NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
lunedì 31 gennaio 2022
Neanche il super Pil aiuta: Wall Street ancora in affanno
Venture capital, da Pnrr e Mise 2,5 miliardi al Fondo della Cdp
Per il titolare del Mise, con la riserva per i progetti sulla riconversione delle filiere produttive e con il “Green transition fund”, «si accompagnano le imprese verso la vittoria della sfida con la transizione ecologica, che se non affrontata con lungimiranza lascerà sul suo percorso morti e feriti in termini di aziende chiuse e persone senza lavoro».
Arrivano al traguardo in contemporanea una serie di decreti che immettono nuove risorse nel Fondo nazionale innovazione gestito da Cdp Venture, la Sgr di Cassa depositi e prestiti. Si tratta complessivamente, tra risorse statali e fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), di un’iniezione di 2,55 miliardi per il venture capital italiano. Ulteriori 600 milioni dovranno essere obbligatoriamente versati dalla stessa Cdp e altri investitori terzi. Il primo dei quattro decreti alla firma del ministro dello Sviluppo economico (Mise), Giancarlo Giorgetti, riguarda i 2 miliardi che lo scorso ottobre, con un emendamento parlamentare al Dl infrastrutture, furono dirottati dal “Patrimonio destinato” della Cdp al Fondo nazionale innovazione. Il Mise investirà 2 miliardi in un Fondo gestito da Cdp Venture che investirà in modalità di fondo di fondi o di fondo di co-investimento diretto nel capitale di rischio o nel debito di Pmi. Il decreto attuativo prescrive che una quota pari ad almeno 300 milioni venga destinata agli investimenti per la riconversione e la transizione, in chiave ambientale, delle filiere produttive nazionali. Cassa depositi e prestiti e altri investitori professionali dovranno versare risorse aggiuntive per almeno il 30% dell’ammontare del fondo, quindi 600 milioni, in caso contrario scatterà una liberatoria per il Mise sulla quota parte residua degli impegni sottoscritti. Una volta pubblicato il decreto, la Sgr trasmette «tempestivamente» al ministero il regolamento di gestione del Fondo e, entro 30 giorni ulteriori, dalla trasmissione, il Mise comunica la sua approvazione. Un secondo decreto interviene sulle modalità di funzionamento del Fondo di sostegno al venture capital attivato presso il Mise già dal 2019, anche per alimentare il Fondo nazionale innovazione. In particolare, si introduce la possibilità di investire anche in fondi per il venture debt; viene estesa la politica di investimento in favore di gestori esteri, ferma la previsione di investire unicamente in imprese target con sede operativa o programmi di sviluppo in Italia; si apre all’intervento nelle imprese spinoff di grandi imprese. Il terzo e quarto decreto Mise si riferiscono a linee di investimento previste dal Pnrr. In un caso si tratta di 300 milioni dell’investimento “Finanziamento a start-up” della missione 4-Istruzione e ricerca. Le risorse saranno impiegate per un Fondo “Digital transition fund”, che sarà istituito e gestito da Cdp Venture per operazioni volte a favorire in particolare le filiere intelligenza artificiale, cloud,assistenza sanitaria, Industria 4.0, cybersicurezza, fintech e blockchain. Il fondo prevederà tre linee di intervento: investimenti diretti e indiretti applicando le metodologie tipiche del venture capital, target non solo focalizzato alla creazione di startup ma anche a supporto di scale-up, corporate venture per il lancio di start up in partnership con Pmi. Il decreto che istituisce il “Green transition fund”, di 250 milioni, riguarda invece un investimento previsto dalla missione 2-Transizione ecologica del Pnrr. Anche questo fondo sarà gestito da Cdp Venture. Dovrà concentrarsi su operazioni nei settori energie rinnovabili, economia circolare, mobilità , efficienza energetica, gestione dei rifiuti e stoccaggio dell’energia. Saranno ammissibili le operazioni con investimento compreso tra 1 milione e 15 milioni, per investimenti diretti, e tra 5 milioni e 20 milioni per quelli indiretti. Il periodo di investimento non deve superare 5 anni, seguiti da ulteriori 5 di gestione del portafoglio. Per entrambi i fondi, “Digital transition fund” e “Green transition fund”, dovrà essere assicurata la quota minima di 40% per operazioni al Sud e il rispetto della clausola europea Dnsh (do no significant harm), cioè l’obbligo di non arrecare danni all’ambiente. I provvedimenti si sono concretizzati, dice Giorgetti, «dopo un lungo confronto che sviluppa la sinergia tra Mise e Cdp per portare risultati in termini di crescita delle startup e delle Pmi innovative». Per il titolare del Mise, con la riserva per i progetti sulla riconversione delle filiere produttive e con il “Green transition fund”, «si accompagnano le imprese verso la vittoria della sfida con la transizione ecologica, che se non affrontata con lungimiranza lascerà sul suo percorso morti e feriti in termini di aziende chiuse e persone senza lavoro».
