C’è la guerra combattuta sul campo dagli eserciti. E c’è la guerra di trincea sui mercati finanziari tra Banche centrali. Combattuta non con i cannoni ma a colpi di sanzioni e sganciando siluri verso i capitali russi che però rischiano di fare male anche a chi li arma. Non a caso l’offensiva è stata lanciata contro la Banca centrale di Mosca, con il blocco delle riserve in valuta estera dei russi che si sono così dimezzate, e contro i patrimoni degli oligarchi ma sta tenendo fuori i canali di pagamento delle forniture di gas. Per ieri era infatti attesa la lista delle banche russe che saranno estromesse dal sistema di pagamenti internazionale Swift. Quando questo giornale è andato in stampa l’elenco non era stato ancora pubblicato ma sappiamo già che il blocco sarà comunque selettivo e che potrebbero essere «salvati» gli istituti da cui passano le transazioni per gas e petrolio. La scelta dei nomi di queste banche è infatti una decisione politica, non tecnica. E i negoziati non sono stati ancora conclusi: sul tavolo della riunione dei 27 ambasciatori Ue convocata nel pomeriggio una proposta della Commissione non è arrivata ma nulla esclude che possa essere ultimata già nella giornata di oggi. Lo slittamento dei tempi è dovuto, soprattutto, alla necessità di coordinarsi con gli alleati extra-europei: un allineamento delle sanzioni aumenta, infatti, l’e f f ic ac i a delle stesse. Il nodo resta quello del gas: cacciando dallo Swift la terza banca del Paese, Gazprombank, pagare le forniture sarà quasi impossibile. Per tutti, Italia inclusa. La Banca centrale di Mosca ha intanto dichiarato che il sistema di messaggistica finanziaria (Fms) russo «può sostituire Swift all’interno della Russia e permette la connessione di partecipanti stranieri» e che dovrebbe restare possibile «elaborare l’intero traffico delle carte di pagamento». Di certo, ieri è stato il giorno della riapertura delle Borse dopo la nuova raffica di sanzioni annunciate dalla Ue e dagli alleati della Nato. E non c’è stato il tracollo temuto alla vigilia, complice una tenuta dei listini di Wall Street. A Milano l’indice Ftse Mib ha chiuso in calo dell’1,39% a 25.415 punti, comunque piuttosto ampiamente sopra i minimi di giornata che hanno visto ribassi superiori ai tre punti percentuali. Ad accusare il colpo più duro sono state le big del credito: Unicredit ha ceduto il 9,4% e Intesa Sanpaolo il 7,4 per cento. Male anche Pirelli, negativa di oltre quattro punti percentuali, mentre sono stati fortissimi gli acquisti sui gruppi della Difesa, con Fincantieri balzata del 20,8% e Leonardo del 15% in scia all’annuncio dei piani di riarmo della Germania, che ha stanziato 100 miliardi per rafforzare l’e s erc i to. Quanto alle altre piazze europee, Parigi ha ceduto l’1,3%, Francoforte lo 0,7% e Londra lo 0,4%. Piatta Madrid (-0,1%), mentre Amsterdam ha concluso in rialzo dello 0,2%. A rimanere invece chiusa è stata la Borsa di Mosca per evitare di assistere a un crollo senza precedenti del suo listino. Quello che sarebbe potuto accadere nel caso in cui le contrattazioni si fossero svolte regolarmente lo si può desumere dal crollo dei depositary receipt (i certificati che rappresentano le azioni di una società estera) di alcuni grandi gruppi russi quotati a Londra e da quello di alcuni Etf che replicano l’andamento di indici azionari russi. Non solo. Sulla piazza londinese Sberbank ha perso il 74%, Gazprom il 51%, Lukoil il 62,8%, Rosneft il 42,3%, Magnit il 74%. Tra gli Etf, VanEck Russia sta perdendo il 26%, iShare Msci Russia il 23,4% mentre Lyxor Msci Russia il 51,7 per cento. Il rublo è affondato al minimo storico cedendo oltre il 20% sul dollaro e la Bce ha dichiarato a rischio fallimento le controllate europee proprio di Sberbank «per il deterioramento della loro situazione di liquidità». Per sostenere la moneta locale, Vladimir Putinha annunciato che vieterà ai residenti in Russia di trasferire divise straniere all’estero e imporrà agli esportatori russi di convertire in rubli l’80% dei ricavi realizzati in altre valute dal primo gennaio. Nel Paese però è già scattata la corsa agli sportelli con lunghe file davanti ai bancomat che non si vedevano dalla crisi del 2008. Il Regno Unito ha inoltre annunciato che congelerà gli asset sul suo territorio di tutte le banche russe «nei prossimi giorni». E anche la Svizzera ha abbandonato la sua neutralità per affiancarsi agli alleati occ id e nta l i . Si rompono, inoltre, alleanze consolidate da decenni sul fronte dell’energia. Dopo giorni di pressione da parte del governo britannico, il colosso energetico inglese Bp ha deciso che uscirà dalla compagnia petrolifera Rosneft, vendendo la propria partecipazione di quasi il 20 per cento. Anche il colosso Shell ha comunicato che intende uscire dalle joint venture con Gazprom e mettere fine al suo coinvolgimento nel progetto di gasdotto Nord Stream 2. Parallelamente, la major energetica norvegese Equinor ha deciso di sospendere i nuovi investimenti in Russia, dopo 30 anni di attività nel Paese, e di avviare il processo di uscita dalle sue joint venture nella regione.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
mercoledì 2 marzo 2022
martedì 1 marzo 2022
La Svizzera abbandona la neutralità
