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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

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lunedì 31 gennaio 2022

Cessione crediti, scatta la stretta Allarme di banche e costruttori

 

La norma del decreto Sostegni ter che prevede il divieto di cessione multipla dei crediti fiscali legati ai bonus edilizi è stata pubblicata senza alcuna modifica lasciando di sasso imprese, banche e grandi aziende pubbliche e private attive nel settore. Tutti si aspettavano correttivi – e qualche modo segnali in questo senso erano stati fatti trapelare – per l’effetto devastante che quel blocco improvviso può avere sull'intero comparto. Ieri le reazioni non si sono fatte attendere. Una risposta immediata su un provvedimento ancora non convertito in legge è abbastanza inusuale per la paludata Associazione bancaria, che ieri mattina si è mossa per prima. Il direttore generale Giovanni Sabatini ha espresso «rammarico per il mancato accoglimento delle istanze provenienti dai mondi delle imprese e delle banche affinché la misura dell’anticipazione del superbonus possa continuare ad esplicitare i suoi effetti positivi sull’economia, nel pieno rispetto della legalità. I forti vincoli introdotti dal decreto Sostegni ter, anche con effetti sostanzialmente retroattivi, creano incertezza anche sui contratti già stipulati. Il contrasto alla illegalità ha un presidio fondamentale nelle banche che devono operare sempre nel rispetto di stringenti normative, ne sono la prova le decine di migliaia di segnalazioni annue di operazioni sospette». L’allusione all’incertezza dei contratti già stipulati evidenzia il fatto che non basta prevedere un periodo transitorio per rivendere quanto già acquistato (peraltro è stato concesso un periodo ridicolo di 10 giorni, rigettando ogni richiesta di prolungare quella finestra). La norma rischia di mettere in discussione le operazioni già fatte aprendo contenziosi. E ancora: il riferimento agli “effetti retroattivi” evidenzia i forti dubbi sulla legittimità costituzionale di una legge che va a modificare rapporti e impegni contrattuali già assunti. Anche l’associazione degli imprenditori edili non ha potuto nascondero lo stupore. «Spiace vedere che all’interno di un decreto che si chiama “sostegni” è stato inserito un provvedimento che di sostegno non ha proprio nulla sia per le imprese che per i cittadini - ha commentato Gabriele Buia, presidente dell’Ance -. Nonostante le proteste di gran parte del mondo economico e le proposte sul tavolo di soluzioni alternative che noi per primi abbiamo suggerito, il governo ha deciso di non ascoltare nessuno, mettendo così di fatto un’ipoteca sui cantieri del Superbonus». Buia ha definito la norma incomprensibile. « Facciamo appello al Parlamento perché corregga al più presto questa stortura», ha detto. Anche dal Parlamento si sono levate le protesta. «Siamo stupiti e delusi dal governo che ha pubblicato il decreto Sostegni ter con la norma che stoppa la cessione del credito – ha dichiarato Marina Nardi, presidente della commissione Attività produttive della Camera –Purtroppo stavolta l’esecutivo Draghi si dimostra sordo alle richieste che non sono solo della commissione che presiedo ma di tante famiglie e di tante imprese italiane».

Con lo stop alle moratorie aumenta il rischio di una tempesta perfetta

 

