di metri cubi. Assieme farebbero dunque circa il 30% dei 28 miliardi che ogni anno importiamo da Mosca. Tutto questo sull’onda del nuovo accordo tra Ue e Usa per aumentare in maniera robusta le importazioni di gas liquefatto americano. Detto così sembrerebbe semplice ma tale non è. Per una serie di ragioni. Innanzitutto perché l’Italia non è ovviamente l’unica, in questo momento, a cercare strade alternative alle forniture di Mosca. Le navi di rigassificazione consentono di utilizzare gas proveniente da qualsiasi parte del mondo e dunque oggi sono ambitissime: in tutto il pianeta ce ne sarebbero una cinquantina ma meno di 10 ancora “libere” con la Germania che ne avrebbe prenotate già tre. Per questo Snam si sta muovendo con grandissimo riserbo ma anche – sembrerebbe – con efficacia, visto che secondo fonti governative sarebbe già in esclusiva su una delle due navi. Il gruppo guidato da Marco Alverà controlla oggi due terminali Lng, Panigaglia (3,5 miliardi di metri cubi) e Olt (3,75 miliardi), oltre ad avere il 7% dell’Adriatic Lng di Rovigo (8 miliardi), tutte infrastrutture che – autorizzazioni permettendo – potrebbero vedere un leggero incremento della capacità. Altro tema: una volta acquistate e noleggiate le navi dovrebbero diventare infrastrutture regolate e avviare un iter autorizzativo. Potranno essere posizionate in un porto o leggermente al largo (in questo caso vanno valutati vento, correnti e profondità dell'acqua) ed essere collegate alla rete Snam. Tra le possibili “location” si parla di Piombino e alto Adriatico. Per Cingolani potrebbero entrare in servizio entro 12-18 mesi dalla conclusione dell'iter autorizzativo. Terzo nodo, il prezzo: all’apparenza il gas liquefatto americano costa molto meno di quello del Qatar indicizzato al TTF (il mercato olandese) ma, si spiega sul mercato, quest’ultimo ha una tariffa “chiavi in mano” mentre la materia prima Usa non comprende il noleggio delle navi per trasportarla al terminale Lng e la tariffa di liquefazione. Al netto di tutto ciò il gas Usa resta comunque competitivo ma con numeri diversi da quelli prospettati in questi giorni. Infine se alla fine non si taglierà il cordone ombelicale energetico da Mosca – fanno notare alcuni osservatori - l’Italia non rischia di avere fin troppo gas a disposizione? Detto ciò, la necessità di una opportuna diversificazione degli approvvigionamenti, è opinione condivisa sul mercato, induce comunque un ripensamento del portafoglio gas tricolore. Anche per questo la stessa Snam auspica da tempo la realizzazione di un gasdotto pirenaico (il famoso progetto Midcat, bloccato dal 2019 per l’intervento del Governo francese) o in alternativa di una soluzione offshore dalla Spagna all’Italia per sfruttare l’enorme capacità di rigassificazione iberica, oltre 60 miliardi di metri cubi, di cui una parte significativa inutilizzata. In attesa che uno di questi progetti si sblocchi, Snam è comunque pronta a organizzare una spola di navi metaniere da Barcellona al rigassificatore di Panigaglia nel prossimo inverno per massimizzare l’uso di quel terminale. Oltre a ciò c’è il Tap, che potrebbe salire da 7 a 9 miliardi di metri cubi (con il possibile raddoppio in cinque anni), si potrebbe potenziare l'import da Algeria e Qatar, così come riempire all'orlo tutti gli stoccaggi, ma risulta difficile pensare a un inverno 2022 senza le forniture russe (senza contare che disdire un contratto take or pay, di regola, costa penali miliardarie) a meno di misure draconiane sui consumi di gas.

mercoledì 30 marzo 2022

Gas, Putin vuole la guerra del rublo

 

