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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

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martedì 14 aprile 2026

Magyar batte Orban nella battaglia per l’Ungheria: cosa succederà ora?


 Il leader dell’opposizione ungherese Peter Magyar ha ottenuto una vittoria schiacciante: il suo partito Tisza ha battuto il Fidesz del primo ministro Viktor Orban con oltre 16 punti di vantaggio. Il risultato è destinato a cambiare radicalmente le relazioni dell’Ungheria con l’UE, la Russia e l’Ucraina.

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https://comedonchisciotte.org/magyar-batte-orban-nella-battaglia-per-lungheria-cosa-succedera-ora/

lunedì 9 marzo 2026

mercoledì 4 marzo 2026

Iran: una nazione che non muore per assassinio né crolla sotto pressione


 Oggi l’Iran ha dimostrato di non essere né un progetto politico temporaneo né un sistema puramente incentrato sul leader. È la manifestazione di uno spirito storico e nazionale. Tale forza non può essere smantellata attraverso sanzioni, omicidi o guerre psicologiche. La storia iraniana testimonia che nei momenti più difficili la nazione non solo resiste, ma si riorganizza e si rafforza.

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https://comedonchisciotte.org/iran-una-nazione-che-non-muore-per-assassinio-ne-crolla-sotto-pressione/

sabato 28 febbraio 2026

Laboratorio Argentina: il lavoro come nuova schiavitù


 La politica spodocenica non è una politica di sviluppo fallito né una deviazione ideologica, bensì una razionalità di comando che emerge nella crisi delle mediazioni moderne.

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https://comedonchisciotte.org/laboratorio-argentina-il-lavoro-come-nuova-schiavitu/

venerdì 27 febbraio 2026

Trump è il burattino di Netanyahu


 Da quando gli americani hanno creduto alla versione ufficiale dell’11 settembre, sono diventati burro nelle mani della lobby israeliana, e le loro convinzioni sul Medio Oriente sono state loro imposte dalla lobby israeliana e dai suoi numerosi affiliati americani. L’ignoranza dominante può facilmente portare a una guerra catastrofica.

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https://comedonchisciotte.org/trump-e-il-burattino-di-netanyahu/

venerdì 9 febbraio 2024

10 motivi per cui la lobby AIPAC è così pericolosa

 


Medea Benjamin membro di CodePink espone 10 validi motivi per cui la lobby AIPAC Ã¨ così pericolosa. E', a suo (e nostro) parere, una agenzia governativa che opera in un paese straniero, che influenza la politica degli Stati Uniti pur essendo una minoranza vista la totale popolazione statunitense che sostiene le sue politiche.

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https://xcixnews.blogspot.com/2012/03/10-motivi-per-cui-la-lobby-aipac-e-cosi.html

lunedì 5 febbraio 2024

Il Senato USA trova un accordo sul bilancio che dà 60 miliardi all’Ucraina

 

Mentre la Camera ha deciso di dire “Israele o no”, il Senato ha presentato un accordo bipartisan da 118 miliardi di dollari che consente a 1,5 milioni di clandestini di entrare negli Stati Uniti ogni anno, stanzia 2,3 miliardi di dollari per le ONG e le altre organizzazioni che si occupano del loro traffico, offre 14,1 miliardi di dollari di assistenza per la sicurezza a Israele e ben 60 miliardi di dollari di sostegno all’Ucraina.

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https://scenarieconomici.it/il-senato-usa-trova-un-accordo-sul-bilancio-che-da-60-miliardi-allucraina/

lunedì 17 luglio 2023

La vice di Biden si tradisce: «Noi lavoriamo per ridurre la popolazione»

 

Per far respirare aria pulita e bere acqua pulita ai nostri figli bisogna «ridurre la popolazione». È la sintesi dell’i nte r ve n - to di Kamala Harris alla Coppin State University di Baltimora sull’Inflation reduction act, che ha provocato le risate di mezza America e ha confermato che alla Casa Bianca non c’è solo il nonno degli spaghetti western doppiato da Capannelle ma anche una leggiadra Vispa Teresa. Stupenda nel tailleur albicocca (la sua armocromista funziona), la vicepresidente voleva dire «pollution», inquinamento, invece ha detto «population». Ovviamente non ha rettificato - nel vocabolario dem quella parola non esiste - ma ha tirato dritto con la gaffe freudiana da radical Ztl, crogiolandosi negli applausi degli ultrà con l’anello al naso in trance. Gli stessi che in Italia si sciolgono dall’e m oz io n e quando comincia ad aprire bocca Elly Schlein. Per Harris è stata una settimana nera, cominciata con una pensosa dichiarazione a una tavola rotonda sul tema dei trasporti: «La questione centrale è che la gente sia capace di andare dove deve andare», trasformatasi immediatamente in meme. Come l’uscita sull’Intelligenza artificiale quando, davanti ai big tech siliconvallici e ai leader dei diritti civili, a Washington ha sintetizzato da fuori corso a l l’Asilo Mariuccia l’a rgomento chiave della rivoluzione digitale: «La Ia è qualcosa di stravagante. È composta da due lettere. È la capacità di insegnare alle macchine». Gli astanti, che avevano messo sul tavolo presidenziale i rischi del deep learning e non lo scontato machine learning, l’hanno fermata con una domanda decisiva: «Perché si rivolge a noi come se fossimo bambini di cinque anni?». È dura per il progressismo dei competenti, al Nazareno e dintorni, scoprire che la guru americana dell’i nclu sio ne Gucci style è messa peggio dei ministri italiani che non leggono i libri che premiano. Ma non c’è problema, in mezzo c’è l’Oceano Atlantico e il Ne w York Times queste bizzarrie non le pubblica. Quindi, non esistono. In realtà, anche alla Casa Bianca, la cinquantottenne Kamala è percepita come una professionista della gaffe, un’esploratrice dell’ov - vio che non studia i dossier. Una specie di Luigi Di Maio con l’auto blu più lunga; non per nulla era stata rinchiusa a chiave per un paio d’anni in modo che non facesse troppi danni. Ora è stata tolta dal sarcofago semplicemente perché stanno arrivando le elezioni e Jo e B id e n r i t ie n e che il ticket possa tentare il bi s . Sulla popolarità, meglio glissare: lui è al 40%, lei al 39,2%, con abissi nel Midwest. Dopo la gaffe sull’I nte l l i - genza artificiale, il candidato alle primarie repubblicane Vivek R a m a s wa m i l’ha liquidata così: «Non penso che sia in grado di dirigere la politica governativa sul tema, ha avuto difficoltà anche a fare lo spelling». Elon Mu s k non è stato da meno: «Non mi sembra affatto all’altezza», ha detto, per poi prenderla in giro per il soprannome autoimposto «zarina dell’Ia». I giornali hanno cominciato a scrivere che «Ã¨ la persona meno competente per gestire la questione più importante» e Jesse Waters nel programma The Fiv e ha commentato: «Quando i robot cominceranno a ucciderci, B id e n dirà che è colpa di Kamala». Da pasionaria californiana dei diritti Lgbtq+ e dell’i n c lu - sione resiliente planetaria, la dea liberal, anticattolica e glamour dei radical chic è diventata una barzelletta. Gli avversari definiscono i suoi soliloqui «piatti freddi della sua insalata di parole» e la Rete ha cominciato a parlare di Wi ka m al ap e d ia , la sua personalissima enciclopedia «con la quale parla agli americani come se fossero tutti all’asilo». Dev’essere convinta che somiglino al suo elettore med io. Per la figlia dell’o n c o l oga tamil e del professore di economia giamaicano, sono lontani i tempi dei giochi di luce e fuochi d’artificio al Lincoln Memorial, con Fi re w o rk s di Katy Perry che seguiva a distanza di alcune ore l’inno nazionale cantato da Lady G a ga . Q ue s t’ultima sul palco con un abito che metteva in risalto una gigantesca colomba della pace, come se gli States fossero usciti da una guerra. Ora il bluff è palese e i sondaggisti democratici sono preoccupati perché l’effetto Vispa Teresa potrebbe essere letale, considerando gli 80 anni di Sleepy Joe. Lo slogan che non piace ai dem è semplice: «Voti B id e n e ti ritrovi Harrisp re s i - dente». Un incubo anche dentro il partito dove Kamala è malvista per tasso di arroganza e numero di capricci. Le gaffe sono il suo forte e ormai sono un rosario. Imbarazzante la risata sul finanziamento per i profughi ucraini. Ma la più clamorosa rimane quella sull’ac c og l ie n - za, quando (lei figlia di immigrati, anche se ricchi) disse: «Voglio essere chiara con le persone che stanno pensando di intraprendere quel pericoloso viaggio verso il confine tra Stati Uniti e Messico. Non venite». In Guatemala spiegò che voleva intendere «aiutiamoli a casa loro», peggiorando la situazione. E al culmine d el l’isteria licenziò lo staff, 22 persone ben felici di andarsene «da quell’am biente malsano». Ecco perché ridurre la «population» invece della «pollution» per combattere il Climate change è considerato ordinaria amministrazione. Wikamalapedia si arricchisce di un aneddoto, mentre l’asilo applaude.

