STUPIDA RAZZA

lunedì 9 gennaio 2023

LE ORIGINI OSCURE DEL GREAT RESET DI DAVOS

 

È importante chiarire che la cosiddetta agenda mondiale del Great Reset di Klaus Schwab non è un’idea nuova né tantomeno originale. Lo stesso vale per quel suo progetto di Quarta Rivoluzione Industriale e per la teoria del Capitalismo degli stakeholder che lui pretende di aver inventato.

Klaus Schwab non è altro che uno scaltro agente dell’agenda tecnocratica globale le cui origini risalgono agli inizi degli anni ’70, o anche a prima, e che prevede un partenariato tra potere aziendale e potere governativo, Nazioni Unite comprese. Il Great Reset di Davos non è altro che un progetto rimesso a nuovo per una dittatura distopica globale, sotto l’egida delle Nazioni Unite e in fase di sviluppo da decenni. I personaggi chiave erano stati David Rockfeller e il suo pupillo, Maurice Strong.

Nello scenario politico dei primi anni ’70, è probabile che non esistesse una figura più influente del defunto David Rockefeller, noto soprattutto per esser diventato presidente della Chase Manhattan Bank.

La creazione di un nuovo paradigma

Tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, alcuni circoli internazionali direttamente legati a David Rockefeller avevano dato vita ad una serie impressionante di organizzazioni d’élite e gruppi di esperti. Fra questi ricordiamo il Club di Roma; The 1001: A Nature Trust legata al WWF; La Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano; il rapporto del MIT intitolato I Limiti dello Sviluppo e la Commissione Trilaterale di David Rockefeller.

Il Club di Roma

Nel 1968, David Rockefeller aveva fonsato, insieme ad Aurelio Peccei e Alexander King, il Club di Roma, un think tank neomalthusiano. Aurelio Peccei era un alto dirigente dell’azienda automobilistica Fiat, di proprietà della potente famiglia italiana degli Agnelli [1]. Gianni Agnelli era un amico intimo di David Rockefeller ed anche membro del Comitato Consultivo Internazionale della Chase Manhattan Bank di Rockefeller. Agnelli e David Rockefeller erano amici intimi dal 1957. Nel 1973, Agnelli era stato tra i membri fondatori della Commissione Trilaterale di David Rockefeller. Alexander King era il capo del programma scientifico dell’OCSE e anche consulente della NATO. In questo modo era nato quello che sarebbe diventato il movimento neomalthusiano “people pollute” [la gente inquina].

Nel 1971, il Club di Roma aveva pubblicato un rapporto oltremodo fallace, I Limiti dello Sviluppo. Questa pubblicazione preannunciava la fine della civiltà così come l’avevamo conosciuta fino ad allora a causa del rapido aumento della popolazione e del consumo di risorse limitate, come il petrolio. Il rapporto concludeva che, qualora non si fossero messi dei freni al consumo delle risorse, “molto probabilmente avremmo assistito ad un calo piuttosto repentino e incontrollabile sia della popolazione che della capacità produttiva.”

Il rapporto si basava su simulazioni al computer fasulle effettuate da un gruppo di informatici del MIT. La previsione era azzardata: “Se le attuali tendenze di crescita della popolazione mondiale, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione alimentare e dell’esaurimento delle risorse resteranno invariate, entro i prossimi cento anni questo pianeta raggiungerà il suo limite di crescita.” Era il 1971. Nel 1973, Klaus Schwab, in occasione del suo terzo incontro annuale con i leader aziendali di Davos, aveva invitato a Davos Peccei affinchè presentasse I Limiti dello Sviluppo agli amministratori delegati delle aziende presenti [2].

Nel 1974, il Club di Roma aveva sfacciatamente dichiarato: “La Terra ha un cancro e il cancro è l’uomo.” Poi aveva aggiunto: “Il mondo sta affrontando un insieme senza precedenti di problemi globali interconnessi, come il sovrappopolamento, la penuria di generi alimentari, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili [il petrolio], il degrado ambientale e la cattiva governance” [3]. Sosteneva quanto segue:

È necessaria una ristrutturazione “orizzontale” del sistema mondiale… servono cambiamenti drastici nel sistema di valori e negli obiettivi dell’essere umano per risolvere le crisi energetiche, alimentari e di altra natura. In sostanza, se si vuole andare incontro alla transizione verso una crescita organica, bisogna sollecitare dei cambiamenti sociali e individuali [4].