Quello che non hanno potuto i lockdown e gli strascichi della pandemia rischiano di innescarlo le scelte del governo. In una fase in cui le elezioni al Quirinale sembrano catalizzare l’attenzione dei politici, lasciando forse troppe responsabilità nelle decisioni su questioni molto delicate ai tecnici. Il risultato è una tempesta perfetta che potrebbe presto scaricarsi su un paese che sta a fatica riprendendosi dalla crisi e ancora se ne porta dietro le ferite. La norma che blocca le cessioni multiple dei crediti fiscali dei bonus edilizi arriva proprio quando è entrata a pieno regime la macchina dei lavori e le imprese di sono riempite la pancia di quei “titoli” allo scopo di rivenderli. Un mercato da 15 miliardi di valore, con relative cartolarizzazioni, sul quale ora si vuole tirare il freno a mano. Il default di migliaia di imprese edili è dietro l’angolo: i pagamenti dei fornitori sono fermi da settimane, i cantieri bloccati e vuoti da giorni. Entro un mese si smetterà di pagare gli stipendi e le imprese più fragili cominceranno a saltare. E tutto ciò accadrà quando? Proprio mentre cominceranno a scadere i primi solleciti di pagamento per le rate dei prestiti appena uscite dalla moratoria ma per le quali le aziende non sono in grado di pagare. Circa 36 miliardi in tutto fotografati nelle settimane scorse dalla Banca d’Italia: si stima che almeno un buon 10% si trasformerà in insolvenze. Una bella palla di neve da 4 miliardi che comincerà a rotolare diventando prima Npl e poi garanzie da escutere per lo Stato, perchè garantite in media tra il 33% e l’80 per cento. Se tutto va bene 2 miliardi secchi di nuovo debito per le casse pubbliche.Nessuno si è dato da fare per prorogare quelle moratorie prima che scadessero il 31 dicembre (erano tutti occupati a dividersi i soldi della legge di Bilancio). Se lo si fa ora, scattano le regole Eba che impongono la riclassificazione a credito deteriorato. In verità con il decreto Sostegni Ter almeno sono state le moratorie per i terremotati del Centro Italia. Proroga per quale ieri l’Abi ha espresso soddisfazione. E poi ci sono le altre rate: quelli dei circa 230 miliardi di prestiti garantiti sempre dallo Stato, soprattutto quelli sopra i 30 mila che hanno un taglio medio di 200 mila euro. A fine marzo scade  il preammortamento dei prestiti; alla rata di soli interessi va aggiunto il capitale. Si calcola che una rata media rischia di passare da un semestre all’altro da 4 mila a 14 mila euro. Ci saranno molte imprese che faranno fatica a stare dietro ai pagamenti. Peraltro, tornando alla paralisi che ora rischia il settore dell’edilizia appare complicato che le imprese in crisi di liquidità possano fare ricorso ai prestiti garantiti (indebitandosi ulteriormente): la legge prevede che vada dimostrato il danno dovuto alla pandemia per accedervi. La causale “cambio in corsa delle regole del gioco” non è contemplata. All’origine della tagliola di legge ci sarebbero sacrosante esigenze di prevenzione del riciclaggio. Una considerazione: escludere le banche dalla cessione multiple, quando esse sono il principale attore delle segnalazioni sospette è assurdo. Per gli altri operatori, soprattutto grandi aziende a partecipazione pubblica e utility, si può estendere lo stesso obbligo. Già il decreto antifrode impone loro molti adempimenti. Quale migliore occasione per poi rivendicare un primato, visto che l’Italia si candida a ospitare la sede della nuova Autorità europea per l’Antiriciclaggio.

Al via stress test sui rischi climatici

 

La Banca centrale europea SSM ha lanciato ieri il primo stress test di vigilanza sul rischio climatico. Si tratta di un esercizio conoscitivo, senza promossi nè bocciati, che ha lo scopo di consentire alle banche e ai supervisori di valutare il grado di preparazione del sistema bancario agli shock economici e finanziari provocati dal rischio climatico. L'esercizio, che identifica vulnerabilità, migliori pratiche e rischi, parte in marzo e si chiude in giugno. I risultati aggregati saranno pubblicati in luglio. 

Deutsche quadruplica l’utile «L’Italia contribuirà molto»