domenica 14 maggio 2023

Il G7 condanna la guerra russa e dà 44 miliardi $ all’Ucraina

 



«Ribadiamo il nostro fermo soste-
gno all’Ucraina per tutto il tempo
necessario. E siamo uniti nella con-
danna della guerra di aggressione il-
legale, ingiustificabile della Russia
contro l’Ucraina». È quanto si legge
nel comunicato finale del G7 dei mi-
nistri dell'Economia e dei governa-
tori delle banche centrali che si è
concluso ieri in Giappone.
Canada, Stati Uniti, Italia, Fran-
cia, Germania, Giappone, Regno
Unito e Unione europea dopo tre
giorni di negoziati hanno conferma-
to il sostegno politico all'Ucraina. E
- più importante - hanno deciso di
portare il sostegno economico per il
2023 e l’inizio del 2024 a 44 miliardi
di dollari. L’aumento degli aiuti di
circa 5 miliardi consentirà al Fondo
monetario internazionale di varare
un programma di sostegno a Kiev
per un importo di 15,6 miliardi in
quattro anni.
«Questo sostegno rende possibi-
le alle autorità ucraine di salvaguar-
dare il funzionamento del governo,
continuare la fornitura di servizi sa-
nitari, svolgere le riparazioni più
critiche delle infrastrutture danneg-
giate e stabilizzare l’economia» è
spiegato nel documento conclusivo
del vertice. I ministri finanziari delle
sette grandi potenze avvertono che
l’incertezza causata dall'invasione
della Russia in Ucraina, così come i
timori per la crisi del debito ameri-
cano, pesano sulle prospettive globali. «L’economia mondiale – è
scritto nel documento conclusivo –
ha mostrato resilienza davanti a cri-
si multiple: la pandemia, l’aggres-
sione russa contro l’Ucraina e le
pressioni inflazionistiche associate.
Rimaniamo vigilanti e flessibili nelle
nostre politiche macroeconomiche
davanti all’incertezza del quadro
economico globale».
Dal G7 emerge anche «un forte
impegno politico verso la rapida
attuazione globale della soluzione
a due pilastri» in materia di tassa-
zione delle multinazionali e dei co-
lossi dell’economia digitale, «per
affrontare le sfide fiscali derivanti
dalla globalizzazione e dalla digi-
talizzazione dell’economia e stabi-
lire un sistema fiscale internazionale più stabile ed equo».
Sempre sul fronte ucraino, ieri il
capo della politica estera europea
Josep Borrell ha detto che «l’Unio-
ne Europea deve accelerare la for-
nitura di munizioni all’Ucraina»,
considerando che le forze armate
del Paese solo nell’area di Bakhmut
«hanno bisogno di 1.000 pezzi di
artiglieria» al giorno per contra-
stare le forze russe.
A marzo, i ministri dell’Ue hanno
approvato un piano del valore di 2
miliardi di euro per fornire al-
l’Ucraina un milione tra munizioni
di artiglieria e missili in 12 mesi.
Il piano prevede che i Paesi del-
l’Ue forniscano proiettili dalle pro-
prie scorte e effettuino congiunta-
mente nuovi ordini.
Borrell ha affermato che l’Ucrai-
na ha un particolare bisogno di mu-
nizioni a lungo raggio «perché i
russi stanno bombardando da mol-
to lontano: gli ucraini devono avere
la capacità di raggiungere la stessa
portata». La Germania (si veda il
box in pagina) ieri ha confermato lo
stanziamento record di 2,7 miliardi
per la fornitura di mezzi, arma-
menti, munizioni e droni da rico-
gnizione all’Ucraina.
A Bakhmut le truppe ucraine
continuano ad avanzare in due dire-
zioni nella periferia della città ma la
situazione nel centro è «molto com-
plicata», ha detto ieri il vice ministro
della Difesa di Kiev Hanna Malyar.
Due caccia Su-34 e Su-35 e due
elicotteri Mi-8 russi sono stati ab-
battuti ieri «quasi simultaneamen-
te» nella regione di Bryansk, a 40 km
dal confine con l’Ucraina- secondo
il sito russo indipendente Kommer-
sant - in quello che potrebbe essere,
se confermato,uno spettacolare col-
po delle forze ucraine. Gli aerei e gli
elicotteri russi puntavano a bom-
bardare la città ucraina di Chernihiv.

IL TETTO AL DEBITO PUBBLICO USA: UNA NOVELLA SENZA FINE!

 

Ci risiamo! Come nei palinsesti dei canali televisivi ci vengono riproposti più volte i remake dei famosi kolossal del cinema, anche la politica americana – con il mondo dell’informazione di tutto il globo a farne da megafono – ripropone ai più fessi – e tediando invece chi ha ben compreso la frode – la novella dell’innalzamento al tetto del debito pubblico degli Stati Uniti.

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“GLI STATI UNITI NON SONO PIÙ UNA DEMOCRAZIA”

 



Il comitato editoriale di GEOFOR ha chiesto a Paul Craig Roberts, presidente dell’Institute for Political Economy, USA, dottore in economia e sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti nell’amministrazione Reagan, di commentare l’accusa a Donald Trump e di scoprire se potrebbe portare all’effettiva incarcerazione dell’ex presidente e come influenzerebbe le elezioni presidenziali del 2024.