Le imprese rilanciano l’emergenza energia: «Servono contromisure»
Un confronto sul caro energia, «una vera e propria emergenza per i settori manifatturieri italiani». Il mondo delle imprese continua a incalzare il governo, tenendo alto l’allarme sulla bolletta energetica. Proprio per questo il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha invitato ieri il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, a partecipare alla riunione del Consiglio generale. Gli imprenditori, come ha sottolineato una nota di Confindustria che ha dato notizia dell'incontro, «si trovano a fronteggiare un drammatico aumento dei costi delle commodity energetiche, con particolare riferimento al prezzo del gas naturale e dell’elettricità ». Le previsioni parlano di una bolletta energetica per il 2022 di oltre 37 miliardi, a fronte degli 8 miliardi del 2019. E per il 2023 si prevede sì un calo, ma sempre ad un livello assai elevato, attorno ai 21 miliardi. Per le imprese, quindi, un’emergenza, come ha messo in evidenza la nota. Servono azioni che vadano oltre quelle prese dal Consiglio dei ministri della scorsa settimana. Proprio la «condivisione di possibili azioni» è stato l’obiettivo dell’incontro con Cingolani. Interventi «frutto di una riflessione costruttiva e non ideologica per contrastare il drammatico impatto dei costi dell’energia sul sistema produttivo con potenziali gravi conseguenze sociali ed economiche per il paese». Una «tempesta che rischia di paralizzare definitivamente il sistema industriale italiano, già interessato da molteplici decisioni di chiusura». E che richiede, «come è stato condiviso di nuovo oggi (ieri ndr) un deciso intervento di politica industriale dagli effetti congiunturali e strutturali immediati, oltre ad una progettualità di lungo termine». Sono stati molti gli interventi in Consiglio generale, organismo di Confindustria al quale partecipano circa 200 imprenditori, in rappresentanza del sistema associativo, a riprova della drammaticità della situazione. Un dialogo «articolato e proficuo – ha commentato il ministro Cingolani (collegato on line) – che ha consentito un confronto serio sulla necessità di portare a compimento tutte le sfide del Piano nazionale di ripresa e resilienza». Confindustria nella nota ha ricordato il pacchetto di misure più urgenti per affrontare il caro energia: la cessione della produzione nazionale di gas ai settori industriali per 10 anni con anticipazione dei benefici finanziari per l’anno 2022; l’intervento immediato per la cessione ai settori industriali a rischio chiusura di energia rinnovabile elettrica “consegnata al Gse” per un quantitativo di circa 25TWh e trasferita ad un prezzo di 50euro/Mwh; l’aumento delle aliquote di agevolazione per le componenti parafiscali della bolletta elettrica nei limiti previsti dalla normativa europea (art.39 elettrico ex Com200/214/Ue). Tra le proposte avanzate nei giorni scorsi da Confindustria nel confronto con il governo, prima del Consiglio dei ministri di giovedì, c’è anche la richiesta di aumentare la produzione di gas nel nostro paese, attualmente sotto i 4 miliardi di metri cubi all’anno, a fronte di un consumo nazionale attorno ai 72 miliardi di metri cubi. Un obiettivo che si può cominciare a raggiungere nel medio termine, 12-15 mesi, senza aumentare le perforazioni, ma utilizzando l’infrastruttura esistente.
