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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

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giovedì 28 luglio 2022

Vogliono salvare il pianeta. Ma non l’uomo

 

 L’ ip oc ri ta miopia italica fornisce ogni giorno nuovi ed e mozio na nt i spunti. In queste ore stuoli di improvvisati fascistologi s’affannano a lanciare l’allarme sul ritorno delle oscure forze della reazione guidate da Giorgia Meloni. Alcuni pittoreschi personaggi cercano di dimostrare inesistenti legami fra la destra che aspira al governo e la cosiddetta «destra estrema», la cui colpa principale sarebbe appunto quella d’essere estrema (chissà perché). E intanto che si cerca il manganello nell’o cchio altrui, passano inosservate le foreste di travi che stanno nello sguardo progress i s ta . Gli indignatissimi quotidiani che più si sgolano sul fascismo eterno sono esattamente gli stessi che ieri portavano acqua al mulino ecologista di Fridays for future. La Stampa ha pubblicato, con tanto di foto in prima pagina, un roboante intervento di Greta Thunb e rg ; su Re p ub b l ic a campeg - giava un commento di Riccar - do Luna sulla necessità di scusarsi con la suddetta Greta per non averla abbastanza ascoltata, e per la tiepida adesione che ancora dimostriamo nei confronti della lotta green. Lo spunto d’attualità per i due articoli lo ha fornito il festival degli attivisti verdi che si svolge in questi giorni a Torino. Fridays for future ha organizzato un campeggio ecologista e una serie di incontri gentilmente ospitati dalla locale università. Il tutto impreziosito dal sostegno del Comune, che ha fornito supporto e pubb l ic i tà . Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi con dovizia di particolari, il circo green torinese è stato messo in piedi con il robusto contributo del centro sociale Askatasuna, ovvero una organizzazione di bravi ragazzi che nel corso degli anni ha collezionato parecchi procedimenti giudiziari. Giusto qualche settimana fa, un tribunale ha stabilito che all’interno del centro sociale si sia incistata una associazione a delinquere in qualche modo legata al movimento No Tav. Per inciso, il festival di Fridays for future è curiosamente gemellato con la storica kermesse No Tav che si svolge nei pressi della Val di Susa. In estrema sintesi: mentre gli amici progressisti perdono tempo ad analizzare il dna della destra in cerca di filamenti fascistoidi, la sinistra istituzionale spalleggia gli antagonisti violenti, li sponsorizza e dà loro ampio spazio sui giornali imbellettati. Quanto a doppia morale, come sempre, siamo ai massimi livelli. Tanto che potremmo persino soprassedere: alla viscida falsità sinistrorsa siamo da tempi abituati. Il fatto è che esiste un aspetto ancora più inquietante di tutta questa faccenda green, il quale va ben al di là delle imprese criminali di qualche avanzo di centro soc i a l e. Leggendo con attenzione ciò che scrive Greta Thunberg e, soprattutto, ciò che scrivono i suoi esegeti italiani, è difficile non avvertire un brivido lungo la spina dorsale. Bisogna essere ottusi per non rendersi conto dei toni millenaristici utilizzati dai profeti della lotta al cambiamento climatico. Non si può non notare come il loro pensiero rientri nel filone dello gnosticismo rivoluzionario, da sempre il più efficiente produttore di autorita r i s m i . Greta, lo ha fatto anche ieri sulla Sta m p a , usa dividere il genere umano in due. Da una parte ci sono i puri, cioè coloro che si sono risvegliati e hanno acquisito consapevolezza sui temi ambientali. Sono, costoro, i possessori della gnosi ecologista, gli unici che possono salvare il mondo altrimenti destinato alla corruzione totale. Dall’altra parte ci sono invece gli impuri, coloro che ancora vivono nell’oscurità o, peggio, rifiutano il messaggio di salvezza veicolato dagli attivisti green. Analoghi concetti emergevano con chiarezza pure dall’articolo di R ic ca rd o Lu n a su R e pu b bl ica . Egli, dopo aver invitato il popolo impuro a scusarsi con la divina Greta, se l’è presa con gli stolti che ancora non si sono convertiti al verbo verde. Costoro - ignoranti! - non capiscono che grazie all’ecologismo potremmo presto costruire «un mondo nuovo, libero dalla tirannia dei combustibili fossili e della plastica. Un mondo alimentato da energie rinnovabili e con un rapporto più sano, rispettoso, con le risorse del pianeta». In pratica, un paradiso in Terra che gli illuminati regaleranno a quanti avranno il coraggio di rinunciare allo schifoso materialismo che ancora lega gli uomini ai combustibili fossili e al c o n d i z io n ato re. Vale la pena di soffermarsi un istante su quest’ul ti mo passaggio. L’ecologismo in stile Greta sembra proporre una versione commerciale e facilona di alcune dottrine orientali, e forse non è un caso che il pensiero della giovane Thun - b e rg trovi punti di contatto (al ribasso, ovviamente) con quello del Dalai Lama, ben evidenziati in un volume a doppia firma appena uscito per Baldini e Castoldi (si intitola Insieme per salvare il pianeta. Obiettivi comuni contro il cambiamento climatico). Gli attivisti green propongono una sorta di ascesi del tutto priva di elementi spirituali. Essi teorizzano il distacco dalla materia, che è inevitabilmente corrotta. Detta in modo brutale: la rinuncia al riscaldamento o al condizionatore in nome della lotta verde è simile alla rinuncia alle passioni terrene che il monaco buddista ricerca con perizia. E pazienza se, nel caso della T hu n b e rg , si tratta di un bel mondo per impacchettare l’i m p ove r i m e nto dei ceti medi e popolari a beneficio di un mutamento del sistema economico che di certo non dispiace ai colossi trans n a z io n a l i . Alla base di questa filosofia c’è, in fondo, il disprezzo per l’essere umano. Il corpo non è che una prigione da cui distaccarsi quanto prima, la beatitudine sta nella dissoluzione del singolo, l’illuminazione giunge soltanto quando il distacco dalla corruzione del reale è completato. In questo quadro, non stupisce che gli ambientalisti più radicali arrivino a considerare l’uomo un cancro e a propagandarne l’estinzio - ne, a desiderarne l’annichili - mento e la riduzione a composto organico, a immondizia (leggere per credere i testi della cyberfemminista D o nn a H a raway). Ebbene, questo genere di dottrine sono l’a nt ica me ra del totalitarismo, e il linguaggio con cui vengono ormai quotidianamente esposte non fa che confermarlo. Talvolta persino con qualche sfumatura grottesca: è curioso che nessuno, a Re p ub b l ic a , abbia trovato qualcosa di strano nel titolo del commento di R iccardo Luna sulla «tirannia della comodità». L’opposizio - ne alla vita comoda era uno dei mantra del fascismo, e oggi si ripropone in farsa sotto la vernice ecologista. Una farsa pericolosa, tuttavia, poiché punta a modificare radicalmente il modo in cui tutti noi stiamo al mondo, al fine di raggiungere obiettivi molto discutibili. Dunque attenti ai sedicenti difensori dell’ambiente. Essi fingono di combattere un regime morto, e intanto portano acqua all’autoritarismo più insidioso e più vivo che ci sia.