«Il profitto netto più alto degli ultimi dieci anni, il bilancio più forte e solido degli ultimi venti anni». Così l’ad Christian Sewing ha presentato ieri i risultati 2021 di Deutsche bank: l’utile netto salito a 2,5 miliardi è quattro volte quello del 2020 pari a 0,6 miliardi mentre l’utile lordo di 3,4 miliardi è triplicato dallo scorso anno. I ricavi sono cresciuti a quota 25,4 miliardi, sforando al rialzo l’obiettivo prestabilito. Il rapporto costi-ricavi è sceso all’85% nel 2021 dall’88% del 2020 e 108% del 2019 mentre la liquidità a 207 miliardi supera di 52 miliardi i requisiti prudenziali. Il CET1 ha chiuso il 2021 al 13,2% ben sopra la soglia minima del 12,5% indicata nel progetto di trasformazione lanciato nel luglio 2019. Le quattro attività della core bank (investment bank, corporate bank, private bank e asset management) hanno tutte aumentato utili e ricavi, rendendo la crescita «sostenibile». Le promozioni di tre agenzie di rating nel 2021 hanno portato Deutsche bank a a livello di singola “A” con due outlook positivi che mantengono il momentum  e la potenzialità: il costo della raccolta è calato molto (da 225 punti base del 2019 a 175 nel 2020 e 110bp nel 2021) e continuerà a scendere. Il valore delle azioni è più che raddoppiato in due anni e ieri il titolo è balzato fino a 12,56 euro (+4%) per poi chiudere poco sotto 12,00. DB prevede che i tassi d’interesse saliranno nell’area dell’euro a partire dalla fine di quest’anno, rimpolpando i margini. Intanto ha tagliato accantonamenti e costo del rischio, verso una normalizzazione post-pandemica. Sull’onda dei risultati 2021 Sewing, ideatore e realizzatore della trasformazione, ha promesso che gli obiettivi del 2022 saranno centrati: RoTE di gruppo all’8%, rapporto cost-to-income al 70%, CET1 sopra il 12,5%, leverage ratio al 4,5%. «Ci aspettivamo che l’Italia contribuirà in maniera molto positiva ai nostri successi nel 2022. Abbiamo fatto di recente un enorme investimento in IT in Italia e questo è un segnale del nostro impegno», ha detto Sewing in risposta a una domanda del Sole24Ore. I traguardi 2022 secondo il direttore finanziario James Von Moltke sono raggiungibili, in quanto l’aumento dei volumi dei ricavi ha comportato un aumento dei costi, ma poi arriverà la normalizzazione. Gli investimenti nell’IT sono one-off e aumentano i costi una tantum mentre in prospettiva riducono le spese. In risposta a una domanda sull’M&A nel 2022, Sewing ha detto che non sarà una priorità perché la banca continuerà a focalizzarsi sulla trasformazione, anche se vigilerà sulle opportunità che si apriranno. Deutsche bank ha dimostrato nel 2021 di saper mantenere le promesse, ha rimarcato Sewing, centrando o migliorando gli obiettivi. La banca «ha messo a segno una crescita «sostenibile» in un «contesto pandemico difficile», ha sottolineato l’ad. I progressi sono «frutto di quanto seminato»: investimenti e operatività focalizzati nei punti di forza delle aree di business, uscita dall’equity trading e settori poco redditizi, risk management prudente, disciplina nei controlli. Sewing ha chiarito, alla luce della confermata importanza su utili e ricavi dell’investment bank: «non abbiamo mai detto addio al mercato dei capitali globale», ci siamo limitati a focalizzarci su cosa sappiamo fare meglio, dove diamo valore aggiunti ai clienti che conoscono le nostre competenze. Ci vediamo come una banca europea con attività globali», ha detto Sewing.


Strategia europea per l’agricoltura, rischio tagli alle produzioni italiane

 