Gli scali italiani perdono 113 milioni di passeggeri rispetto al pre pandemia
Il traffico negli aeroporti italiani nel 2021 è stato di 80,67 milioni di passeggeri, ampiamente al di sotto del livello del 2019 (-58,2%), l’anno prima della pandemia, benché ci sia un recupero del 52,4% sul 2020. Ci sono «113 milioni di passeggeri persi rispetto al 2019», sottolinea Assaeroporti, che ha pubblicato i dati complessivi dei 41 scali italiani. I passeggeri erano stati 193,1 milioni nel 2019, crollati a 52,9 milioni nel 2020. Pertanto nei due anni della pandemia i passeggeri persi sono 253 milioni. I movimenti aerei (atterraggi e decollli) sono stati circa 950mila, -42,4% sul 2019 (ma +34,7% sul 2020). La contrazione è meno marcata rispetto a quella dei passeggeri, perché le compagnie hanno usato aerei più piccoli. Il traffico merci ha recuperato quasi interamente, un milione di tonnellate, -1,9% rispetto al 2019 (+28,6% sul 2020). Il 70% delle merci è transitato per lo scalo di Malpensa, che è il secondo per passeggeri (9,622 milioni) dietro Fiumicino (11,662 milioni). Se si considerano i sistemi aeroportuali la milanese Sea ha quasi raggiunto Aeroporti di Roma. La somma dei passeggeri di Linate (4,346 milioni) e Malpensa è 13,969 milioni, appena 20mila in meno rispetto ai 13,989 milioni tra Fiumicino e Ciampino (2,362 milioni). La distanza si è accorciata perché i due scali romani hanno perso più traffico rispetto al 2019, -73,2% Fiumicino e -60,4% Ciampino. Fiumicino è stato penalizzato dalle restrizioni per i voli extra-Ue. Il terzo aeroporto per passeggeri è Bergamo, 6,467 milioni (-53,3% rispetto al 2019), quarto Catania con 6,123 milioni (-40,1% sul 2019), quinto Napoli con 4,636 milioni (-57,3%), sesto Palermo con 4,576 milioni (-34,8%). Gli scali delle isole hanno recuperato più traffico. Hanno avuto più passeggeri del 2019 Trapani (+4% a 427.893) e Lampedusa (+2,9% a 284.950). Tra le altre aree quella che ha perso di più rispetto al 2019 è il Nord-Est: Venezia 3,437 milioni (-70,3%), Verona 1,459 milioni (-60%), Treviso 1,221 milioni (-62,5%). Questi dati riguardano l’intero sistema, mentre da alcuni mesi ci sono due associazioni. Dal primo gennaio AdR e il gruppo Save (che comprende Venezia, Verona, Treviso e Brescia) sono uscite da Assaeroporti e hanno costituito Aeroporti 2030. Con 20,11 milioni di passeggeri totali, gli scissionisti valgono un quarto del traffico del 2021. Assaeroporti osserva che il trasporto aereo «ha bisogno di sostegni adeguati per affrontare le sfide della ripartenza e della transizione ecologica e digitale». Più che ai ristori Covid, Assaeroporti, presieduta da Carlo Borgomeo, pensa a un Fondo per la realizzazione degli investimenti green. Per il futuro del settore sarà decisiva la sorte di Ita, che cerca un partner forte per decollare. L’americana Delta, partner di Air France-Klm, ha detto all’Adnkronos: «Delta è in contatto costante con i vertici di Ita Airways e sta monitorando gli sviluppi a seguito della manifestazione di interesse del gruppo Msc e di Lufthansa per acquisire una partecipazione di maggioranza nella compagnia italiana. Delta ha una lunga storia con l’ex Alitalia e ha stretto una partnership con Ita che Delta si impegna a rafforzare».