Lo studio segreto Ue rivela che gli agricoltori italiani falliranno per i diktat verdi

 

Il Green deal europeo ora che si riaccendono le centrali a carbone, che si va accattonando il gas e che «il nucleare ti dà una mano», è uno slogan propagandistico che rischia di fare molto male agli agricoltori soprattutto italiani e di costare un occhio della testa ai consumatori già bersagliati dall’infla - zione. L’importante è che non si sappia in giro nei giorni in cui Greta T hu n b e rg convoca a Torino - salvo dare buca all’ul - timo - i suo «sorcini verdi» (sembrano i fan di Renato, in questo caso a emissioni zero) e mentre l’Europa si prepara a varare il Nutriscore - che sarà discusso all’inizio della prossima settimana - l’etichetta a semaforo che fa ricche le multinazionali della nutrizione che vogliono darci il cibo chimico preparato in laboratorio e mette sul lastrico la nostra produzione di qualità. C’è un rapporto - di cui La Ve rità è entrata in possesso - redatto dal centro studi della Commissione europea, tenuto sotto chiave da Ursula von derL eye n e dal suo vice l’olan - dese, Fra n s Timmermans, da cui si evince che il programma Farm to fork, la declinazione agricola del Green deal, trasforma l’Europa in un giardino senza coltivazioni, demanda il soddisfacimento dei bisogni alimentari all’importazio - ne di prodotti insalubri e inquinanti e sposta la spazzatura ambientale nel resto del mondo. Le conseguenze sono già ampiamente visibili. Fruitimprese - una delle maggiori organizzazioni dell’o rto f r utta - ha registrato nei primi quattro mesi di quest’anno un ulteriore crollo dell’export: -3,15 in valore, meno 8,1% in quantità. Per converso crescono le importazioni che tornano a superare le esportazioni - 1,3 milioni di tonnellate contro 1,1 milioni vendute all’estero - con un tracollo del saldo commerciale: da 564 milioni di euro dei primi quattro mesi del 2021 a 207 milioni euro del primo quadrimestre 2022 (- 63,2%). Esattamente il paradigma del Farm to fork con Marco Salvi - presidente di Fruitimprese - che ribadisce come i costi troppo alti mettano fuorigioco il prodotto ital i a n o. È quello che c’è scritto nel rapporto del Jrc - il centro comune di ricerca della Commissione europea - che ha valutato gli impatti del Farm to fork. A quello studio si sono dedicati anche l’Usda - il dipartimento agricolo degli Stati Uniti - e l’università di Wageningen. I risultati non sono stati mai pubblicati, ma Divulga, think tank dei Consorzi agrari d’Italia, ha messo le mani sul dossier e il professor Fe - lice Adinolfi(università di Bologna) coordinando un team di ricerca ha «letto» le conseguenze del Green deal in agricoltura con risultati allarmanti. Il Farm to fork prevede la riduzione entro il 2030 di almeno il 20% dei fertilizzanti, del 50% dei pesticidi e degli antimicrobici e l’aumento del 25% della superficie agricola biologica. Risultato possibile? Sì se si smette di produrre. Risultato efficace? No, perché il resto del mondo fa esattamente il contrario. Mentre negli ultimi 30 anni l’Europa ha ridotto le emissioni agricole (- 18,5%) il Brasile le ha aumentate del 47%, la Cina del 9,7% e gli Usa del 6,2%. Da soli coprono il 27% delle emissioni agricole globali. Brasile, Usa e Cina sono i Paesi da cui l’Europa importa di più. Va peggio con i pesticidi: l’Europa ha valori di 1,6 chili per ettaro, i Paesi dell’Est asiatico hanno valori dieci volte superiori. Un terzo dei pesticidi autorizzati in Brasile e un quarto di quelli usati in America da noi sono vietati. Il paradosso è che l’Europa, leader nel mercato dei fitofarmaci, esporta in questi Paesi quello che è vietato al suo interno. Lo stesso vale per i fertilizzanti. Quanto al biologico i valori europei non sono neppure paragonabili con quelli del resto del mondo. Ma noi siamo gli unici condannati al ve rd e. La conseguenza è che produrremo sempre di meno e importeremo sempre di più. Come sottolinea il professor Ad i n ol f i : «Il rischio concreto è di concentrare l’i n qu i n amento nelle aree del pianeta con sistemi normativi e di controllo più deboli, che spesso coincidono con quelle in condizioni di minore sviluppo». Al prezzo di importare prodotti insalubri perché i nostri vanno fuori mercato. Ultimamente gli accordi commerciali europei - l’ultimo con la Nuova Zelanda - sono assai blandi sul rispetto della sicurezza alimentare. I tre studi messi a sintesi da Divulga spiegano che la produzione europea calerà dal 10 al 30%. I prezzi della carne bovina cresceranno del 24%, quelli della carne suina del 43%, importeremo il 39% di cereali in più con punte del 98% per la colza. Le produzioni più colpite saranno olio di oliva e vino: ne esporteremo il 50% in meno con prezzi in aumento tra il 24 e il 46%. Il Nutriscore se la prende proprio con vino, olio extravergine di oliva, salumi e formaggi: i prodotti italiani sacrificati al Green deal di Ur su l a von derL eye n . Probabilmente perché sono molto inquinanti per i bilanci delle multinazionali: mal sopportano che l’Ita - lia esporti per oltre 52 miliardi di euro e abbia il primato della qualità. Dobbiamo smetterla. Anche stavolta ce lo chiede l’Eu ro pa . 