Nel suo rapporto del 1974, Mankind at the Turning Point, il Club di Roma sosteneva inoltre:

L’aumento dell’interdipendenza tra nazioni e regioni dovrà tradursi in una diminuzione dell’indipendenza. Le nazioni non possono essere interdipendenti senza che ciascuna di esse rinunci ad una parte della propria indipendenza, o almeno ne riconosca i limiti. È giunto il momento di mettere a punto un piano generale per una crescita organica e sostenibile e per uno sviluppo globale basato sulla ripartizione mondiale di tutte le risorse non rinnovabili e su un nuovo sistema economico globale [5].

Questo era stato l’enunciato iniziale dell’Agenda 21 delle Nazioni Unite, dell’Agenda 2030 e del Great Reset di Davos del 2020.

David Rockefeller e Maurice Strong

Maurice Strong, amico di lunga data di David Rockefeller e petroliere miliardario, era stato, in assoluto, il più influente promotore dell’agenda “crescita zero” di Rockefeller.

Il canadese Maurice Strong era stato uno dei primi divulgatori della fallace teoria scientifica secondo cui le emissioni di CO2 prodotte dall’uomo attraverso i mezzi di trasporto, le centrali a carbone e l’agricoltura causerebbero un rapido e drammatico aumento della temperatura terrestre che metterebbe in pericolo “il pianeta,” la cosiddetta teoria del riscaldamento globale.

In occasione della Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite del 1972 e in veste di presidente, Strong aveva promosso un programma incentrato sulla riduzione della popolazione e sull’abbassamento del tenore di vita a livello mondiale per “salvare l’ambiente.”

Strong chiarito in questo modo la sua visione ecologista radicale:

“La sola speranza per il pianeta non è forse il collasso delle civiltà industrializzate? Non è forse nostra responsabilità far sì che ciò avvenga?” [6].

Ed è proprio quello che si sta verificando sotto la copertura di una pandemia globale.

Il fatto che avessero scelto Strong per dirigere un’importante iniziativa delle Nazioni Unite volta a mobilitare l’azione sull’ambiente apparve alquanto curiosa, visto che [Strong] aveva costruito la sua carriera e la sua considerevole fortuna sullo sfruttamento del petrolio. Lo stesso vale per un numero insolito di nuovi sostenitori della “purezza ecologica”, come David Rockefeller, Robert O. Anderson dell’Aspen Institute o John Loudon della Shell.

Strong, canadese di origine, aveva conosciuto David Rockefeller quando aveva appena 18 anni, nel 1947 e, da allora, la sua carriera era stata legata alle conoscenze della famiglia Rockefeller [7]. Grazie alla sua nuova amicizia con David Rockefeller, all’età di 18 anni, Strong aveva ottenuto una posizione chiave alle Nazioni Unite come subalterno del tesoriere dell’ONU, Noah Monod. In questo modo, i fondi dell’ONU avevano iniziato ad essere opportunamente gestiti dalla Chase Bank dei Rockefeller; si era così messo in marcia quel tipico modello di “partenariato pubblico-privato” che Strong avrebbe utilizzato per trarre profitti dal governo pubblico [8].

Negli anni ’60, Strong era diventato presidente dell’enorme gruppo energetico e petrolifero di Montreal noto come Power Corporation, allora di proprietà dell’influente Paul Desmarais. Secondo Elaine Dewar, ricercatrice investigativa canadese, la Power Corporation era stata utilizzata anche come riserva di fondi neri per finanziare le campagne di alcuni politici canadesi, come Pierre Trudeau, padre del prediletto di Davos, Justin Trudeau [9].

Il primo Summit della Terra e il Summit della Terra di Rio de Janeiro

Nel 1971, Strong era stato nominato Sottosegretario delle Nazioni Unite a New York e Segretario Generale dell’imminente Summit della Terra, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (Earth Summit I) che si sarebbe tenuto a Stoccolma, in Svezia. Lo stesso anno, era stato anche nominato amministratore fiduciario della Fondazione Rockefeller, che aveva finaziato il progetto del Summit della Terra di Stoccolma [10]. A Stoccolma era nato il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), con a capo Strong.

