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lunedì 9 gennaio 2023

LE ORIGINI OSCURE DEL GREAT RESET DI DAVOS

 

È importante chiarire che la cosiddetta agenda mondiale del Great Reset di Klaus Schwab non è un’idea nuova né tantomeno originale. Lo stesso vale per quel suo progetto di Quarta Rivoluzione Industriale e per la teoria del Capitalismo degli stakeholder che lui pretende di aver inventato.

Klaus Schwab non è altro che uno scaltro agente dell’agenda tecnocratica globale le cui origini risalgono agli inizi degli anni ’70, o anche a prima, e che prevede un partenariato tra potere aziendale e potere governativo, Nazioni Unite comprese. Il Great Reset di Davos non è altro che un progetto rimesso a nuovo per una dittatura distopica globale, sotto l’egida delle Nazioni Unite e in fase di sviluppo da decenni. I personaggi chiave erano stati David Rockfeller e il suo pupillo, Maurice Strong.

Nello scenario politico dei primi anni ’70, è probabile che non esistesse una figura più influente del defunto David Rockefeller, noto soprattutto per esser diventato presidente della Chase Manhattan Bank.

La creazione di un nuovo paradigma

Tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, alcuni circoli internazionali direttamente legati a David Rockefeller avevano dato vita ad una serie impressionante di organizzazioni d’élite e gruppi di esperti. Fra questi ricordiamo il Club di Roma; The 1001: A Nature Trust legata al WWF; La Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano; il rapporto del MIT intitolato I Limiti dello Sviluppo e la Commissione Trilaterale di David Rockefeller.

Il Club di Roma

Nel 1968, David Rockefeller aveva fonsato, insieme ad Aurelio Peccei e Alexander King, il Club di Roma, un think tank neomalthusiano. Aurelio Peccei era un alto dirigente dell’azienda automobilistica Fiat, di proprietà della potente famiglia italiana degli Agnelli [1]. Gianni Agnelli era un amico intimo di David Rockefeller ed anche membro del Comitato Consultivo Internazionale della Chase Manhattan Bank di Rockefeller. Agnelli e David Rockefeller erano amici intimi dal 1957. Nel 1973, Agnelli era stato tra i membri fondatori della Commissione Trilaterale di David Rockefeller. Alexander King era il capo del programma scientifico dell’OCSE e anche consulente della NATO. In questo modo era nato quello che sarebbe diventato il movimento neomalthusiano “people pollute” [la gente inquina].

Nel 1971, il Club di Roma aveva pubblicato un rapporto oltremodo fallace, I Limiti dello Sviluppo. Questa pubblicazione preannunciava la fine della civiltà così come l’avevamo conosciuta fino ad allora a causa del rapido aumento della popolazione e del consumo di risorse limitate, come il petrolio. Il rapporto concludeva che, qualora non si fossero messi dei freni al consumo delle risorse, “molto probabilmente avremmo assistito ad un calo piuttosto repentino e incontrollabile sia della popolazione che della capacità produttiva.”

Il rapporto si basava su simulazioni al computer fasulle effettuate da un gruppo di informatici del MIT. La previsione era azzardata: “Se le attuali tendenze di crescita della popolazione mondiale, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione alimentare e dell’esaurimento delle risorse resteranno invariate, entro i prossimi cento anni questo pianeta raggiungerà il suo limite di crescita.” Era il 1971. Nel 1973, Klaus Schwab, in occasione del suo terzo incontro annuale con i leader aziendali di Davos, aveva invitato a Davos Peccei affinchè presentasse I Limiti dello Sviluppo agli amministratori delegati delle aziende presenti [2].

Nel 1974, il Club di Roma aveva sfacciatamente dichiarato: “La Terra ha un cancro e il cancro è l’uomo.” Poi aveva aggiunto: “Il mondo sta affrontando un insieme senza precedenti di problemi globali interconnessi, come il sovrappopolamento, la penuria di generi alimentari, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili [il petrolio], il degrado ambientale e la cattiva governance” [3]. Sosteneva quanto segue:

È necessaria una ristrutturazione “orizzontale” del sistema mondiale… servono cambiamenti drastici nel sistema di valori e negli obiettivi dell’essere umano per risolvere le crisi energetiche, alimentari e di altra natura. In sostanza, se si vuole andare incontro alla transizione verso una crescita organica, bisogna sollecitare dei cambiamenti sociali e individuali [4].

Nel suo rapporto del 1974, Mankind at the Turning Point, il Club di Roma sosteneva inoltre:

L’aumento dell’interdipendenza tra nazioni e regioni dovrà tradursi in una diminuzione dell’indipendenza. Le nazioni non possono essere interdipendenti senza che ciascuna di esse rinunci ad una parte della propria indipendenza, o almeno ne riconosca i limiti. È giunto il momento di mettere a punto un piano generale per una crescita organica e sostenibile e per uno sviluppo globale basato sulla ripartizione mondiale di tutte le risorse non rinnovabili e su un nuovo sistema economico globale [5].

Questo era stato l’enunciato iniziale dell’Agenda 21 delle Nazioni Unite, dell’Agenda 2030 e del Great Reset di Davos del 2020.

David Rockefeller e Maurice Strong

Maurice Strong, amico di lunga data di David Rockefeller e petroliere miliardario, era stato, in assoluto, il più influente promotore dell’agenda “crescita zero” di Rockefeller.

Il canadese Maurice Strong era stato uno dei primi divulgatori della fallace teoria scientifica secondo cui le emissioni di CO2 prodotte dall’uomo attraverso i mezzi di trasporto, le centrali a carbone e l’agricoltura causerebbero un rapido e drammatico aumento della temperatura terrestre che metterebbe in pericolo “il pianeta,” la cosiddetta teoria del riscaldamento globale.

In occasione della Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite del 1972 e in veste di presidente, Strong aveva promosso un programma incentrato sulla riduzione della popolazione e sull’abbassamento del tenore di vita a livello mondiale per “salvare l’ambiente.”

Strong chiarito in questo modo la sua visione ecologista radicale:

“La sola speranza per il pianeta non è forse il collasso delle civiltà industrializzate? Non è forse nostra responsabilità far sì che ciò avvenga?” [6].

Ed è proprio quello che si sta verificando sotto la copertura di una pandemia globale.

Il fatto che avessero scelto Strong per dirigere un’importante iniziativa delle Nazioni Unite volta a mobilitare l’azione sull’ambiente apparve alquanto curiosa, visto che [Strong] aveva costruito la sua carriera e la sua considerevole fortuna sullo sfruttamento del petrolio. Lo stesso vale per un numero insolito di nuovi sostenitori della “purezza ecologica”, come David Rockefeller, Robert O. Anderson dell’Aspen Institute o John Loudon della Shell.

Strong, canadese di origine, aveva conosciuto David Rockefeller quando aveva appena 18 anni, nel 1947 e, da allora, la sua carriera era stata legata alle conoscenze della famiglia Rockefeller [7]. Grazie alla sua nuova amicizia con David Rockefeller, all’età di 18 anni, Strong aveva ottenuto una posizione chiave alle Nazioni Unite come subalterno del tesoriere dell’ONU, Noah Monod. In questo modo, i fondi dell’ONU avevano iniziato ad essere opportunamente gestiti dalla Chase Bank dei Rockefeller; si era così messo in marcia quel tipico modello di “partenariato pubblico-privato” che Strong avrebbe utilizzato per trarre profitti dal governo pubblico [8].

Negli anni ’60, Strong era diventato presidente dell’enorme gruppo energetico e petrolifero di Montreal noto come Power Corporation, allora di proprietà dell’influente Paul Desmarais. Secondo Elaine Dewar, ricercatrice investigativa canadese, la Power Corporation era stata utilizzata anche come riserva di fondi neri per finanziare le campagne di alcuni politici canadesi, come Pierre Trudeau, padre del prediletto di Davos, Justin Trudeau [9].

Il primo Summit della Terra e il Summit della Terra di Rio de Janeiro

Nel 1971, Strong era stato nominato Sottosegretario delle Nazioni Unite a New York e Segretario Generale dell’imminente Summit della Terra, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (Earth Summit I) che si sarebbe tenuto a Stoccolma, in Svezia. Lo stesso anno, era stato anche nominato amministratore fiduciario della Fondazione Rockefeller, che aveva finaziato il progetto del Summit della Terra di Stoccolma [10]. A Stoccolma era nato il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), con a capo Strong.

Nel 1989, Strong era stato chiamato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a dirigere la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo del 1992 o UNCED (Rio Earth Summit II). In quell’occasione, si era occupato della supervisione della stesura degli obiettivi dell’ONU per l'”ambiente sostenibile,” l’Agenda 21 per lo Sviluppo Sostenibile che costituisce la base del Great Reset di Klaus Schwab, nonché della creazione del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU. Strong, che era anche membro del consiglio di amministrazione del WEF di Davos, aveva fatto in modo che Schwab avesse un ruolo chiave al Summit della Terra di Rio.