Riduzione del 50% dei pesticidi, riduzione del 20% dei fertilizzanti e almeno il 25% dei terreni coltivati a biologico entro il 2030. Questo ha chiesto l’Unione europea ai suoi contadini attraverso la strategia Farm to Fork. Ma quale sarà l’impatto sui raccolti europei di questi tre obiettivi insieme? Per l’Italia, il prezzo da pagare potrebbe essere alto: la produzione di pomodori e quella di mele calerà del 20%, quella di uva da vino addirittura del 24%, mentre per l’olio d’oliva si potrebbe profilare un catastrofico crollo del 40%. Non andrà meglio agli altri grandi Paesi europei: in Francia, per esempio, la vendemmia subirà perdite del 28%. La Germania produrrà il 26% di luppolo in meno per fare la birra e il 15% in meno di grano. La Spagna dovrà rinunciare al 20% delle sue olive e al 30% dei suoi agrumi. Mentre la Polonia, ormai tra i principali produttori europei di mele, dovrà dire addio alla metà del suo raccolto. Numeri pesantissimi. A metterli nero su bianco, dopo un anno di ricerche, è la prestigiosa università olandese di Wageningen, nell’ambito di uno studio commissionato da CropLife Europe e cofinanziato dal Copa-Cogeca. La prima raccoglie le principali industrie europee dell’agrochimica, ed è lecito pensare che siano di parte, ma il secondo è  l’organismo che riunisce le più grandi associazioni degli agricoltori della Ue, e qui è più difficile sostenere che siano tutte indistintamente dalla parte dei pesticidi. «La verità è che questo è già il quarto studio sul tema, dopo quello dell’Usda americana, dell’Università tedesca di Kiel e del Centro di ricerca della Commissione europea» ricorda Alessandro Dalpiaz, direttore di Assomela: il suo, secondo il report, sarà tra i settori più colpiti. «In ciascuno di questi studi le percentuali sono diverse - prosegue - ma quello che le accomuna è il segno meno di fronte alle previsioni sulla produzione. È necessario che la politica si fermi e faccia un supplemento di riflessione. Nessuno vuole fermare il processo verso la sostenibilità, ma appare quanto mai necessario adeguarlo nei metodi e negli strumenti, per mitigarne l’impatto. Se non si adattano i processi, invece del Green deal, avremo solo un Green dream». Un grande sogno, insomma, la cui realizzazione sarà impossibile. Il Copa-Cogeca è pronto a consegnare il nuovo studio nelle mani dei funzionari della Commissione europea. In gioco c’è il futuro del reddito degli agricoltori del continente, già oggi duramente provati dal caro-materie prime e dalla fiammata dei costi dell’energia. Ma c’è anche il futuro dei consumatori: «Il calo quantitativo delle produzioni ci allarma - spiega Davide Vernocchi, coordinatore ortfrutta di Alleanza cooperative - ma a preoccuparci è anche il calo qualitativo dei prodotti, visto che avremo a disposizione meno ritrovati per prendercene cura. Il consumatore sarà disposto a pagare la stessa cifra di oggi, o forse anche qualcosa di più, per un chilo di mele con le macchie nere sulla buccia? O preferirà acquistare quelle cilene, che non dovendo sottostare ai vincoli del Farm tu Fork saranno più belle e meno care?». Secondo lo studio dell’università di Wageningen, con una produzione di uva e olive così ridotta l’Italia andrà anche incontro a un aumento del prezzo del vino e dell’olio di oltre il 20%. Il che aprirebbe la porta a produzioni extra-europee meno controllate. Non possiamo invece riconvertirci in fretta a ritrovati più green, in modo da evitare la debacle nei campi d’Europa? «Sono vent’anni che lavoriamo a ritrovati non chimici e molto è già stato fatto - dice Vernocchi - il problema però è che ci vuole altro tempo e altra tecnologia. Il miglioramento genetico, in particolare, potrebbe essere la nuova frontiera, ma ancora la legge europea non ne permette l’utilizzo».

Bosch in affanno, 700 esuberi a Bari

 

La Bosch formalizza la crisi che sta vivendo lo stabilimento di Bari, il più grande tra le officine in Italia, dovuto all’accelerazione sulle auto elettriche e annuncia 700 esuberi in 5 anni su un organico di 1.700 persone. La decisione arriva al termine dell’incontro tra sindacati e direzione aziendale, convocato oggi dalla Regione Puglia. Insorgono i sindacati che respingono al mittente al comunicazione e già da tempo preoccupati dalle performance del gruppo che ha posizionato l’'80% della produzione del sito barese sulle motorizzazioni diesel che andranno a scomparire . «La situazione è perfino più grave perchè è a rischio la sopravvivenza stessa della fabbrica. Le missioni produttive non diesel infatti saranno in grado di dare lavoro a non più di 450 persone, mettendo oggettivamente a repentaglio l'esistenza stessa dello stabilimento», denunciano Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm, e Riccardo Falcetta, segretario della Uilm di Bari lasciando l’incontro”. Per la Fim: altri 500 esuberi potrebbero arrivare infatti entro il 2035. 

Una proposta utile (ma migliorabile) per le regole fiscali Ue

 