La dichiarazione del Cremlino è netta: da aprile si accettano solo pagamenti in rubli per il gas venduto, così come anticipato la settimana scorsa da Putin. Ma il G7 dei ministri dell’Energia replica secco: «Proposta inaccettabile». Altrettanto secca la contro replica da Mosca: «Sul gas non faremo la carità».È su questa linea ad alta tensione che si gioca la prossima mossa di Mosca accerchiata dall’embargo dell’Occidente. Intanto l’Europa è all’affannosa ricerca di forniture alternative per compensare un probabile stop di quelle russe.Sul gas in rubli è muro contro muro. I Paesi del G7 si sono schierati compatti contro Mosca, che pretende che Gazprom sia pagata in valuta russa. E ora il rischio che si vada verso un’interruzione delle forniture all’Europa aumenta. «È chiaro che il gas non lo forniremo gratis, nella nostra situazione non è possibile né appropriato mettersi a fare la carità», ha avvertito il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, tornando sull’argomento dopo la sfida lanciata mercoledì scorso dal presidente Vladimir Putin. Un rifiuto a pagare in rubli «sicuramente porterà alla cessazione delle forniture di gas», ha rincarato Ivan Abramov, deputato e vicepresidente del Comitato di politica economica della Federazione russa. «Se la nostra condizione è pagare in rubli, allora devono pagarci in rubli. Hanno sufficienti opportunità per comprarne», ha aggiunto Abramov secondo l’agenzia Ria Novosti. In realtà non sarebbe per niente facile cambiare valuta senza incappare nelle sanzioni, che ormai hanno isolato la Russia dai mercati finanziari internazionali. Lo stesso Putin non ha dato alcuna indicazione pratica, ordinando piuttosto alla banca centrale, al governo e a Gazprom di mettere a punto entro il 31 marzo un sistema adeguato per consentire il passaggio. Il punto però è che nessuno – almeno tra i grandi acquirenti di gas russo – ha intenzione di chinare la testa. «Tutti i ministri del G7 hanno concordato che si tratta di una chiara violazione unilaterale dei contratti esistenti», ha dichiarato ieri il vice cancelliere e ministro tedesco dell’Economia Robert Habeck dopo una riunione del gruppo, di cui fanno parte (oltre alla Germania, che ha la presidenza di turno) anche Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e Giappone. « Il pagamento in rubli è inaccettabile e chiediamo alle compagnie interessate di non adeguarsi alle richieste di Putin», ha aggiunto Habeck a nome dei Sette. Una presa di posizione molto netta, che però in fin dei conti riflette l’orientamento già manifestato da diversi governi europei (compresi quelli italiano, francese e tedesco) e anche da alcune delle società chiamate in causa. Poche ore prima del G7 aveva parlato il ceo dell’Eni, Claudio Descalzi: «La Russia ci sta chiedendo di pagare in rubli, che noi non abbiamo. Questo non c’è nel contratto, che prevede il pagamento in euro, e non si può cambiare in modo unilaterale», ha dichiarato il manager dal palco del Global Energy Forum a Dubai. La compagnia del Cane a sei zampe è uno dei maggiori clienti di Gazprom, da cui afferma di aver acquistato 22,5 miliardi di metri cubi di gas nel 2020 (su un totale di circa 62 miliardi importati). Dopo l’invasione dell’Ucraina Eni ha interrotto la stipula di nuovi contratti per importare dalla Russia petrolio greggio e derivati. Inoltre ha messo in vendita la sua partecipazione nel gasdotto Blue Stream, tra Russia e Turchia, in cui è socia di Gazprom con il 50%. Ma il traguardo della rinuncia al gas russo non è ancora a portata di mano: Eni ritiene di poterlo raggiungere a fine 2023, grazie soprattutto a un maggiore ricorso ai fornitori africani e a un’accelerazione delle estrazioni in Italia. Il no ai pagamenti in rubli potrebbe costringerci a fare a meno di Gazprom ben prima di allora, anche se la minaccia di uno stop alle forniture viene ancora considerato da alcuni analisti un bluff. Il mercato non ha reagito in modo estremo: il prezzo del gas ieri ha guadagnato il 7,5% al Ttf, concludendo a 108,90 euro per Megawattora, ma nei giorni scorsi aveva perso quota dopo l’annuncio di Putin, scendendo sotto 100 euro. E anche il rialzo di ieri almeno in parte sembra dettato dalle previsioni di clima più freddo. Del resto è difficile credere che Mosca possa davvero chiudere i rubinetti: un’azione così drastica si tradurrebbe in perdite enormi per le casse dello Stato. L’anno scorso la Russia ha incamerato 54,7 miliardi di dollari grazie all’export di gas via gasdotto e altri 7,6 miliardi con il Gnl (dati della banca centrale). Solo il petrolio è stato più redditizio: 110,2 miliardi solo per il greggio e 68,7 miliardi per i prodotti raffinati, su un valore totale delle esportazioni russe di 489,8 miliardi. E sul fronte petrolifero gli affari si sono già vistosamente ridotti: l’export di greggio russo è diminuito del 26,4% nell’ultima settimana rispetto alla precedente, secondo dati visionati da Bloomberg, a 3,63 milioni di barili al giorno. Prima della guerra era intorno a 5 milioni di barili.