Lavrov in tournée nei Paesi africani

 

Nel pieno dell’i nvas io ne dell’Ucraina, Mosca continua a guardare all’Africa. È infatti in corso nel continente un tour del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che è arrivato ieri in Etiopia, dopo aver effettuato tappe in Egitto, Repubblica del Congo e Uga n d a . Nel suo incontro con il presidente egiziano Abdel Fatta h al Sisial Cairo domenica scorsa, Lavrov ha parlato di un rafforzamento della cooperazione bilaterale, sottolineando la crescente collaborazione tra i due Paesi nel settore dell’energia nucleare e affrontando anche la questione libica. Ricordiamo che Egitto e Russia hanno in passato sostenuto congiuntamente il generale Khalifa Haftar in Libia. E proprio la parte orientale della Libia - su cui Mosca mantiene una significativa influenza grazie ai mercenari del Wagner group - costituisce un trampolino di lancio per la longa manus del Cremlino sul Sahel: crocevia fondamentale per i flussi migratori diretti verso l’Europa occidentale. Flussi che i russi potrebbero presto usare per mettere l’Ue sotto pressione. D’altronde, il dossier libico è emerso anche durante la tappa di L av rov nella Repubblica del Congo (la prima volta di un ministro degli Esteri russo in questo Paese). «Voglio sottolineare il ruolo del presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Ngue s s o, come presidente del Comitato di alto livello dell’Unione africana sulla Libia», ha affermato il ministro russo in una conferenza stampa lunedì, «Il presidente ha condiviso i suoi piani per organizzare una conferenza libica sulla riconciliazione nazionale nel prossimo futuro, alla quale inviterà tutti i rappresentanti delle principali forze politiche di quel Paese, senza eccezioni», ha aggiunto. Tutto questo, mentre ieri, nel corso della tappa in Uganda, secondo l’Associated Press, L av rov «ha affermato che il suo Paese sostiene la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu per dare un ruolo più potente ai Paesi in via di sviluppo, compresi i Paesi africani». Attraverso una retorica terzomondista (e senza dimenticare la vendita di armi), Mosca punta a rafforzare la propria influenza sul continente per una serie di ragioni. Il Cremlino vuole innanzitutto consolidare ed estendere il suo blocco di alleati in seno alle Nazioni Unite: ricordiamo infatti che parte consistente dei Paesi africani non ha sostenuto le varie risoluzioni votate contro l’invasio - ne russa dell’Ucraina nei mesi scorsi. In secondo luogo, si scorge il tema energetico. La Repubblica del Congo è un notevole produttore di petrolio, mentre - come abbiamo visto - la Russia coopera con l’Egitto nel settore dell’ener - gia nucleare: quell’Egitto che ha recentemente firmato un accordo per consentire a Israele di aumentare la fornitura di gas all’Ue (un fattore che spinge probabilmente Mosca a voler rafforzare machiavellicamente la propria influenza sul Cairo). Ricordiamo inoltre che, poche settimane fa, Algeria, Niger e Nigeria hanno riavviato le trattative per il gasdotto transsahariano. Se il progetto dovesse prima o poi realizzarsi, la Russia potrebbe avvantaggiarsene, visti i suoi stretti legami con Algeri. In terzo luogo, lo abbiamo visto, non va trascurata la centralità del Sahel: area su cui anche la Turchia sta consolidando la propria influenza, a discapito della Francia. Non è quindi escluso che, nel loro prossimo incontro a Sochi il 5 agosto, Vladimir Puti n e Recep Tayyip Erdogan discuteranno anche del dossier africano: un dossier d’al - tronde significativamente connesso a quello della crisi alimentare, che si sta cercando di scongiurare attraverso i (traballanti) accordi di Istanbul, siglati la settimana scorsa. Non è d’altronde un caso che, nel suo viaggio, L av rov stia cercando di rassicurare i Paesi africani sulla delicata questione del grano. È anche su questo che si gioca la tenuta dell’influenza russa sull’area .

Lo scudo anti spread della Lagarde ha le stesse condizionalità del Mes

 

«La Bce ha in mano il destino delle nazioni». Così ha titolato in prima pagina martedì il Wa ll Street Journal, osservando l’esorbitante anomalia di una Banca centrale chiamata a esercitare un ruolo politico. « L’Europa sta per essere gestita dai funzionari della Bce», si rincara la dose nell’ar - ticolo. Più specificamente, l’Eurotower, avendo condizionato l’attivazione del nuovo programma di acquisto di titoli pubblici (Tpi) al rispetto delle regole di governance economica europea, si è assunta l’onere di imporre, di fatto, il rispetto di quelle regole che le istituzioni politiche europee sono state incapaci di applicare per quasi dieci anni. Insomma, per mettere riparo a un assetto disfunzionale, a Francoforte hanno pensato bene di introdurre un’ulterio - re distorsione. Facendo leva su l l ’immenso potere di ricatto esercitabile da chi ha in mano i cordoni della borsa. Però, prosegue l’articolo - a dieci anni dal famoso «Whatever it takes» di Mario Draghi - l’annuncio di C h r i s ti n e L a ga rd e non sembra godere della stessa credibilità di quello del suo predecessore. Infatti la L a ga rd e - sin dalle incerte mosse del marzo 2020, per finire al consiglio straordinario convocato il 15 giugno sotto la pressione dei mercati delusi dalla mancanza di chiarezza - pare avere perso molta credibilità ed è probabile che gli investitori andranno presto a testare quale sia in concreto il livello dello spread oltre il quale potrebbe intervenire. Prova ne è che i mercati, all’annuncio di giovedì hanno reagito molto freddamente, mantenendo lo spread ben oltre i 200 punti. Ricordiamo che il 26 luglio 2012 le parole di D ra g h i fe c e ro calare lo spread di 50 punti in pochi minuti (da 520 a 470 punti) senza peraltro annunciare l’adozione di alcuno specifico strumento. Questo nuovo ruolo politico della Bce - conclude l’articolo - sarà presto messo alla prova in occasione di un esito «sgradito» delle imminenti elezioni italiane e delle possibili conseguenze sullo spread. Insomma i mercati non fanno affatto mistero dei dubbi sull’efficacia del Tpi, perché anche il Financial Times ha prefigurato negli ultimi giorni un probabile test della risolutezza della Bce da parte degli investitori. Confessiamo che, a questo punto, non sappiamo a chi credere perché lunedì avevamo letto Lucrezia Reichlinsu l Corriere della Sera che inneggiava alle virtù del Tpi, attribuendogli il merito di aver evitato un aumento dello spread proprio nello stesso giorno delle dimissioni del governo Draghi. Secondo la professoressa, il Tpi segna una nuova epoca nell’evo lu z io n e del funzionamento dell’Euro - zona. Si è passati dai programmi di aggiustamento alla greca con «pistola puntata alla tempia», all’adesione condivisa, con spirito solidale, a un corpo di regole preconcordate. Si passa dalla «condizionalità», imposta ex post, alla «conformità», concordata ex a nte. Ci permettiamo di obiettare che, quando si passa dai sogni alla realtà, ci convince di più la spiegazione del Ws j per - ché più allineata alla lettera e alla «ratio» che emerge dagli atti e dalle fonti ufficiali. Il mondo idilliaco tratteggiato dalla R eich l i n subisce il primo duro colpo perché esiste una impressionante sovrapposizione tra i criteri di ammissibilità adottati dalla Bce e quelli inseriti nel famigerato «allegato 3» del trattato del Mes riformato. Infatti, l’assenza di procedura per deficit eccessivo e squilibri economici eccessivi (oltre ad altri requisiti stringenti) sono la condizione per accedere alla linea di credito «light» (Pccl). Quello che, per il momento, è stato cacciato dalla porta non ratificando il Mes, è rientrato dalla finestra grazie alla Bce. Sotto certi aspetti pure rinforzato. Inoltre è la stessa Bce che, nel documento in cui illustra il Tpi, sente il bisogno di ribadire che il programma Omt - varato da D ra g h i nel settembre 2012 e mai applicato - è sempre a disposizione. Non avremmo potuto immaginare un modo migliore per confessare la inapplicabilità del Tpi. La Bce, di fatto, dichiara che interverrà solo quando i fondamentali del Paese sono sani e gli investitori fanno salire lo spread senza giustificazioni. Ma i mercati difficilmente attaccherebbero il nostro debito se non fosse in odore di insostenibilità, che è proprio il caso in cui Bce avrebbe le mani legate. A meno di esercitare la vasta discrezionalità politica che viene denunciata dal Ws j. Per ogni altro caso, c’è l’Omt con il suo eliminabile corredo di prestito del Mes e programma di aggiustament o. Che siano adottate dalla Bce o dal Mes, purtroppo parliamo sempre di quelle regole che sono state da più parti dichiarate dannose e pro cicliche e sono in attesa di riforma. Quello che spesso si trascura di evidenziare è che la clausola di salvaguardia, applicabile fino al 2023, consente agli Stati membri solo di deviare temporaneamente dal percorso di aggiustamento verso l'obiettivo di medio termine, tuttavia essa non sospende l’ap - plicazione del Patto di stabilità e crescita, né le procedure del semestre europeo in materia di sorveglianza fiscale. Tali procedure a maggio hanno regolarmente prodotto il Country report e le raccomandazioni Paese in cui la Commissione afferma esplicitamente che l’Italia manifesta squilibri macroeconomici eccessivi e non rispetta la regola del debito e del deficit. La valutazione dell’apertura della procedura per deficit eccessivo è solo rimandata al prossimo autunno. Esattamente ciò che potrebbe privarci degli acquisti di titoli da parte della Bce. La R eichl i n lo chiama «conformarsi», noi lo chiameremmo ricatto, per r di più con una vecchia pistola.