Boeing, terzo bilancio consecutivo in perdita
I problemi di produzione al Dreamliner B787 sono costati a Boeing una botta di 4,5 miliardi di dollari di oneri prima delle tasse nell’ultimo trimestre del 2021, chiuso in rosso per 4,16 miliardi. Questo accantonamento ha fatto andare in perdita netta per 4,2 miliardi il bilancio consolidato dell’esercizio. Nel 2020 la perdita era stata di -11,87 miliardi. I ricavi totali sono aumentati del 7% a 62,286 miliardi. La perdita operativa è diminuita da 12,77 a 2,9 miliardi. L’indebitamento finanziario netto è diminuito da 62,4 a 58,1 miliardi. È il terzo bilancio consecutivo in perdita per il gigante aerospaziale americano. L’anno scorso Boeing ha incrementato le consegne di jet commerciali da 157 a 340 jet, ma resta dietro Airbus, che ha svoltato Capodanno con 611 consegne. Negli ordini netti Boeing è tornata di poco davanti, con 535 velivoli contro 507. Il recupero del Boeing 737 Max, tornato «in servizio in sicurezza in quasi tutti i mercati del mondo» (non in Cina), è stato annullato dai difetti scoperti nella produzione del velivolo di lungo raggio. Questo ha un impatto negativo anche su Leonardo. L’ex Finmeccanica produce il 14% della fusoliera a Grottaglie. Da giugno le consegne del velivolo sono ferme. Ci sono 110 aerei in magazzino, «l’azienda continua ad eseguire la rilavorazione ed è impegnata in discussioni con la Faa sulle azioni necessarie per riprendere le consegne», ha detto l’a.d., David Calhoun. I problemi non sono risolti. La produzione proseguirà «ad un rateo molto basso (...) fino alla ripresa delle consegne, con un ritorno graduale previsto nel corso del tempo a cinque aerei al mese». La produzione del 737 è aumentata a 26 jet al mese dai 19 di ottobre. Vanno meglio gli affari nella difesa e spazio, l’utile operativo è invariato a 1,544 miliardi, nei servizi l’utile operativo è balzato da 450 milioni a 2,02 miliardi. Alle 21 italiane le azioni Boeing erano in calo del 4,5% a 194,83 dollari. A Borsa chiusa Leonardo ha comunicato che «in merito ai rumors usciti sulla stampa riguardo alla potenziale vendita di una linea di business di Leonardo Drs, Leonardo informa che, come di consueto, valuta costantemente diverse opzioni in un’ottica di creazione di valore per i propri azionisti, tra cui la possibilità di procedere alla valorizzazione di alcune linee di business inclusa la suddetta. Allo stato attuale non è stata adottata alcuna decisione formale al riguardo». Le azioni hanno recuperato l’1,77% a 6,336 euro.
domenica 30 gennaio 2022
Vincoli alle stablecoin: Meta verso l’abbandono del progetto Diem
Rischia di finire nel nulla quella che doveva essere l’architrave di un nuovo sistema economico globale. Meta, la ex Facebook, starebbe infatti cercando una via d’uscita onorevole per il suo progetto di criptovaluta, ormai ridimensionato rispetto ai piani iniziali. Di fronte all’abbandono della gran parte dei partner iniziali e agli ostacoli regolamentari posti dalla Fed anche all’ipotesi di una stablecoin come Diem , Mark Zuckerberg sarebbe ormai sul punto di abbandonare quel progetto che poco più di due anni fa aveva fatto sobbalzare l’intero mondo della finanza globale, una valuta, per di più cripto, emessa da un privato. Stando a quanto rivelato da Bloomberg, la Diem Association, che ha preso il posto della vecchia Libra, starebbe valutando la vendita degli asset sviluppati nel progetto per poter restituire almeno in parte i fondi agli investitori che avevano creduto nel progetto. Tra i partner finanziari di Diem figurano venture capital come Andreessen Horowitz, Union Square Venturess, Ribbit Capital, Blockchain Capital e il fondo Temasek Holdings di Singapore. I soci industriali comprendono Uber, Shopify, Spotify, Iliad, PayU oltre a una serie di partner in ambito cripto. Le trattative sono ancora allo stato iniziale e non ci sono garanzie che si arrivi alla finalizzazione del deal, anche a causa della difficoltà di valorizzare il valore di Diem in termini di proprietà intellettuale e competenze. Il wallet digitale Novi, la base dell’intera architettura, è già disponibile per alcuni utenti di WhatsApp e Facebook negli Stati Uniti, basandosi su Usdp, stablecoin che sembrava dover aprire la strada a Diem. Lo scorso anno aveva lasciato David Marcus, l’ideatore del progetto iniziale di Libra, sotto forma di una stablecoin legata a un paniere di valute (dollaro, euro, yen, sterlina) con l’ambizione di rappresentare l’economia globale. Poi l’attacco frontale di authority e istituzioni globali aveva spinto l’allora Facebook a ridimensionare il progetto a una criptovaluta legata al dollaro. Ma a mettere i bastoni tra le ruote della stablecoin di Diem è stata la Fed che non ha garantito di poter dare il via libera all’emissione di una valuta da parte di Silvergate Bank, la controllata che se ne sarebbe occupata. A preoccupare l’autorità monetaria Usa è il rischio che la creazione di una sorta di dollaro digitale, senza le adeguate coperture di riserve, potesse trasformarsi in una perdita del controllo sulla politica monetaria. L’assenza del via libera regolamentare ha indotto Zuckerberg a tornare sui suoi passi. Il progetto ha comunque avuto l’effetto in questi anni di accelerare i programmi delle valute digitali di Banca centrale in tutto il mondo. La Cina è ormai pronta a lanciare il suo yuan digitale in occasione delle imminenti Olimpiadi invernali.