Nel 1989, Strong era stato chiamato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a dirigere la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo del 1992 o UNCED (Rio Earth Summit II). In quell’occasione, si era occupato della supervisione della stesura degli obiettivi dell’ONU per l'”ambiente sostenibile,” l’Agenda 21 per lo Sviluppo Sostenibile che costituisce la base del Great Reset di Klaus Schwab, nonché della creazione del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU. Strong, che era anche membro del consiglio di amministrazione del WEF di Davos, aveva fatto in modo che Schwab avesse un ruolo chiave al Summit della Terra di Rio.

Nel ruolo di Segretario Generale delle Nazioni Unite alla Conferenza di Rio, Strong aveva anche commissionato un rapporto dal Club di Roma, The First Global Revolution, scritto da Alexander King, in cui si ammetteva che l’affermazione relativa al riscaldamento globale da CO2 non era altro che uno stratagemma per imporre il cambiamento:

“Il nemico comune dell’umanità è l’uomo. Mentre eravamo alla ricerca di un nuovo nemico comune, avevamo pensato che l’inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, la scarsità d’acqua, le carestie e via dicendo calzassero a pennello. Tutte queste minacce sono frutto dell’intervento dell’uomo e possono essere superate solo cambiando approccio e comportamento. Pertanto, il vero nemico è l’umanità stessa” [11].

Anche Tim Wirth, delegato del Presidente Clinton a Rio aveva ammesso la stessa cosa, affermando che:

“Dobbiamo affrontare la questione del riscaldamento globale. Anche se la teoria del riscaldamento globale è infondata, faremo la cosa giusta in termini di politica economica e ambientale” [12].

A Rio, Strong aveva introdotto per la prima volta l’idea orchestrata di una “società sostenibile,” la cui definizione si centra sull’obiettivo immotivato di eliminare la CO2 e altri cosiddetti gas serra. Nel settembre 2015, a Roma, con la benedizione del papa, L’Agenda 21 era diventata l’Agenda 2030. I suoi obiettivi “sostenibili” sono 17 e dichiara quanto segue:

“Il territorio, per via della sua unicità e del ruolo cruciale che svolge nell’insediamento umano, non può essere trattato come un bene ordinario, gestito da individui e soggetto alle pressioni e alle inefficienze del mercato. La proprietà privata della terra è anche uno strumento principale di accumulazione e concentrazione della ricchezza e quindi contribuisce ad incrementare l’ingiustizia sociale… La giustizia sociale, la riqualificazione urbana e lo sviluppo, la fornitura di alloggi dignitosi e di condizioni salutari per la popolazione possono essere raggiunti solo se il territorio viene sfruttato nell’interesse dell’intera società.”

In sostanza, la proprietà privata della terra deve essere resa disponibile all’intera società, un concetto ben noto in epoca sovietica e un aspetto chiave del Great Reset di Davos.

A Rio, nel 1992, nel ruolo di presidente e segretario generale, Strong aveva dichiarato:

“È chiaro che gli stili di vita di oggi e i modelli di consumo del ceto medio, tra cui l’elevata assunzione di carne, il consumo di grandi quantità di cibi surgelati e pronti, l’uso di combustibili fossili, degli elettrodomestici, dell’aria condizionata in casa e sul posto di lavoro e la costruzione di complessi residenziali suburbani non sono sostenibili [13]. (grassetto dell’autore)

In quegli anni, Strong aveva assistito alla trasformazione delle Nazioni Unite in un mezzo per l’imposizione di un nuovo “paradigma” tecnocratico globale. Questo faceva leva su tragici avvertimenti di estinzione planetari e sul riscaldamento globale, fondendo le agenzie governative con il potere delle multinazionali e imponendo un controllo non richiesto su praticamente tutto, con il pretesto della “sostenibilità.” Nel 1997, Strong aveva supervisionato la creazione del piano d’azione successivo al Summit della Terra, il Global Diversity Assessment, un progetto per la messa in opera di una Quarta Rivoluzione Industriale, un inventario di ogni risorsa del pianeta, di come sarebbe stata gestita e di come sarebbe stata realizzata questa rivoluzione [14].