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venerdì 28 ottobre 2022

La dichiarazione di guerra dell’Ue a salumi, formaggi e vini italiani

 

Come anticipato da La Verità , Ur sula Von der Leyen è andata a raccontarla prima ai suoi amici Bill & M el i n d a G ate s e poi l’ha consegnata nelle mani degli Stati membri dell’Unione: è la dichiarazione di guerra contro gran parte delle Dop e Igp italiane. Oggi a Bruxelles si discute il «programma di lavoro» per la promozione dei prodotti agroalimentari nell’a nn o che verrà e la Von der Leyen propone in accordo con il suo piano sanitario di escludere da qualsiasi contributo carne, salumi, formaggi e vin o. È solo il primo passo; quello successivo sarà d’ i m p o r re un inasprimento fiscale su questi prodotti per poi arrivare all’etichettatura dissuasiva come quella delle sigarette dichiarando questi prodotti cancerogeni. La presidente della Commissione europea lo ha ben spiegato alla Bill & Melinda foundation allorché ha affermato che l’attività dell’Ecdc (l’e nte europeo di prevenzione delle patologie) si sarebbe concentrata sulle malattie metaboliche, sul cancro e avrebbe promosso un’a l i m e nta z io n e sana e sostenibile. Che poi al posto di Prosciutto, Parmigiano, Brunello di Montalcino si voglia servire in tavola la carne artificiale di cui Bill Gates è il primo produttore, il latte sintetico di cui Olanda e Danimarca sono i primi produttori per la gioia di Fra n s T im m er m an s , il vicepresidente olandese della Commissione europeo nemico giurato dell’agricoltura tradizionale, gli insetti importati dalla Germania al pari della carne di alligatore che arriva dal Nilo via Francia o dei beveroni chimici delle multinazionali amiche della Commissione, è solo un effetto collaterale. A chi si domanda a cosa serva la sovranità alimentare, Ursula Von der Leyen, prima con il Farm to Fork (la declinazione agricola del Green deal, il progetto dell’Europa Verde che ha fatto esplodere le bollette di luce e gas) e ora col programma di lavoro, dà una risposta convincente. A febbraio era stato raggiunto un accordo che diceva che non ci sarebbe stata nessuna penalizzazione di questi prodotti oggi nella lista nera. Ma tutto cambia! I consorzi Dop e Igp sono molto preoccupati; il presidente di Origin Italia che li riunisce, Cesare Baldrighi, ha inviato una nota allarmata al neoministro d el l’Agricoltura e della sovranità alimentare, Fra n c e - sco Lollobrigida, in cui evidenzia: «Le chiediamo di votare contro la proposta della Commissione del programma di promozione annuale nella riunione di oggi 28 ottobre per scongiurare l’ennesima penalizzazione di alcune filiere fondamentali come quelle dei posciutti e dei salumi Dop Igp, nonché per il settore dei vini, che proprio attraverso i programmi di promozione e riuscito a ritagliarsi uno spazio importante sui mercati internazionali». Per l’Italia, solo per il 2023, è un taglio di 36 milioni di fondi solo per la promozione di prodotti che fatturano circa 46 miliardi (14 vino, 17 formaggi, 8 salumi, 6,5 carni rosse) di cui la metà all’ex p o rt . Oggi a Bruxelles L ol l o b r i - g id a deve convincere almeno Spagna e Francia - che sono titubanti - a stare dalla nostra parte perché la decisione sarà a presa a maggioranza qualificata. Peraltro questo primo «scontro» non è che l’anticipazione di quello che ci sarà sul Nutriscore, la famigerata etichetta a semaforo. Doveva essere adottata entro la fine dell’a n n o, ma la resistenza dell’Ita lia ha prodotto uno slittamento almeno fino a marzo. A favore del Nutriscore sono Francia, Belgio, Germania e Lussemburgo. La Spagna è incerta e così l’Olanda. La verità è che si è scoperto che l’algoritmo alla base del Nutiscore è sbagliato e l’Unione europea con il rinvio vuole dare tempo per le correzioni. Resta però il tema di fondo: l’Ue vuole condizionare le scelte dei consumatori in danno dei prodotti italiani. La salute non c’e ntra nulla. Quello che conta sono le quote di mercato italiane che fanno gola a multinazionali e Paesi concorrenti.

«Trattati e veti non valgono per la Germania»

 

Il Marchese del Grillo sta Berlino. Ed è confo rtato dalle parole della commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, secondo la quale «sarebbe un peccato che se nessuno se lo può permettere, allora nessuno può farlo». Riferimento all’aiuto di 200 miliardi a famiglie e imprese tedesche. Una distorsione.Quando l’Italia ha un problema, è un problema italiano. Quando la Germania ha un problema, allora è un problema europeo. Ci permettiamo di riassumere in questo modo il senso delle dichiarazioni - per certi versi sconcertanti - del commissario Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, rese mercoledì pomeriggio in audizione davanti alla commissione Industria, ricerca, energia dell’Eu ro pa rl a m e nto a Bruxelles. In apertura la Ve s ta ge r ha confermato quanto già noto da qualche settimana circa la revisione del nuovo Quadro temporaneo per rendere ammissibili gli aiuti di Stato erogati dai governi nazionali per fronteggiare la crisi energetica acuitasi con la guerra in Ucraina. Si tratta in primis della proroga per tutto il 2023 e poi dell’aumento dei massimali erogabili per ciascuna impresa e di un più favorevole regime per le garanzie statali o finanziamenti a tassi agevolati destinati a migliorare la liquidità delle imprese. Oggi siamo fermi a un massimale di aiuti di 500.000 euro da erogarsi in varie forme (sussidi diretti, crediti di imposta, ecc…) e di uno speciale regime di aiuti per le imprese energivore. Quest’ultimo prevede un limite di 2 milioni di euro, purché il sussidio non ecceda il 30% dei costi energetici, riferiti al 70% degli stessi costi sostenuti nell’anno precedente. Se l’impresa fosse in perdita operativa, gli aiuti potrebbero salire fino a 25 milioni e, per determinati settori, fino a 50 milioni. Su questo quadro è passato come uno tsunami il «doppio bazooka» annunciato dal governo tedesco di Olaf Scholz ad inizio ottobre. Si tratta di un pacchetto di aiuti per 91 miliardi - a valere su un fondo di 200 miliardi - che prevede l’integrale pagamento delle bollette del gas delle famiglie per il prossimo dicembre e un tetto al costo del gas pari a € 0,12/kwh per famiglie e piccole/medie imprese, e € 0,07/kwh per la grande industria. Rispettivamente a partire da marzo e gennaio 2023 per i successivi 16 mesi. Il calcolo avverrà sul 70% ed 80% dei consumi dell’anno precedente, per penalizzare consumi eccedenti quelle soglie, che saranno pagati a prezzo non calmierato. In presenza di tale palese distorsione, è arrivata la legittima domanda dell’o n o revo l e Paolo Borchia del gruppo Identità e democrazia, finalizzata a comprendere la compatibilità di questa ondata di aiuti con le regole sull’integrità del mercato unico e sulle condizioni eque di concorrenza che dovrebbero governarlo. In particolare, l’eu - rodeputato veronese ha chiesto come fosse possibile fare passare questi aiuti attraverso le maglie strette degli articoli 107 e 108 del Trattato sul funzionamento della Ue (Tfue) che regolano le deroghe al divieto di aiuti di Stato. La Ves ta ge r ha testualmente risposto che è in corso una riflessione molto approfondita sul tema. Perché sono presi da un dilemma: da un lato «sarebbe un peccato che se nessuno se lo può permettere, allora nessuno può farlo», dall’altro, «non è equo permettere ad un Paese di spendere molto, perché alcuni potrebbero farlo ed altri no». A questo ci siamo ridotti, dopo che il famoso «faro» della Ve s ta ge r è stato puntato a difesa di qualsiasi microscopico aiuto in settori in cui la turbativa della concorrenza era invece ben lungi dal manifestarsi. Infatti la Ve s ta ge r dà incredibilmente ingresso e dignità al criterio dell’eve n - tuale pregiudizio recato a chi può spendere, secondo lei meritevole di tutela. Un parametro che nemmeno avrebbe dovuto essere nominato e che è da solo uno sfregio all’e qu i tà che verrebbe comunque alterata. Chi può spendere non deve alterare l’equità della concorrenza, punto. Altrimenti è il Far West. Questa avrebbe dovuto essere la risposta della Ve s ta ge r che oggi è invece in preda ad un «dilemma» mal posto e potenzialmente truffaldino. Per risolvere il quale la danese non esita ad indicare la strada, tutta pro Germania. Dopo aver premesso che i criteri attuali si sono rivelati molto severi e restrittivi, al punto da non aver impedito alle imprese di chiudere, la soluzione a cui dovrebbe approdare la Commissione sarà quella di innalzare i massimali in modo che le imprese possano beneficiare degli aiuti entro soglie molto più generose e quindi non chiudere. Facile ed anche giusto, vero? Peccato che quelle nuove soglie serviranno per fare passare indenni dall’accusa di aiuti di Stato, solo gli aiuti alle imprese tedesche. Anche sulle maxi ricapitalizzazioni eseguite in Francia ed in Germania di imprese del settore energetico, la Ve s ta ge r non ha fatto una piega. L’unico limite che pone è che quel denaro non finisca distribuito in dividendi agli azionisti. Per il resto, semaforo verde. La Ve s ta ge r s e m b ra aver sposato - pur non ammettendolo esplicitamente - la tesi esposta il 14 ottobre dal vice cancelliere tedesco Robert Habeck sul Financial Times . Non esiste alcun egoismo tedesco, anzi aiutare le imprese tedesche aiuterebbe a proteggere l’intera economia europea e le imprese fornitrici della Germania. Tesi ragionevole, se non fosse per il fatto che la Germania si è cacciata in questa situazione da sola, perché ha prima per anni irresponsabilmente cavalcato l’a z za rd o morale dell’unico (o quasi) fornitore russo di energia, impilando avanzi commerciali da record ed ignorando l’equilibrio macroeconomico dell’eurozona. Ora viene a chiedere di porre riparo a quel disastro, in cui ha trascinato pure noi, ignorando l’equità della concorrenza nel mercato unico. Il Marchese del Grillo si è trasferito a Berl i n o.