mercoledì 27 luglio 2022

Europa sempre divisa Sul taglio del gas un accordo al ribasso

 

L’Ue, sempre divisa, raggiunge un accordo al ribasso sul taglio del gas: riduzione del 15% ma su base volontaria e con molte esenzioni. Cingolani assicura che per l’Italia si prospetta un calo «solo» del 7%, ma non è chiaro il metodo di calcolo della stima. Intanto cresce la disponibilità di energia generata dal carbone: siamo al 45% della potenza e saliremo ancora.Vittoria di Pirro della Commissione europea a Bruxelles. Nella mattinata di ieri, la riunione del Consiglio europeo dei ministri dell’energia è riuscita a trovare un accordo sulla proposta della Commissione (Save gas for a safe winter) che mirava a rendere obbligatorio il taglio del 15% dei consumi di gas. Al di là dei consueti toni trionfalistici dell’Unione, che nelle dichiarazioni ufficiali e nei comunicati stampa tiene molto a mostrarsi «forte e unita», il compromesso è stato trovato su un testo assai indebolito rispetto alla proposta iniziale della Commissione. LOTTA DI POTERE In questi giorni è andata in scena una vera e propria lotta di potere tra la Commissione di Bruxelles, ispirata dalla Germania e sempre più spinta da tentazioni accentratrici, e i singoli Stati membri dell’Unione, molto attenti, in questa occasione, a preservare la propria autonomia sul tema. Un caso a parte è l’Ungheria, che non ha votato il documento e anzi nei giorni scorsi ha fatto sapere di volere intavolare una trattativa con la Russia per un contratto di fornitura di gas. L’ennesimo strappo dei 26 con il governo di Budapest, che sta innervosendo parecchio Francia e Germania. Il compromesso scaturito dal Consiglio affari energia di ieri prevede che gli Stati membri riducano la domanda di gas del 15% rispetto al consumo medio degli ultimi cinque anni, tra il 1° agosto 2022 e il 31 marzo 2023, con misure di iniziativa propria. La Commissione può proporre (di sua iniziativa o su richiesta di almeno cinque Stati) di attivare il livello di allerta più alto, che fa scattare l’obiettivo obbligatorio, ma i Paesi membri devono confermarlo con un voto a livello di Consiglio. Una volta approvato lo stato di emergenza a livello di Unione, esistono però alcune esenzioni e deroghe, che valgono per i Paesi non connessi con infrastrutture gas e per quelli che hanno reti elettriche non sincronizzate con il sistema elettrico europeo e dipendono fortemente dal gas per la produzione di elettricità. Gli Stati membri possono richiedere una deroga se hanno interconnessioni limitate con altri Stati membri e possono dimostrare che la loro capacità di esportazione o le loro infrastrutture nazionali di Lng sono utilizzate per reindirizzare al meglio il gas verso altri Stati membri. Questi possono anche richiedere una deroga se hanno superato i loro obiettivi di riempimento degli stoccaggi gas, se sono molto dipendenti dal gas come materia prima per le industrie o se il loro consumo di gas è aumentato di almeno l’8% nell’ultimo anno rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Come si vede, la platea delle esenzioni è piuttosto ampia e sufficientemente generica da poter permettere una quota molto alta di opt o ut . Soddisfatto il ministro dell’Economia tedesco, il verde Robert Habeck, che, proprio alla vigilia del nuovo taglio di gas previsto da Gazprom per oggi, ha tenuto a rimarcare che diversi Stati, tra cui il suo, molto probabilmente dovranno ridurre i consumi di più del 15%. Prosegue dunque l’i n c e rtez za sui volumi di gas realmente in gioco, anche se ieri il Commissario per l’Energia Kadri Simson ha specificato che in caso di interruzione delle forniture dalla Russia l’Europa si troverebbe in inverno con un buco di 30 miliardi di metri cubi di gas (45 miliardi se si trattasse di un inverno molto freddo). Ricordiamo che questo nuovo provvedimento è da inquadrare nell’ambito della solidarietà europea, per cui se la Germania restasse senza gas dalla Russia potrebbe chiedere all’Italia di attivare l’accordo di solidarietà siglato nel marzo scorso, che prevede una fornitura di emergenza a condizioni prestabilite negli accordi stessi. La Germania ha stipulato accordi simili anche con Danimarca e Austria. IL PRICE CAP La Commissione ha anche aggiunto che sta valutando l’ipotesi di un pice cap sul gas (ieri salito a 214 euro al megawattora al Ttf, con i contratti futures sul mese di agosto a +21%) . Soddisfatto il ministro della Transizione ecologica Rober - to Cingolani, presente all’in - contro: «Con i numeri e le regole stabilite» a livello Ue, «noi dovremmo risparmiare circa il 7% rispetto alla media annuale degli ultimi cinque anni», ha affermato il ministro al termine dell’incontro, «Quando abbiamo fatto il piano di differenziazione spostando i 30 miliardi di metri cubi russi su altri fornitori abbiamo già previsto un risparmio che è uguale o superiore a questo numero. Le nostre azioni sono già compatibili con questo piano, per cui ci riteniamo soddisfatti». Per C i n gol a n i l’Italia, dunque, ha già fatto i compiti a casa e le riduzioni pretese da Bruxelles sono già ricomprese nel piano italiano. Speriamo di essere presto messi a conoscenza di come questi risparmi sono o saranno ottenuti. Sinora, quello che è certo è il drastico calo dei consumi industriali di gas in Italia, -10% nei primi sei mesi rispetto allo stesso periodo del 2021. Ma difficilmente questa può essere considerata una buona notizia, visto che è figlia dei prezzi proibitivi e della conseguente distruzione della domanda industriale. Il ministro ha aggiunto: «Entro l’inizio dell’inverno saremo quasi indipendenti dalle forniture russe ed entro l’anno prossimo la situazione sarà piuttosto sicura, senza grandi dipendenze dalla Russia. Anzi, senza alcuna dipendenza dalla Russia». Resta da capire cosa comporterà in termini pratici per famiglie e aziende quel «quasi indipendenti». Intanto, gli stoccaggi in Italia a oggi risultano pieni al 71% della capacità, un numero che fa ben sperare per l’inizio della stagione fredda. A questo ritmo, se nulla cambia, raggiungere il 90% di giacenza entro la fine di ottobre non dovrebbe essere un problema. Decisivi si sono rivelati i due decreti del governo di fine giugno, con cui si demandava a Snam di comprare gas e di procedere al riempimento senza indugio, date le oggettive difficoltà di mercato che impedivano agli operatori di procedere all’uti - lizzo degli stoccaggi. Le scorte crescono a buon ritmo, ma a prezzi molto alti: più avanti servirà un altro decreto del Mite per capire quando, come e quanto pagheremo. Per allora però dovrebbe esserci un nuovo governo.