Nel ruolo di Segretario Generale delle Nazioni Unite alla Conferenza di Rio, Strong aveva anche commissionato un rapporto dal Club di Roma, The First Global Revolution, scritto da Alexander King, in cui si ammetteva che l’affermazione relativa al riscaldamento globale da CO2 non era altro che uno stratagemma per imporre il cambiamento:

“Il nemico comune dell’umanità è l’uomo. Mentre eravamo alla ricerca di un nuovo nemico comune, avevamo pensato che l’inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, la scarsità d’acqua, le carestie e via dicendo calzassero a pennello. Tutte queste minacce sono frutto dell’intervento dell’uomo e possono essere superate solo cambiando approccio e comportamento. Pertanto, il vero nemico è l’umanità stessa” [11].

Anche Tim Wirth, delegato del Presidente Clinton a Rio aveva ammesso la stessa cosa, affermando che:

“Dobbiamo affrontare la questione del riscaldamento globale. Anche se la teoria del riscaldamento globale è infondata, faremo la cosa giusta in termini di politica economica e ambientale” [12].

A Rio, Strong aveva introdotto per la prima volta l’idea orchestrata di una “società sostenibile,” la cui definizione si centra sull’obiettivo immotivato di eliminare la CO2 e altri cosiddetti gas serra. Nel settembre 2015, a Roma, con la benedizione del papa, L’Agenda 21 era diventata l’Agenda 2030. I suoi obiettivi “sostenibili” sono 17 e dichiara quanto segue:

“Il territorio, per via della sua unicità e del ruolo cruciale che svolge nell’insediamento umano, non può essere trattato come un bene ordinario, gestito da individui e soggetto alle pressioni e alle inefficienze del mercato. La proprietà privata della terra è anche uno strumento principale di accumulazione e concentrazione della ricchezza e quindi contribuisce ad incrementare l’ingiustizia sociale… La giustizia sociale, la riqualificazione urbana e lo sviluppo, la fornitura di alloggi dignitosi e di condizioni salutari per la popolazione possono essere raggiunti solo se il territorio viene sfruttato nell’interesse dell’intera società.”

In sostanza, la proprietà privata della terra deve essere resa disponibile all’intera società, un concetto ben noto in epoca sovietica e un aspetto chiave del Great Reset di Davos.

A Rio, nel 1992, nel ruolo di presidente e segretario generale, Strong aveva dichiarato:

“È chiaro che gli stili di vita di oggi e i modelli di consumo del ceto medio, tra cui l’elevata assunzione di carne, il consumo di grandi quantità di cibi surgelati e pronti, l’uso di combustibili fossili, degli elettrodomestici, dell’aria condizionata in casa e sul posto di lavoro e la costruzione di complessi residenziali suburbani non sono sostenibili [13]. (grassetto dell’autore)

In quegli anni, Strong aveva assistito alla trasformazione delle Nazioni Unite in un mezzo per l’imposizione di un nuovo “paradigma” tecnocratico globale. Questo faceva leva su tragici avvertimenti di estinzione planetari e sul riscaldamento globale, fondendo le agenzie governative con il potere delle multinazionali e imponendo un controllo non richiesto su praticamente tutto, con il pretesto della “sostenibilità.” Nel 1997, Strong aveva supervisionato la creazione del piano d’azione successivo al Summit della Terra, il Global Diversity Assessment, un progetto per la messa in opera di una Quarta Rivoluzione Industriale, un inventario di ogni risorsa del pianeta, di come sarebbe stata gestita e di come sarebbe stata realizzata questa rivoluzione [14].

In quel periodo Strong era co-presidente del Forum economico mondiale di Davos di Klaus Schwab. Nel 2015, alla morte di Strong, il fondatore di Davos, Klaus Schwab, aveva scritto:

“È stato una guida fin dalla creazione del Forum: un grande amico, un consigliere essenziale e, per molti anni, membro del nostro Consiglio di Fondazione” [15].

Prima di lasciare le Nazioni Unite a causa di uno scandalo di corruzione legato al programma Food-for-Oil per l’Iraq, Strong era diventato membro del Club di Roma, amministratore dell’Aspen Institute, amministratore della Fondazione Rockefeller e della Fondazione Rothschild. Strong era stato anche direttore del Temple of Understanding of the Lucifer Trust (alias Lucis Trust), con sede presso la Cattedrale di San Giovanni il Divino, a New York,

“… dove i rituali pagani prevedono che pecore e bovini vengano portati fin sull’altare per essere benedetti. Qui il vicepresidente Al Gore aveva tenuto un sermone mentre i fedeli marciavano verso l’altare con ciotole di concime e vermi…” [16].

Queste sono le oscure origini dell’agenda del Great Reset di Schwab, che ci vuole consumatori di vermi e privi di ogni bene per “salvare il pianeta.” L’agenda è tetra, distopica e ha come obiettivo quello di eliminare milioni di “comuni mortali.

«Non è l’uomo a determinare il cambio del clima»

 

Alberto Prestininzi, professore ordinario della Sapienza di Roma, dove ha insegnato rischi geologici. Giusto? «Per oltre trent’anni. Sono stato fra i fondatori del Ceri (Centro di ricerca previsione, prevenzione e controllo dei rischi geologici e ambientali) e della rivista internazionale Italian Journal of engineering geology and environment». Avevo dimenticato qualcosa, immaginavo. È in libreria edito da Rubbettino un libro da lei curato, Dialoghi sul clima. Tra emergenza e c o n osc e n za . Un saggio scritto assieme con altri illustri scienziati. «Le varie notizie sul clima sono oggi affrontate solo nei telegiornali e nei talk show. Il clima è però un tema scientifico e il naturale luogo per la discussione e il confronto dovrebbe essere quello accademico. Ma sono ormai diversi anni che il dibattito e il confronto sono di fatto inibiti. Tutto si trasforma in annunci o titoli da telegiornale». Più che un dialogo il libro ha scatenato un dibattito intenso…dicia - m o. «Era necessario creare una scintilla per riaprire le porte della scienza. Questa vive di confronti aperti, liberi e senza condizionamenti politici. Ecco perché nasce Dialoghi sul clima. Tra emergenza e c o n o sc e n za . Il volume, di circa 400 pagine, è un ponderoso lavoro multidisciplinare che porta le firme di diversi ricercatori che hanno affrontato varie tematiche inerenti ai cambiamenti climatici: fisiche, geologiche, storiche, economiche, finanziarie e politiche». La struttura del libro in sintesi? «La presentazione dell’opera è affidata Gabriele Scarascia Mugnozza, Guus Berkhout ed Enzo Siviero. Seguono la mia introduzione e quindi 16 capitoli firmati da altrettanti autori. Da Gianluca Alimonti a Franco Battaglia. Da Giovanni Brussato a Franco Prodi. E molti altri come…». Va bene, ho capito. Facciamo un compromesso. Glieli lascio nominare tutti ma solo per cognome. Così non dovrà discutere con loro. «Allora aspetti (prende il libro, n d r) : Ceradelli, Cerutti, Crescenti, Giaccio, Mariani, Mariutti, Nanni, Pedrocchi, Ricci, Rossi, Rosso e Scafetta. I loro curricula allegati al volume sono la migliore garanzia per il lettore e per la valenza