In quel periodo Strong era co-presidente del Forum economico mondiale di Davos di Klaus Schwab. Nel 2015, alla morte di Strong, il fondatore di Davos, Klaus Schwab, aveva scritto:

“È stato una guida fin dalla creazione del Forum: un grande amico, un consigliere essenziale e, per molti anni, membro del nostro Consiglio di Fondazione” [15].

Prima di lasciare le Nazioni Unite a causa di uno scandalo di corruzione legato al programma Food-for-Oil per l’Iraq, Strong era diventato membro del Club di Roma, amministratore dell’Aspen Institute, amministratore della Fondazione Rockefeller e della Fondazione Rothschild. Strong era stato anche direttore del Temple of Understanding of the Lucifer Trust (alias Lucis Trust), con sede presso la Cattedrale di San Giovanni il Divino, a New York,

“… dove i rituali pagani prevedono che pecore e bovini vengano portati fin sull’altare per essere benedetti. Qui il vicepresidente Al Gore aveva tenuto un sermone mentre i fedeli marciavano verso l’altare con ciotole di concime e vermi…” [16].

Queste sono le oscure origini dell’agenda del Great Reset di Schwab, che ci vuole consumatori di vermi e privi di ogni bene per “salvare il pianeta.” L’agenda è tetra, distopica e ha come obiettivo quello di eliminare milioni di “comuni mortali.

«Non è l’uomo a determinare il cambio del clima»

 