Così la Cina cerca di lanciare un «modello Shanghai» per la compravendita di dati
È passata sotto silenzio in Italia la notizia che il 25 novembre ha iniziato la propria attività lo Shanghai Data Exchange (Sde), la Borsa di Shanghai per lo scambio dei dati, con l’obiettivo di creare lo “Shanghai Model” per la compravendita di dati. È una Borsa nella quale, appunto, si vendono e si comprano dati. Nella prima giornata di attività 100 società hanno sottoscritto gli accordi con la Sde e sono stati ammessi 20 data product (prodotti per l’analisi e l’utilizzo dei dati per supportare processi aziendali organizzativi o decisionali) relativi a 8 categorie di dati, quali finanza, trasporti e comunicazione. La Borsa dei dati di Shanghai è situata nel Zhangjiang High-Tech Park, a Pudong. Fra i protagonisti, giganti come State Grid Shanghai Municipal Electric Power Company, China Eastern Airlines, Commercial Bank of China, China Mobile e China Telecom. La Sde persegue, tra le altre cose, un obiettivo chiaramente strategico: superare le maggiori difficoltà nel commercio dei dati, fra le quali l’identificazione del soggetto che ha diritto di cederli (anche se non è corretto, secondo il nostro diritto, parlare di “proprietario” dei dati) e l’individuazione del valore e del prezzo dei dati. Anche se ci sono altre Borse per lo scambio di dati in Cina, ma la loro attività non è decollata perché questi problemi non sono stati risolti. Dunque un progetto molto ambizioso: realizzare e diffondere sul mercato globale lo “Shanghai Model”. Un obiettivo strategico importantissimo: quello di sviluppare un modello per il commercio dei dati, leader nel mercato internazionale e di trasformare Pudong in un hub internazionale per lo scambio di dati, stabilendo standard e sistemi di trading, comunicazione e management di dati. Mentre in Europa si discute, non senza pregiudizi ideologici, ma alla luce di un humus costituzionale assai differente in cui l’esigenza tutela dei diritti individuali è notoriamente più sentita, se i dati siano “beni”, in Cina decollano le iniziative commerciali per scambiare dati. Non solo, si elaborano anche modelli giuridici, economici e commerciali per lo scambio di dati. Il “Modello Shanghai” ha l’ambizione di risolvere i problemi che oggi rendono difficile la circolazione, alla luce del sole, dei dati. E dunque problemi certamente di privacy e di tutela dei dati: anche se circolano in forma anonima, cosa vuol dire anonimo in un ambiente interconnesso? Quale livello di anonimato è accettabile? Quanto deve essere costosa la reidentificazione? E ancora, con riguardo ai dati non personali, sempre più importanti per le imprese, come i dati relativi al funzionamento delle macchine, alle rilevazioni dei sensori, all'inquinamento, la domanda che frena la circolazione è: di chi sono? Chi ne può disporre? L’Europa sul punto ha prodotto solo scarne disposizioni nel Regolamento (Ue) 2018/1807 relativo a un quadro applicabile alla libera circolazione dei dati non personali nell’Unione europea. Oggi ad esempio producono dati non personali le networked car, ossia le vetture di nuova generazione che, dotate di sensori e di tecnologie in grado di comunicare con i dispositivi esterni, registrano i dati relativi al traffico e alle strade. Le informazioni ricavabili da questi dati possono avere svariati utilizzi: possono essere utilizzate per evitare il traffico, per migliorare le condizioni delle strade, per