del contenuto dei temi che trattiamo». Io me lo sono letto prima di intervistarla. Esprimete forti dubbi in merito alla tesi che attribuisce al cosiddetto cambiamento climatico un’origine antropica. Detto in maniera semplice, dubitate che sia causato dall’uo m o. «Analizziamo le argomentazioni e le ipotesi proposte da chi porta avanti queste tesi. L’analisi dei dati a sostegno di questa ipotesi non trova nessuna coerenza con le conoscenze acquisite per il clima che ha da sempre caratterizzato il nostro pianeta. In particolare, i modelli contenenti le previsioni catastrofiche future sugli aumenti della temperatura non sono assolutamente capaci di simulare il clima passato e la sua continua variazione. Aspettiamo tutti che gli scienziati favorevoli alla ipotesi del riscaldamento antropico, e che si autoproclamano maggioranza, accettino un confronto aperto in un’au l a dell’accademia per dimostrare che le loro ipotesi si trasformino in fatti. Perché, vede, solo i fatti hanno dignità di essere annoverati tra le azioni che la politica considera per prendere decisioni di carattere economico». Il mantra ricorrente è la demonizzazione della CO2. L’anidride carbonica che emettiamo anche respirando. Ne discende che se non ci fosse anima viva sulla terra avremmo risolto il p ro bl e m a … «Questa considerazione ha certamente una sua valenza. Al mondo ci sono otto miliardi di persone. Ognuno di noi che vive sul pianeta emette con la respirazione circa un chilo al giorno di CO2. È il meccanismo che consente a noi, ma in un certo verso anche alle piante, di sintetizzare gli zuccheri. È il gas della vita. Senza CO2 non ci sarebbe vita sul nostro pianeta così come la conosciamo. A questo dato va aggiunta l’emissione di tutti gli animali che condividono con noi il viaggio sulla Terra. Sa cosa è successo sulla Terra negli ultimi quara nt’anni?» C o s a? «La massa verde del pianeta è aumentata. Non sono ipotesi ma dati tratti dalle osservazioni satellitari. E comunque, le ipotesi avanzate sul riscaldamento antropico si basano sulla CO2 emessa dalla combustione delle energie fossili che ammontano a circa 130 parti per milione». 130 parti per milione, significa? «Lo 0,013%. Nulla! Secondo le fantomatiche proposte dell’Ue noi dovremmo ridurre le emissioni del 40% in dieci anni. L’Italia contribuisce alle emissioni globali di CO2 con lo 0,8%. Dovremmo pertanto ridurre (calcolo da prima media)  del 40% lo 0,8% del contributo globale pari a 0,004…». Aiuto mi sto perdendo… «Le dico il risultato. Da 419 parti per milione toglie 0,004 e arriva a 418,996. Evitiamo di commentare questo dato e gli effetti che si avranno sul riscaldamento globale. E aspettiamo che gli autori dei famosi modelli predittivi dimostrino che tali variazioni riescano a simulare le variazioni di temperatura avvenute nel periodo olocenico, 5.000 anni fa, quando l’au m e nto della temperatura ha cancellato tutti i ghiacciai alpini. O nel periodo romano, quando il Mediterraneo aveva una temperatura di 2 gradi superiore a quella odierna. Questi ultimi sono dati tratti da una ricerca sperimentale fatta con navi oceanografiche dal Cnr. O quando, tra il 1500 e il 1800, si era instaurato in ciclo freddo, chiamato piccola glaciazione, con la laguna di Venezia frequentata da pattinatori sul ghiaccio. Ecco, è sufficiente che qualcuno dei tanti esperti che ipotizzano il riscaldamento antropico venga in aula e ci faccia finalmente vedere questo modello e dimostri la sua significatività. Solo così si chiude ogni discussione». Che il clima vari in conseguenza di ciò che fa l’uomo è considerato un dato di fatto su cui tutti concord a n o… «Nessuno nega vi possano essere interrelazioni. Ma la realtà è spesso più complessa di come la si racconta. Se ha letto il nostro libro, ricorderà che il capitolo curato dal collega Scafetta riporta anche le conclusioni di un recente sondaggio condotto tra più di 4.000 meteorologi americani. E ricorderà come solo il 29% ritenga che l’uomo abbia contribuito tra l’81% e il 100% al fenomeno del riscaldamento globale - che nessuno nega - dal 1960 a oggi. Il rimanente 71% dei meteorologi americani intervistati invece contraddice l’Ipcc ritenendo che i fattori naturali abbiano contributo in modo più o meno rilevante al riscaldamento climatico osservato». Scusi, l’Ipcc sarebbe… «Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico quale forum gestito all’interno delle Nazioni Unite». La green economy piace tanto alla finanza, però… «Nella parte curata dal collega Giaccio citiamo testualmente l’In - stitute of international finance. In pratica, il cartello della finanza globale che in una pubblicazione del 9 dicembre 2019 ha definito la green economy come “il nuovo oro”». Dai risultati comunque incerti anche sulla stessa finalità che questi interventi si propongono. Quello di ridurre le emissioni. «Nel libro citiamo uno studio di Nomisma Energia del 2016 dal quale risulta che la crescita delle rinnovabili in Europa è avvenuta a discapito delle centrali a gas (-30%) piuttosto che di quelle a carbone o a lignite (-12%). Questo andamento ha ridotto di oltre la metà i benefici che si sarebbero potuti ottenere se la quota di gas utilizzata fosse rimasta quella di prima. Sempre lo studio Nomisma indica che se fosse rimasta stabile la quota di gas nel mix energetico (a discapito del carbone) le emissioni si sarebbero ridotte di oltre 180 milioni di tonnellate annue invece dei 70 milioni registrati. Per non considerare che stiamo uscendo dalla pandemia…». C io è ? «Riportiamo pure un documento dell’Agenzia internazionale dell’energia, il cui direttore esecutivo Fatih Birol afferma testualmente: “Le emissioni globali di carbonio sono destinate ad aumentare di 1,5 miliardi di tonnellate. Il terribile avvertimento che la ripresa economica dalla crisi di Covid è tutt’a l tro che sostenibile per il nostro clima”. Lo dice lui». Il bilancio globale fra chi risparmia nelle emissioni e chi emette senza limiti peraltro sembra non tornare, leggendo il vostro libro. «Rileviamo ed esponiamo elementi critici su cui riflettere e discutere apertamente. Molta della bibliografia a nostra disposizione evidenzia come la diminuzione delle emissioni europee è di gran lunga superata dal surplus di CO2 incorporata nei beni importati dalla Cina. L’Europa continuerà a finanziare con le proprie importazioni l’industria fortemente emissiva dei paesi extra Ue. Il mix energetico cinese, e lo dimostriamo con grafici evidenti, è fortemente spostato verso i combustibili fossili.» Provando a concludere… «Mi risparmio la fatica e leggo un passaggio del libro: “Che il clima cambi in continuazione è un dato di fatto. Che l’uomo possa teoreticamente alterare i climi locali e globali in vario modo è anche ben conosciuto. Tuttavia, sapere quantificare e separare il contributo naturale da quello antropico non è banale”. La politica prima di attuare scelte dirompenti dovrebbe considerare attentamente dati e fatti. Non semplici ipotesi».