È raro che due leader politici di primaria importanza che esprimono in un documento pubblico la loro visione su un tema politico altrettanto importante aggiungano un allegato in cui spiegano, con tanto di numeri ed equazioni matematiche, il contenuto preciso del loro pensiero. Eppure questo è proprio quello che il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron hanno fatto qualche settimana fa, allegando una nota tecnica al loro articolo di stampa sul tema delle future regole fiscali dell’eurozona. Se anche non vi fosse altro, andrebbe comunque riconosciuto ai due presidenti il merito di un’inusuale chiarezza. Ma c’è parecchio d’altro. L’allegato, stilato da eminenti economisti collegati ai due governi, fa giustizia di una corrente di pensiero – mai ben articolata, ma che aleggia ricorrentemente – secondo cui, nell’era delle pandemie e dei tassi di interesse negativi, i debiti pubblici nell’eurozona non sono più una variabile da tenere sotto controllo. Il fatto stesso di presentare proposte su come riformare le regole significa che i due presidenti credono che delle regole, seppure migliori di quelle del passato, debbano rimanere. Un segnale opportuno in un momento in cui l’aumento dell’inflazione, dei tassi e degli spread ricordano a tutti i rischi prospettici che corrono i Paesi ad alto debito. L’allegato in questione articola la distinzione fra «debito buono» e «debito cattivo» già proposta da Draghi qualche mese fa. Propone di trasferire dalla Bce a un’agenzia europea l’equivalente del debito che gli Stati hanno accumulato nel biennio 2020-21. L’agenzia si finanzierebbe emettendo propri titoli. Gli Stati sopporterebbero l’onere del servizio di questi titoli attraverso un contributo, che sarebbe inferiore all’interesse che essi pagano sul mercato in ragione del fatto che l’agenzia godrebbe del merito di credito dell’Europa. Questo per quanto riguarda il passato. Per il futuro, si distinguerebbero nei bilanci degli Stati le spese che danno luogo a debito nell’interesse delle future generazioni, soggetto a un vincolo di rientro prolungato nel tempo, dalle altre, soggette a un vincolo più stringente. Operativamente, la stabilità del debito verrebbe garantita fissando un tetto alla spesa pubblica al netto degli interessi. La proposta trascura interamente i problemi dell’applicazione; cioè di cosa fare quando gli Stati si rifiutano di rispettare gli accordi. Eppure è proprio lì che nascono i maggiori problemi, come nel 2003 quando la Germania, sotto la presidenza italiana del Consiglio europeo, decise di non rispettare il patto da essa stessa voluto. Quando sorgono ostacoli, la risposta della tecnocrazia (la Commissione europea) è di rendere la regola più sofisticata, aggiungendo nuovi elementi; dopo quell’episodio venne introdotta la correzione dei bilanci per il ciclo economico che tanti problemi ha poi creato. Si passa in questo modo da una regola forse “stupida”, ma che tutti capiscono a una complicata che alla fine nessuno vuole; il ciclo si compie con la richiesta generale di tornare a regole semplici. Non è colpa degli autori, ma è prevedibile che problemi del genere si ripeterebbero anche con questa proposta. Limitandosi all’impianto generale, il piano suscita diversi interrogativi. Il trasferimento dei titoli di Stato all’agenzia non favorirebbe gli Stati indebitati come l’Italia, dovendo essi pagare contributi su un debito che oggi non costa niente (sui titoli in portafoglio della banca centrale gli interessi pagati ritornano agli Stati). È lecito esprimere poi forti riserve sull’idea centrale della riforma, la regola sulla spesa pubblica. Non contenendo alcuna indicazione sulle tasse, essa incoraggerebbe gli Stati ad alleggerire il carico fiscale sui contribuenti, scaricando le conseguenze del proprio debito sugli altri. Escludendo dal calcolo anche la spesa per interessi, la regola non offre alcuna difesa da crisi di fiducia sulla sostenibilità del debito. Un aumento della spesa per interessi, per esempio quando lo spread aumenta, non richiederebbe alcuna contromisura da parte del Paese stesso, il che alimenterebbe la sfiducia. In definitiva, se le future regole di bilancio dovranno incoraggiare finanze pubbliche sostenibili, la sorveglianza non potrà limitarsi a certe componenti della spesa, seppure importanti. Dovrà essere molto più generale, pur con le distinzioni riguardanti la “qualità” del debito di cui sopra. Andrà ricercato un compromesso fra rigore e realismo, tenendo conto che ci sono diverse sensibilità. Andrà tenuto conto, più di quanto faccia la proposta in questione, del punto da cui si parte – le regole attuali e la loro radice nel consenso post-Maastricht, che fu alla base della nascita dell’euro. L’accordo su una modifica radicale che non tenga conto dei precedenti è più difficile da ottenere. Ai due presidenti e ai loro economisti il merito di avere dato un calcio d’inizio, non perfetto forse, ma comunque utile. La partita sarà lunga.