Alberto Prestininzi, professore ordinario della Sapienza di Roma, dove ha insegnato rischi geologici. Giusto? «Per oltre trent’anni. Sono stato fra i fondatori del Ceri (Centro di ricerca previsione, prevenzione e controllo dei rischi geologici e ambientali) e della rivista internazionale Italian Journal of engineering geology and environment». Avevo dimenticato qualcosa, immaginavo. È in libreria edito da Rubbettino un libro da lei curato, Dialoghi sul clima. Tra emergenza e c o n osc e n za . Un saggio scritto assieme con altri illustri scienziati. «Le varie notizie sul clima sono oggi affrontate solo nei telegiornali e nei talk show. Il clima è però un tema scientifico e il naturale luogo per la discussione e il confronto dovrebbe essere quello accademico. Ma sono ormai diversi anni che il dibattito e il confronto sono di fatto inibiti. Tutto si trasforma in annunci o titoli da telegiornale». Più che un dialogo il libro ha scatenato un dibattito intenso…dicia - m o. «Era necessario creare una scintilla per riaprire le porte della scienza. Questa vive di confronti aperti, liberi e senza condizionamenti politici. Ecco perché nasce Dialoghi sul clima. Tra emergenza e c o n o sc e n za . Il volume, di circa 400 pagine, è un ponderoso lavoro multidisciplinare che porta le firme di diversi ricercatori che hanno affrontato varie tematiche inerenti ai cambiamenti climatici: fisiche, geologiche, storiche, economiche, finanziarie e politiche». La struttura del libro in sintesi? «La presentazione dell’opera è affidata Gabriele Scarascia Mugnozza, Guus Berkhout ed Enzo Siviero. Seguono la mia introduzione e quindi 16 capitoli firmati da altrettanti autori. Da Gianluca Alimonti a Franco Battaglia. Da Giovanni Brussato a Franco Prodi. E molti altri come…». Va bene, ho capito. Facciamo un compromesso. Glieli lascio nominare tutti ma solo per cognome. Così non dovrà discutere con loro. «Allora aspetti (prende il libro, n d r) : Ceradelli, Cerutti, Crescenti, Giaccio, Mariani, Mariutti, Nanni, Pedrocchi, Ricci, Rossi, Rosso e Scafetta. I loro curricula allegati al volume sono la migliore garanzia per il lettore e per la valenza del contenuto dei temi che trattiamo». Io me lo sono letto prima di intervistarla. Esprimete forti dubbi in merito alla tesi che attribuisce al cosiddetto cambiamento climatico un’origine antropica. Detto in maniera semplice, dubitate che sia causato dall’uo m o. «Analizziamo le argomentazioni e le ipotesi proposte da chi porta avanti queste tesi. L’analisi dei dati a sostegno di questa ipotesi non trova nessuna coerenza con le conoscenze acquisite per il clima che ha da sempre caratterizzato il nostro pianeta. In particolare, i modelli contenenti le previsioni catastrofiche future sugli aumenti della temperatura non sono assolutamente capaci di simulare il clima passato e la sua continua variazione. Aspettiamo tutti che gli scienziati favorevoli alla ipotesi del riscaldamento antropico, e che si autoproclamano maggioranza, accettino un confronto aperto in un’au l a dell’accademia per dimostrare che le loro ipotesi si trasformino in fatti. Perché, vede, solo i fatti hanno dignità di essere annoverati tra le azioni che la politica considera per prendere decisioni di carattere economico». Il mantra ricorrente è la demonizzazione della CO2. L’anidride carbonica che emettiamo anche respirando. Ne discende che se non ci fosse anima viva sulla terra avremmo risolto il p ro bl e m a … «Questa considerazione ha certamente una sua valenza. Al mondo ci sono otto miliardi di persone. Ognuno di noi che vive sul pianeta emette con la respirazione circa un chilo al giorno di CO2. È il meccanismo che consente a noi, ma in un certo verso anche alle piante, di sintetizzare gli zuccheri. È il gas della vita. Senza CO2 non ci sarebbe vita sul nostro pianeta così come la conosciamo. A questo dato va aggiunta l’emissione di tutti gli animali che condividono con noi il viaggio sulla Terra. Sa cosa è successo sulla Terra negli ultimi quara nt’anni?» C o s a? «La massa verde del pianeta è aumentata. Non sono ipotesi ma dati tratti dalle osservazioni satellitari. E comunque, le ipotesi avanzate sul riscaldamento antropico si basano sulla CO2 emessa dalla combustione delle energie fossili che ammontano a circa 130 parti per milione». 