«Ratzinger trattato senza il rispetto dovuto a un Pontefice»

 

La morte di papa Benedetto XVI, le critiche alle scelte della Santa Sede relative alle esequie, i prossimi passi di papa Francesco. Ecco il giudizio di Aldo Maria Valli, vaticanista e curatore di un blog molto seguito sul Web, Duc in altum. Lei ha duramente criticato il cerimoniale delle esequie. Per esempio,il feretro di Benedetto XVI è stato portato in basilica quasi di nascosto e in assenza di rappresentanti ufficiali della Santa Sede. Che cosa c’è dietro questo atteg g i a m e nto? «Se si ritiene che Benedetto XVI sia stato Papa emerito, quindi Papa, il modo in cui è avvenuta la traslazione della salma è inaccettabile. Il tragitto dal monastero alla basilica di San Pietro è avvenuto quasi furtivamente». A che cosa si riferisce? «Le spoglie di Benedetto XVI sono state collocate a bordo di un anonimo furgone usato per il trasporto delle merci. Al corteo funebre, formato da monsignor Gänswein e dalle memores, non è intervenuto nemmeno un rappresentante della Santa Sede. Il feretro è entrato in basilica da un ingresso secondario. In Vaticano non è stato proclamato il lutto e le bandiere non sono state esposte a mezz’asta. E mercoledì, con il corpo del Papa emerito a pochi metri di distanza, Francesco ha tenuto l’ud ie n za settimanale come se nulla fosse». Come lo spiega? «Capisco che il tutto costituiva una prima volta e capisco anche l’esigenza della sobrietà, chiesta dallo stesso Benedetto XVI, ma mi sembra che ci sia stata una mancanza di rispetto. Tutto ciò è nato dalla necessità di non fare ombra al Papa regnante. Atteggiamento che però ha ottenuto l’effetto contrario». La messa funebre è stata più veloce di quanto previsto dallo stesso cerimoniale vaticano. Voglia di voltare rapidamente pag i n a? «Anche in questo caso ci si è trovati di fronte a una prima volta, che ha trovato gli stessi liturgisti e canonisti alquanto incerti sul da farsi. Tutti i presenti hanno comunque avuto la sensazione di una celebrazione frettolosa: non tanto un omaggio e l’estremo saluto a un grande Papa, ma un’incombenza della quale liberarsi prima possibile. Non fosse stato per la grande affluenza di fedeli, tutto si sarebbe svolto all’insegna di una estrema freddezza. La stessa omelia di Francesco è apparsa distaccata, priva di slancio e di pathos. Ricordo ancora la bellissima omelia di Benedetto XVI nella messa esequiale per “il compianto e amato” G iovan n i Paolo II. Da Francesco, per papa Ratzinger, nulla di simile».Il giorno dopo le esequie, papa Francesco ha annunciato la riforma del Vicariato di Roma nel segno di una maggiore presenza del Pontefice alla guida della diocesi. È un modo anche questo per distogliere l’attenzione mediatica da Ratzinger? O risponde all’esigenza di definire più strettamente il ruolo del Papa come vescovo di Roma? «Il documento è infarcito di parole alla moda quali sinodalità, pastorale, collegialità, discernimento, ma nella sostanza rafforza il ruolo del Papa come controllore. Qualcuno ha parlato di commissariamento del Vicariato. Non penso che si tratti di un modo per distogliere l’atte n z io - ne da Ratzinger: non è con un provvedimento di questo genere che si può raggiungere un tale obiettivo. Vedo piuttosto il desiderio del Papa di prendere in mano una situazione, quella diocesi di Roma, segnata da tanti problemi, non ultimo il caso Rupnik. Il cardinal vicario De Donatis, voluto proprio da Bergoglio, è caduto in disgrazia e Francesco mette nero su bianco che d’ora in poi dovrà fare riferimento in tutto e per tutto al papa. In ballo c’è anche la gestione economica». Che cosa ci dicono le migliaia di persone che hanno reso omaggio a Benedetto XVI? «Ci dicono che il Ratzinger dipinto dai mass media, ovvero il “pastore tedesco” arcigno e insensibile, non aveva alcuna relazione con il Ratzinger amato dalla gente, apprezzato come difensore della fede, uomo mite ma anche combattente, ultimo baluardo contro la manipolazione dottrinale, gli abusi liturgici e il trionfo del relativismo morale. Davanti alle telecamere si è visto l’omaggio di un popolo che ha voluto bene a Benedetto XVI e non si è lasciato influenzare dalle interpretazioni tendenziose del suo insegnamento e da certi ritratti ingiusti. Benedetto XVI è stato vittima di una colossale operazione di disinformazione, ma i fedeli non ci sono cascati e lo hanno dimostrato con il loro omaggio pieno di affetto e di stima». Ha definito «sciagurata» la rinuncia di Ratzinger e l’i nve n z io - ne della figura del Papa emerito. Pe rch é ? «Sciagurata perché, sebbene il Codice di diritto canonico la preveda, ritengo che Pietro non debba scendere dalla croce cedendo a una visione funzionalista del Papa e del pontificato. Il Papa non è l’amministratore delegato di una società. Con la rinuncia, il suo ruolo è stato burocratizzato e la figura papale è stata secolarizzata. Inoltre è stata introdotta una dicotomia inaccettabile: non può esistere un Pietro governante e un Pietro orante. Né si può pretendere di continuare a essere Papa smettendo però di fare il Papa. La figura del Papa emerito è un monst rum . L’e sp e r imento del papato emerito è fallito sotto ogni punto di vista. Al di là dell’ipocrisia curiale, dei sorrisi e degli abbracci, sono emerse tutte le differenze tra i due Papi, fino all’incompatibilità, e tra i fedeli si è venuta a creare inevitabilmente una polarizzaz io n e » . Le risulta che papa Francesco stia studiando un modo per istituzionalizzare questa figura, magari tenendo ben lontani dal Vaticano i futuri Papi emeriti? «Alcuni ricercatori e canonisti del Dipartimento di scienze giuridiche dell’università di Bologna sono all’opera con un progetto che si propone di fornire una cornice giuridica al papato emerito, ma anche di meglio precisare il concetto di sede impedita. Le lacune normative sono molte, le questioni da affrontare quanto mai complesse. Non risulta però che in Vaticano siano in corso studi specifici. Papa Francesco nell’intervista al quotidiano spagnolo Ab c ha detto di aver già firmato le sue “d i m i s s io - n i” in caso di “impedimento per motivi di salute” e di aver consegnato il documento all’allora segretario di Stato, cardinale Bertone. Poi ha aggiunto: “Non so a chi l’abbia dato il cardinale Berto n e”».S b r i gativo. . . «Un modo molto vago e superficiale di affrontare una questione delicata. In questo modo ha dato un altro contributo alla secolarizzazione del Papa e del papato, come se parlassimo di una qualunque funzione di tipo burocratico-amministrativo e non della roccia su cui Gesù ha voluto fondare la Chiesa». Senza la presenza di Benedetto, Francesco avrà meno remore n el l ’introdurre nuove riforme? Quali potrebbero essere? «Non credo che Francesco abbia mai avuto remore di questo tipo. La prova l’abbiamo avuta con il motu proprio Trad itio n i s c u sto d es che ha di fatto sconfessato il Summorum Pontificum di papa Ratzinger». Le dimissioni di Francesco sono davvero più vicine? «Nulla lo lascia pensare. Se da un lato ha detto di aver consegnato quel foglio a Bertone, dall’altro ha detto che si governa con la testa, non con il ginocchio. Il che fa capire che, al momento, per quanto abbia problemi di deambulazione e sia spesso costretto sulla sedia a rotelle, non sta pensando a una rinuncia». Ha scritto che chi non appartiene alle tifoserie dei «bergogliani» e dei «ratzingeriani» e cerca soltanto di analizzare la situazione vede qualcosa di sconvolgente. Che cosa vede? «Vedo, come dicevo, un papato sempre più secolarizzato, ma anche svilito. Il modo in cui Francesco ha parlato delle sue possibili “d i m i s s io n i”, quasi come se si trattasse di una chiacchiera da bar, e poi il modo in cui sono state trattate le spoglie mortali di Benedetto XVI, all’inALDO MARIA VALLI segna quasi della sciatteria, mi hanno procurato forte disagio. Al vertice della Chiesa si è perso il senso della dignità di Pietro e del suo primo dovere: confermare i fratelli nella fede. Oggi Pietro insegue il mondo e gioca a fare il cappellano delle organizzazioni globaliste: nulla che abbia a che fare con la sua vera missione. Di fronte a un simile spettacolo qualcuno ha visto in Benedetto XVI l’ultimo salvagente al quale attaccarsi nel mare in tempesta. Ma anche Benedetto XVI, purtroppo, è espressione di quello spirito del Concilio che ha condotto all’apostasia. Ha cercato, è vero, di difendere la tradizione, ma la sua adesione al Concilio, e l’idea che le aberrazioni siano nate da una lettura distorta del Concilio e non dal Concilio stesso, lo rendono compartecipe del disastro. Mi spiace dirlo, perché sotto molti aspetti ho stimato molto il Ratzinger teologo e il Ratzinger papa, ma questa, per quanto spiacevole, è la realtà». Benedetto XVI ascoltò il grido dei fedeli che volevano Giovanni Paolo II «santo subito». Francesco farà altrettanto? «Non credo. Francesco agisce sul piano politico. Ogni sua scelta è di matrice ideologica e non si vede che interesse avrebbe, ora, a procedere con una canonizzazione di Ratzinger. Benedetto XVI agì in quel modo perché era stato il principale collaboratore di Giovanni Paolo II e aveva con lui un rapporto specialissimo. Francesco invece, al di là dei sorrisi e delle frasi sul “nonno s a g g io”, ha sempre sofferto la presenza di Benedetto XVI e l’allungarsi dell’ombra di Ratzinger sul suo regno».

martedì 27 dicembre 2022

L’anno dei falchi: le banche centrali globali alzano i tassi 137 volte

 