RAND INSTITUTE: COME SCATENARE LA GUERRA TRA RUSSIA E UCRAINA


Secondo un rapporto Rand del 2019 intitolato “Overextending and Unbalancing Russia“, l’obiettivo degli Stati Uniti era quello di minare la Russia proprio come ha fatto l’Unione Sovietica nella guerra fredda. Piuttosto che “cercare di rimanere avanti” o cercare di migliorare gli Stati Uniti all’interno o nelle relazioni internazionali, l’enfasi è sugli sforzi e le azioni per minare l’avversario designato, la Russia. Rand è un think tank governativo quasi governativo che riceve tre quarti dei suoi finanziamenti dalle forze armate statunitensi.

Il rapporto elenca misure anti-Russia divise nelle seguenti aree: economica, geopolitica, ideologica/informativa e militare. Sono valutate secondo i rischi percepiti, i benefici e la “probabilità di successo”.

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ULTIMATUM DI PUTIN ALL’EUROPA. LA CHIUSURA DEI RUBINETTI DEL GAS È SEMPRE PIÙ VICINA?

 

Se vi ricordate, nel precedente articolo (Putin: “Pagherete il gas in rubli”. E Draghi & co sbandano), ci eravamo lasciati con Putin che di fronte al blocco delle riserve presso la FED e la BCE, aveva richiesto il pagamento delle forniture di gas in rubli da parte dei paesi ostili.

Tale legittima richiesta si basa sul fatto che la Russia non può disporre dei mezzi finanziari (i soldi) con cui incassa il gas; la logica conseguenza è che lo sta fornendo gratis. Di fronte a tutto ciò, ed al serio rischio di mettere l’intero paese a legna e candele, i fenomeni di casa nostra – il “duo” Draghi-Giavazzi – non hanno saputo fare niente di meglio che opporre una violazione delle clausole contrattuali.

La domanda retorica con la quale concludevo l’articolo, ovvero, quale sarebbe stata la prossima decisione da parte del governo russo, non è tardata ad arrivare.

La risposta, che avevo previsto, ce l’ha data direttamente il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov:

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PREZZI DI BENZINA ED ENERGIA: LI DOBBIAMO A UN PERVERSO MECCANISMO FINANZIARIO

 

È ormai evidente che il sistema dei prezzi dell’energia è ormai quasi esclusivamente di natura speculativa, secondo dinamiche davvero non più accettabili. Da che cosa dipende il prezzo del gas nel nostro Paese così come definito dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera)? Per poco meno di metà dipende dai cosiddetti “oneri di sistema”, in buona parte costituiti da varie forme di prelievo fiscale che, peraltro, in questo momento stanno determinando un forte gettito, data l’impennata dei prezzi, al di là delle parti congelate.

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È IN ARRIVO IL VERO “RESET”

Il presidente Joe Biden crede che la guerra in Ucraina segnerà l’inizio di un “nuovo ordine mondiale“. Nel mezzo della pandemia globale Covid, Klaus Schwab e le élite globali hanno anche annunciato un “grande reset”.

Di conseguenza, le nazioni del mondo dovrebbero cedere la loro sovranità a un organismo internazionale di esperti che ci illuminerebbero su tasse, diversità e politiche verdi.

Quando l’ex presidente Donald Trump è stato eletto nel 2016, i giornalisti più autorevoli annunciarono che le informazioni di parte avrebbero dovuto sostituire il vecchio approccio, presumibilmente disinteressato, alle notizie.

Qui c’è un tema comune.

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BASTA EMERGENZA, L’IMPORTANTE È CHE RESTI IL GREEN PASS

 

Tre giorni fa, giovedì 24 marzo, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge n.24/2022 recante “Disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza”.

Un decreto attesissimo da tutto il popolo italiano, convinto che finalmente avrebbe potuto riprendere a vivere normalmente dopo più di due anni di Stato di Emergenza sanitaria. Sarà capitato infatti a chiunque di voi in queste ultime settimane, parlando con amici e parenti, di sentire la frase “vabbè tanto ora lo tolgono” oppure anche “dal 31 marzo per che cosa protesterai?” o meglio ancora “hai visto? l’avevo detto che non sarebbe rimasto”.

Pura e semplice illusione.