Si stima che nei conti correnti svizzeri ci siano circa 11 miliardi di dollari depositati da clienti russi. Ma Berna ha deciso di abbandonare la strada della neutralità per schierarsi, come annunciato ieri dal presidente della Confederazione Ig nazio Cassis, a favore delle sanzioni imposte dall’Ue e dagli Stati Uniti contro Mosca. Le banche svizzere hanno tenuto conto dei rischi reputazionali e giuridici che sarebbero potuti sorgere all’estero nel caso in cui Berna non avesse espresso la sua posizione verso la scelta del presidente Vladimir Putin di invadere l’Uc ra i n a . È una svolta storica dopo che per due secoli - dai tempi del Congresso di Vienna del 1815 - Berna aveva fatto della neutralità un tratto distintivo nel panorama politico europeo. Il Consiglio federale, cioè l’esecutivo svizzero - ha sottolineato Cassis in conferenza stampa - «sta facendo questo passo con convinzione, in modo ponderato e inequ ivo c abi l e » . In concreto, con la decisione presa ieri sono stati immediatamente bloccati i beni di 363 persone e quattro banche, decisione che avrebbe colpito anche Pu - ti n , il primo ministro Mikhail M i s hu s ti n e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Inoltre, l’esecutivo ha anche deciso di sospendere parzialmente l’accordo del 2009 sulla facilitazione del rilascio del visto per i russi e ha scelto di vietare l’i n g re s - so a diverse persone che hanno un legame con la Svizzera e sono vicine al presidente russo. In più, ha ricordato il ministro delle finanze Ueli M au re r, la Svizzera sosterrà la decisione riguardo al sistema di pagamento Swift e farà in modo che non venga aggirata ricordando che la Confederazione intende essere una piazza finanziaria traspare nte. ( https://irpimedia.irpi.eu/suissesecrets-polizze-mantello-italia/ ) (🤣🤣🤣) Insieme con i maggiori esponenti del governo di Mosca e altri facoltosi investitori filorussi, Berna ha scelto di mettere in difficoltà le maggiori banche russe che hanno controllate in Svizzera. Si tratta di Sberbank, Gazprombank, Vtb e un quarto istituto di cui non è stato fornito il nome, i cui beni sono stati congelati. Si tratta di gruppi che finanziano il commercio delle materie prime in dollari e il congelamento dei loro beni riguarderà in primis le sanzioni americane. Ci sono poi le grandi banche svizzere come Credit Suisse e Ubs. A questi e altri grandi gruppi, l’Autorità di vigilanza svizzera sui mercati finanziari, la Finma, ha chiesto espressamente di rispettare le sanzioni, memore di quando nel 2014 l’istituzione elvetica intervenne nei confronti della filiale svizzera della francese Bnp Paribas, accusata di aver aggirato le sanzioni americane contro il Sudan. Ora che la Svizzera ha preso la sua storica decisione, però, sono in molti a chiedersi come intenda muoversi l’altro paradiso fiscale europeo per eccellenza, il principato di Monaco. Pure a Montecarlo, infatti, non mancano i miliardari russi che possiedono aziende a sei o anche a nove cifre, la cui sede è nella piccola città Stato per motivi fiscali. Il principe Alber to, insomma, rischia di dover fare in fretta a mostrare una posizione netta verso il conflitto russoucraino. Come per la Svizzera, anche in questo caso è tutta una questione di facciata. La finanza monegasca non può permettersi problemi reputazionali che danneggerebbero la prima industria del Principato, la finanza .
Le sanzioni contro lo zar rischiano di essere un boomerang per l’Italia
L’info rmazione ha messo l’elmetto. Risultato, nella guerra scoppiata tra Russia e Ucraina si fatica a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Perfino gli inviati esperti, forgiati da anni trascorsi sui fronti più infuocati, oggi non sono in grado di orientarsi nella disinformatia, un tempo prerogativa di Mosca, ma ormai patrimonio anche della parte avversa. Con il risultato che degli sviluppi del conflitto si capisce poco e perfino le modelle, armate di fucili finti, vengono usate a dimostrazione della rivolta popolare contro l’i nva s io n e. Non molto diverso è l’ap - proccio quando si parla di conseguenze della guerra. Prendete per esempio il tema del gas, cioè la questione che ci riguarda più da vicino in quanto pesa sui nostri portafogli. A leggere le cronache che accompagnano i provvedimenti del governo, il problema sembra risolto con il riavvio delle centrali a carbone e il cambio di fornitore: invece di Mosca, Algeri o Doha. Tutto bene, insomma, perché chiudendo un rubinetto e aprendone un altro, la nostra economia non sarebbe più attaccata alla canna del gas di Puti n . In realtà, le cose non stanno proprio come le raccontano e la difesa del diritto di Kiev di sottrarsi all’abbracc io dell’orso russo rischia di costarci parecchio di più di quanto ci venga raccontato. I conti sono presto fatti: noi importiamo da Mosca quasi la metà del gas che consumiamo. Per l’esattezza, si tratta del 46 per cento, pari a 33,4 miliardi di metri cubi. L’idea che si possa agevolmente passare dalla Russia ad Algeri o al Qatar è una sciocchezza, e non soltanto perché i maggiori esperti di gas spiegano che sostituire rapidamente 33 miliardi di metri cubi di gas è praticamente impossibile, ma anche perché mancano le infrastrutture, cioè il tubo a cui attaccarsi o il rigassificatore in cui immagazzinare il gas liquido. Il tanto contestato Tap, ovvero il gasdotto trans adriatico che approda a Melendugno, oggi eroga otto miliardi di metri cubi e aprendo il rubinetto può arrivare nei prossimi mesi a 10, ma per raddoppiare ci vorrà del tempo. Quanto alla Libia, di cui ha parlato lo stesso presidente del Consiglio, la situazione politica non fa prevedere che si possa contare su una fornitura diversa da quella attuale, senza contare che il controllo del Paese è diviso tra turchi e russi. Ammesso e non concesso che si possa ricorrere al gas liquido, comprandolo dagli Stati Uniti o dal Giappone, c’è il problema di dove metterlo, perché a differenza di Paesi come la Spagna che ne ha sette, noi possiamo contare solo su tre rigassificatori, uno dei quali neppure pienamente in funzione. Insomma, al momento non si capisce come potremmo rinunciare al gas russo, se non, come fa notare un esperto, imponendo «misure volontarie o obbligate di risparmio energetico per ridurre i consumi». Tradotto, l’ipotesi è di introdurre dei blackout programmati. Potenzialmente anche a carico delle famiglie, cioè gli utenti residenziali: programmare delle sospensioni di energia nelle aziende, pur possibile, equivarrebbe a