130 parti per milione, significa? «Lo 0,013%. Nulla! Secondo le fantomatiche proposte dell’Ue noi dovremmo ridurre le emissioni del 40% in dieci anni. L’Italia contribuisce alle emissioni globali di CO2 con lo 0,8%. Dovremmo pertanto ridurre (calcolo da prima media)  del 40% lo 0,8% del contributo globale pari a 0,004…». Aiuto mi sto perdendo… «Le dico il risultato. Da 419 parti per milione toglie 0,004 e arriva a 418,996. Evitiamo di commentare questo dato e gli effetti che si avranno sul riscaldamento globale. E aspettiamo che gli autori dei famosi modelli predittivi dimostrino che tali variazioni riescano a simulare le variazioni di temperatura avvenute nel periodo olocenico, 5.000 anni fa, quando l’au m e nto della temperatura ha cancellato tutti i ghiacciai alpini. O nel periodo romano, quando il Mediterraneo aveva una temperatura di 2 gradi superiore a quella odierna. Questi ultimi sono dati tratti da una ricerca sperimentale fatta con navi oceanografiche dal Cnr. O quando, tra il 1500 e il 1800, si era instaurato in ciclo freddo, chiamato piccola glaciazione, con la laguna di Venezia frequentata da pattinatori sul ghiaccio. Ecco, è sufficiente che qualcuno dei tanti esperti che ipotizzano il riscaldamento antropico venga in aula e ci faccia finalmente vedere questo modello e dimostri la sua significatività. Solo così si chiude ogni discussione». Che il clima vari in conseguenza di ciò che fa l’uomo è considerato un dato di fatto su cui tutti concord a n o… «Nessuno nega vi possano essere interrelazioni. Ma la realtà è spesso più complessa di come la si racconta. Se ha letto il nostro libro, ricorderà che il capitolo curato dal collega Scafetta riporta anche le conclusioni di un recente sondaggio condotto tra più di 4.000 meteorologi americani. E ricorderà come solo il 29% ritenga che l’uomo abbia contribuito tra l’81% e il 100% al fenomeno del riscaldamento globale - che nessuno nega - dal 1960 a oggi. Il rimanente 71% dei meteorologi americani intervistati invece contraddice l’Ipcc ritenendo che i fattori naturali abbiano contributo in modo più o meno rilevante al riscaldamento climatico osservato». Scusi, l’Ipcc sarebbe… «Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico quale forum gestito all’interno delle Nazioni Unite». La green economy piace tanto alla finanza, però… «Nella parte curata dal collega Giaccio citiamo testualmente l’In - stitute of international finance. In pratica, il cartello della finanza globale che in una pubblicazione del 9 dicembre 2019 ha definito la green economy come “il nuovo oro”». Dai risultati comunque incerti anche sulla stessa finalità che questi interventi si propongono. Quello di ridurre le emissioni. «Nel libro citiamo uno studio di Nomisma Energia del 2016 dal quale risulta che la crescita delle rinnovabili in Europa è avvenuta a discapito delle centrali a gas (-30%) piuttosto che di quelle a carbone o a lignite (-12%). Questo andamento ha ridotto di oltre la metà i benefici che si sarebbero potuti ottenere se la quota di gas utilizzata fosse rimasta quella di prima. Sempre lo studio Nomisma indica che se fosse rimasta stabile la quota di gas nel mix energetico (a discapito del carbone) le emissioni si sarebbero ridotte di oltre 180 milioni di tonnellate annue invece dei 70 milioni registrati. Per non considerare che stiamo uscendo dalla pandemia…». C io è ? «Riportiamo pure un documento dell’Agenzia internazionale dell’energia, il cui direttore esecutivo Fatih Birol afferma testualmente: “Le emissioni globali di carbonio sono destinate ad aumentare di 1,5 miliardi di tonnellate. Il terribile avvertimento che la ripresa economica dalla crisi di Covid è tutt’a l tro che sostenibile per il nostro clima”. Lo dice lui». Il bilancio globale fra chi risparmia nelle emissioni e chi emette senza limiti peraltro sembra non tornare, leggendo il vostro libro. «Rileviamo ed esponiamo elementi critici su cui riflettere e discutere apertamente. Molta della bibliografia a nostra disposizione evidenzia come la diminuzione delle emissioni europee è di gran lunga superata dal surplus di CO2 incorporata nei beni importati dalla Cina. L’Europa continuerà a finanziare con le proprie importazioni l’industria fortemente emissiva dei paesi extra Ue. Il mix energetico cinese, e lo dimostriamo con grafici evidenti, è fortemente spostato verso i combustibili fossili.» Provando a concludere… «Mi risparmio la fatica e leggo un passaggio del libro: “Che il clima cambi in continuazione è un dato di fatto. Che l’uomo possa teoreticamente alterare i climi locali e globali in vario modo è anche ben conosciuto. Tuttavia, sapere quantificare e separare il contributo naturale da quello antropico non è banale”. La politica prima di attuare scelte dirompenti dovrebbe considerare attentamente dati e fatti. Non semplici ipotesi».