venerdì 14 ottobre 2022

La Francia: «Inaccettabili» gli utili degli Usa sulle vendite di gas liquido

 

«Non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo Gnl a un prezzo quatto volte superiore a quello al quale vende agli industriali americani». Lo ha detto il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, intervenendo all’Assemblea Nazionale a Parigi, aggiungendo che «la guerra in Ucraina non deve sfociare in una dominazione economica americana e a un indebolimento dell’Unione europea». Di fronte alle conseguenze della guerra in Ucraina, alle tensioni con la Russia, e agli scioperi nelle raffinerie francesi, Le Maire ha spiegato che «un indebolimento economico dell’Europa non è nell’interesse degli Stati Uniti e per questo dobbiamo trovare rapporti economici più equilibrati tra i nostri alleati americani e il continente europeo».Le Maire è alle prese con la caotica situazione francese dovuta allo sciopero delle raffinerie e con i problemi di produzione di energia elettrica a causa delle difficoltà in diverse centrali atomiche. La crisi energetica, del resto, obbliga l’Europa a rivedere la propria strategia. Nel vertice Ue della scorsa settimana a Praga, il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva parlato di un’alleanza della Ue con Giappone e Corea del Sud per evitare una corsa al rialzo con i produttori di gas alternativi alla Russia. E aveva caldeggiato l’avvio di negoziati con Stati Uniti, Canada e Norvegia allo scopo di ridurre i prezzi dei nuovi contratti. Stando a un report della società Refinitiv citato da Reuters nei primi sei mesi del 2022, gli Usa avrebbero inviato all’Europa il 68% del loro export di gas liquido, per un totale di 39 miliardi di metri cubi di metano da rigassificare, sottraendolo ad Asia e America Latina. A inizio luglio Reuters riportava prezzi medi di 34 dollari per milioni di unità termiche britanniche (mmBtu) contro i 30 dell’Asia e i 6,12 dollari del gas Usa. I prezzi del gas Gnl americano sono raddoppiati rispetto al 2021. In estate sono ulteriormente aumentati fino al livello folle di quasi 60 dollari per mmBtu in Europa. Sempre secondo Refinitiv, a settembre - dopo un parziale calo estivo - i flussi verso l’Europa sono ripartiti su livelli molto elevati. A un prezzo comunque di 57,8 dollari nel Vecchio Continente e di solo 8 dollari negli Stati Uniti.



giovedì 8 settembre 2022

Xi si prepara alla rielezione e mette 65 milioni di cinesi in lockdown

 

I lockdown cinesi sono come gli esami di cui parlava Eduardo De Filippo: non finiscono mai. Se ne sta avendo riscontro in queste ore in cui, mentre l’Occidente è alle prese con criticità economiche e l’Europa con gli allarmi energetici - oltre che con la guerra in Ucraina -, nel gigante asiatico le parole d’ordine restano le stesse da due anni e mezzo a questa parte: fermare il Covid-19. A tutti i costi e con le misure più rigide. Una politica drastica, quella del «zero Covid», la cui applicazione comporta di fatto il blocco di tutte le attività in decine di c i ttà . Questo perché, nell’ott ic a di Pechino, non ci sono varianti del coronavirus più o meno aggressive: tutte, alla sola notizia di un focolaio, vanno stroncate sul nascere. Risultato: a fronte di 103 città nelle quali si segnalano casi di contagi, in un terzo di esse - in 33, per l’esattezza - sono state reintrodotte misure restrittive. Questo ha determinato che ben 65 milioni di persone, un numero più alto della popolazione italiana, siano oggi sottoposte a misure, se non di lockdown, comunque di sem i - l o c kd ow n . Nel complesso, le limitazioni di cui si sta parlando prevedono la chiusura di uffici, scuole, locali di intrattenimento, negozi e servizi non essenziali; conseguentemente, gli impiegati e i dipendenti pubblici sono tenuti a lavorare in smart working e gli studenti seguono le lezioni solo in Dad. In pratica, i soli a restare aperti e attivi sono gli ospedali, dato che perfino alle farmacie è stato ordinato di sospendere la vendita di antibiotici, farmaci antivirali e medicinali per febbre e tosse, mentre studi specialistici e dentistici sono chiusi. Va poi notato come tale strategia non ammetta eccezioni, neppure davanti a eventi eccezionali per gravità. Emblematico in questo il caso di Chengdu, centro metropolitano da 21 milioni di abitanti, i cui abitanti saranno soggetti a pesanti limitazioni almeno fino a mercoledì prossimo; e tutto questo, attenzione, nonostante quella città sia stata colpita da un sisma. E neppure così lieve, tutt’altro, trattandosi d’un terremoto di magnitudo 6.8 che nel Sichuan, secondo quanto gli stessi media di regime sono stati costretti ad ammettere, ha mietuto almeno sette vittime. Neppure una potenziale catastrofe fa desistere Pechino dalla propria linea, portata avanti anche dinnanzi a casi ci contagi assai circoscritti. Basti pensare a quanto accaduto a fine luglio, quando a Wuhan, città divenuta tristemente nota, a livello globale, come l’epicentro da dove la pandemia si è originata, è stato introdotto un lockdown che ha blindato nelle abitazioni un milione di persone, i residenti del quartiere di Jiangxia, a fronte non solo di appena quattro casi di contagio, ma per giunta riscontrati in soggetti del tutto asintomatici. Tutto ciò, ovviamente, è comprensibile solo ricordando come in Cina le istituzioni siano governate da un regime che guarda alle libertà non già come prerogative dell’indivi - duo, bensì come concessioni; e che come tali, all’occorren - za, possono essere serenamente revocate. Il fatto stesso che oggi 65 milioni di cinesi siano soggetti a restrizioni, a ben vedere, risponde a mere esigenze partitiche. Il prossimo 16 ottobre, infatti, avrà luogo il XX congresso del Partito comunista, che dovrebbe confermare alla presidenza Xi J i n pi n g per il terzo mandato consecutivo. Manca oltre un mese, ma Pechino vuole confezionare, a colpi di lockdown, un evento «zero Covid»; anche perché non vede la sospensione dei diritti individuali come un problema.