Dopo anni di tassi zero, l’inflazione ha costretto le banche centrali alla stretta e gli istituti di credito sono intervenuti di conseguenza: guardando le maggiori 26 banche centrali del mondo, ben 22 quest’anno hanno alzato i tassi d’interesse per un totale di 137 volte, aumentando il costo del denaro di 3,75 punti percentuali medi a testa.Ci eravamo quasi convinti che le banche centrali avrebbero lasciato i tassi a zero, sotto zero o comunque ai minimi termini, per sempre. Qualcuno accarezzava l’idea che la monetizzazione del debito e la spesa pubblica da Bengodi potessero durare in eterno. «Sarà per sempre Natale», come cantava Lucio Dalla. «E festa tutto l’anno». Sembrava una «nuova» (e comoda) normalità. Ma era troppo bello per essere vero: il 2022, anno che ha risvegliato il fantasma dell’inflazione, ha regalato a tutti una doccia fredda. Improvvisamente quasi tutte le banche centrali del mondo hanno iniziato a rialzare i tassi d’interesse come se non ci fosse un domani. Chi oggi punta il dito sulla Bce e sulla presidentessa Christine Lagarde, “colpevole” di danneggiare Paesi come l’Italia con i suoi aumenti del costo del denaro, sappia che non è la sola: guardando le maggiori 26 banche centrali del mondo (dagli Stati Uniti alla Polonia), ben 22 quest’anno hanno alzato i tassi d’interesse. In totale l’hanno fatto 137 volte: in media 6,2 volte a testa, cioè - facendo un conto grossolano ma che rende l’idea - un mese sì e uno no. Tutte insieme hanno aumentato il costo del denaro in totale di 82,6 punti percentuali, il che significa 3,75 punti percentuali medi a testa. Non solo: tante di loro hanno anche iniziato (o come la Bce hanno annunciato di farlo a breve) la riduzione del bilancio. Questo significa che stanno riducendo piano piano i titoli di Stato che avevano comprato durante le politiche ultra-espansive degli anni passati, drenando liquidità. Qui i numeri sono (per ora) piccoli, dato che molte banche centrali hanno appena iniziato la retromarcia o l’hanno solo annunciata. Ma ugualmente il trend è segnato: il bilancio della Federal Reserve Usa a gennaio ammontava a 8.750 miliardi di dollari, mentre ora è sceso a 8.580. Quello della Bce è aumentato, ma Christine Lagarde ha annunciato la riduzione a partire da marzo 2023. E in generale la liquidità globale (misurata in dollari e guardando l’aggregato M2) , tra alti e bassi dovuti anche all’effetto cambio è calata dal massimo di 103.783 miliardi di dollari a 100.480: una riduzione di 3.300 miliardi di dollari. Ed è solo l’inizio. Tassi più alti e liquidità meno abbondante, insomma: è questa la medicina amara e globale che le banche centrali stanno somministrando per combattere il nuovo virus che si è propagato nel mondo. L’inflazione. La grande stretta globale Dopo circa 15 anni di tassi bassissimi e di «quantitative easing», giustificati dalla scomparsa dell’inflazione, il mondo è dunque improvvisamente cambiato nel 2022. Un po’ perché la domanda dei consumatori si è improvvisamente svegliata dopo i lockdown del 2020-21 e un po’ perché l’offerta di beni non è riuscita a stare al passo (a causa delle catene globali delle forniture a singhiozzo e di fabbriche non pronte a soddisfare una domanda esplosa improvvisamente) l’inflazione nel 2022 si è impennata ovunque. Sin da inizio anno. Sin dal 2021, in realtà. Quando poi la Russia ha invaso l’Ucraina a febbraio, causando la più grande crisi energetica degli ultimi decenni con prezzi del gas schizzati in alzo, il “pacchetto” è stato completato: l’inflazione ha raggiunto vette che non si vedevano dagli anni ’70. In molti Paesi (Europa e Italia incluse) a due cifre. Le banche centrali non potevano che intervenire. L’inflazione è infatti la peggiore delle “tasse” perché colpisce soprattutto le classi sociali più povere, quelle per cui un aumento dei prezzi segna il confine tra il mangiare e il non mangiare. Così le Banche centrali hanno somministrato al mondo la più amara delle medicine: il rialzo dei tassi e la riduzione della liquidità. L’obiettivo è rendere i prestiti più cari e disincentivare i consumi. Frenando l’economia. Fino alla recessione. Questa è, in fin dei conti, la principale cura universalmente riconosciuta per l’inflazione: se i consumi calano, anche i prezzi calano. Oggi tutti guardano alle banche centrali con preoccupazione per la velocità di questa manovra globale, ma il problema è che le stesse banche centrali hanno aspettato troppo ad agire: credendo per molti mesi che l’inflazione fosse solo «temporanea» (a causa di previsioni sbagliate ma forse anche di un’illusione collettiva), hanno temporeggiato. L’ha fatto la Federal Reserve Usa. L’ha fatto la Banca centrale europea. Poi, quando si sono accorti che l’inflazione non era affatto «temporanea», i banchieri centrali sono corsi ai ripari con una velocità che ha pochi precedenti nella storia. Solo quattro Banche centrali (tra le maggiori 26 del mondo) si sono mosse in controtendenza: quelle di Cina (che ha lievemente tagliato i tassi nel 2022), di Giappone e Indonesia (che sono rimaste ferme) e quella della Turchia. Sebbene qui l’inflazione sia arrivata all’85,5%, la banca centrale (etrodiretta dal presidente Erdogan) ha tagliato i tassi dal 13% al 9% nel corso dell’anno.Le conseguenze della stretta La prima domanda da porsi è se questa medicina, amara, avrà effetto. Negli Stati Uniti l’inflazione sta in effetti già scendendo un po’ (a dicembre è calata al 7,1% dal precedente 7,6%), mentre in Europa si vede solo qualche irrisoria limatura. Ma se oltreoceano il caro-vita è in gran parte dovuto al surriscaldamento dei consumi (dunque gelandoli la Fed può sperare di uccidere il caro-vita), in Europa due terzi dell’inflazione sono invece dovuti al caro-energia. Questo rischia di rendere meno efficace la medicina nel Vecchio continente, anche se pur sempre necessaria per calmare anche l’”altra” inflazione: quella (sempre troppo alta) che esclude l’energia e gli alimentari. Il problema è che la medicina avrà degli effetti collaterali. Il primo, ormai praticamente inevitabile, è la recessione economica. O comunque un brusco rallentamento. Ma ce ne potrebbero essere ulteriori. Un mondo che ha vissuto con tassi a zero per più di un decennio, che ha un indebitamento da record e che ha un sistema finanziario gigantesco costruito quando i tassi erano a zero, quanto a lungo potrà resistere con il costo del denaro sempre più elevato? È vero che oggi resta ben più basso di quello visto non troppi decenni fa. Ma è anche vero che oggi il mondo è diverso da quello degli anni ’70 e ’80: i debiti (pubblici e privati) sono molto maggiori e sono stati accesi in un contesto di tassi bassi che li rendevano sostenibili. Anche il sistema finanziario globale (con una grande quantità di leva) è stato costruito in un contesto diverso da quello di oggi. L’effetto spiazzamento rischia di essere simile a quello di chi prepara le valigie per andare al mare e invece finisce in alta montagna: l’abbigliamento non va più bene. La domanda che tutti si pongono, guardando al 2023, è dunque una sola: per quanto tempo si può resistere in alta montagna con costumi, pinne e magliette? Fuor di metafora: quanto a lungo possono resistere il mondo e i mercati finanziari in un contesto così diverso da quello a cui erano abituati e in cui credevano di restare ancora per molto tempo? Le prossime mosse Anche perché non è finita qui. Le banche centrali hanno comunicato, più o meno tutte, che continueranno nella stretta monetaria. Nel 2023 si farà molto più sul serio sulla riduzione dei bilanci (e dunque dei titoli acquistati negli anni passati). Ma anche i tassi saliranno ancora. Sia la Fed sia la Bce (soprattutto quest’ultima) l’hanno detto senza mezzi termini. Siamo all’inizio di un tragitto. Il traguardo? Ancora lontano. Soprattutto in Europa.

Autotrasporto merci a rischio stop, caccia a 17mila camionisti

 

Confetra lancia un’allerta sul trasporto su strada, penalizzato dalla carenza di autisti, e su ferrovia, colpito anche dall’aumento dei prezzi dell’energia (con un extracosto di circa 100 milioni di euro nel 2022): secondo l’associazione di logistica servono nuove politiche sull’intermodalità, all’interno di una strategia complessiva per il Paese sulla movimentazione delle merci. Mentre il Pnrr, pur molto utile a livello di interventi infrastrutturali, appare insufficiente per le esigenze di digitalizzazione delle imprese del settore logistico, perché, a queste ultime, sono riservati, nel piano nazionale, solo 190 milioni circa. A suonare il campanello d’allarme, dati alla mano, è il presidente di Confetra, Carlo De Ruvo. «In Italia – afferma - il settore dell'autotrasporto merci in conto terzi presenta ancora un’offerta eccessivamente polverizzata. Delle quasi 109mila imprese del settore logistico, iscritte alla Camera di commercio, quasi il 70% è rappresentato da aziende di trasporto merci su strada e, fra queste, oltre l’80% è composto da società non di capitali. Per le aziende strutturate è, inoltre, ormai pressante la problematica della penuria di autisti. Il report annuale International Road Transport Union mostra una crisi di questo lavoro a livello globale». In effetti, i dati del documento mostrano che, globalmente, a fine 2022, manca circa il 40% degli autisti che servirebbero al mondo dei trasporti. L’Europa, peraltro, risulta allineata con questo dato: manca, infatti, il 40% degli autisti, rispetto alle richieste del mercato del lavoro. In Italia, poi, secondo le stime riportate da Confetra, nell’immediato servirebbero almeno 5mila guidatori di Tir, una cifra che salirebbe a quota 17mila, se proiettata nel prossimo biennio; e molti analisti stimano che questo numero crescerà ancora negli anni a venire. E sul tema degli autisti che mancano, De Ruvo sottolinea che «per rendere più attrattiva una professione dove gli italiani sono ormai pochissimi bisognerebbe, intanto, migliorare i tempi di attesa per scaricare e caricare le merci nei porti, negli aeroporti e anche nelle aziende clienti della logistica. Ma occorre anche investire in infrastrutture per le soste che siano efficienti e dignitose. Altrimenti come può un giovane essere interessato, con la prospettiva di lunghe ore di attesa sotto il sole o al freddo dell'inverno?». A fronte di questa situazione, sottolinea De Ruvo, «diventa sempre più importante l’intermodalità con l’utilizzo della ferrovia. Il mare deve essere collegato a terra anche col treno. Invece, la quota della modalità ferroviaria per il cargo, in Italia, è ancora bassa: circa 13%, contro la media europea del 19%; ed è molto lontana dall’obiettivo del 30%, da raggiungere entro il 2030 secondo il green deal della Commissione europea. Non solo. Si sussidia l’autotrasporto e si ignora il fatto che le aziende ferroviarie sono energivore. Le società private del settore prendono energia da Rfi e non è stato loro riconosciuto il beneficio del credito d'imposta. Ma se si danno sussidi all’autotrasporto e non ai treni, si va anche contro il processo di decarbonizzazione di cui tanto si parla». Proprio su questo punto Fercargo, associata di Confetra, ha scritto al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini e al viceministro Edoardo Rixi. «Nel settore ferroviario – si legge nella missiva - gli incrementi del costo dell'energia elettrica hanno raggiunto, nel mese di settembre 2022, punte del 540%; ad oggi si sono attestati intorno al 430%. Questi incrementi, se applicati agli oltre 50 milioni di chilometri percorsi da treni merci sulla rete ferroviaria nazionale italiana, previsti per l’intero 2022, possono essere quantificati in un extracosto di circa 100 milioni di euro nel 2022, rispetto all’anno precedente; una cifra che né le imprese ferroviarie né il mercato sono assolutamente in condizione di assorbire». Secondo De Ruvo, occorre puntare sull’intermodalità, incrementando il trasporto su ferro, per far uscire in fretta «le merci dai porti e farle arrivare negli interporti. La riforma della legge portuale del 2016 è stata attuata, per molti aspetti, solo parzialmente e manca una strategia nazionale per la portualità e, in generale, per il trasporto delle merci. In Italia abbiamo 26 interporti ed è essenziale collegarli in modo efficiente alle banchine.