Investimenti cinesi nel mondo, ora Pechino accelera sull’Europa

 

Il sentiment anti-Cina che serpeggia in Europa non ha impedito, anche durante la pandemìa, lo shopping da parte delle aziende di Pechino: nel 2021, infatti, le operazioni nel vecchio continente di M&A sono aumentate del 5% a 8,4 miliardi di dollari, mentre quelle in Nord America crollavano del 37% a 4,7 miliardi. L’ottavo report di Baker McKenzie e Rhodium Group sugli investimenti cinesi nel mondo rivela che l’anno scorso l’attività totale di fusioni e acquisizioni è scesa a 23,7 miliardi di dollari, in netto calo anche rispetto all’anno precedente. Ma i cinesi hanno diversificato gli approdi, puntando soprattutto all’aspetto qualitativo e così il Go global si è concentrato sull’Unione Europea, nonostante la barriera innalzata da molti Paesi contro le acquisizioni in settori chiave, come la tecnologia e le infrastrutture. Pechino, nel frattempo, ha imboccato la strada dell’autarchia che ispira il nuovo piano quinquennale, e all’estero ha puntato su settori meno sensibili come prodotti di consumo e l’intrattenimento che hanno totalizzato quasi la metà delle operazioni realizzate. Ricordiamo però che nel 2021 è stata completata l’operazione Porto del Pireo in Grecia, la mossa della China three Gorges in Spagna sulle energie rinnovabili, ma anche quella sul litio (Bacanora acquisita da Jiangxi Gangfeng) e Philips per la parte elettrodomestici senza trascurare che almeno due società del settore medico farmaceutico sono passate in mano cinese. In Asia le M&A hanno raggiunto i 5,4 miliardi di dollari, in America Latina - un ambiente ancora molto favorevole alle aziende di Pechino - ben 3 miliardi di dollari, contro il totale di Oceania e Africa pari a circa 1,5 miliardi. La mappa, in definitiva, è stata modificata anche dagli effetti del Covid-19. «Il trend in calo, però, va avanti almeno dal 2018 - dice Marco Marazzi, responsabile della sede di Milano di Baker McKenzie -. I motivi sono vari. Per l’Italia, poi, che registra solo poche decine di milioni di euro, le cifre impallidiscono rispetto ai capitali investiti in Germania Olanda o Regno Unito. Questo nonostante i tanti casi di successo di aziende italiane di proprietà cinese. Eppure, specie in un momento in cui il Governo italiano sembra favorire investimenti “greenfield” le aziende cinesi sono forse le uniche con la forza finanziaria e la visione di lungo periodo per farli davvero». Al contrario, per gli investimenti esteri in Cina il 2021 è stato un anno d’oro, hanno raggiunto la soglia magica del trilione di yuan, ma il settore investimenti esteri del Mofcom invita alla prudenza, il 2022 non sarà rose e fiori. E si capisce. Le autorità statunitensi hanno appena presentato un disegno di legge corposo, ben 2.912 pagine, che si occupa anche di rafforzare la competitività degli Stati Uniti con la Cina. E c’è da soppesare gli effetti collaterali della sentenza-regalo con la quale la WTO, a distanza di un decennio dall’inizio della controversia, consente alla Cina di imporre agli Stati Uniti dazi compensativi per 645 milioni di dollari su 22 prodotti cinesi, dai pannelli solari al filo di acciaio, relativi a presunte sovvenzioni databili tra il 2008 e il 2012, durante la presidenza di Barack Obama.  

«Pronte sanzioni anche al settore energetico»

 