fermare la produzione, con conseguenti ricadute sul Pil e sull’economia reale, e con il risultato di dire addio alla r i p re s a . (BINGO !) Gli italiani a cui toglieranno la luce potranno tuttavia consolarsi con l’idea di contribuire a una battaglia di libertà e a fermare l’i nva s io - ne ordinata da Puti n . Ma siamo sicuri che sia proprio così? Da giorni i principali quotidiani insistono sulle sanzioni come arma efficace per fermare l’avanzata dell’esercito russo. L’e s c lu s io - ne di Mosca dal circuito delle transazioni finanziarie internazionali sarebbe in grado di mettere in ginocchio il Paese e di indurre lo zar del Cremlino o chi per lui alla resa. Peccato che America ed Europa abbiano adottato una versione selettiva delle sanzioni, mettendo nel mirino gli oligarchi e alcune banche, ma lasciando libere le transazioni che si riferiscono ai pagamenti per le forniture energetiche. Escludere totalmente la Russia dal circuito Swift avrebbe reso infatti impossibile comprare da Mosca il metano che serve a tenere accesa mezza Europa e, come abbiamo cercato di spiegare, sarebbe stato un danno per Puti n , ma anche per l’intera Ue. Dunque, le misure economiche varate contro l’i nva - sione dell’Ucraina hanno una falla non di poco conto, perché il gas rappresenta la metà delle esportazioni russe e vale circa il 30 per cento del Pil di Mosca. Non solo, da quando i venti di guerra hanno preso a spirare, il prezzo al metro cubo è praticamente raddoppiato, passando da 0,50 euro di fine anno a 0,91 euro di fine febbraio. Per capire meglio quanto siano efficaci le sanzioni, bisogna però tornare al 2020, quando un metro cubo di gas quotava appena 11 centesimi. Che cosa vogliamo dire? Che in poco più di un anno il prezzo del gas è aumentato di nove volte e, grazie al gas, Puti n finanzia la sua guerra. America ed Europa minacciano altri provvedimenti e armano l’Ucraina, ma un flusso di denaro che non può essere arrestato continua a sostenere lo zar della nuova e aggressiva Russia e questo purtroppo spiega tante cos e.
Di Maio in Algeria Dal cdm via libera alla possibilità di razionamenti
Con il conflitto russo-ucraino in corso, il governo valuta anche l’ipotesi di razionalizzare il gas a scopo preventivo. È quanto è emerso dal Consiglio dei ministri di ieri, legato a doppio filo con il viaggio in Algeria del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, accompagnato dall’ad di Eni, Claudio Descalzi, e da un rappresentante del ministero della Transizione ecologica. L’obiettivo della missione era infatti quello di aumentare le forniture di gas in arrivo dall’Algeria, scopo raggiunto già nella serata di ieri con l’ok da parte di Algeri ad «aumentare le forniture di gas a favore dell’Italia nel breve, medio e lungo termine», come hanno fatto sapere fonti diplomatiche. «L’Italia è impegnata ad aumentare le forniture di gas da vari partner internazionali. Tra questi l’Algeria, da sempre fornitore affidabile, ha un ruolo fondamentale. L’obiettivo è tutelare le imprese e le famiglie italiane da questa atroce guerra», aveva detto Di M a io prima del via libera da parte dell’A l ge r i a . A sua volta, alla vigilia della visita il colosso pubblico algerino degli idrocarburi Sonatrach aveva detto di essere pronto a fornire più gas all'Europa, in caso di calo delle esportazioni russe, in particolare attraverso il gasdotto Transmed che collega l’Alge - ria all’Italia. L’a m m i n i s trato re delegato Toufik Hakk ha dichiarato al quotidiano Lib e rtè che il gruppo è «un fornitore affidabile di gas per il mercato europeo ed è pronto a supportare i suoi partner a lungo termine in caso di situazioni difficili». In caso, però, vi fossero problemi di rifornimento, ieri il cdm ha dato il via libera a un decreto che «si occupa del livello di rischio imprevisto» legato al sistema nazionale di distribuzione del gas. Come spiega una nota di Palazzo Chigi, dunque, «si autorizza, anche a scopo preventivo, (PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE......!🤣🤣🤣) di anticipare l’adozione di misure per l’aumento dell’offerta e/o riduzione della domanda di gas previste in casi di emergenza, una eventualità che al momento non corrisponde a quella in cui si trova il nostro Paese». Inoltre, «si rende immediatamente attuabile» il razionamento del gas utilizzato «dalle centrali elettriche» e «nel settore termoelettrico». (🤔🤔🤔) Come spiega la nota, inoltre, anche nel caso di mancanza di gas, il governo potrebbe comunque premere l’accelerato - re sulla produzione di energia da altre fonti, come quelle rinnovabili. (🤣🤣🤣) Come evidenziato dal cdm, la diminuzione del consumo di gas potrebbe riguardare le centrali elettriche ma anche «il settore termoelettrico che rappresenta una delle principali componenti della domanda media giornaliera di gas». Il compito di rendere concretamente operative le misure spetterà a Terna, gestore della rete nazionale. Dall’incontro di ieri, poi, è nato un decreto che prevede aiuti, anche militari, per l’Ucraina. L’obiettivo è fornire mezzi ed equipaggiamenti militari alle autorità governative. (NON SCHERZATE CON IL FUOCO !) Via libera, inoltre, anche allo stanziamento di 10 milioni di euro a carico del Fondo per le emergenze nazionali per favorire l’organizzazione di soccorsi alla popolazione ucraina. La misura a favore dei rifugiati prevede «un incremento di 13.000 posti dei centri straordinari che potranno essere attivati dai prefetti (Cas) e un potenziamento di ulteriori 3.000 posti del sistema di accoglienza e integrazione (Sai)». L’obiettivo è che «i cittadini ucraini vengano ospitati nei centri di accoglienza straordinaria (Cas) anche indipendentemente dal fatto che abbiano presentato domanda di protezione internazionale». Infine, viene previsto un fondo da mezzo milione per aiutare studenti e docenti ucraini a svolgere le proprie attività in Italia.