Covid e influenza, più reazioni col doppio siero

 

Mai abbassare la guardia sui vaccini, anzi: per l’autunno è già iniziata la campagna mediatica per somministrare contemporaneamente l’a nti - Covid e l’anti-influenzale nelle persone fragili. Certo, ci sarà qualche reazione avversa in più - niente di gravissimo, per carità - ma la cosa interessante è che non ne guadagnerà particolarmente l’efficacia della risposta immunitaria, quanto l’organizzazione sanitaria e ospedaliera. Dopo due anni di distanziamento e con un sistema immunitario impigrito perché non esposto ai virus respiratori, in queste settimane è un continuo allarme sul ritorno, nei mesi invernali, di u n’influenza stagionale particolarmente attiva che si sommerà all’ennesima ondata di Covid-19. Dall’Oms alle società scientifiche europee e nazionali, è un continuo richiamo ai governi di procurarsi vaccini per entrambe le malattie. L’azienda statunitense Moderna, del resto, sta lavorando a un unico prodotto Covid-influenza, che potrebbe essere pronto entro la fine del 2023. Con la ripresa di una vita con meno restrizioni, l’autun no sarà sicuramente più impegnativo per l’influenza rispetto a quella dell’ultima stagione che, secondo l’Oms, ha avuto un tasso di infezione inferiore al 3% rispetto al 17% di prima del Covid. L’unica inoculazione Covid-influenza, per Anto - nio Ferro, presidente della Società italiana di igiene (Siti) «Ã¨ sicura e importante, in quanto anche l’influenza può generare complicazioni molto gravi» e ospedalizzazioni nei fragili. Tutto vero, ma colpisce il minimizzare sugli effetti collaterali della contemporanea somministrazione dei due vaccini che è giustificata principalmente da questioni economico-organizzative. Proprio uno studio appena pubblicato su Ja m a network open - realizzato dal Centro americano per il controllo delle malattie (Cdc) e la Emory University di Atlanta - mostra che la simultanea inoculazione dei due vaccini, oltre ad allargare notevolmente le coperture, aumenta anche le possibili reazioni avverse (non gravi). I dati sono stati raccolti su 981.099 persone dai 12 anni in su che hanno ricevuto entrambi i vaccini nella stessa seduta (anti Covid a mRna e antinfluenzale) o solo l’an - ti-Covid e che poi hanno descritto gli effetti collaterali che si sono presentati nei sette giorni successivi. Rispetto al solo vaccino mRna, la doppia somministrazione con l’antin - fluenzale ha aumentato in modo significativo (8% con Pfizer e 11% con Moderna) le segnalazioni di reazioni generalmente lievi, non gravi: affaticamento, cefalea, mialgia (dolori muscolari) e dolore nel sito di iniezione. Lascia stupiti, per il buonsenso, il commento pubblicato, insieme allo studio, da tre medici della Harvard Medical School di Boston che osservano: «Informare le persone sui potenziali effetti collaterali può essere cruciale». Dare al medico la possibilità di verificare con il paziente la scelta migliore per la sua condizione, evitando campagne-crociate di obblighi, potrebbe davvero fare la differenza per la salute delle persone e, probabilmente, anche per l’o rga n i z za z io n e s a n i ta r i a .