organizzare campagne pubblicitarie sulle strade e nelle stazioni di servizio o per programmare le ricostruzioni delle strade. Un altro caso è quello dei dati non personali generati e raccolti dagli impianti produttivi che, dotati di appositi sensori o rilevatori, generano e raccolgono dati personali nello svolgimento delle funzioni alle quali sono preposti. Questi dati racchiudono delle informazioni particolarmente preziose, che consentono di monitorare accuratamente lo stato di funzionamento di un sistema produttivo e, di conseguenza, ad esempio, di valutarne il carico di lavoro o di calcolare la probabilità che intervengano dei malfunzionamenti e quando. Oggi sui dati non personali pesa un’incertezza che ha due dimensioni. In primo luogo l’assenza di un regime giuridico che qualifichi la situazione giuridica che insiste sui dati e ne regoli la fattispecie.In secondo luogo la conseguente indeterminatezza circa il ruolo, i diritti e le facoltà di ognuno dei soggetti coinvolti nella filiera di creazione e trattamento del dato. Infatti, questi soggetti sono molteplici e ognuno di essi è spesso portatore di un proprio interesse. Nel caso delle networked car, si tratterà del proprietario dell’auto, di chi effettivamente utilizza l’auto, di chi l’ha prodotta, di chi ha prodotto i sensori o i macchinari di trasmissione applicati a essa e delle autorità pubbliche competenti rispetto alle strade. Nel caso degli impianti produttivi, invece, saranno l’impresa che svolge l’attività produttiva e chi ha prodotto i sensori o i macchinari che raccolgono i dati. Ognuna di queste parti presenta un collegamento con i dati e può essere titolare di un interesse che li riguardi. Ognuna di queste parti, in particolare, potrebbe avere interesse ad accedere ai dati e analizzarli ovvero a mantenerli riservati. E ancora, in un contesto completamente diverso, si pensi, alle opportunità per la ricerca scientifica. Gli esempi potrebbero essere moltissimi. È fondamentale chiarire e semplificare il regime giuridico della circolazione dei dati che costituiscono la base delle applicazioni di intelligenza artificiale. Il rischio dell’incertezza giuridica in un settore così strategico deve essere eliminato. Certo la Cina ha fatto un ulteriore passo avanti che sarà consolidato dal “Modello Shanghai”. Questo segue la Personal Information Protection Law (Pipl) in vigore dal 1° novembre 2021, la Data Security Law (Dsl), in vigore dal 1° settembre 2021, e la Cybersecurity Law (Csl) in vigore dal 1° giugno 2021. Queste norme sono supportate da un’ampia e articolata regolazione amministrativa. E, non a caso, lo stesso giorno di apertura della Borsa dei dati di Shanghai è stata emanata la Shanghai data regulation che attua Pipl, Csl e Dsl. Dunque, in Cina la strategia politica si accompagna a quella giuridica e nasce il “Modello Shanghai”. Se l’Europa non si riflette in questo modello deve elaborarne rapidamente un altro, che consenta, ad esempio, di valorizzare i dati (anche non personali) utilizzando il paradigma della licenza e non quello della proprietà , che definisca uno standard di pseudonimizzazione condiviso, che permetta ai soggetti a cui i dati si riferiscono (gli interessati) di trarre anch’essi un vantaggio dalla valorizzazione dei propri dati. Certo, un modello che necessariamente deve bilanciare i valori costituzionali europei con le esigenze di circolazione dei dati, ma pur sempre un modello chiaro e praticabile.