venerdì 2 settembre 2022

Pechino spende 210 miliardi $ l’anno per controllare il popolo

 

Macao, luglio 2017. Il bancomat del Casinò Venetian è insolitamente deserto perché proprio lì, in quel cluster vocato al lavaggio di denaro sporco, il Governo cinese ha appena iniziato a testare il riconoscimento facciale. Un deterrente molto efficace, tanto è vero che pochi giorni dopo la polizia del vicino GuangDong avrebbe smantellato una vasta rete di banche fantasma che prelevava fiumi di dollari di Hong Kong da conti in yuan. Tecnica talmente invasiva che da allora in poi strumenti come il riconoscimento facciale o la videosorveglianza attraverso i device più sofisticati sono diventati mezzi di ordinaria amministrazione per il controllo interno, la difesa della sicurezza nazionale e, anche, per potenziare l’export di tecnologie ibride, civili e militari che Pechino ha piazzato in mezzo mondo. Non è un caso se sul versante interno la spesa cinese per la sicurezza pubblica nell’ultimo decennio sia più che raddoppiata raggiungendo i 210 miliardi di dollari nel 2020: un esborso superiore del 7% alla spesa dichiarata per la difesa. Nell’ultimo Work Paper del premier Li Keqiang approvato dalla Plenaria del Parlamento cinese l’aumento legato alle forze armate e ai costi del mantenimento della macchina bellica è stato da record, pari al 7,1 per cento, ma comunque al di sotto di quanto speso per il controllare la popolazione con i sistemi di riconoscimento facciale. L’ossessione della sicurezza dei dati non è venuta meno, anzi. Cinque anni dopo i bancomat di Macao l’autorità per la Cybersecurity, nel frattempo potenziata grazie a una legislazione molto severa, ha messo le mani sui preziosissimi algoritmi che le società cinesi tecnologicamente più avanzate e più internazionalizzate custodivano come il più prezioso dei tesori. Ma è sul fronte delle nuove tecnologie a doppio uso, civile e militare, che la Cina rischia di più. Grazie al l’escamotage di dual use sofisticati sistemi di controllo made in China come Hikvision, sono stati esportati e,poi, anche bloccati perché sospettati di essere utilizzati per scopi non civili, ma militari. Per questa ragione decine di società cinesi sono finite nella famigerata black list del presidente americano Donald Trump perfezionata in seguito dal suo successore Joe Biden. Per questa stessa ragione Nvidia - si veda l’articolo in pagina - non fornirà più i suoi sofisticati chip necessari a far funzionare la complessa macchina del controllo cinese. Sempre la videosorveglianza è alla base delle accuse mosse alla Cina sul nervo scoperto dello Xinjiang, la regione più occidentale e più vasta della Repubblica popolare cinese popolata da 25 milioni di abitanti, di cui circa 13 milioni di etnia uigura. L’Onu ha raccolto «prove credibili» su possibili «gravi violazioni dei diritti umani» commessi dalle autorità cinesi nello Xinjiang. Il rapporto che sintetizza la situazione rimasto bloccato per un anno dalle proteste di Pechino che definisce l’inchiesta una «farsa e calunnia ispirata dagli occidentali», è stato pubblicato a un filo dalla scadenza del mandato dell’Alto commissario per i Diritti umani Michelle Bachelet. Gli esperti delle Nazioni Unite, in un dossier di 48 pagine, accusano i cinesi di aver utilizzato leggi opache e strumenti tecnologici sulla difesa della sicurezza nazionale per scatenare una campagna di repressione contro la minoranza uigura di religione musulmana, istituendo un «sistema di detenzione arbitraria». La macchina della video sorveglianza in Cina è estremamente efficace specie nel controllo sanitario collegato alla gestione della politica zero-Covid, cruciale per il presidente Xi Jinping. Ovviamente, come per i Casinò, le telecamere stradali installate nelle aree residenziali di megalopoli come Shanghai o Shenzhen sono servite a tenere a bada la criminalità, ma molti dubbi ha suscitato l’uso dei dati sanitari da mostrare sui QR code degli smartphone specie rispetto alla nuova legge sulla privacy cinese modellata sulla GDPR europea.

martedì 30 agosto 2022

«Metà americani non vogliono pagare di più per l’U c ra i n a »

 