Accelera il piano per non rimanere al buio
Il Consiglio dei ministri ha varato ieri un decreto legge che accelera la procedura di emergenza gas già avviata sabato 26 febbraio, quando il ministero per la Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di pre allarme per gli approvvigionamenti di gas naturale. Questa dichiarazione rientra nella procedura detta di «emergenza gas» delineata dal decreto del ministero dello Sviluppo economico del 18 dicembre 2019 (Piano di emergenza del sistema italiano gas naturale), esito ultimo di un susseguirsi di norme per gestire l’emergenza che origina dalle prime difficoltà del sistema gas nel 2006-2007. A differenza dello stato di emergenza generale che il nostro Paese vive ormai da più di due anni, questo, riferito all’equilibrio del sistema gas nazionale, è definito in base a una legge che identifica chiaramente gli attori in campo e, soprattutto, le condizioni oggettive per la sua dichiarazione e le condizioni che portano al suo termine. È una buona legge, in vigore da anni, che istituisce una procedura già usata diverse volte in passato. Se, per una volta, il quadro di partenza è buono, la dichiarazione di preallarme di sabato da parte del governo è assai tardiva. Questa andava invocata già a dicembre, quando i prezzi del gas raggiunsero quotazioni senza precedenti. Ciò avrebbe indotto il sistema a un maggiore rigore nell’uti - lizzo delle risorse e non avrebbe costretto al decreto legge urgente di ieri. Ma andiamo con ordine. La norma in vigore delinea le modalità con cui il sistema gas nazionale deve gestire le situazioni di emergenza. La procedura si articola su tre livelli: preallarme, allarme e emergenza. La dichiarazione di preallarme di sabato scorso è un early warning lanciato perché esistono «informazioni concrete, serie ed affidabili secondo le quali può verificarsi un evento che potrebbe deteriorare significativamente la situazione dell’ap provv i gionamento». Questo avviso è indirizzato agli utenti attivi nel trasporto o nello stoccaggio di gas nel sistema italiano, ovvero il maggior operatore del trasporto (Snam), gli altri trasportatori, i distributori, titolari di stoccaggio, grossisti, imprese di vendita di gas, grandi clienti industriali, produttori di energia elettrica e, infine, Terna. Si tratta dunque di un avviso specifico per gli operatori, i quali, ciascuno per la propria funzione, devono attivare alcuni comportamenti. In sostanza, nella fase di preallarme gli operatori sono invitati a: 1aumentare le importazioni in base ai contratti esistenti, utilizzando le flessibilità prev i s te; 2 applicare le clausole commerciali di interrompibilità volontaria con clienti, così da ridurre la domanda; 3utilizzare altri combustibili, se possibile, negli impianti i n du s tr i a l i . Il livello successivo è quello di allarme, che si ha quando effettivamente si verifica una interruzione negli approvvigionamenti, ma non tale da obbligare a misure straordinarie. A questo livello le attività richieste sono le medesime del preallarme, con in più la facoltà per Snam di ridurre la domanda di gas applicando i contratti di interruzione volontaria delle forniture ai grandi clienti industriali. Infine, il livello più alto è quello di emergenza, che si ha quando ci sia un grave deterioramento dell’app rovvig ionamento di gas e tutte le precedenti soluzioni «di mercato» non siano sufficienti a mantenere un adeguato livello di disponibilità. Questo è il momento in cui si attuano misure non di mercato, dunque straordinarie, che riguardano l’uso degli stoccaggi, le importazioni e il consumo dei clienti finali. Anche la produzione di energia elettrica è coinvolta in queste misure: Terna deve rivedere il dispacciamento degli impianti di produzione di energia elettrica, in modo da evitare il più possibile l’entra - ta in servizio degli impianti a ga s . Per quanto riguarda gli stoccaggi, una volta dichiarata l’emergenza l’impresa maggiore di stoccaggio (Stogit) deve realizzare l’erogazione di un volume di gas superiore alla capacità di erogazione giornaliera, in modo da fornire gas disponibile per il consumo. Stogit può inoltre erogare gas dallo stoccaggio strategico (unico caso in cui ciò è consentito), che ammonta a circa 4,6 miliardi di metri cubi. Per l’import di gas, invece, viene richiesto alle imprese importatrici di saturare la capacità dei gasdotti, immettendo gas nella rete italiana al massimo della capacità. Anche le società di rigassificazione devono massimizzare i flussi in ingresso. La parte più corposa della procedura di emergenza riguarda la riduzione dei consumi. In questo caso, infatti, si ha una riduzione obbligatoria del prelievo di gas dei clienti industriali. Si ha poi la sospensione dell’ob - bligo di fornitura da parte dei venditori verso i clienti non tutelati (i clienti tutelati sono le famiglie) e la definizione di nuove soglie di temperatura e/o orari per il riscaldamento nel settore civile. Infine, è possibile richiedere l’att iva z io n e delle misure di solidarietà e cooperazione con altri Paesi Ue . Ieri il Consiglio dei ministri ha però adottato un decreto legge che modifica questo quadro. Infatti, soprattutto per consentire di riempire gli stoccaggi al più presto (o meglio, per evitare di svuotarli ulteriormente), il Mite può richiedere l’attuazione delle misure di aumento della disponibilità e le riduzioni dei consumi previste nel Piano anche in mancanza della dichiarazione di emergenza. Di fatto quindi, con un decreto ministeriale, possono già essere programmate le riduzioni di consumo per i soggetti obbligati e per quelli volontari, come se si fosse in situazione di emergenza gas dichiarata. Inoltre, il decreto stabilisce che Terna può utilizzare impianti a carbone o a olio combustibile nel caso in cui le riduzioni di consumo del gas vengano richieste a impianti di produzione di elettricità. I consumi delle famiglie, per ora, non dovrebbero essere toccati da questi provvedimenti, che si rivolgono agli operatori e ai grandi consumatori. A meno che la situazione precipiti all’i m p rov v i s o, cosa sempre possibile. (🙏🙏🙏)