L’allarme vaiolo non c’è, l’affare dei vaccini sì

 

Posto che gli stati di emergenza consentono di attivare poteri straordinari in deroga alle leggi, quali sono oggi gli standard per valutare quando deve scattare un’e mergenza sanitaria? Se lo sono chiesto i membri del comitato consultivo dell’Oms, scavalcati sabato scorso dal direttore generale: Tedros Ghebreyesus ha infatti stabilito che il vaiolo delle scimmie (M o n key p ox ) Ã¨ «un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale» (Pheic), che - ironia - si pronuncia «fake», nonostante 6 su 9 dei componenti il comitato avessero espresso il proprio diniego su l l ’opportunità di lanciare l’allarme. Alcuni hanno rivelato a Reuters, sotto anonimato, l’insolita forzatura imposta dal direttore: «In passato, Tedros ha sempre seguito le raccomandazioni della nostra commissione, la decisione è stata presa senza il parere favorevole della maggioranza». Non è tutto: ieri l’Oms ha dichiarato che, siccome «il vaccino da solo non può fermare l’epidemia di vaiolo delle scimmie», bisogna, «per il momento» «adottare misure per ridurre questo rischio». Per esempio - secondo il direttore dell’ufficio europeoHans K luge - «vanno limitati i partner sessuali e le interazioni». Con l’inatteso «upgrade» deciso autonomamente da Ge - b reye su s , il vaiolo delle scimmie si è aggiunto alle altre due (uniche) malattie classificate, nella scala dei rischi dell’Oms, come «emergenze globali», la pandemia Covid (dichiarata tale il 30 gennaio 2020 con 170 morti e 1.370 caso gravi) e la poliomielite. Un invito a nozze per media e virostar: ieri Matteo Bassetti segnalava «1.700 casi in un g io r n o » . Eppure gli ultimi dati Owid rivelano un incremento a livello mondiale di un contagiato in più in tutto il mondo dal 22 al 23 luglio (da 16.922 a 16.923), 15 contagi in più dal 23 al 24 luglio (da 16.923 a 16.938) e 218 contagi in più - in un mondo popolato da circa 8 miliardi di persone - dal 24 al 25 luglio (da 16.938 a 17.956). Numeri al lotto sparati anche da altre testate italiane, come il Corriere della Sera che riferisce «record di contagi» riportando la stessa fake news dei 1.700 casi al giorno e Sani - tà Informazioneche rende noto che «un italiano su tre teme il vaiolo delle scimmie, cresce l’emergenza». E allora, quali sono le evidenze che terrorizzano G e b reye su s , spingendo l’Oms a bypassare il parere degli esperti e a invocare, già ora, misure integrative al vaccino? Cosa fa diventare «emergenza sanitaria globale» una malattia che in tre mesi ha causato cinque morti in tutto il mondo, concentrati solo in Nigeria e Congo, dove la malattia, trattabile, esiste dal 1970? Sembra di rivedere lo stesso film di inizio 2020, e i bollettini giornalieri concentrati più sui contagi che sulle morti. Per l’Oms contano di più i casi o i decessi? Ecco i numeri: 17.156 casi segnalati e 5 decessi in tutto il mondo. «Si tratta di un focolaio che si concentra tra gli uomini che fanno sesso con uomini ( Ms m , ossia «men who have sex with men»), in particolare quelli con più partner sessuali», ha dichiarato G e b reye su s , circoscrivendo la platea in cui il Monkeypox si diffonde. Le evidenze indicano una minaccia talmente poco temibile che perfino il ministero della Salute l’ha qualificata come non preoccupante: secondo Giovanni Rezza, direttore generale della Prevenzione, «In Italia finora sono stati registrati 407 casi (e nessun decesso, ndr) con tendenza alla stabilizzazione. La situazione è sotto costante monitoraggio ma non si ritiene debba destare particolari allarmismi». Numeri sconcertanti per la loro trascurabilità, rispetto ad altre emergenze sanitarie che non sono riuscite a scalare la classifica dei rischi, nonostante abbiano tassi di mortalità più significativi. Prendiamo ad esempio la tubercolosi, definita dall’Oms «tredicesima causa di morte al mondo e secondo killer infettivo dopo il Covid-19» (eppure, mai classificata come «emergenza sanitaria mondiale», misteri dell’e pidemiologia): un totale di 1,5 milioni di persone sono morte nel 2020 (dati Oms) per Tbc, una malattia che avrebbe bisogno di 13 miliardi di stanziamenti l’anno per curarla. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione, circa un quarto della popolazione mondiale ha un’infezione da tubercolosi (per usare termini che ci sono noti, sono «positive» alla Tbc), dunque sono infettate ma non (ancora) malate. O ancora, la meningite batterica, «malattia grave» per i Cdc americani: si stimano 1,2 milioni di casi di meningiti batteriche ogni anno nel mondo, con 135.000 decessi l’anno. Pochi? La morte può verificarsi in poche ore e l’in - fezione può causare disabilità permanenti e danni cerebrali. Secondo i dati epidemiologici dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), la meningite meningococcica provoca il decesso nell’8-14% dei pazienti colpiti. In assenza di cure adeguate, il tasso di mortalità sale addirittura al 50%. Due pesi e due misure anche per la malaria: nel 2018 ci sono stati, secondo i dati Ecdc-OMS, 228 milioni di casi di malaria nel mondo e 405.000 decessi, vale a dire una media di 1.109 morti al giorno, eppure l’Or - ganizzazione Mondiale della Sanità non ha classificato la malaria «emergenza globale», forse perché è una delle prime dieci cause di morte soltanto nei Paesi a basso reddito. E il morbillo? Nel 2018 ci sono stati più di 140.000 decessi per morbillo a livello globale, per lo più tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, e soprattutto nei Paesi a basso re d d i to. L’Italia, per fare un altro esempio, ha un triste primato per le infezioni ospedaliere: circa 50.000 l’anno (il 30% di tutte le morti per sepsi nei Paesi Ue), una strage che passa davanti ai nostri occhi nell’indifferenza, forse perché per risolverla basterebbero investimenti nelle strutture sanitarie. Ma le politiche sanitarie mondiali puntano più alle malattie che ai malati. Sarà forse per questo che l’altro ieri la Commissione europea ha autorizzato la commercializzazione del vaccino Imvanex come protezione contro il vaiolo delle scimmie, raccomandato la scorsa settimana dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema). L’ap - provazione è arrivata il giorno dopo che l’Oms ha dichiarato il Monkeypox «emergenza sanitaria globale». Tempestivi.