Donald Trump sta agitando anche la campagna elettorale per le elezioni di midterm, in programma negli Stati Uniti il 4 novembre. A tenere banco sono i documenti sequestrati dagli agenti dell’Fbi nella villa dell’ex presidente a Mar-a-Lago, in Florida. Perquisizione che Trump ritiene «illegale» e contro la quale ha fatto causa. Le carte sarebbero ritenute classificate, ma per poterle usare in u n’inchiesta a carico del magnate si dovrebbe nominare un «special master», figura indipendente che complicherebbe ancor di più la situazione. L’ex presidente non solo si è opposto al sequestro del materiale, ma ha chiesto la restituzione di quanto non pertinente rispetto al mandato: «La giustizia non può essere usata come arma a scopi politici». Cosa sta succedendo negli Stati Uniti, qual è lo stato di salute della più grande potenza economica e militare del pianeta? Ne parliamo con Irene Senfter, ricercatrice specializzata in politica interna ed estera statunitense. Le speranze di quanti p en sava no che Donald Trump fosse politicamente finito dopo la sconfitta elettorale sono andate deluse perché il tycoon sembra voler davvero tentare la carta della rielezione alla presidenza. Ci crede davvero, oppure sta provando a vedere fino a che punto puo’ forzare la mano con l’Fbi ? «Le perquisizioni di Mar-a-Lago hanno senz’altro confermato nei seguaci di Trump la loro convinzione che lo “Stato profondo” abbi a “r ubato” la presidenza al loro idolo. D al l ’altro canto, sembra difficile che il Dipartimento di giustizia porterà alla denuncia di Trump per evitare di influenzare il processo elettorale. Trump ora è incentivato a dichiarare la sua candidatura già da ora». Perché secondo lei Trump si è portato a casa documenti classificati ? «Al momento non ci è dato saperlo. La mia sensazione è che sia un comportamento tutto sommato congruo con la sua abitudine di confondere il pubblico, il privato e gli affari. In linea, ad esempio, con l’affidamento di incarichi istituzionali a sua figlia Ivanka e al genero Jared». Alle elezioni di medio termine molti prevedono una batosta per i democratici. Crede anche lei ch e siano condannati alla sconfitta? E cosa accadrà in questo caso? «Le prospettive non sono rosee: il partito storicamente perde alle elezioni di medio termine in quanto tendenzialmente meno persone partecipano al voto. Sin dall’i n i z io d e ll ’anno, l’approvazione degli americani per l’operato del presidente Biden è stata molto bassa, intorno al 40%. Comunque, qualche segnale positivo per i democratici c’è, e l’“ondata rossa” p otrebb e forse essere evitata. Dopo la sentenza della Corte suprema in merito al diritto d’aborto, il sondaggio F iveth i rtyei g ht’s tracker dimostra progressi importanti per i democratici. Comunque, se i democratici perdessero entrambe le Camere, l’implementazione dell’agenda di Biden diventerebbe molto difficile: dovrebbe governare per decreto, ma questi decreti possono essere attaccati sia dai giudici sia da una prossima amministrazione repubblicana. Un esempio concreto sono le politiche ambientali: che incentivo hanno gli altri Paesi a portare avanti i loro progetti di riduzione dell’energia fossile, se non si possono fidare che gli Stati Uniti, uno dei maggiori inquinatori, si attengano agli obiettivi prefissati?». Che voto dà all’amministrazio - ne Biden fin qui in politica intern a? « L’amministrazione Biden è partita con un’agenda molto ambiziosa su infrastrutture, salute pubblica, cambiamento climatico, immigrazione. Dopo l’enorme provvedimento di stimolo all’economia nel pieno dell’epidemia, è però riuscita a portare a casa poco a causa di alcuni senatori democratici restii a votare certi atti proposti dal loro partito. Nelle ultime settimane, comunque, Biden ha annoverato qualche successo legislativo. Il Chips and science act prevede investimenti importanti per assicurare la leadership degli Stati Uniti nel campo dell’intelligenza artificiale e tecnologie connesse. Questo provvedimento presenta un grande potenziale in termini di sicurezza nazionale e capacità innovativa degli Stati Uniti. Personalmente spero che porti anche a un progresso reale nella ricerca nel campo delle tecnologie ambientali. È passato anche un provvedimento che, oltre a garantire sussidi alla salute pubblica e permettere di ridurre i prezzi dei farmaci, include iniziative molto consistenti sulla protezione dell’ambiente. Biden ha dunque fatto qualche progresso sulle promesse fatte in campagna elettorale. Comunque, gli ultimi dati Ipsos rivelano come l’inflazione e i prezzi dell’energia siano in cima alle preoccupazioni degli americani, influenzando dunque l’appro - vazione dell’operato di Biden. Come ha spiegato l’economista Paul Krugman sul New York Times, non è del tutto giustificato colpevolizzare il presidente per l’elevata inflazione in quanto la politica economica americana dispone di un margine di manovra limitato per agire sui prezzi mondiali dell’ener - gia. Inoltre, si parla poco della notevole crescita dell’o cc upaz ion e negli Stati Uniti post-pandemia». È d’accordo con chi ritiene che la politica estera dell’attuale amministrazione americana è sconcertante, specie in Medio Oriente? Pe n s o al ritiro dall’Afghanistan, i rapporti ambigui con i sauditi prima rinnegati e poi blanditi, la freddezza con Israele, senza parlare d el l ’accordo sul nucleare iraniano: ogni volta che alla casa Bianca ci sono i dem ritorna in auge salvo non essere mai siglato per volontà degli ayatollah. «Le esperienze recenti in Afghanistan e in Ucraina pongono un quesito di ricerca interessante: come possiamo studiare la volontà di combattere e difendersi degli eserciti alleati? L’accordo di Ginevra era importante per la realizzazione degli obiettivi di non proliferazione delle armi nucleari, con grandi vantaggi anche in termini di raccolta di intelligence grazie alle ampie ispezioni garantite dal protocollo. Nella situazione internazionale odierna non sembrano esserci le condizioni per un accordo. Più in generale, trovo utile leggere la politica estera americana con una lente neorealista nella tradizione di grandi studiosi come Kenneth Waltz e John J. Mearsheimer: finché il sistema internazionale è caratterizzato da anarchia, non dispone dunque di un “governo mond i a l e”, i grandi stati agiscono in base alla pressione di primeggiare la propria sicurezza nazionale nella politica estera. Per questo devono contrastare le ambizioni di egemonia regionale dei Paesi rivali. Questo meccanismo sta alla base, ad esempio, della “competizione strateg ic a” con la Cina. Biden ha forse sottovalutato le intenzioni revisioniste della Russia di Putin, e la possibilità reale di un crescente allineamento strategico tra il Cremlino e la leadership cinese. Queste intenzioni revisioniste russe dovrebbero spingere gli Stati Uniti e la Nato a rivedere anche le loro strategie di sicurezza nell’A rt ic o, l’altro teatro di grande rinnovata rilevanza geopolitica». Lei si immagina la prossima campagna elettorale per le presidenziali con Donald Trump per i repubblicani e Joe Biden per i democratici, oppure ci possiamo aspettare qualcosa di diverso? E che peso avrà Trump sul voto nel caso non fosse della partita? «Una battaglia elettorale tra Trump e Biden a questo punto sembra altamente probabile. Si specula su una possibile sostituzione di Biden con la vicepresidente Harris per motivi di anzianità, ma al momento questa ipotesi non sembra fondata. Dal lato repubblicano, il governatore del Florida Ron DeSantis potrebbe entrare in campo, ma è da vedere come si giocherà la partita con Trump, di cui è grande sostenitore. Negli ultimi giorni si parla anche di una possibile candidatura di Liz Cheney, una delle poche figure repubblicane a contrastare Trump apertamente mettendosi alla guida della commissione di investigazione degli eventi del 6 gennaio a Capitol Hill. Del resto, Trump sta già esercitando il suo peso nella campagna elettorale. Tanti candidati da lui promossi hanno vinto le primarie ed è rilevante come il partito repubblicano abbia candidato tanti fedeli di Trump come responsabili per amministrare e certificare il processo elettorale negli stati federa l i . Che cosa ha lasciato nella società americana l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021? Èuna ferita ancora aperta? « Tutt’ora pochi repubblicani, solo il 19% secondo un sondaggio recente dell’università del Massachussetts, credono che Biden sia il presidente legittimo degli Stati Uniti. Inoltre, più della metà dei repubblicani è convinto che l’estrema sinistra sia stata dietro all’assalto a Capitol Hill secondo un sondaggio recente Reuters/Ipsos. Trump è ancora il loro leader indiscusso, e sono pochissimi i politici repubblicani che criticano le sue azioni apertamente. Dall’altro lato, molti democratici sono preoccupati per una minaccia reale alle istituzioni democratiche del loro Paese in una seconda amministrazione Trump. Come ha ribadito il settimanale Ec o n o m i st , la disponibilità di Biden di dare spazio a progetti e idee di sinistra, soprattutto in campagna elettorale, non ha aiutato a ridurre le divisioni». Qual è il giudizio del popolo americano sull’invio di armi all’Ucraina? In Europa, e in Italia in particolare, il tema è oggetto di grande dibattito. «Gli ultimi dati Ipsos rilevano un quadro misto, ma tra gli americani sembra prevalere l’idea che il Cremlino debba essere punito per le sue azioni, sia militarmente sia attraverso sanzioni. L’82% degli elettori democratici e il 67% degli elettori repubblicani pensa che Putin debba essere fermato per evitare ulteriori aggressioni militari russe in Europa e in Asia. Comunque, solo appena più della metà degli americani crede che valga la pena pagare di più per l’energia per difendere la sovranità di un altro Paese. La fornitura di armi all’Ucraina è promossa dal 60% degli elettori democratici, e dal 53% degli elettori repubb l ic a n i » .