Arsenali e mercenari Se va male a Kiev, si rischia un nuovo collasso come in Siria
Gli Usa hanno dato agli ucraini armi e mezzi per un miliardo . L’Ue in due giorni ha autorizzato una spesa di 500 milioni. Assieme a missili, veicoli e aerei andranno anche un po’ di ex militari e «civili» mercenari. Se Putin vincesse sul campo resterebbe una situazione ingestibile modello Cecenia o Siria. Sostenendo un Paese aggredito potremmo causarci una pesante destabilizzazione militare.Sarà il parlamento a dare il via libera all’invio di armi in Ucraina: il consiglio dei ministri, riunitosi ieri, ha approvato un decreto legge che introduce ulteriori misure urgenti sulla crisi. «Fino al 31 dicembre 2022», si legge all’articolo 1 del dl, «previa risoluzione delle Camere, è autorizzata la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Uc ra i n a , in deroga alle disposizioni di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185 e agli articoli 310 e 311 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 e alle connesse disposizioni attuative. Con uno o più decreti del ministro della Difesa, di concerto con i ministri degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dell’Economia e delle finanze, sono definiti l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari oggetto della cessione di cui al comma 1 nonché le modalità di realizzazione della stessa, anche ai fini dello scarico contabile». L’invio di armi in Ucraina va naturalmente in deroga alle norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185 del 9 luglio 1990) e al dl che disciplina la cessione di beni mobili del ministero della Difesa (articoli 310 e 311 del dl 66 del 15 marzo 2010, il Codice dell’ordinamento militare ) . La risoluzione verrà votata oggi alla Camera e al Senato, dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio Mario Draghi, e dovrebbe ricalcare, secondo indiscrezioni, il testo del decreto varato ieri dal Cdm. Quali saranno le armi inviate in Ucraina? A quanto apprende La Verità da fonti della Difesa, si tratterà con ogni probabilità di mezzi blindati leggeri Lince, mitragliatrici Browning o le più leggere Mg, missili terra-terra anticarro Panzerfaust, mortai, munizioni di vario genere e, ma questo è da verificare, anche di missili terra-aria Stinger. Il numero degli anticarro e degli Stinger dovrebbe essere nell’ordine delle centinaia; migliaia dovrebbero essere invece le mitragliatrici pesanti Browning o le più leggere Mg. Gli armamenti verranno consegnati direttamente al governo di Kiev. Venerdì scorso, il governo aveva varato un altro decreto che stanziava 174 milioni di euro tra il 2022 e il 2023 per il potenziamento della presenza militare a Est, e mobilitava 1.350 militari subito fino al 30 settembre, e altri 2.000 per eventuali esigenze di rinforzi o per dare il cambio ai soldati già presenti in Lettonia e Bulgaria. Il testo della risoluzione che verrà discussa e votata oggi è stato oggetto di lunghissime riunioni di maggioranza e opposizione, che si sono protratte fino a tarda notte: «Credo che filerà tutto liscio», dice alla Verità un autorevole esponente del governo, «semmai i problemi potranno spuntare in sede di conversione del decreto legge». Coinvolgere il parlamento in una scelta così delicata come quella di fornire armi all’esercito ucraino è il minimo sindacale. «La Lega», fanno sapere fonti del Carroccio, «voterà le mozioni unitarie sia a Roma che a Bruxelles. L’obiett ivo, che Matteo Salvini ha ribadito anche al presidente D ra g h i nel corso di una telefonata prima del Consiglio dei ministri, è offrire massima collaborazione, dimostrare compattezza e confermare il senso di responsabilità. La Lega invita alla cautela, auspicando che alle bombe si sostituisca la diplomazia. Concetti che il leader della Lega ha ribadito anche all’a m ba s c i ato - re dell’Ucraina a Roma», aggiungono le stesse fonti, «questa sera (ieri, ndr), al termine di una giornata che Sa l - vini aveva cominciato con un momento di raccoglimento privato ad Assisi». Da ll ’opposizione arriva l’ok di Fratelli d’Italia: «Crediamo», dice all’Ansa il deputato di Fdi, Andrea Delmas tro, «che non possiamo disallinearci rispetto al resto delle potenze occidentali anche sull’eventuale invio di armi, noi siamo favorevoli se il governo italiano opterà per questa scelta. Sembra che si vada verso l’unanimità, perché si sono resi conto che l’at - tacco del 24 febbraio è stato uno spartiacque su cui non si può filosofeggiare. Occorre scegliere da che parte stare e noi scegliamo di stare con l’Occidente. In più», aggiunge D elm a s tro, «esprimiamo massima solidarietà all’Ucraina, condanna dell’i nvasione della Russia e disponibilità ad aiutare la popolazione Ucraina e ad avviare il meccanismo del riconoscimento dello status di rifugiato per gli ucraini in fuga, con la redistribuzione in tutta Europa, oltre al fondo per riequilibrare il peso delle sanzioni tra i vari Paesi europei». Problemi interni, manco a dirlo, nel M5s. «Non voterò qualsiasi provvedimento possa uscire dal Consiglio dei ministri», dice all’Ag i il presidente della Commissione Esteri, il pentastellato V i to Petro c el l i , «che dovesse decidere l’invio di armi letali all’Ucraina, come risposta all’operazione folle di Putin, che ovviamente non posso che condannare». Sono molti i pentastellati contrari all’invio di armi in Ucraina. E proprio su questo aggettivo, «letali», si consumerà prevedibilmente una polemica polit ic a .