«Ratzinger trattato senza il rispetto dovuto a un Pontefice»

 

La morte di papa Benedetto XVI, le critiche alle scelte della Santa Sede relative alle esequie, i prossimi passi di papa Francesco. Ecco il giudizio di Aldo Maria Valli, vaticanista e curatore di un blog molto seguito sul Web, Duc in altum. Lei ha duramente criticato il cerimoniale delle esequie. Per esempio,il feretro di Benedetto XVI è stato portato in basilica quasi di nascosto e in assenza di rappresentanti ufficiali della Santa Sede. Che cosa c’è dietro questo atteg g i a m e nto? «Se si ritiene che Benedetto XVI sia stato Papa emerito, quindi Papa, il modo in cui è avvenuta la traslazione della salma è inaccettabile. Il tragitto dal monastero alla basilica di San Pietro è avvenuto quasi furtivamente». A che cosa si riferisce? «Le spoglie di Benedetto XVI sono state collocate a bordo di un anonimo furgone usato per il trasporto delle merci. Al corteo funebre, formato da monsignor Gänswein e dalle memores, non è intervenuto nemmeno un rappresentante della Santa Sede. Il feretro è entrato in basilica da un ingresso secondario. In Vaticano non è stato proclamato il lutto e le bandiere non sono state esposte a mezz’asta. E mercoledì, con il corpo del Papa emerito a pochi metri di distanza, Francesco ha tenuto l’ud ie n za settimanale come se nulla fosse». Come lo spiega? «Capisco che il tutto costituiva una prima volta e capisco anche l’esigenza della sobrietà, chiesta dallo stesso Benedetto XVI, ma mi sembra che ci sia stata una mancanza di rispetto. Tutto ciò è nato dalla necessità di non fare ombra al Papa regnante. Atteggiamento che però ha ottenuto l’effetto contrario». La messa funebre è stata più veloce di quanto previsto dallo stesso cerimoniale vaticano. Voglia di voltare rapidamente pag i n a? «Anche in questo caso ci si è trovati di fronte a una prima volta, che ha trovato gli stessi liturgisti e canonisti alquanto incerti sul da farsi. Tutti i presenti hanno comunque avuto la sensazione di una celebrazione frettolosa: non tanto un omaggio e l’estremo saluto a un grande Papa, ma un’incombenza della quale liberarsi prima possibile. Non fosse stato per la grande affluenza di fedeli, tutto si sarebbe svolto all’insegna di una estrema freddezza. La stessa omelia di Francesco è apparsa distaccata, priva di slancio e di pathos. Ricordo ancora la bellissima omelia di Benedetto XVI nella messa esequiale per “il compianto e amato” G iovan n i Paolo II. Da Francesco, per papa Ratzinger, nulla di simile».Il giorno dopo le esequie, papa Francesco ha annunciato la riforma del Vicariato di Roma nel segno di una maggiore presenza del Pontefice alla guida della diocesi. È un modo anche questo per distogliere l’attenzione mediatica da Ratzinger? O risponde all’esigenza di definire più strettamente il ruolo del Papa come vescovo di Roma? «Il documento è infarcito di parole alla moda quali sinodalità, pastorale, collegialità, discernimento, ma nella sostanza rafforza il ruolo del Papa come controllore. Qualcuno ha parlato di commissariamento del Vicariato. Non penso che si tratti di un modo per distogliere l’atte n z io - ne da Ratzinger: non è con un provvedimento di questo genere che si può raggiungere un tale obiettivo. Vedo piuttosto il desiderio del Papa di prendere in mano una situazione, quella diocesi di Roma, segnata da tanti problemi, non ultimo il caso Rupnik. Il cardinal vicario De Donatis, voluto proprio da Bergoglio, è caduto in disgrazia e Francesco mette nero su bianco che d’ora in poi dovrà fare riferimento in tutto e per tutto al papa. In ballo c’è anche la gestione economica». Che cosa ci dicono le migliaia di persone che hanno reso omaggio a Benedetto XVI? «Ci dicono che il Ratzinger dipinto dai mass media, ovvero il “pastore tedesco” arcigno e insensibile, non aveva alcuna relazione con il Ratzinger amato dalla gente, apprezzato come difensore della fede, uomo mite ma anche combattente, ultimo baluardo contro la manipolazione dottrinale, gli abusi liturgici e il trionfo del relativismo morale. Davanti alle telecamere si è visto l’omaggio di un popolo che ha voluto bene a Benedetto XVI e non si è lasciato influenzare dalle interpretazioni tendenziose del suo insegnamento e da certi ritratti ingiusti. Benedetto XVI è stato vittima di una colossale operazione di disinformazione, ma i fedeli non ci sono cascati e lo hanno dimostrato con il loro omaggio pieno di affetto e di stima». Ha definito «sciagurata» la rinuncia di Ratzinger e l’i nve n z io - ne della figura del Papa emerito. Pe rch é ? «Sciagurata perché, sebbene il Codice di diritto canonico la preveda, ritengo che Pietro non debba scendere dalla croce cedendo