Sanzioni a Putin e armi a Zelensky? Ricetta che la Meloni può cambiare

 

Le elezioni di settembre hanno una caratteristica che, a mio parere, le distingue dalle altre. Oltre alla circostanza che il mese di agosto non è l’id ea l e per mantenere vivo l’interes - se di chi va a votare (figuriamoci di chi ha la vocazione del renitente), esse si svolgono dopo un periodo ove l’atten - zione di tutti è stata monopolizzata da tre cose che, nel passato, erano o del tutto assenti o marginali nel sentire comune: la pandemia, la guerra e la questione energetica. Le dette questioni assumono maggior rilievo in quanto hanno avuto e hanno tuttora conseguenze disastrose sull’economia del Paese e sono state affrontate in modo decisamente fallimentare dal governo uscente. Un governo, peraltro, fin dal suo nascere oberato da aspettative tanto esagerate (i Migliori, Supermario) che ne hanno reso vieppiù facile la delusione. Mario Draghi, in particolare, è stato subito posto su un piedistallo così alto che da lì, quasi per definizione, poteva solo scendere. Ma D ra g h i ha inanellato una tale sequenza di errori che la discesa è stata una brutta caduta. Nello spirito ottimista che dovremmo sempre mantenere - dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior - gli errori e la caduta di Draghi possono essere di giovamento. Oltre che per il Paese - perché dagli errori si impara e per una buona boccata di democrazia - anche e soprattutto per i partiti di centrodestra. Infatti, la caduta del governo ha lasciato con il cerino in mano il Partito democratico. Questo partito, che per la caduta di D ra g h i ha pianto lacrime da tragedia greca, dovrà giustificare infatti perché non propone Supermario premier. Se questo dovesse rifiutare la proposta, sarebbe un bel problema per il Pd. Se dovesse accettarla, sarebbe pure peggio: dovrà sostenere la reintroduzione del green pass in caso di recrudescenza del virus, la diabolica perseveranza a inviare armi a Vol o dy my r Z el e n s ky e infliggere sanzioni alla Russia, oltre che, naturalmente, il perseguire il contraddittorio obiettivo di zero emissioni di CO2 e, al contempo, elemosinare gas e petrolio nei cinque continenti. Del M5s forse non val la pena sprecare inchiostro. Spero di non sbagliarmi, perché se Giuseppe Conte riceverà altri voti oltre a quello di mamma, zia e nonna, allora vuol dire che ci meritiamo le nostre disg ra z ie. Il centrodestra ha del vantaggio. Intanto perché per due mesi assisteremo - non senza ilarità, son sicuro - alle botte che si daranno di santa ragione le due marionette dette prima, Pd e M5s. Poi, perché due importanti componenti, Lega e Forza Italia, si trovano sul filo del rasoio, potendo giustificare il sostegno a Mario Draghi come speranzoso atto di buona volontà per il bene di un Paese che, altrimenti, sarebbe stato nelle mani delle marionette di cui sopra. Infine, e soprattutto, perché possono ripulirsi l’anima alleandosi con Giorgia Meloni c h e, per tutti questi mesi, con intelligenza se n’è stata buona a godersi lo spettacolo. Mi sbaglierò ma, se son lungimiranti, agli altri due conviene lasciare il passo alla signora. Come già detto, E n r ic o L etta non ha altra scelta che magnificare la politica di chi è caduto, e a tenergli compagnia ci saranno Matteo Renzie Carlo Calenda.E l’unica che  ha il titolo per opporsi a quella politica è proprio Giorgia Meloni. È vero che, come al solito, Silvio Berlusconi è stato bravissimo. Ha subito avanzato la proposta delle pensioni minime a 1.000 euro, rivisitazione di quella, vincente oltre 20 anni fa, che le portò a 1 milione di lire. E ha subito promesso di piantare un milione d’alberi, che è un colpo di genio se la cosa significa (come credo significhi): signori gretini e non, poche balle, abbiamo bisogno di petrolio, gas e carbone, io vi pianto un milione d’alberi e voi la piantate lì. Però, caro Sil - vio Berlusconi, ho il sospetto che oggi questo non basti più. E non basta neanche se aggiunge il milione di posti di lavoro. Gli elettori vogliono avere la garanzia che non accadrà più che la loro salute sia affidata a un incompetente che ne ha fatti morire come mosche e ha causato il fallimento di intere aziende. E vogliono sapere come garantirsi energia a prezzi competitivi, senza i quali essi stessi non sono competitivi con il resto del mondo: non si tratta delle bollette di casa, ma di quelle del mondo produttivo. Son sicuro che la coalizione di centrodestra saprà come presentarsi al Paese su questi punti, ma è Giorgia Meloni quel la che, al momento, ha la maggiore autorevolezza per farlo. Deve solo scegliersi i consiglieri giusti, sulla questione sanitaria come in quella energet ic a . Rimane la guerra, argomento sul quale tutte le calde parole che ho detto finora potrebbero sciogliersi come neve al sole. La M el o n i av rebb e confermato la propria volontà di mantenere l’invio delle armi e, immagino, le sanzioni alla Russia. Peraltro con una motivazione che mi lascia di sasso: «Se smettiamo di inviare armi, l’Occidente continuerà a farlo, e ci considereranno un Paese poco serio». Che razza di argomentazione è, onorevole M el o n i . E se invece ci proponessimo per la sospensione - di armi e sanzioni - e magari gli altri Paesi a poco a poco ci seguissero? Non dico che sarà così, dico solo che la sua motivazione mi pare deboluccia, che sia così gli elettori ci arrivano da soli, e lei s’è giocata non so quanti voti. Ci rifletta e, se crede, trovi il modo di correggersi. Per esempio, può sostenere di aver sostenuto l’invio di armi perché all’inizio sembrava fosse la cosa più saggia da fare. Ma che ora, alla luce di come si sono evoluti i fatti, è necessario che si riconsideri, criticamente, senza pregiudizi né incaponimenti, la cosa. E lo stesso con le sanzioni. Peraltro, non verrebbe meno la fedeltà all’Alleanza atlantica, visto che non tutti i Paesi della Nato hanno tenuto la stessa p o s i z io n e. Il fatto è - non so se ve ne sia percezione nei Palazzi del potere - che la gente s’è resa conto che per qualche misteriosa ragione può trovarsi da un giorno all’altro dal giocare nel tinello con i bambini di famiglia a essere nel medesimo bombardati e da esso scappare fino al più vicino confine. Ammesso - e non necessariamente concesso - che Vladi - mir Putin abbia commesso malevoli azioni che poteva evitare, il fatto è che i rimedi proposti «dall’Occidente serio» appaiono, alla prova di ogni evidenza, peggiori del male. Onorevole M el o n i, rifletta meglio sulla posizione da tenere sulle armi: magari riuscirà a modularla e modellarla in una forma più appropriata. Per i suoi elettori e, alla fine, per il Paese. E forse, chissà, per l’intero Occidente.

GENERAZIONE ROVINATA DA SPERANZA & C.