Russia pronta a ridare gas all’Eur opa Kiev punta a summit di pace all’Onu

 



Vladimir Puti n si dichiara pronto ai negoziati, ma accusa l’Occidente di non voler scegliere la strada delle trattative. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo M e dve d ev, intanto, avverte che l’«opera - zione speciale» verrà terminata e si guadagna una nuova nomina. «La Russia non risparmierà nessuno sforzo per abbattere il regime nazionalista di Kiev», ha affermato M e dve d ev. Puti n lo ha nominato suo vice nella Commissione militare-industriale - organo permanente che organizza e coordina le attività degli organismi esecutivi federali nell’attuazione della politica statale sulle questioni militari-industriali - e dunque potrà tenere riunioni per conto del presidente russo e avrà il diritto di «creare consigli e gruppi di lavoro nelle aree di attività della Commissione per esaminare questioni di sua competenza e preparare proposte per la loro soluzione». Kiev teme che questa sia la conferma di quanto l’Uc ra i n a teme per il futuro: i generali di Z el e n s ky credono che la Russia stia ammassando truppe e armi per una nuova offensiva invernale. Un attacco su vasta scala dal Donbass, da Sud o anche dalla Bielorussia potrebbe essere sferrato già a gennaio o al massimo in primavera, secondo gli ucraini. Puti n ha però nuovamente assicurato che la Russia è pronta a negoziare, accusando invece Kiev e i suoi alleati occidentali di «rifiutarsi» di fare altrettanto. Il ministro degli Esteri russo L av rov gli fa eco: «Zelen - s ky e i suoi padroni non vogliono compromessi che mettano fine alla guerra». Dall’a l tra parte, il ministro degli Esteri uc ra i n o, Dmytro Kuleba, ha riferito che l’Ucraina punta ad avere un summit di pace entro fine febbraio, preferibilmente alle Nazioni unite e con il segretario generale Antonio Gute r re s come possibile mediatore, più o meno nel periodo dell’anniversario dell’i n i z io della guerra da parte della Ru s s i a . Puti n ha poi parlato, in relazione alle azioni dell’Occiden - te, di «una guerra economica», basandosi anche sul fatto che gli ambasciatori all’Ue hanno raggiunto un accordo sul nono pacchetto di sanzioni contro Mosca. Nonostante questo, la Russia si dichiara pronta a riprendere le forniture di gas all’Europa attraverso il gasdotto Yamal-Europe, come annunciato dal vice primo ministro russo Alexander Nova k . «Il mercato europeo rimane rilevante, poiché la carenza di gas persiste e abbiamo tutte le opportunità per riprendere le forniture. Ad esempio, il gasdotto YamalEurope, che è stato fermato per motivi politici, rimane inutilizzato», ha detto Nova k , secondo il quale in 11 mesi del 2022 le forniture di gas naturale liquefatto sono aumentate a 19,4 miliardi di metri cubi, con una previsione di 21 miliardi entro fine anno. «Continuiamo a vedere l’Europa come un potenziale mercato dei nostri prodotti. È chiaro tuttavia che contro di noi è stata avviata una campagna su larga scala, che si è conclusa con il sabotaggio del Nord Stream», ha dichiarato ancora, aggiungendo che Mosca sta discutendo ulteriori forniture di gas attraverso la Turchia dopo la creazione di un hub nel Paese di E rd oga n . Il presidente turco, che gode sempre di più della fiducia di Mosca, ha asserito che anche secondo lui l’Occi - dente non fa altro che provocare e non cerca davvero una m e d i a z io n e. Poiché E rd oga n viene visto da Kiev come sempre più vicino a Mosca, il presidente ucraino Zele nsky cerca una sponda nell’India: in una conversazione telefonica con il premier indiano Nare ndra Modi, ha detto di «contare sulla partecipazione» del suo Paese «all’applicazione della formula di pace ucraina, annunciata al G20» di Bali. Vla - dimir Putin avrà invece un colloquio con Xi J i n pi n g e ntro la fine dell’anno: la strada è stata preparata dal fidato Me dve d ev, che aveva incontrato X i a Pechino la scorsa settimana. L’Ucraina ha invece chiesto l’esclusione della Russia dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. «Abbiamo una domanda molto semplice: la Russia ha il diritto di rimanere un membro permanente del Consiglio di sicurezza e di far parte dell’Onu? Abbiamo una risposta convincente e ragionata: no, non lo ha», ha affermato il mi - nistro degli Esteri Dmy tro Ku - l e ba . Sul campo si continua intanto a morire. L’Ucraina ha vissuto un Natale di sangue, nel quale bombardamenti e distruzione non si sono fermati, con la Russia che ha lanciato oltre 40 attacchi missilistici nel giorno di festa. L’al - larme aereo è risuonato in tutta la Nazione, a cominciare dalle regioni di Kiev e Leopoli. Proprio a Natale un caccia intercettore supersonico russo ha preso fuoco nell’ae roporto di Machulyshchy, in Bielorussia. Il MiG-31K può trasportare missili ipersonici Kinzhal. Il velivolo farebbe parte dei caccia schierati dalla Russia negli aeroporti dell’al - leato. Subito dopo si sarebbe alzato in volo un MiG-31K dell’aeronautica russa, che può trasportare missili Dagger equipaggiati con testate nucleari. Tre persone hanno invece perso la vita ieri in Russia a seguito dell’attacco di un drone ucraino nella regione di Sa ratov. Intanto nel Donbass, secondo quanto riferito dal capo d e l l’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serg y G a id a i , battaglie sono in corso a Kreminna, con le truppe ucraine «non lontane» dalla città. «Il comando militare della Federazione Russa si è già trasferito da questa città a Rubizhny», ha aggiunto Gai - dai, sottolineando che è segno che la Russia potrebbe prepararsi a ritirarsi. Le autorità hanno esortato i residenti di Kherson, nel Sud, ad evacuare a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti russi e Ukrenergo, operatore della rete elettrica ucraina, ha annunciato blackout d’emergenza in diverse regioni del Paese.

Caro Guerri, attenzione ad Harari È lui l’ideologo del Grande reset

 

Ho letto con piacere ed attenzione la bella intervista rilasciata a Maurizio Caverzan da Giordano Bruno Guerri. È un insieme di affermazioni di buon senso con cui non si può non essere d’accordo. Ma c’è un punto che mi ha stupito. Guerri si dice affascinato, tra gli autori moderni, dai libri di Yuval Noah Harari. Identifica Harari con autore letterario, mentre per me è molto di più. È l’auto re del copione che da tre anni va in onda nella vita reale ad opera del World Economic Forum. È il teorico del futuro che ci aspetta a breve. È un utopista con una differenza fondamentale rispetto a tutti gli altri utopisti della storia. Le loro fantasie erano ambientate in un «non luogo» (utopia) a testimonianza del fatto che il loro stesso autore le riteneva irrealizzabili. L’utopia di Ha - ra r i si chiama Grande Reset, ed è in corso di attuazione, a tappe forzate, a partire dalla famosa pandemia che K l au s S chwa b ha definito un’occa - sione irripetibile di cambiamento del mondo. K l au s S chwa b esprime questo concetto nel suo libro più famoso Covid-19 The Great reset, scritto a quattro mani con Thierry Mallaret. E descrive invece nel dettaglio la natura di questo cambiamento in u n’opera precedente (La quarta rivoluzione industrial e, con prefazione, nell’e d izione italiana, di John Elka n n) e successiva (Governa - re la quarta rivoluzione indust riale ) in cui si parla apertamente di fusione della natura umana con l’intelligenza artificiale emergente. Ciò sarebbe possibile con un’agenda dì digitalizzazione che i governi di tutto il mondo hanno recepito e fatto propria. Due temi, l’agenda digitale e l’a ge nd a verde, sono al centro del cambiamento epocale in atto sul pianeta. L’uomo deve cambiare la sua stessa natura diventando dipendente dall’agen - da digitale. Contestualmente deve ridimensionare i suoi consumi alimentari ed energetici per limitare un riscaldamento globale che le élite ritengono incontestabile, ma che molti esimi scienziati ritengono invece pretestuoso. Ma cosa c’entra Yuval Noah H arar i con Klaus Schwab? S chwa b non è abbastanza rassicurante. C’è in S chwa b, nel suo accento tedesco, nella sua postura rigida e quasi militare, qualcosa di inquietante. Ed ecco che, nel tempo, l’im - maginifico H a ra r i ha sempre più conquistato il centro della scena ed è diventata la voce ufficiale dei forum di Davos. D’altronde H a ra r i non è uno scrittore come gli altri. Il suo successo è il risultato della sua identificazione col sistema. I suoi libri sono best sellers assoluti ed hanno stampato milioni di copie in tutti i paesi del mondo. Il suo libro Sapiens. Breve storia dell’uma nità è stato tradotto in trenta lingue. Il successivo, Homo deus, ha avuto una visibilità ed un rilievo anche maggiore. Ma non si tratta di un caso: il sistema lo impone. H a ra r i ha tenuto lezioni obbligatorie in tutte le grandi aziende di Silicon Valley, con lo scopo di procedere alla formazione della nuova classe dirigente. I suoi libri sono la bibbia del mondo che sta per nascere. E non uso il termine a caso perché H a ra r i vuole sostituire il nuovo Homo deus agli dei del passato che erano, secondo lui, compreso G e sù C r i s to, fake news. Nel passato l’evoluzione si è svolta naturalmente. Oggi una élite di filantropi è in grado di prendere in mano il progetto evolutivo dell’uomo e del pianeta, per costruire forme di vita inorganica e ibrida. H a ra r i viene definito transumanista e questa visione del transumanesimo ha fatto sì che la parola transumanesimo significhi oramai qualcosa di a g g h i ac c i a nte. Qualche anno fa ero interessato al transumanesimo come prosecuzione e completamento ideale dell’umanesi - mo rinascimentale. L’umane - simo ha prodotto filosofia, sapere, bellezza. La frase che meglio definisce l’u m an e s imo è la famosa definizione di Pico della Mirandola che afferma che l’uomo può scegliere cosa diventare: degenerare nell’animalità o ascendere alla natura divina, con una semplice decisione della sua anima. È un appello a migliorarsi, crescere, elevarsi. Per Ha - ra r i e per le élite di cui è espressione, i due ruoli, animale e divino, devono separarsi e non saranno più oggetto della scelta di ciascuno di noi. Le élite saranno i nuovi dei, gli uomini normali saranno respinti nel regno animale e come animali saranno allevati e controllati per non alterare l’equilibrio del pianeta. Sopravviveranno a scopi utilitaristici per integrarsi nell’agenda digitale e nella vita inorganica. E dice queste cose apertamente, senza procurare nessuna relazione, ma solo ammirazione nei suoi ascoltatori, diretti interessati e vittime designate dai suoi progett i . Capisco il fascino che un autore come H a ra r i può suscitare, soprattutto per la presunta modernità di certe sue argomentazioni. Tuttavia bisogna vigilare sulle trappole e i falsi miraggi che il suo pensiero ci prospetta.