Giornali e tv hanno già messo l’elmetto Vietato ragionare
Come funziona la macchina dei media e delle opinioni al tempo della guerra all’Ucraina? Segue lo schema già collaudato con la pandemia, con i grandi temi storici e con le gravi crisi: in primo luogo diventa monomaniacale, ossessivo, pervasivo, passa da tema principale a tema unico dei telegiornali, degli approfondimenti. Non accadde neanche durante la guerra mondiale che i giornali fossero ridotti al solo tema principale di quei giorni. La fabbrica del consenso fornisce poi la ripetizione all’infinito dell’identico: fiumi di servizi e di reportage che si discostano poco o nulla, che riferiscono ogni giorno la stessa versione ufficiale dei fatti e commentano le stesse immagini restando nello stesso ambito, con un sottofondo da propaganda di g ue r ra . Guai a chi accenna a una lettura semplicemente richiamando dati: ad esempio, chiedono di cacciare Marc Inn a ro dalla corrispondenza da Mosca per la Rai solo perché ha osato accennare all’e s pa n - sione della Nato. Che è un fatto oggettivo, basta vedere da qualsiasi cartina come si è allargata negli ultimi 20 anni. Ma notare questo diventa subito intelligenza col nemico... Da qui la militarizzazione delle opinioni: se non ripeti tutto quel che ripetono ogni giorno, allora sei dalla parte di Puti n , sei un suo sostenitore. E se sei in servizio pubblico, è un’a g g rava nte. Avviso superfluo a chi ragiona ma necessario ribadirlo per i poliziotti del pensiero e per gli imbecilli militanti: vedere le cose in un orizzonte più ampio e articolato e non attraverso lo schemino puerile e manicheo del bene/male esclude ogni indulgenza verso l’aggressione e il metodo sovietico di Puti n e include ogni solidarietà verso il popolo ucraino che è sicuramente vittima e sta patendo l’i n fe r n o. Infine, anche in questo caso, conservatori e progressisti, moderati e radicali, falchi e colombe, populisti ormai ridotti a baciapile; nazionalisti e radicali antisistema aderiscono tutti all’Unidem, ovvero l’unificazione di tutte le posizioni al Canone dem, valevole negli States da quando sono tornati al potere i democratici con Joe Biden, nell’Eu - ropa tecnodem e in Italia con le sue periferiche. Ricordate come erano diverse le opinioni tre anni fa, o anche meno? È bastato il Covid, e ora la guerra, e si è arrivati all’Un i - formità assoluta, con minime sfumature e variabili lessicali secondarie. Draghi per tutti, tutti per D ra g h i . E a sua volta Mario Draghi è la continuazione della Nato in campo economico finanziario. È lecito dubitare che se si fosse aperta seriamente la trattativa sulla possibilità di rendere neutrale l’Uc ra i na , cioè fuori dalla presenza Nato e dall’influenza russa, forse non saremmo arrivati a questo? Poi possiamo fare tutti i processi alle intenzioni e dire che Puti n ha preso a pretesto la rigidità occidentale e la sue pretesa egemonia, per attaccare. È lecito dire che forse con Donald Trump non saremmo arrivati a questo punto, considerando che con quel bizzarro spaccone guerra non sono esplose? È un dubbio, quantomeno, ma la questione craina/Europa/Nato ribolliva già nei suoi anni. È lecito notare che dopo aver per anni calpestato, svilito, squalificato ogni richiesta di sovranità nazionale e ogni relativo nazionalismo, è grottesco ora elogiare il patriottismo sovrano degli ucraini? È lecito sostenere che il dramma aggiuntivo di questo conflitto è che non ci sono arbitri, garanti, figure terze che possano essere accettate da ambo le parti per cercare una soluzione? Finora solo le figure religiose, soprattutto della Chiesa ortodossa, possono svolgere un ruolo importante quando non diventano chiese nazionali. Ma non ci sono Stati terzi, leader di organismi internazionali come l’Onu, in grado di svolgere questo ruolo di p o nte. E infine, è lecito dire che aver reso Puti n il nemico numero uno dell’umanità, già prima che invadesse l’Uc ra i - na, anziché considerarlo un autocrate con cui doversi inevitabilmente confrontare come con Xi Jinping, E rd oga n e altri, può far precipitare la situazione a livelli impensati. Se davvero Puti n è quel dittatore folle additato, incarnazione del maligno, dovrebbe inquietare il fatto che non avrebbe remore a usare il famoso bottone nucleare già m i n ac c i ato. E allora si avvia un gioco assai pericoloso: cercare di far cadere Puti n , caldeggiare la congiura degli oligarchi, acuire il dissenso interno, spaccare il potere russo e la sua filiera. Pericolo seguente: un Paese isolato dal mondo, un leader nemico di tutti può essere spinto all’alleanza con la Cina che ha rispetto alla Russia un profilo più inquietante per il mondo: la Russia vuole ripristinare il suo dominio di area, la Cina sta cercando di colonizzare il mondo, di invaderlo con l’economia, la tecnologia, espandendosi e incuneandosi in ogni sistema Paese. La Russia ha solo la possibilità di incidere attraverso il gas e in generale le energie. Si capirà il potere inquietante di un blocco asiatico tra Russia e Cina. Chi sostiene queste cose non sta assolutamente stabilendo una preferenza verso la dittatura di Puti n e nemmeno una sorta di neutrale indifferenza tra una democrazia e u n’autocrazia. Ma sta semplicemente cercando di dire che non andiamo avanti se continuiamo con questa semplificazione militante, militare e bipolare, per cui la verità coincide con l’Occidente, il Bene assoluto con la Nato. Stendiamo infine un velo pietoso sui tre populismi, grillino, leghista e nazionale e il loro capovolgimento nell’arco breve di un paio d’anni. Se sono solo la versione debole dell’Unidem hanno perso la loro funzione, non garantiscono la dialettica politica necessaria a ogni democrazia, e non rappresentano la loro area d’opinione, così subalterni al pensiero corretto. Ogni volta che il pensiero smette di osservare la realtà da più punti di vista e in tutte le sfaccettature, non è solo una mortificazione per l’i ntelligenza; ma si mette in pericolo la libertà e la dignità dei singoli, dei gruppi, dei popoli e degli Stati. Insomma, il Male a cui stiamo assistendo in Ucraina è doppio, e non è solo quello che ci fanno ve d e re.
Sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue dopo l’entusiasmo arriva la frenata
« L’Ucraina è una di noi e la vogliamo nell’Ue », aveva scandito domenica, con l’enfasi degli annunci storici, Ursula von der L eye n . E ieri, dopo l’anticipa - zione del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, («Il governo ucraino sta preparando la richiesta ufficiale per l’adesione. La Commissione dovrà prendere una posizione ufficiale»), il presidente ucraino, Volodymyr Z el e n s ky, si è affrettato a dire sì: «Ci appelliamo all’Unione europea per l’adesione immediata dell’Ucraina con una nuova procedura speciale. Siamo grati ai nostri partner per essere stati con noi, ma il nostro sogno è stare con tutti gli europei e, soprattutto, di essere uguali a loro». E ancora: «Gli europei capiscono che i nostri soldati stanno combattendo per il nostro Stato, e quindi per l’i nte ra Europa, per la pace, per tutti i Paesi dell’Ue, per la vita dei bambini, l’uguaglianza, la dem o c ra z i a » . Sta di fatto che però, com’era largamente prevedibile, un conto sono le dichiarazioni pompose ed emotive, come quelle della presidente della Commissione Ue, altro conto è la realtà. E ieri è stato infatti il giorno della gran frenata tra Bruxelles e Berlino. Ecco il successore di Federica Moghe - rinicome Alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Josep B o r rel l : l’adesio - ne dell’Ucraina «è qualcosa che richiederà molti anni. Oggi questo non è all’ordine del giorno, credetemi. Dobbiamo lavorare su cose più pratiche». Stessa musica dal ministro degli Esteri tedesco, Ann ale na B ae r b o ck : «Tutti siamo consapevoli che un’adesione all’Ue non è qualcosa che si possa fare in alcuni mesi». In chiusura qualche parola più dolce: «L’Ucraina è parte della casa europea e l’Ue è sempre una casa dalle porte aperte». E anche uno spiraglio per altre partnership: «Oltre all’Ue ci sono molte istituzioni volte a impegnarsi per la pace e la sicurezza sul continente europeo». Nel frattempo Z el e n s ky, ieri mattina, ha riparlato con il segretario generale della Nato, Jens Stolte n b e rg , che poi ha così twittato, dopo aver sottolineato «il coraggio del popolo e dell’esercito ucraino»: «Gli alleati stanno aumentando il loro supporto con missili per la difesa aerea, armi anti carro, aiuti finanziari e umanitari». E qui, al di là della lingua di legno della diplomazia, sta la sostanza di ciò che sta accadendo in questi giorni: le armi servono a rafforzare le capacità di resistenza degli ucraini, tanto quanto le sanzioni servono a cercare di aprire crepe nel regime di Vladimir Putin. Non volendo o non potendo intervenire direttamente, le forze occidentali (Uk, Usa, Canada, Ue) hanno scelto la doppia strada della fornitura di mezzi a Kiev per rendere meno soverchiante la sproporzione di forze a favore di Mosca, e contemporaneamente quella delle sanzioni per indebolire la Russia dal punto di vista economico e geopolitico. L’altro teatro da considerare è quello dell’Onu. Si è svolta ieri una riunione speciale di emergenza dell’Assemblea generale sull’invasione russa. Prima un momento di meditazione e preghiera, poi una raffica di interventi (da Mosca prevedibili giustificazioni propagandistiche, addirittura evocando il fatto che l’inte rvento sia volto a ottenere la pace), e infine (mercoledì) il voto di una risoluzione di condanna dell’aggressione ai danni dell’Ucraina. «Ci troviamo di fronte a quella che potrebbe facilmente diventare la peggiore crisi umanitaria e dei rifugiati in Europa negli ultimi decenni», ha detto il segretario generale dell’Onu, A nto n io Gute r re s. Va segnalato il posizionamento cauto della Cina. Per un verso, una prevedibile condanna verbale delle sanzioni contro Mosca (definite «illegali e unilaterali», «non risolvono il problema», come ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wan g We n bi n); per altro verso, uno scontato consenso per le preoccupazioni russe rispetto al vecchio tema dell’a ll a rgamento verso Est della Nato; ma non è mancato nemmeno un accenno al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi, Ucraina inclusa (non certo un passaggio gradito a Mosca). Pechino non vuole un’escalation, ritiene di avere il tempo dalla sua parte, e non ha intenzione di farsi trascinare da un Puti n geopoliticamente radioattivo in un’accelerazione ingestibile. È su queste basi che venerdì scorso Pechino si era astenuta, come l’India, da un primo voto di condanna della Russia. Ma se l’astensione di Pechino è stata in fondo una buona notizia per l’Occidente, quella indiana è stata invece una delusione, il preannuncio di un posizionamento terzo. A dare un dispiacere a Puti n ci ha pensato E rd oga n . La Turchia infatti ha vietato il transito di tutte le navi militari attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, da cui si accede al Mar Nero, come ha comunicato il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu. La situazione insomma è ancora molto fluida, e i grandi stanno alla finestra. Certo, Pu - ti n sembra aver sottovalutato la resistenza degli ucraini, la contrarietà all’invasione anche da parte di segmenti dell’opinione pubblica russa e una qualche capacità dell’Oc - cidente (seppur tardiva) di rispondere in modo non disunito e non disarticolato.