giovedì 18 agosto 2022

Germania al bivio tra crisi e lotta con gli Usa

 

Intrappolata in una crisi dalla quale non sa come uscire, la Germania è vicina a un epocale tracollo economico, mentre il governo di Berlino è alla disperata ricerca di soluzioni che, però, arriveranno solo a prezzo di scelte drastiche e irreversibili. La situazione del Paese è tra il romanzesco e il tragico. Il fiume Reno in secca impedisce il transito delle chiatte che trasportano carbone per le centrali elettriche. Il gas dalla Russia via Nord Stream 1 è ancora a livelli molto bassi, mentre i flussi dalla Norvegia sono in calo per via di manutenzioni straordinarie. Il caldo intenso che ha lambito il Nord Europa tiene alta la domanda elettrica, mentre le centrali nucleari in Francia stanno passando il peggiore momento della loro storia. La stessa siccità che ha prosciugato il Reno ha svuotato i fiumi francesi, la Loira in particolare, limitando l’utilizzo delle acque per il raffreddamento degli impianti nucleari. Al momento, solo il 45% della potenza elettrica transalpina è disponibile, anche per via di una serie di manutenzioni, il che costringe la Francia ad importare dalla Germania per molte ore del giorno. In presenza di una domanda rigida nonostante i prezzi record, il sistema energetico franco-tedesco sembra avviato verso l’implo - s io n e. Sul fronte politico le cose non vanno meglio. Il governo di Olaf Scholz avrebbe deciso, dopo lunghi tentennamenti, di tenere aperte le tre centrali nucleari destinate alla chiusura entro quest’anno. La notizia, circolata nei giorni scorsi, è stata poi smentita, ma l’ipo - tesi resta. La visita di S ch ol z in Norvegia di lunedì scorso, organizzata con il proposito di chiedere un aumento dei flussi di gas, ha fruttato solo qualche sorriso e una pacca sulla spalla. «La Norvegia sta già facendo il massimo», ha detto il primo ministro norvegese Jo - nas Gahr Store dopo l’incon - tro con il cancelliere tedesco. C’è da credergli, visto quanto sta guadagnando la Norvegia dalle esportazioni di gas all’Unione europea. Il governo ha poi introdotto una tassa di scopo sul consumo di energia che dovrebbe servire a sostenere gli operatori del settore. Berlino non vuole dare l’impressione di lucrare sulla tassa ed ha avviato una discussione con Bruxelles per evitare di applicarvi l’Iva . Il commissario Paolo Gentiloni ha già risposto che non è possibile esentare il tributo dall’Iva. Così, alcune stime valutano che la tassa farà aumentare l’inflazione, portandola al 10% entro fine anno. La Bdi, associazione degli industriali tedeschi, si lamenta e chiede che il governo faccia di più a sostegno delle imprese. Vanno per le lunghe, infine, le discussioni con il Qatar per la fornitura di Lng. L’e m i rato chiede contratti ventennali (la norma, nel settore), ma la Germania, pensando alla transizione ecologica, non vuole impegnarsi per un tempo così lungo. Propone quindi che la fornitura di gas diventi a un certo punto fornitura di idrogeno: i qatarini sono assai s c ett ic i . Mentre Uniper, appena salvata dall’intervento statale, ha svelato i terribili conti in rosso del primo semestre 2022, sulla prima pagina del Rhei ni sch e Po st si magnificano i vantaggi della doccia fredda: «Ricerche recenti mostrano che una doccia fredda protegge attivamente da infezioni, stanchezza e depressione», è il riassunto di un articolo del quotidiano. Il ministro dell’Interno tedesco paventa proteste di massa nel corso del prossimo inverno, a causa del deterioramento delle condizioni di vita m ate r i a l i .👌😉👌😉 In tale situazione, il fronte pro-sanzioni in Germania mostra incrinature sempre più evidenti. La Bayer ha annunciato di voler continuare a fornire alla Russia prodotti agricoli come sementi e pesticidi, per «aiutare a prevenire quella che potrebbe diventare una crisi alimentare senza precedenti». È la stessa azienda che sei mesi fa aveva subordinato le forniture per il 2023 alla fine dell’attacco contro l'Ucraina. Il convitato di pietra è però il gasdotto Nord Stream 2. Ieri su Twitter è entrato in tendenza l’hastag #Nordstream2OEffnen, che riprende un articolo pubblicato a Ferragosto da Der Sp ie g el il cui titolo non lascia dubbi («Apriamo il Nord Stream 2!»). La sinistra, dalla ex leader di Die Linke Sa h ra Wa ge n k n e cht a Klaus Ernst, presidente del comitato del Bundestag per la protezione del clima e l’energia, spinge per l’apertura del Nord Stream 2 senza indugi, per evitare la crisi. Oggi, insomma, la micidiale combinazione tra crisi del modello economico globale guidato dall’export, forzata rottura con la Russia, necessità derivanti dall’appartenenza alla Nato e crisi energetica costringe la Germania a ripensare sé s te s s a .👌👌👌 Tre sono le opzioni a disposizione di Berlino, a nostro avviso. La prima è continuare con il modello attuale ed affrontare la drammatica crisi economica e sociale che seguirà, mettendo qualche toppa e sperando che passi presto. La seconda è un grande rilancio in chiave europea, con un cambio deciso di prospettiva sulle regole fiscali, investimenti pubblici (veri) in chiave di piena occupazione, sostegno alla domanda e ridiscussione del ruolo della Bce. La terza opzione è una spaccatura netta con gli Usa, con la decisione di aprire il Nord Stream 2, rifornirsi di gas salvando l’industria e riavvicinarsi alla Russia e all’a rea a s i at ic a . Conoscendo la storica predilezione delle élite tedesche per i drammi a tinte fosche in stile G ö tte rd ä m m e ru n g , la prima opzione resta quella più probabile. Pur essendo la più dolorosa e potenzialmente distruttiva dell’intera area euro è anche quella più semplice, quella che richiede meno inventiva e meno capacità di immaginare il futuro.