a una visione funzionalista del Papa e del pontificato. Il Papa non è l’amministratore delegato di una società. Con la rinuncia, il suo ruolo è stato burocratizzato e la figura papale è stata secolarizzata. Inoltre è stata introdotta una dicotomia inaccettabile: non può esistere un Pietro governante e un Pietro orante. Né si può pretendere di continuare a essere Papa smettendo però di fare il Papa. La figura del Papa emerito è un monst rum . L’e sp e r imento del papato emerito è fallito sotto ogni punto di vista. Al di là dell’ipocrisia curiale, dei sorrisi e degli abbracci, sono emerse tutte le differenze tra i due Papi, fino all’incompatibilità, e tra i fedeli si è venuta a creare inevitabilmente una polarizzaz io n e » . Le risulta che papa Francesco stia studiando un modo per istituzionalizzare questa figura, magari tenendo ben lontani dal Vaticano i futuri Papi emeriti? «Alcuni ricercatori e canonisti del Dipartimento di scienze giuridiche dell’università di Bologna sono all’opera con un progetto che si propone di fornire una cornice giuridica al papato emerito, ma anche di meglio precisare il concetto di sede impedita. Le lacune normative sono molte, le questioni da affrontare quanto mai complesse. Non risulta però che in Vaticano siano in corso studi specifici. Papa Francesco nell’intervista al quotidiano spagnolo Ab c ha detto di aver già firmato le sue “d i m i s s io - n i” in caso di “impedimento per motivi di salute” e di aver consegnato il documento all’allora segretario di Stato, cardinale Bertone. Poi ha aggiunto: “Non so a chi l’abbia dato il cardinale Berto n e”».S b r i gativo. . . «Un modo molto vago e superficiale di affrontare una questione delicata. In questo modo ha dato un altro contributo alla secolarizzazione del Papa e del papato, come se parlassimo di una qualunque funzione di tipo burocratico-amministrativo e non della roccia su cui Gesù ha voluto fondare la Chiesa». Senza la presenza di Benedetto, Francesco avrà meno remore n el l ’introdurre nuove riforme? Quali potrebbero essere? «Non credo che Francesco abbia mai avuto remore di questo tipo. La prova l’abbiamo avuta con il motu proprio Trad itio n i s c u sto d es che ha di fatto sconfessato il Summorum Pontificum di papa Ratzinger». Le dimissioni di Francesco sono davvero più vicine? «Nulla lo lascia pensare. Se da un lato ha detto di aver consegnato quel foglio a Bertone, dall’altro ha detto che si governa con la testa, non con il ginocchio. Il che fa capire che, al momento, per quanto abbia problemi di deambulazione e sia spesso costretto sulla sedia a rotelle, non sta pensando a una rinuncia». Ha scritto che chi non appartiene alle tifoserie dei «bergogliani» e dei «ratzingeriani» e cerca soltanto di analizzare la situazione vede qualcosa di sconvolgente. Che cosa vede? «Vedo, come dicevo, un papato sempre più secolarizzato, ma anche svilito. Il modo in cui Francesco ha parlato delle sue possibili “d i m i s s io n i”, quasi come se si trattasse di una chiacchiera da bar, e poi il modo in cui sono state trattate le spoglie mortali di Benedetto XVI, all’inALDO MARIA VALLI segna quasi della sciatteria, mi hanno procurato forte disagio. Al vertice della Chiesa si è perso il senso della dignità di Pietro e del suo primo dovere: confermare i fratelli nella fede. Oggi Pietro insegue il mondo e gioca a fare il cappellano delle organizzazioni globaliste: nulla che abbia a che fare con la sua vera missione. Di fronte a un simile spettacolo qualcuno ha visto in Benedetto XVI l’ultimo salvagente al quale attaccarsi nel mare in tempesta. Ma anche Benedetto XVI, purtroppo, è espressione di quello spirito del Concilio che ha condotto all’apostasia. Ha cercato, è vero, di difendere la tradizione, ma la sua adesione al Concilio, e l’idea che le aberrazioni siano nate da una lettura distorta del Concilio e non dal Concilio stesso, lo rendono compartecipe del disastro. Mi spiace dirlo, perché sotto molti aspetti ho stimato molto il Ratzinger teologo e il Ratzinger papa, ma questa, per quanto spiacevole, è la realtà». Benedetto XVI ascoltò il grido dei fedeli che volevano Giovanni Paolo II «santo subito». Francesco farà altrettanto? «Non credo. Francesco agisce sul piano politico. Ogni sua scelta è di matrice ideologica e non si vede che interesse avrebbe, ora, a procedere con una canonizzazione di Ratzinger. Benedetto XVI agì in quel modo perché era stato il principale collaboratore di Giovanni Paolo II e aveva con lui un rapporto specialissimo. Francesco invece, al di là dei sorrisi e delle frasi sul “nonno s a g g io”, ha sempre sofferto la presenza di Benedetto XVI e l’allungarsi dell’ombra di Ratzinger sul suo regno».