Spunta la carta degli oligarchi ebrei Anche Abramovich va a negoziare
Immettendo Roman Abra - m ovich nella delegazione Ucraina, designata per le trattative in Bielorussia con i rappresentanti di Vladimir Puti n , i servizi segreti inglesi, che sarebbero gli artefici dell’operazione, potrebbero aver deciso di mandare un chiaro segnale di benevolenza dell’Occidente nei confronti degli oligarchi russi, sottoposti a forti pressioni dalle sanzioni decise la settimana scorsa dal mondo Nordatlantico. Il padrone del Chelsea, che proprio a causa di tali misure ha dovuto intestare la proprietà formale del club a una fondazione, si è trovato catapultato al tavolo negoziale non quale fine conoscitore della mentalità russa, dato che in questo gli ucraini non necessitano certo di aiuto, ma quale garante di una possibile soluzione politica per le élite benestanti, in maggioranza, come Abra - m ov ich di religione ebrea, e che a Mosca si foraggiano grazie alla presenza al potere di Puti n . L’Occidente, nei giorni scorsi, ha visto aprirsi una crepa nel muro di relativa omertà che fin dalle sanzioni del 2014, lanciate dall’Ue e da Washington in seguito all’an - nessione della Crimea, caratterizzava i miliardari russi e ha pensato di approfittarne. Mikhail Friedman, fondatore di Alfa, la maggiore banca privata del Paese, i cui genitori vivono in Ucraina, è stato il primo, domenica scorsa, a parlare di una tragedia inutile, a proposito dell’azione militare lanciata da Puti n . Lo ha seguito a ruota l’industriale del settore minerario O l eg Deri - pas ka , pretendendo immediati negoziati, con un post sul canale social Telegram. Tuttavia, nonostante queste prime manifestazioni di contrarietà, il cordone sanitario dei magnati rimane abbastanza solido intorno al capo del Cremlin o. Nel 2000, non appena eletto, Puti n ha chiarito che i miliardari sarebbero potuti restare tale se si fossero estromessi volontariamente dalla politica. Chi non ha accettato il diktat è stato incarcerato, si è suicidato oppure, nel migliore dei casi, è stato invitato a emigrare. Puti n ha ribaltato lo schema. Non doveva più essere lui, come furono i suoi predecessori, a dipendere dai facoltosi concittadini, ma loro da lui. Fr ie d m a n e D e r i pa s ka ap - partengono alla categoria di coloro che hanno accettato le nuove regole del gioco e certamente non sono tra le persone più amate dalla popolazione russa, sia per la loro esagerata ricchezza, sia per la loro distanza dalla religione della maggioranza. Fr ie d m a n , tra i king maker di Boris Eltsin, sentendo montare la narrativa antisemita per l’eccessivo accumulo di ricchezze, si affrettò, negli anni Novanta, a fondare il Congresso ebreo russo, in modo da attutire l’immagi - ne negativa sua e dei suoi colleghi oligarchi. Successivamente accettò anche la cittadinanza israeliana, mentre Deripa - s ka ha preso quella cipriota nel 2017. In Russia esistono tre tipi differenti di oligarchi. La prima categoria è rappresentata dagli amici personali di Puti n , legati a quest’ultimo dalla società Ozero Dacha; la seconda categoria è quella dei cosiddetti silo va rki ,un misto di silo - vi ki (dirigenti statali) e oligarchi, mentre alla terza appartengono tutti gli altri super r ic c h i . Gli amici personali, gli unici ad avere accesso personale a Puti n , sono i meno ricettivi alle sirene delle sanzioni, in quanto completamente dipendenti dall’esistenza del capo. I silo vi ki , dirigenti dei servizi segreti e delle altre strutture statali, potrebbero in parte comprendere l’o p p o rtu n i tà di un colpo di Stato, ma non possono mettere in salvo all’estero, anticipatamente, i loro beni, in quanto verrebbero intercettati e fino ad ora non hanno avuto bisogno di isolare Puti n per l’esistenza del tacito accordo, sulla base del quale eventuali perdite di rendita causate dalle sanzioni vengono parzialmente compensate da nuovi benefici interni. Pertanto Bruxelles e Washington, se desiderano innescare l’in - soddisfazione delle élite russe, possono verosimilmente contare solo sulla categoria degli indipendenti, sui vecchi oligarchi rinnegati e su quei pochi che hanno deciso apertamente di rimanere in patria opponendosi al regime, come A l ek s a n d e r L e b d ev e Mikhail Prok h o rov. Ma, anche se indipendenti, gli oligarchi, non hanno un grande appiglio presso la popolazione, che alla fine dovrebbe legittimare un cambio di regime e garantire la loro continuità di fortune. L’oligar - ca medio russo, alle incertezze della democrazia, fino ad ora ha dimostrato di preferire le zone grigie garantire dal regime autoritario. Le bd ev, ex agente Kgb, banchiere e comproprietario di giornali russi e inglesi, e Prok h o rov, comproprietario di società Usa, sono invece visti come cavalli di Troia di un sistema straniero a cui comunque il russo medio non intende prostrarsi.
RUSSIA…LA TERZA GUERRA MONDIALE!
Quello che è successo nel fine settimana, lo sapete tutti, quello che invece forse non sapete è che in molti amano buttare la benzina sul fuoco, più o meno come i fatti di Odessa 2014, soprattutto dopo aver dormito per anni.
Cosè Odessa 2014? Storia!
La verità non è mai in una sola direzione… L'altra verità di Odessa, non "incidente" ma strage – Panorama https://t.co/igiqdavUoU
— Andrea Mazzalai (@icebergfinanza) February 27, 2022
Prima che qualche imbecille pensi che io sia da una parte o dall’altra, ricordo solo che la verità non sta mai solo da una parte e dalle nostre parti è figlia del tempo, pur con tutte le difficoltà in mezzo a un mare di menzogne, oggi scientificamente denominate fake news.
LA FECCIA PLUTOCRATICA CHE DOMINA L’INFORMAZIONE DI QUESTO PAESE… Ucraina, "il Tg2 trasmette immagini di un videogioco e di una vecchia parata spacciandoli per bombardamenti a Kiev": Anzaldi parla di "disservizio pubblico" – Il Fatto Quotidiano https://t.co/JFiCX9rhM2
— Andrea Mazzalai (@icebergfinanza) February 27, 2022
LEGGI TUTTO:
https://icebergfinanza.finanza.com/2022/02/28/russia-la-terza-guerra-mondiale/