È stata ancora una giornata di tensioni quella di ieri nel confronto tra la Russia e la Nato sul fronte ucraino. In un contesto politico sempre molto incerto, il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha spiegato che il pacchetto di misure sanzionatorie, su cui i Ventisette stanno lavorando insieme agli alleati occidentali e da applicare nel caso di una invasione russa dell’Ucraina, prevede anche sanzioni nel delicatissimo settore energetico. «Ãˆ chiaro che l’Unione europea e la comunità internazionale devono mostrare solidarietà nei confronti dell’Ucraina dinanzi alla minaccia russa. Stiamo preparando un pacchetto sostanzioso di sanzioni. Ci sarà un impatto per l’economia europea (...) In un certo senso, i Paesi membri sono pronti a tollerare un possibile effetto negativo sul reddito perché la pace è in pericolo in Europa», ha detto ieri il 50enne ex premier lettone a un gruppo di giornali europei, tra cui Il Sole 24 Ore. «Le sanzioni in preparazione riguarderanno anche il settore energetico, ma non sono nella posizione di discutere in dettaglio le possibili sanzioni», ha aggiunto l’uomo politico. Di più il vicepresidente non ha voluto dire. Dal gas russo dipendono sia l’economia russa che molti Paesi europei. In questi anni, il governo russo ha ridotto la sua dipendenza finanziaria dall’estero. L’Italia invece dipende tuttora da Mosca per il 40% del proprio import di gas naturale, così come la Germania con il progetto Nord Stream 2. A proposito: la recente riunione tra alcune imprese italiane e il presidente russo Vladimir Putin ha provocato una alzata di sopracciglia a Bruxelles, tenuto conto del momento (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). «Stiamo lavorando piuttosto bene nel mettere a punto le sanzioni economiche; vi è una ampia unità d'intenti tra i paesi membri, compresa l’Italia – ha commentato il nostro interlocutore -. Tutti i governi si rendono conto che c’è la necessità di difendere la pace sul continente europeo e di dissuadere l’aggressore dal compiere ulteriori passi». Interpellato sui rischi di rappresaglia da parte russa nel caso di nuove sanzioni, l'ex primo ministro lettone ha risposto: «Non posso entrare nei dettagli (…) Stiamo valutando diversi scenari e possibili alternative alle fonti di approvvigionamento (...) in modo da mitigare i rischi. Il lavoro è ancora in corso». La Commissione ha proposto di recente la possibilità che i paesi creino congiuntamente riserve strategiche di gas per rispondere ai balzi di prezzo e alle manipolazioni dei produttori. Il timore qui a Bruxelles è che l’unità tra i Paesi europei sull’opportunità di sanzionare Mosca possa venire meno all’ultimo momento. L’Ungheria in particolare che ha buoni rapporti con la Russia e cattivi rapporti con l’Ucraina ha minacciato di ritirarsi da una eventuale intesa. In una intervista questa settimana al giornale Magyar Nemzet, il ministro degli Esteri Peter Szijjarto ha spiegato: «Non vogliamo avere nulla a che fare con un conflitto nella regione». Mentre i vertici della Commissione europea si recheranno a Kiev la settimana prossima, per ufficializzare nuovi sostegni comunitari all’Ucraina con aiuti finanziari pari a 1,2 miliardi di euro, la conversazione di ieri con il vicepresidente Dombrovskis è stata anche l’occasione per discutere dell’annosa riforma del Patto di Stabilità. La consultazione pubblica decisa dalla Commissione europea è appena terminata; tocca ora a Bruxelles fare proposte. Dopo recenti elezioni nazionali, tra cui in Germania e in Olanda, «ho incontrato la maggior parte dei nuovi ministri delle Finanze – ha detto l’uomo politico –. Non ho visto grossi cambiamenti di atteggiamento rispetto alle precedenti posizioni nazionali e al pensiero radicato nei rispettivi paesi. Il sentimento è costruttivo, c’è la volontà di trovare un compromesso sia tra i vecchi che i nuovi ministri. È possibile un esito significativo che assicuri una riduzione credibile del debito e che permetta i finanziamenti necessari nell’ambiente e nel digitale».

Gas, l’Europa rischia anche con lo scudo della Casa Bianca

 