Caro energia, Berlino vara tassa stangata per imprese e famiglie

 

Dal primo ottobre il gas in Germania costerà più caro per un nuovo sovrapprezzo stabilito dal governo federale che colpirà famiglie e imprese: 2,419 centesimi in più per kilowattora, equivalente a un salasso da almeno 5 miliardi per le aziende, da almeno 8 miliardi di potere d’acquisto per i privati nel 2023. La coalizione “semaforo” Spd-Verdi-Fdp ha deciso a metà agosto di aumentare per legge il prezzo del gas fino all’aprile 2024: la misura mira a un’equa ridistribuzione degli alti prezzi scaturiti dal crollo delle forniture imposto dalla Russia. La sovrattassa entra nelle tasche di tutti i consumatori, non solo quelli esposti direttamente al taglio del gas russo. Questa “Gasumlage” è stata giustificata dal ministro dell’Economia e del Clima Robert Habeck come una «medicina amara» per il bene comune: serve a salvare distributori e fornitori di gas dalla bancarotta certa, coprendo il 90% dei costi aggiuntivi sul mercato dovuti all’aumento del prezzo del gas. Il rincaro per legge avrà però un effetto a cascata indesiderato: spingerà all’insù l’inflazione. Il think tank economico IfW di Kiel stima che la sovrattassa, che rischia di far lievitare l’imponibile Iva senza uno strappo alla regola da Bruxelles, dovrebbe incrementare il tasso inflazionistico dello 0,9% entro fine anno, portando l’inflazione in area 9%. L’istituto per la ricerca economica IMK ha stimato per Handelsblatt che l’inflazione potrebbe salire fino al 10% a fine anno, a causa della sovrattassa. Per arginare questo fenomeno, il ministro delle Finanze liberale Christian Lindner ha inviato una lettera al commissario Ue Paolo Gentiloni chiedendo un’eccezione, per esentare l’Iva: applicare le regole europee significherebbe aumentare l’imponibile Iva di 2,419 centesimi per kilowattora. Le 12 ditte che forniscono gas a famiglie e industrie in Germania, tra le quali Uniper che ha chiesto e ottenuto aiuto allo Stato per svariati miliardi al fine di evitare il fallimento, sono sotto enorme stress: sono obbligate contrattualmente a rispettare i termini della distribuzione, con quantità e prezzi di gas prefissati a lungo termine, anche nel momento in cui il gas russo a basso prezzo è venuto a mancare, ridotto da Mosca al 20% della capacità dei flussi di Nord Stream 1. Le aziende distributrici sono dunque costrette a sostituire il flusso russo con gas molto più costoso, senza poter scaricare questo rincaro sugli utenti finali. Il sovrapprezzo dunque serve a scongiurare il rischio sistemico di una catena di insolvenze nella rete dei fornitori grandi e piccoli che avrebbe portato al collasso l’intero sistema energetico in Germania, ha ammonito il ministero BMWK. Questo aumento a pioggia di 2,419 centesimi si colloca a metà strada di una forchetta tra 1 e 5 euro: dove 1 euro favoriva i consumatori, 5 euro i distributori. Alla fine però ha scontentato tutti: le famiglie meno abbienti e le Pmi già provate dal rincaro di elettricità e beni alimentari chiedono ora al governo più sussidi e agevolazioni per attenuare gli aumenti. Per una famiglia di quattro persone che consuma 20.000 kilowattora di gas all’anno il sovrapprezzo di 2,419 centesimi equivale a un rincaro di 480 euro: l’impatto sui cittadini spazia da 120 a 580 euro l’anno, in base a nucleo familiare e metri quadri abitativi. Holger Lösch, il vicedirettore generale della BDI, confindustria tedesca, ha commentato: «il sovrapprezzo rappresenta un onere aggiuntivo elevato, che colpisce non solo i settori ad alta intensità energetica, ma l’intera l’industria e anche i privati. Il governo deve estendere le agevolazioni oltre il 2024, perché i costi travolgeranno molte aziende. Vanno sostenute le imprese più vulnerabili e va mantenuta la competitività». Il governo intanto lavora a tempo pieno per gestire la crisi energetica. Ieri il ministro Habeck ha firmato un memorandum d’intesa con Uniper, RWE, EnBW e controllata VNG per la fornitura “temporanea” di rigassificatori galleggiati di gas naturale liquefatto a Brunsbüttel e Wilhelmshaven, con capacità annua fino a 12,5 miliardi di metri cubi. Si tratta di speciali navi sulla costa del Mare del Nord che riconvertono il gas da liquido allo stato gassoso e che entreranno in funzione per l’inverno 2022-2023. Stando al Wall Street Journal, infine, il governo intende posticipare temporaneamente la chiusura di tre centrali nucleari prevista il 31 dicembre.

cambio di passo, ma IL PARTITO NON PUÃ’ accelerare

 

P echino introduce linee guida sui criteri Esg per le imprese, assolutamente al passo con le direttive del mondo occidentale. È una decisione che non deve sorprendere. È accaduto lo stesso con la gestione dei diritti di proprietà intellettuale: la Cina si muove prima con cautela, osserva i risultati ottenuti dai Paesi più avanzati e poi si allinea. Questa prospettiva volta ad incentivare il sistema industriale verso i temi ambientali (e sociali) si concilia con un obiettivo di carbon neutrality molto avanti nel tempo: al 2060, ovvero quasi trent’anni dopo quanto promesso dai Paesi sviluppati. Si tratta di una contraddizione solo apparente, che trova una sua spiegazione nella parabola di sviluppo della Cina e nel suo essere autocrazia a trazione centralizzata. Se è infatti vero che l’ex Impero di Centro rappresenta la causa principale delle emissioni di gas serra su scala globale (oltre il 30% dell’anidride carbonica immessa in atmosfera è infatti di matrice cinese) e larga parte (65%) della produzione di energia elettrica deriva dal carbone, le emissioni inquinanti pro-capite sono ancora oggi inferiori a quelle di molti Paesi avanzati (meno della metà di quelle americane) nonché il reddito a livello individuale è ancora quello di un Paese in via di sviluppo. Questo per evidenziare che il Partito Comunista Cinese non può permettersi di accelerare troppo sul fronte ambientale a meno di impattare negativamente sul fronte della crescita economica con implicazioni rilevanti sul fronte del consenso interno. Vista la rilevanza delle politiche verdi di Pechino per il futuro del Pianeta – giova ricordare che negli ultimi 10 anni il volume totale delle emissioni di CO2 di Pechino è stato doppio rispetto a quello di Washington -, è importante chiedersi se la Cina abbia un effettivo interesse a migliorare le prestazioni ambientali o se stia conducendo solo operazioni di facciata. La risposta è, a mio avviso, affermativa; l’interesse c’è in quanto il miglioramento della qualità dell’ecosistema sta diventando sempre più uno dei pilastri su cui si regge il patto sociale tra Partito Comunista e popolazione: se prima la legittimazione del Partito passava esclusivamente dalla crescita economica, oggi il miglioramento della qualità dell’aria è infatti al centro delle attenzioni dei cinesi. Per quanto la Cina abbia dichiarato recentemente di voler interrompere il dialogo con gli Usa sui temi ambientali – a seguito della visita di Nancy Pelosi a Taiwan – Usa e Europa possono d’altro canto esercitare una qualche influenza sulla velocità con cui Pechino si impegnerà a ridurre il proprio carico ambientale: adottando un atteggiamento coopetitivo. La Cina nei prossimi anni avrà ancora molto bisogno di un elevato grado di interconnessione commerciale con i Paesi occidentali; in questa prospettiva, il dialogo strategico con il Dragone deve combinare la dimensione economica con quella ambientale per massimizzare la possibilità di giocare un effetto leva sul fronte negoziale (cooperazione). Dall’altro lato, sarebbe particolarmente utile che la coalizione dei Paesi occidentali introducesse un sistema di tassazione di beni e servizi (anche cinesi) in corrispondenza del livello di impronta ambientale a questi associato (competizione). Insomma, possiamo evitare di essere pessimisti: ma serve che dalle nostre parti si affermi un fronte unito e caratterizzato da idee molto chiare.