La Ue lancia la Carta dei diritti digitali a tutela degli utenti
Nel tentativo ancora una volta di regolamentare lo spazio digitale e proporre uno standard anche a livello internazionale, la Commissione europea ha presentato ieri una proposta di Dichiarazione sui diritti e i principi in campo digitale. L’iniziativa, che segue di pochi mesi due progetti di direttiva nello stesso settore, giunge in un contesto di grave incertezza, segnato da truffe finanziarie sulla rete, sorveglianza indebita, attacchi cibernetici e surrettizia disinformazione. «Vogliamo tecnologie sicure che siano utili ai cittadini e che rispettino i nostri diritti e valori – ha spiegato in una conferenza stampa qui a Bruxelles la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager –. E questo include Internet. Vogliamo dare a tutti la possibilità di partecipare attivamente in una società in piena rivoluzione digitale. La dichiarazione ci offre un chiaro punto di riferimento quanto ai diritti e ai principi che governano l’ambiente online». Riassumendo, il testo stabilisce che il mondo digitale deve avere al suo centro la persona; che la tecnologia deve «unire e non dividere»; che l’ambiente online deve essere «equo»; e che le persone devono essere protette dai «contenuti illegali e dannosi». I cittadini devono avere il controllo dei propri dati in un contesto digitale che deve garantire sicurezza ai più giovani come ai più anziani. I dispositivi digitali devono infine «favorire la sostenibilità ambientale». La dichiarazione di otto pagine deve ora essere fatta propria dal Consiglio e dal Parlamento. Come detto, giunge dopo che la Commissione ha presentato due progetti di direttiva. Il primo regolamenta l’attività delle piattaforme internet secondo le regole della concorrenza. Il secondo precisa obblighi e impegni di chi offre servizi sulla Rete. La presidenza francese dell’Unione europea intende trovare un accordo tra Parlamento e Consiglio entro la fine del semestre. Sempre nella conferenza stampa di ieri, il commissario all’industria Thierry Breton ha detto che il testo proposto da Bruxelles ha «natura dichiarativa», e ha ricordato con l’occasione che i più giovani ormai passano oltre sei ore al giorno dinanzi a uno schermo. «La Dichiarazione dei diritti e dei principi digitali stabilisce una volta per tutte che ciò che è illegale offline dovrebbe essere illegale anche online. Abbiamo l’obiettivo di promuovere questi principi come standard a livello mondiale». Quest’ultimo punto è interessante. Sappiamo che Internet è uno straordinario strumento di libertà , ma sappiamo altresì che è relativamente poco regolamentata. In alcuni paesi il mercato è dominato dai giganti oligopolisti; in altri la mano dello Stato è onnipresente; in altri ancora Internet è addirittura un’arma nelle mani del governo. In questo contesto, la dichiarazione europea vuole diventare un modello nel mondo, come ha spiegato il commissario Breton. Commenta Ezio Perillo, ex giudice della Corte europea di Giustizia: «Una dichiarazione di questo tipo vincola in una certa misura politicamente e in parte anche amministrativamente le tre istituzioni – Commissione, Consiglio e Parlamento - che un giorno la firmeranno. Non vincola direttamente gli Stati membri». Ciò detto, l’obiettivo della Commissione europea è anche di offrire grazie a questa dichiarazione linee-guida al settore pubblico così come al mondo privato. Interpellato sul ruolo controverso di Pegasus, il commissario Breton ha criticato fermamente l’uso del programma informatico israeliano per spiare illegalmente i telefoni cellulari, ma non ha voluto prendere posizione sulla ritrosia di alcuni governi europei – la Polonia o l’Ungheria - nell’indagare formalmente casi di questo tipo. Più in generale la commissaria Vestager ha fatto notare l’importanza di trovare sempre un equilibrio tra l’obiettivo della privacy e la necessità di un ambiente digitale che sia sicuro per tutti.
pnrr, La fotografia (senza sconti) del suo cammino
S appiamo tutti che, come regola generale, l’operazione più difficile è sempre quella di passare dalle parole ai fatti. Sicuramente questo vale anche nel caso del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’occasione per l’Italia è davvero straordinaria: oltre 220 miliardi di euro per investimenti che possono cambiare la faccia del Paese, fondi resi disponibili dall’Unione europea a condizione che vengano fatte quelle riforme di cui si parla da almeno 30 anni ma che per il momento sono rimaste pure esercitazioni verbali.S appiamo tutti che, come regola generale, l’operazione più difficile è sempre quella di passare dalle parole ai fatti. Sicuramente vale anche nel caso del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’occasione per l’Italia è davvero straordinaria: oltre 191 miliardi di euro per investimenti che possono cambiare la faccia del Paese, fondi resi disponibili dall’Unione europea a condizione che vengano fatte quelle riforme di cui si parla da almeno 30 anni ma che per il momento sono rimaste pure esercitazioni