Un programma può manipolare ogni video

 

Il 20 gennaio del 2010 un gruppo di uomini dei servizi israeliani eliminò in un hotel di Dubai Mahmoud Al Mabhouh, figura di spicco di Hamas. Fu un duro colpo per i palestinesi, ma uno smacco anche per Gerusalemme. L’operazione non fu proprio «pulita», come si dice in gergo. Le telecamere dell’albergo tracciarono i volti delle forze speciali. Dubai chiamò l’Fbi, gli inglesi scoprirono che la squadra israeliana  in missione utilizzava passaporti di veri sudditi della Corona e cacciò da Londra un paio di diplomatici di Israele. Oggi questo pasticcio non sarebbe accaduto, grazie a un sistema di software prodotto da una start up, ovviamente israeliana, che prende il nome di Toka. Tra gli advisor c’è l’ex premier Ehud Barak e tra i fondatori addirittura il generale Yaron Rosen, per anni il capo della sezione cyber dell’esercito israeliano. Se Toka fosse esistito nel 2010 avrebbe potuto agilmente intervenire sul sistema di sorveglianza dell’edificio e sostituire a posteriori o addirittura in presa diretta i volti degli agenti con quelli di altre persone. E nessuno sarebbe risalito al Mossad, garantendo a Tel Aviv un successo su tutti i fronti. La manipolazione è possibile grazie a un sistema estremamente complesso che non si basa soltanto sul software di punta (quello svelato l’altro ieri dal quotidiano Ha re et z ), ma da un sistema di connessioni che permette di setacciare e intervenire su qualunque telecamera praticamente in tempo reale. O meglio, in tempo reale se il perimetro di ricerca è più o meno limitato a un città. Per setacciare le telecamere globali collegate alla Rete ci vogliono probabilmente minuti. Ma alla fine della ricerca sarà possibile scoprire dove un singolo individuo è stato immortalato per l’ultima volta. A novembre dello scorso anno il generale Rosen ha pubblicato un editoriale sul The Time of Israel s piega n d o, da ex pilota di elicotteri, che lo scenario e le necessità di difesa nei cieli sono cambiate molto più lentamente in decenni, di quanto sta accadendo negli ultimi mesi nel teatro di guerra cyber. Per questo Israele ha, da un lato, istituito un programma (Cyber4s) per convertire in sei mesi soldati di fanteria (e non solo) in cyber guerrieri e, dall’a l tro, ha spinto il più possibile su start up come Toka. E in passato su altre già finite sulle colonne dei quotidiani perché connesse a fatti di cronaca che con il terrorismo nulla avevano a che fare. Basti pensare a Pegasus, un software spia, prodotto da Nso, e scoperto negli smartphone di numerosi politici occidentali, giornalisti o attivisti di varie Ong. Il nome Pegasus è in qualche modo collegato al Qatargate perché la scorsa primavera Bruxelles ha istituito una commissione d’i n c h ie s ta per scoprire quali governi ne facessero uso e contro chi. Da lì il timore dei servizi d’intelligence marocchini di finire nell’inchiesta e le numerose sollecitazioni al gruppo di Antonio Panzeri con l’obiettivo di mitigare le ricerche. Ma Pegasus è solo uno dei tanti software svelati. Se torniamo indietro, scopriamo che anche gli italiani di Hacking team si sono trovati coinvolti in un fatto di cronaca. Dietro all’omicidio del saudita Jamal Khashoggi s a rebb e stato testato un software in grado di bucare praticamente tutti i d e vic e. Vale la pena sottolineare che ogni volta che la stampa svela (o riceve una velina relativamente a) un software, è già pronto a entrare in commercio il modello successivo. Immaginiamo che potrà avvenire la stessa cosa anche con Toka. Il che porta a chiedersi che cosa mai sarà in grado di fare la versione agg io r n ata . Sul suo sito ufficiale Toka ancora oggi spiega che i prodotti vengono offerti soltanto alle forze armate, alle organizzazioni per la sicurezza nazionale, all’intelligence e alle forze dell’ordine «degli Stati Uniti e dei suoi più stretti alleati». Per il giornale israeliano i clienti sono almeno Israele, Usa, Germania, Australia, Singapore. «Ma sulla mappa fornita dal pagina web della start up compare anche l’Italia, senza però fornire dettagli ulteriori», si legge sempre nell’articolo. Nell’elenco seguono Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Grecia, Canada. Anche solo fermandoci alla versione attuale, è facile immaginare la rete di informazioni che può essere raccolta su ciascun cittadino. Pegasus, per esempio, era in grado di bucare tutti i telefoni eccetto il vecchio Nokia 6610. Per il semplice fatto che si tratta di un apparecchio così poco diffuso che gli sviluppatori non hanno voluto dedicare tempo a metterlo nel mirino. Se poi aggiungiamo il numero presunto di telecamere installate nel mondo, si comprende quanto il cappio attorno alla nostra privacy sia stretto. Aithority sti - ma che in Cina siano funzionanti 200 milioni di apparecchi di video sorveglianza. Gli Stati Uniti ne avrebbero 50 milioni e la Germania più di 5. Tante quante ne registra la Gran Bretagna o il Giappone. La piccola Olanda ha ben 1 milione di apparecchi attivi su un totale di 17 milioni di abitanti. Per rimanere nell’Ue , Germania e Olanda sono i Paesi più controllati. Contano infatti rispettivamente 6,2 e 5,8 telecamere ogni 100 pers o n e. In Italia, secondo statistiche non confermate, il rapporto dovrebbe essere 3 ogni 100 abitanti. Numeri impressionanti che inducono a riflettere sulle possibili conseguenze. Chi sviluppa i software e usa l’intelligenza artificiale per spalmarne l’effica - cia su milioni di obiettivi tiene sempre a precisare che «gli standard etici vengono rispettati». Il tema è però: chi li scrive o chi li aggiorna?

Approfittare dello scandalo Qatar per cambiare l’ecopolitica dell’Ue

 