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Sorveglianza, pass e database infiniti: così l’Ue ci trasforma in identità digitali

 

L’i ntelli genza artificiale non viene usata solo nella guerra tra Ucraina e Russia. È già tra noi da molto tempo. Il futuro delle smart city, con città digitalizzate capaci di inghiottire gli utenti con i loro smartphone è un rischio sempre più reale. Lo dimostra l’i ntro du z ione del green pass durante la pandemia per fare da apripista a un sempre più severo controllo fiscale. L’obiet - tivo dell’Unione Europea è quello di trasformare i cittadini in vere e proprie identità digitali. Lo spiega la giornalista Nicoletta F. Pra n d i nel suo ultimo libro Immuni alla verità - Q uello che non dobbiamo sapere sul potere digitale (Guerini e associati editore). Nel testo vengono messi in fila i rischi della tecnologia e viene evidenziato come «i sistemi di sorveglianza biometrica di massa in luoghi pubblici si stanno diffondendo in tutta Europa. Spagna, Portogallo, Germania, Grecia, Svezia, Finlandia, solo per citarne alcuni». Il tema è di stretta attualità. Nemmeno il mese scorso, agli inizi di febbraio, è stata ufficializzata la notizia secondo cui l’Ufficio di polizia europeo (Europol) potrà conservare e utilizzare l’enorme quantità di dati sulle cittadine e sui cittadini europei presenti nei suoi archivi senza alcun limite. Anzi, potrà continuare a raccoglierne anche altri. A stabilirlo è stata la Commissione europea, assegnando un nuovo mandato a Europol e annullando la decisione del garante europeo della protezione dei dati (Edps), che aveva disposto la cancellazione di tutte le informazioni relative a persone non sospette. Eppure, ricorda Pra n d i , «il 21 giugno 2021» è stato pubblicato «il parere congiunto di Edpb e Edps (European Data Protection Board e European Data Protection Supervisor, ovvero le autorità di garanzia europee sulla protezione dei dati). Esprime l’urgenza di mettere nero su bianco, a livello europeo, il divieto di impiego di sistemi di riconoscimento facciale negli spazi pubblici e di un sistema di crediti sociali simile a quello adottato in Cina». Il parere è stato poi recepito da una risoluzione approvata dall’Europarlamento, a ottobre 2021, «con cui si chiede alla Commissione di bandire formalmente qualsiasi sistema di riconoscimento facciale e videosorveglianza massiva». Peccato che nessuno abbia mosso un dito. E così il tema torna di attualità in questi giorni. La guerra tra Russia e Ucraina, infatti, sta diventando purtroppo un esempio di come si svilupperanno in futuro i nuovi conflitti tra nazioni. Missili e carro armati sono solo una parte della battaglia che ormai si sviluppa in modo ibrido, spesso attraverso l’ut i l i z zo dell’intelligenza artificiale. Marc G a l e otti , senior associate fellow al Royal United Services Institute, nel suo libro The We ap o n i satio n of Ev e r yth i n g , spiega questo nuovo modo di fare la guerra. Assistiamo così in questi giorni all’utilizzo in Russia del sistema di riconoscimento facciale Sphere sui mezzi pubblici di Mosca per scovare chi manifesta in piazza. È un software che trova corrispondenze con le foto sui social network. Anche gli ucraini non sono da meno. L’esercito di Kiev sta usando Clearview AI, software molto controverso che estrae immagini da social media e altre piattaforme, multato nelle scorse settimane dal Garante privacy italiano per 20 milioni di euro. Sono metodi molto rischiosi per individuare le persone. Anche perché questi sistemi non hanno una precisione assoluta. Ma soprattutto sono un problema anche per i paesi europei non in guerra. Pra n d i , nel suo libro, cita anche una ricerca dei Verdi Europei dello scorso anno, dove vengono sollevati «dubbi circa la legalità di questi sistemi, che potrebbero essere stati introdotti senza alcun preventivo lasciapassare di tipo legale. E contiene anche un suggerimento: il monito a evitare finanziamenti pubblici europei a tecnologie che puntino a sviluppare o implementare sistemi forti di sorveglianza di massa sulla base di dati biometrici». La mappa di questi sistemi di videosorveglianza è consultabile sul sito dei Verdi Europei, insieme alla ricerca integrale. Il libro esplora anche gli investimenti «milionari (bando da 900 milioni di euro pubblicato dall’Agenzia europea Lisa (European Union Agency for the Operational Management of Large-Scale IT Systems in the Area of Freedom, Security and Justice) per realizzare, entro il 2022, uno dei più grandi database con dati biometrici al mondo». Gli aspetti critici dell’i ntelligenza artificiale riguardano da vicino anche l’a mministrazione delle città: il punto di contatto è la potenza, teoricamente infinita, che si sprigiona dall’ac c umulo progressivo di miliardi di dati (finanziari, sanitari, amministrativi) correlabili ai cittadini. Scrive Pra ndi: «è il sogno di una città autorealizzata, capace di regolarsi in modo indipendente. L’assunto alla base è semplice: intraprendere la condotta pubblica più giusta in funzione della presunta superiorità computazionale dell’Ia, a cui si delega qualcosa di non attuabile dall’uo m o » .