verbali. Argomenti da convegni e dibattiti televisivi. Il governo Draghi ha il merito di avere presentato a Bruxelles un Pnrr credibile e averne ottenuto l’approvazione, portando a casa in agosto un prefinanziamento di quasi 25 miliardi che ha permesso di compensare parte dei danni provocati dalla pandemia. In più sono stati accesi i motori per assicurarne la realizzazione sia per quanto riguarda i progetti sia per le riforme. Ma occorre essere consapevoli che finora è stata fatta una piccola parte di strada, peraltro quella più facile del percorso. Adesso occorre lavorare per realizzare progetti e riforme. Consapevoli che la parte restante dei fondi arriverà secondo il meccanismo dell’avanzamento dei lavori. Il governo italiano dovrà documentare in sede europea lo stato dell’arte delle iniziative prese e i quattrini arriveranno solo se la tabella di marcia prevista verrà rispettata. Il che significa la moltiplicazione delle difficoltà e degli ostacoli. Insomma, la strada da seguire per l’applicazione del Pnrr diventa un sentiero, stretto e tutto in salita. Soprattutto per un Paese come l’Italia, che ha una tradizione di fondi europei non spesi proprio per l'incapacità di realizzare i progetti necessari. Ecco perché il gruppo Sole 24 Ore ha deciso, nel quadro delle iniziative messe in cantiere per il Festival dell'economia di Trento, di lanciare un Osservatorio sull’applicazione del Pnrr. Abbiamo cominciato da metà del dicembre scorso pubblicando una serie di articoli e d'inchieste che danno conto delle iniziative del governo, dei risultati raggiunti, delle difficoltà da superare. E continueremo a farlo con grande impegno, senza fare sconti a nessuno, perché il Pnrr ha le carte in regola per essere una occasione eccezionale di cambiamento del Paese ma, al contrario, potrebbe risultare una grande occasione mancata. Da oggi i risultati del nostro lavoro verranno raccolti in una iniziativa digitale: http://s24ore.it/osservatoriopnrr Così sarà disponibile in tempo reale la fotografia di quanto sta accadendo nel Paese sul fronte Pnrr. È il nostro piccolo, ma crediamo significativo, contributo per evitare che i ritardi finiscano per essere sottovalutati, gli errori passati sotto silenzio, le omissioni dimenticate. Il sito permetterà di avere un quadro aggiornato in tempo reale, che verrà presentato e discusso a Trento, in occasione del Festival dell’economia, dal 2 al 5 giugno prossimi.
Numeri, progetti, documenti: l’Osservatorio Pnrr è online
È online da oggi l’Osservatorio del Sole 24 Ore sull’attuazione del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un contenitore digitale dove trovare ogni giorno il lavoro di verifica della redazione del Sole 24 Ore sul piano. Una sorta di Rating 24 quotidiano, sul rispetto delle scadenze, su eventuali accelerazioni e ritardi, che abbiamo messo in cantiere nel quadro delle iniziative avviate per il Festival dell’economia di Trento. Analisi, articoli, norme e documenti . E infografiche di controllo dell’andamento del piano con il classico strumento dei semafori. E poi video per raccontare norme, numeri e andamento dell’attuazione del piano. Proprio il Festival dell’economia, che si svolgerà a Trento dal 2 al 5 giugno prossimi, sarà momento di verifica dello stato di attuazione del Pnrr. Per dare ai nostri lettori la possibilità di seguire da vicino, ogni giorno, l’andamento e le criticità che si verificano nelle sei missioni del piano: digitalizzazione, innovazione, competitività , cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Il solo dispositivo europeo di ripresa e resilienza garantisce risorse per 191,5 miliardi di euro, da impiegare nel periodo 2021-2026. E 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. L’Italia intende inoltre utilizzare la propria capacità di finanziamento tramite i prestiti stimati in 122,6 miliardi. Insomma un piano che ha l’ambizione di consentire al sistema economico italiano, travolto dalle misure restrittive messe in campo per arginare il Covid 19, di consolidare la ripresa, specie nel momento in cui l’aumento dei prezzi delle bollette di luce e gas e la nuova ondata di contagi potrebbero rallentare la crescita del pil. Di qui l’esigenza di mantenere l’attenzione puntata sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’Italia ha richiesto il massimo delle risorse disponibili. Dopo aver centrato nei tempi previsti i 51 traguardi e obiettivi indicati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per il 2021, nel 2022 andranno centrati 100 obiettivi, di cui 45 nei primi sei mesi, così da ottenere per l’intero anno uno stanziamento complessivo di 40 miliardi. L’Osservatorio è uno strumento concreto, di lavoro, una lente costantemente puntata su ciò che è stato fatto e, ancora di più, su ciò che ancora andrà fatto. Il punto di vista è quello che si sviluppa attraverso cinque sezioni . È il racconto di un viaggio, iniziato il 30 aprile dello scorso anno, con la presentazione da parte dell’Italia del Pnrr alla Commissione europea, e destinato a continuare fino al 2026.