Stati Uniti e Russia si stanno preparando per una guerra del gas. Una guerra senza esclusione di colpi, con strategie che prendono in considerazione persino l’ipotesi di un azzeramento delle forniture da Mosca, col rischio di lasciare sul terreno come prima vittima l’Europa. Entrambe le potenze sono consapevoli della grave crisi energetica che stiamo sopportando e del fatto che Gazprom soddisfa oltre un terzo del nostro fabbisogno di gas. Eppure non escludono la possibilità di una chiusura totale dei rubinetti, che sia dovuta a gravi danni alle infrastrutture in caso di operazioni militari, alle sanzioni draconiane minacciate da Washington in caso di invasione dell’Ucraina o a un estremo atto di ritorsione inflitto dal Cremlino: sviluppo improbabile, salvo una vocazione da kamikaze, visto che alla Russia l’export di gas – quasi tutto diretto in Europa – nel 2021 ha fruttato 61,8 miliardi di dollari (si sale a 240,7 miliardi, metà delle esportazioni totali, con petrolio e derivati). Eppure, benché forse solo per dar sfoggio di potenza, Mosca ha parcheggiato un enorme rigassificatore galleggiante – la nave Marshal Vasilevskiy – davanti a Kaliningrad, exclave russa racchiusa tra Polonia e Lituania, che rischierebbe di non poter rifornire con un blocco dei gasdotti verso l’Europa. L’ex città prussiana di Königsberg, che ha dato i natali a Kant, ospita anche la flotta russa del Baltico, potenziata di recente. Missili e metaniere insomma. Ma anche gasdotti. Perché al largo di Kaliningrad passano i tubi del Nord Stream 2, designato dagli Usa come bersaglio prioritario di sanzioni. Il presidente Joe Biden sta cercando di portare dalla sua parte anche l’Unione europea e in particolare la Germania. E quasi certamente approfitterà della prima visita alla Casa Bianca del neo cancelliere tedesco Olaf Sholz, messa in agenda il 7 febbraio. Ma lo stop a Nord Stream 2 sarebbe il male minore per l’Europa. Washington sta delineando scenari ben più drastici, compresa un’interruzione totale dei flussi di gas russo, da cui è convinta – a dispetto delle valutazioni di qualunque analista – di poterci schermare. C’è un piano al quale il dipartimento di Stato Usa lavora da settimane e che ormai non è più un segreto: è stata la stessa Casa Bianca a confermare le voci, mettendo a disposizione due «alti funzionari dell’amministrazione» coperti da anonimato per chiarire che cosa bolle in pentola. In sintesi Washington sta cercando «Paesi e società in giro per il mondo» disposti a darci più gas per sopravvivere a un ulteriore calo, se non addirittura azzeramento, delle forniture russe. Una delle prime porte a cui ha bussato, per «capire la capacità e la volontà di aumentare temporaneamente la produzione di gas e allocare questi volumi a clienti europei», è quella del Qatar, colosso del Gnl, che però oggi vende per tre quarti in Asia e quasi tutto su base contrattuale. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani vedrà comunque Biden alla Casa Bianca lunedì e forse qualcosa riuscirà a offrire. Quello che sembra sfuggire è l’enormità della sfida di sostituire il gas russo. Solo con il Gnl è impossibile, avverte Nikos Tsafos, del Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington: «La Russia l’anno scorso ha inviato in Europa circa 180 miliardi di metri cubi di gas, mentre al loro picco le importazioni di Gnl hanno raggiunto 120 miliardi». A gennaio potremmo vedere un nuovo record mensile e in futuro forse batterlo, ma la capacità di rigassificazione non è infinita anche se in teoria ci permetterebbe di coprire il 40% della domanda (in tutto vale 237 miliardi di metri cubi, che oggi utilizziamo al 75%). Inoltre i terminal per il Gnl non sono distribuiti in modo uniforme, ricorda Tsafos: il 30% è in Spagna, un quinto in Gran Bretagna. «Il gas va spostato in giro e non sarà facile». Ma i problemi non sono finiti. La ricerca di fornitori alternativi alla Russia è su scala globale, precisano i funzionari Usa, «da Nord Africa e Medio Oriente ad Asia e Stati Uniti». Però serve gas che «se necessario» arrivi in Europa «in una o due settimane»: tempi stretti, che mettono fuori gioco un big come l’Australia, ma forse anche gli stessi Usa, a meno di impiegare metaniere già in viaggio. Comunque sia, gran parte dei carichi – di qualunque origine – ha già un padrone, magari in Asia, che potrebbe non prestarsi a rinunciare alla consegna per aiutarci. Gli Usa dicono che basta mettere insieme «piccoli volumi da una moltitudine di fonti», magari cambiando i piani di produzione. Ma quasi tutti gli impianti di liquefazione, salvo difficoltà tecniche, stanno già lavorando ai massimi per godere dei prezzi record. Lo stesso vale per le forniture via gasdotto: solo l’Algeria forse potrebbe aprire di più i rubinetti, ma i transiti dal Marocco andrebbero riattivati. La Norvegia non riuscirebbe ad accelerare molto, tanto meno Libia e Azerbaijan. Resta l’Olanda, se il Governo (come ha già detto di voler fare) darà il permesso di aumentare le estrazioni nel mega giacimento di Groningen, comunque condannato a chiudere.