 

Effetto lockdown. Stiamo perdendo una generazione. O forse l’abbi am o già perduta. I ragazzini pagano in modo devastante i due anni e mezzo di pandemia: l’isolamento, le restrizioni, la realtà virtuale che sostituisce quella reale, il disagio psicologico, la caduta di relazioni, la didattica a distanza, la chiusura delle attività sportive, la dispersione scolastica, la depressione, l’ansia, l’angoscia, il vuoto e la paura del futuro. Tutti fenomeni immaginabili. Ma che ora vengono certificati dal parere autorevole del presidente del Tribunale dei minorenni di Milano, Maria Carla Gatto, che dal suo punto di osservazione privilegiato snocciola dati impressionanti: i maltrattamenti compiuti da ragazzini nei confronti dei familiari   sono aumentati, in questo periodo, del 41%; nel frattempo sono cresciuti anche i reati commessi fuori casa (rapine, lesioni, percosse, etc); l’età media si è drammaticamente abbassata al di sotto dei 15 anni; e si sono moltiplicati i fenomeni di depressione giovanile, disturbi alimentari e autolesionismo. Solo negli ultimi tempi, a Milano, si sono registrati sette tentativi di suicidio di ragazzine di 14-15 anni. Sette. Ripeto: non era difficile accorgersene. Ce la poteva fare anche il ministro Roberto Speranza se avesse alzato gli occhi dalle sue circolari per cercare di capire ciò che accadeva non più ai margini ma nel cuore delle città, e anche nel cuore di quella provincia che una volta è sempre stata considerata u n’isola felice. Quello che troppo rapidamente è stato classificato come «fenomeno baby gang» era invece una situazione di violenza dilagante e ormai completamente fuori controllo, uno straziante e brutale urlo di disperazione, l’esplosione di una bomba sociale covata per due e mezzi sotto la cappa dell’emergenza Covid. Infatti la dottoressa G atto, magistrato di lunga esperienza nel settore (è presidente del Tribunale dei minori di Milano dal 2017, prima lo era stata per otto anni a Brescia), mette direttamente in relazione i dati choccanti snocciolati al Corriere della Sera con il lockdown. «Durante la pandemia», dice, «non è stata prestata sufficiente attenzione alla modifica dei ritmi e delle abitudini dei bambini e degli adolescenti. Nessuno si è preoccupato di loro. Un’i nte - ra generazione è stata lasciata in balia del vuoto e dell’ango s c i a » . Un’intera generazione in balia del vuoto e dell’a n go - scia: fa paura no? Ci si continua a riempire la bocca del futuro dei giovani, del pianeta da salvare per i giovani, delle riforme da fare pensando ai giovani. E poi, negli ultimi anni, i giovani sono stati abbandonati nel nulla, davanti allo schermo di un computer, senza preoccuparsi degli effetti che isolamento e riduzione delle relazioni sociali potevano avere sulla loro mente. E sul loro sviluppo. Sia chiaro: da queste parti non si cadrà mai nel «poverinismo» e nella giustificazione sociologica dei comportamenti devianti. Chi sbaglia paga. Se un ragazzino mena la nonna o un passante, se ruba in casa o in farmacia, deve essere perseguito e punito, magari con più severità di quanto si è fatto finora. Però di fronte al dilagare dei reati commessi da minorenni, davanti a una generazione dimenticata e perduta, forse bisogna farsi qualche domanda in più. E mentre pensiamo a come intervenire sui ragazzini che sbagliano nei confronti dei grandi forse è il caso di pensare anche a come intervenire sui grandi che sbagliano nei confronti dei ragazzini. A cominciare naturalmente dal ministro S p e ra n za che è stato il principale responsabile delle chiusure e delle restrizioni che hanno devastato un’intera generazione. Farà autocritica? Chiederà scusa? E non penserà mica, nelle poche settimane di mandato che gli restano, di andare avanti sulla stessa strada? Di continuare a tenere ostaggio la scuola? Non è l’unico, però, a dover rendere conto delle scelte (suicide) fatte in questi due anni e di quelle che si dovranno fare nelle prossime settimane. Prendiamo per esempio il ministro dell’Istruzione, Pa - trizio Bianchi. La sua gestione della scuola è stata disastrosa. Ha sempre eluso ogni problema. Mai affrontato di petto una questione. Mai risolto un nodo. Infatti ci ritroviamo a un mese e mezzo dall ’inizio della scuola, in piena campagna elettorale, con il problema del personale ancora aperto, come da tradizione; con l’eccesso di presidi reggenti e i concorsi non fatti; con le solite aule pollaio (lo ha ammesso lo stesso ministro il 27 giugno alla Cgil: «Abbiamo ancora il problema delle aule sovraffollate») e le poche riforme avviate che vacillano fra le polemiche, come è appena successo al decreto sulla dispersione scolastica, finanziato con i fondi Pnrr e contestato dallo stesso gruppo di lavoro (Marco Rossi Doria, Chiara Saraceno, etc) che ne aveva accompagnato l’e l ab o - razione (fondi Pnrr già sprec at i ? ) . Infine, come se non bastasse, ancora non esiste un protocollo sicurezza per il ritorno in classe: non penserà mica il ministro di ricominciare con distanziamento sociale e mascherine? Non penserà mica di accodarsi ancora una volta alle restrizioni in salsa di S p e ra n za? Non penserà cioè di aggiungere ulteriori danni ai danni già provocati in questi due anni e mezzi di dad e lockdow n? «Sulla scuola non abbiamo fatto passi avanti», ha sentenziato proprio ieri al Fa tto Quotidiano il professor Fra n - cesco Vaia, direttore dello Spallanzani. Ma perché non si sono fatti passi avanti? Eppure non sarebbe stato difficile. Per esempio, sarebbe bastato introdurre nelle scuole l’aerazione meccanica per evitare un bel po’ di quelle restrizioni così nefaste per i giovani. Il modello virtuoso delle Marche era lì, solo da imitare. Perché il ministro non l’ha fatto? Perché non ha seguito l’e sem pio? Perché ha scelto la strada deleteria della didattica a distanza, del distanziamento e delle assurde mascherine (in classe sì, al bar no)? Forse il ministro non sa dove sono le Marche? Possibile dal momento che in uno degli ultimi documenti del suo prestigioso dicastero è stato scritto che Piacenza è in Lombardia e che la regione Abruzzo si chiama in realtà Abbruzzo, perfetta conclusione di mandato per un ministro che aveva iniziato infilando una serie di strafalcioni, congiuntivo compreso: «Che sono ministro l’ho imparato ieri sera, speriamo che faremo bene», aveva detto subito dopo la nomina. Ecco no, caro ministro: bene lei non potrà più fare, ormai, perché in realtà ha fatto troppo male. Veda solo se riesce, prima di settembre, a salvare il salvabile. Per quel poco che ne resta. Poi forse ci tornerà un po’ di speranza. Senza S p e ra n za , ovviament e.