Sta montando nel settore dell’auto la protesta contro il calendario degli ecodivieti imposti dall’Ue: il capo di Toyota il più esplicito, seguito da Stellantis e da quasi tutti i produttori europei. Il tema riguarda i costi dei materiali per le batterie, la disponibilità delle torri di ricarica, il ritmo delle vendite dei mezzi «Bev» (Battery electric vehicle, le auto interamente elettriche), eccetera. Bersaglio è il tempo troppo rapido (2035) per l’abbandono forzato dei motori endotermici e conseguente riduzione degli addetti. Chi scrive aggiunge che se nel 2035 tutte le autovetture dovessero andare a batteria non ci sarebbe in Europa elettricità sufficiente generata da fonti pulite. A meno che in quel periodo siano disponibili decine di centrali nucleari a fissione, e relativi depositi di scorie: improbabile in termini di calendario una, eventualmente fattibile nel 2050/60 - pur ottima la nuova tecnologia di mini-centrali supersicure e con poche scorie. Soluzione? Togliere il divieto del 2035 per i motori endotermici ed incentivare un mix di opzioni comunque meno carbonizzanti: auto ibride, mezzi elettrici alimentati da cellule a combustibile (fuel cell) a loro volta alimentate da idrogeno verde, motori endotermici spinti da carburanti sintetici o da biogas, comunque auto a batteria di piccola taglia per percorsi urbani se proprio qualcuno vuole praticare questa tecnologia che non appare molto efficiente, ecc. Per inciso, già i produttori di grandi mezzi (i Tir) o di scala media (furgoni) si stanno orientando verso motorizzazioni elettriche a idrogeno, via fuel cell, che promettono percorrenze tra i 1.000 e 1.500 Km senza ricarica, probabilmente di più. In sintesi, si può ottenere l’obiett i - vo di de-carbonizzazione (al cui riguardo chi scrive attende un confronto tra scienziati che lo ritengono una priorità unica e altri che rilevano cause diverse per il riscaldamento globale) senza divieti e con incentivi ad un’a m pi a varietà di fonti energetiche e motrici per renderle meno contaminanti: cioè un mix di opzioni dove si lascia libero di evolvere l’insieme migliore di esse, rispettando il criterio di evitare un conflitto tra ambiente e sviluppo. Va detto a merito dell’Ue che da tempo finanzia progetti precompetitivi in materia di idrogeno verde, questa tecnologia pronta ad andare sul mercato con diverse applicazioni, su cui chi scrive scommette al punto da dire che nel 2023 inizierà l’età dell’idrogeno (verde). Ma sul piano generale del calendario dei divieti decarbonizzanti, l’ecopolitica dell’Ue appare un fanatismo irrazionale che crea un conflitto tra ambiente ed economia. Chi scrive è particolarmente preoccupato dall’id ea di applicare a partire, sembra, dal 2027 un dazio alle importazioni da nazioni che non rispettano gli ecostandard europei. La motivazione è quella di disincentivare la migrazione delle aziende europee in giurisdizioni meno ecostringenti. Ma i cervelloni che hanno elaborato questa idea si sono resi conto che l’Ue è un piccolo mercato di meno di 500 milioni di persone a fronte di giurisdizioni gigantesche, tipo Cina e India, o che lo stanno per diventare, per esempio Nigeria, Indonesia, ecc.? Si sono resi conto che se si mette un dazio poi c’è una ritorsione? L’Ue ha nazioni che vivono di export, tra cui l’Ita - lia, e tale approccio dazista non appare molto furbo. In sintesi, le economie emergenti del pianeta hanno già dichiarato che inizieranno a decarbonizzare seriamente, forse, attorno al 2060-70 per non compromettere il loro sviluppo. L’America sta facendo una svolta decarbonizzante, ma questa sarà molto lenta perché certamente non rinuncerà all’indipendenza energetica data dalla grande disponibilità di energia fossile. L’Ue produce solo una piccola parte delle emissioni globali, ma vuole essere la prima a ridurle mettendo a rischio il proprio sviluppo: appare surreale. Il giornalismo investigativo dovrebbe indagare sui veri motivi che hanno portato l’industria dell’auto tedesca ad abbandonare il diesel a favore della trazione a batterie: risposta, ora in via di ripensamento, alla guerra condotta contro la Germania dall’America nel passato? Pressione tedesca su quel colabrodo di influenze lobbystiche che è l’Ue per imporre l’auto elettrica in tempi remunerativi per i nuovi megainvestimenti? O pressione francese per monetizzare il suo sistema di centrali nucleari? O altro, per esempio l’i n d iv idu a z io - ne dell’ambientalismo come possibilità di dichiararsi «potenza etica» ed alzare protezionismi, nonché vantaggi morali, sui competitori? O si tratta solo di concessioni al partito verde? Andrà c h i a r i to. Ma andrà anche chiarita tutta la questione ambientale, generando obiettivi fattibili ed efficaci e non miti. Di fronte al cambiamento climatico deve prevalere l’ecoadattamento, cioè la creazione di una tecnologia sistemica con migliaia di applicazioni che permettono ai sistemi umani di operare con qualsiasi variazione ambientale, e non il mito di fermare un mutamento planetario: l’Ue dovrebbe puntare al primato mondiale dell’ecoadattamento tecnologico e non a quello degli ecodivieti. Quando mettere al centro del dibattito politico questo tema? Già in vista delle elezioni del Parlamento europeo - con attenzione a ridurre la sua permeabilità a qualsiasi interesse particolare spinto da corruzione - nel 2024 con la speranza di poter modificare l’e c o p o l i t ic a europea in direzione realistica nel 2026, data già prevista per una sua eventuale revisione. I partiti avranno paura di perdere consenso perché questo favorisce il mito? Si confrontino sulla stampa gli argomenti pro e contro, si abbia fiducia nel buon senso della gente.

lunedì 28 novembre 2022

L’ARSENALE DEI VACCINI MRNA ECCO QUAL È IL VERO OBIETTIVO

 

Dobbiamo «rassegnarci all’Mrna», come si è lasciato scappare il professor Bassetti. I nuovi vaccini sono infatti le «armi» di un «arsenale» che punta a rivoluzionare il modo in cui il mondo affronterà i problemi della salute. Come stabilito al G20. È strano immaginare un sistema sanitario pubblico concentrato sulla vaccinazione di tutti i sani, anziché sulla cura dei soli malati. Il futuro, però, è questo, ed è ormai delineato con chiarezza. Qualcuno, come Matteo Bassetti, lo ha già anticipato dichiarando che dobbiamo «rassegnarci a un futuro a mRna». Un lapsus freudiano, perché di solito non ci si «rassegna» alle buone notizie, quando sono tali. Il documento ufficiale che decreta il cambio di paradigma, epocale, è il testo conclusivo del G20 dei ministri della Salute (per l’Italia, Orazio Schill ac i ), pubblicato lo scorso 28 ottob re. Per i Grandi del mondo, le tre questioni prioritarie per la salute sono: «Costruire la resilienza (ancora!, ndr) del sistema sanitario globale, armonizzare i protocolli sanitari mondiali, espandere gli hub globali di produzione e ricerca», con particolare attenzione a quelli che lavorano sulla tecnologia mRna (come la Fondazione mRna di Padova, che ha ricevuto 320 milioni del Pnrr coinvolgendo ben 36 «spoke» nella mangiatoia). L’obiettivo è «facilitare un migliore accesso ai servizi». Più ospedali? Più medicina territoriale? Più medici? Macché: il G20 identifica questi servizi con «vaccini, terapie ( le g g i farmaci, ndr) e diagnostica» (Vtd) a livello globale, ossia profilassi preventive per evitare che ci si ammali, nell’ambito dell’approccio One Health di cui ha parlato anche il presidente Giorgia Meloni a Bali. Un arsenale a mRna realizzato innanzitutto per combattere le prime dieci minacce alla salute globale individuate dall’Oms (Ebola, Sars, Mers, lo stesso Covid che ha una mortalità dello 0,02% o la «malattia X», che ancora non si sa cosa sia, ma per prudenza è in lista). Nel mondo occidentale, però, si continua a morire di infarto, ischemia, cancro, diabete, malattie respiratorie. Ed è questo il punto d’approdo delle terapie a mRna: terapie e vaccinazioni non per le malattie del terzo mondo ma per quelle del primo. Le malattie non trasmissibili, insomma: tumori, diabete, glaucoma, le cosiddette «malattie dei ricchi» e dei servizi sanitari «ricchi». Mesi fa, il direttore di Oms Europa, Hans Kluge, aveva spiegato che siamo chiamati a combattere una «permacrisi» globale. La popolazione mondiale aumenta (abbiamo da poco superato gli 8 miliardi), curare tutti non è più sostenibile e le tecnologie terapeutiche a mRna - nella mente dei cervelloni della salute globale - rappresentano la soluzione. È su queste che si stanno concentrando i maggiori investimenti, miliardi di euro destinati non a migliorare strutture ospedaliere, costruire più ospedali o formare nuovi medici, ma a far produrre, per ogni malattia, vaccini e terapie ad hoc da aziende e organismi privati. Quelli coinvolti dai Grandi del mondo sono i soliti, riconducibili a una sola persona, quel Bill Gate s benedetto dal World economic forum: Global fund (cui l’Italia ha versato finora più di un miliardo e mezzo di dollari), Gavi Alliance, Cepi, Unitaid, eccetera, ai quali il G20, che rappresenta le istituzioni, riconosce ufficialmente il ruolo di «partner». È rivolto a loro, e alle «filantropie» (citofonare S o ro s ), l’ap - pello a «sostenere investimenti, organizzazioni e iniziative sanitarie». Un vaccino per evitare il cancro, un vaccino per evitare il diabete, e via dicendo, da somministrare a tutti, dai neonati ai centenari. Sembra un futuro lontano, ma è già il nostro presente. Lo step successivo, sperimentato per la prima volta con il Covid, è il passaggio all’obbligatorietà di queste profilassi vaccinali e terapeutiche con la giustificazione che «non si possono intasare gli ospedali». Qui, rientrano in scena le istituzioni, con il meccanismo gradualmente avviato in pandemia. In teoria, tutta l’impalcatura del green pass non serve più; in realtà continua a esistere. In teoria, soltanto i medici e soltanto in pochissimi Paesi (tra i quali, neanche a dirlo, l’Ita - lia) sono stati forzati a vaccinarsi; in realtà nel documento del G20 la certificazione verde anti Covid deve essere implementata su scala globale, dato che i ministri «si adoperano per procedere verso meccanismi che convalidino la prova della vaccinazione». In teoria, l’obbligatorietà è durata pochi mesi e ha riguardato soltanto un vaccino, l’anti Covid; in realtà sarà estendibile ad altri vaccini perché «bisogna capitalizzare il successo degli standard esistenti e del green pass per rafforzare la prevenzione e la risposta alle future pandem ie » . Non è un caso che la federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) abbia modificato le regole deontologiche della professione, annunciando che saranno introdotti articoli relativi ai vaccini e alle vaccinazioni: i medici non potranno sconsigliarne l’utilizzo. L’a rc h et i p o, insomma, abbiamo imparato a conoscerlo: perennizzazione della crisi sanitaria attraverso il paradigma ideologico della «permacrisi», commissionamento del prodotto salvifico (vaccini e terapie mRna) a privati che ne assicurano produzione e gestione - e fin qui niente di nuovo - ma poi anche deresponsabilizzazione dello Stato a discapito del cittadino, perché le tasse (già molto alte nell’Ue) non bastano più. Ciliegina sulla torta: i nuovi farmaci saranno realizzati nei Paesi poveri del mondo: una mancia non si rifiuta a nessuno e la propaganda buonista vuole sempre la sua parte.