L’obiettivo è chiaro: accrescere le abilità digitali degli italiani, sostenendo progetti rivolti alla formazione e all’inclusione digitale. Partendo da un dato, certificato dalla Commissione europea nell’ultimo Digital Economy and Society Index (Desi), secondo cui il 58% della popolazione italiana tra i 16 e i 74 anni (26 milioni di cittadini) non dispone delle competenze di base su questo versante rispetto al 42% della media Ue. Da qui l’avvio ieri del Fondo per la Repubblica Digitale che avrà una dote di 350 milioni per tre anni e che è stato ufficializzato con un protocollo d’intesa siglato dai ministri dell’Economia e della Transizione Digitale, Daniele Franco e Vittorio Colao, e dal presidente dell’Acri, Francesco Profumo. Sulla scia dell’esperienza positiva del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, istituito nel 2016 grazie all’asse tra governo, fondazioni e Forum del Terzo settore, il Fondo, altro snodo chiave del Pnrr, selezionerà progetti da finanziare tramite bandi a cui potranno partecipare realtà pubbliche, privati senza scopo di lucro e soggetti del Terzo settore da soli o in partnership. Lo strumento sarà alimentato dai versamenti effettuati dalle fondazioni di origine bancaria che, a fronte del sostegno assicurato al Fondo, beneficeranno di un credito d’imposta, pari al 65% per gli anni 2022 e 2023 e al 75% per gli anni 2024, 2025 e 2026. La governance del Fondo prevede un comitato di indirizzo strategico, composto da 6 componenti, designati pariteticamente dal governo e dall’Acri e chiamati a definire le linee strategiche, le priorità d’azione, la verifica dei processi di selezione e di valutazione dei progetti, nonché un comitato scientifico indipendente, a cui è affidato il compito di monitorare e valutare l’efficacia ex post degli interventi finanziati. Entro sei mesi, poi, verrà individuato un soggetto attuatore del Fondo, che si occuperà di tutte le attività operative. Nel comitato di indirizzo strategico siederanno Daria Perrotta (presidente), Michele Bugliesi, Luca de Angelis, Anna Gatti, Federico Giammusso e Francesco Profumo.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
venerdì 4 febbraio 2022
Governo, subito bollette e Covid Dal Pnrr al fisco, la sfida riforme
Dopo la pausa per il Quirinale, il governo riparte dalla stessa formazione e dallo stesso programma. Da affrontare subito sono le emergenze del caro bollette per famiglie e imprese e delle nuove regole per il Covid, mentre bisogna completare il percorso avviato per riforme come il fisco, le pensioni, la concorrenza. Sempre presente il tema del Pnrr per cui il governo è chiamato alla doppia sfida: portare avanti le riforme e i target previsti dalla Ue per fine giugno e al tempo stesso avviare la grande macchina della spesa. 1 LA CRISI ENERGETICA Sulle bollette le imprese attendono segnali forti La direzione futura l’ha accennata giorni fa il ministro dell’Economia, Daniele Franco, aprendo a possibili a nuove misure perché «bisogna evitare che il costo dell’energia blocchi la ripresa produttiva». Parole su cui le imprese attendono ora segnali forti dal governo Draghi dopo la diffusa delusione per la strategia di corto respiro messa in pista dallo scorso luglio a colpi di misure tampone. Certo l’aumento dei prezzi sui mercati internazionali ha contribuito a far salire il conto della bolletta, ma è chiaro che l’industria l’italiana paga uno scotto altissimo anche per gli effetti nefasti di un mix energetico ancora troppo dipendente dall’estero. Non a caso, le imprese, energivori in testa, sollecitano da mesi interventi strutturali. E, superato lo scoglio del voto per il Colle, torneranno a farsi sentire schiacciate dal peso di chiusure e fallimenti ormai all’ordine del giorno. 2 CONTI PUBBLICI Sullo scostamento la prima scelta politica La prima vera partita politica e sostanziale per la maggioranza sarà quella sullo scostamento di bilancio. Chiesto a gran voce da M5S, Lega e Pd, il dossier tornerà sui tavoli di un governo che vede decisamente rafforzato l’asse DraghiFranco, fin qui prudentissimi sul nuovo deficit, rispetto ai partiti maggiori della coalizione, usciti chi malconcio chi a pezzi dagli scossoni quirinalizi. Ma oltre alla politica c’è appunto la sostanza: che in attesa delle decisioni sui conti ha visto fin qui solo il minidecreto da 1,66 miliardi, ripescati da vecchi fondi, per distribuire aiuti a famiglie e imprese giudicati largamente insufficienti un po’ da tutti. Domani l’Istat certificherà che la crescita 2021 è stata ancora più vigorosa delle ultime previsioni (il ministro dell’Economia Franco ha anticipato il dato «vicino al 6,5%» confermato ieri dal titolare della Pa Renato Brunetta), ma sul 2022 le incognite sono pesanti. La misura della revisione nei programmi di finanza pubblica sarà data dall’incrocio di questi due fattori, più che dalle richieste multimiliardarie dal segretario della Lega Matteo Salvini e non solo. 3 pnrr Il doppio snodo dei target e dell’obiettivo di spesa Messi in cascina, con un rush finale, i 51 obiettivi da centrare nel 2021 per il Recovery Plan, il programma concordato con la Commissione europea per l’avvio di quest’anno non lascia certo spazio a esitazioni con altri 45 adempimenti da centrare da qui a giugno per non perdere i 24,1 miliardi della seconda rata. E, per assicurarseli, lo sforzo non sarà da poco. Perché nel menù previsto nei prossimi mesi figura un ricco elenco di riforme che spazia dal fisco alla Pa, fino alla transizione ecologica con un consistente pacchetto di scadenze da conseguire. Senza contare che il governo dovrà misurarsi con la sfida senz’altro più difficile: quella di portare a regime la spesa per gli investimenti pari a 27,5 miliardi, il 77% in più dell’asticella fissata lo scorso anno. Con un incremento del 50% dei progetti coinvolti.4 PENSIONI La partita sui ritocchi alla legge Fornero L’appuntamento è stato segnato nell’agenda di governo prima ancora che cominciassero le votazioni per l'elezione del capo dello Stato: il 7 febbraio esecutivo e leader sindacali sononto del complesso confronto per rendere più flessibile la legge Fornero. L’obiettivo è ambizioso: tracciare in tempo utile per il Def di aprile le linee guida di una riforma delle pensioni, magari in formato mini, da far entrare in vigore nel 2023, quando si sarà esaurita Quota 102. Un’impresa non facile. E non solo perché, come emerge dai tavoli tecnici, occorrerà trovare un compromesso per colmare le distanze tra governo e sindacati su metodo contributivo e sostenibilità finanziaria delle misure da adottare. Quello della previdenza era infatti uno dei capitoli più divisivi all’interno della maggioranza. prima ancora delle lacerazioni prodotte dal voto sul presidente della Repubblica. 5 DELEGA FISCALE Maggioranza alla prova su Catasto e Flat Tax Già dalle prossime settimane la maggioranza dovrà entrare nel merito della discussione sulla delega fiscale, che fin qui in commissione Finanze alla Camera ha visto solo le schermaglie iniziali con la presentazione degli emendamenti. Facile prevedere spaccature sulla riforma del catasto, che il centrodestra chiede di cancellare e il centrosinistra di mantenere o rafforzare, e divisioni speculari sulla flat tax. L’avvicinarsi di una campagna elettorale priva di certezze alimenterà le polemiche sul fisco, tema di propaganda per eccellenza, e rischierà di limitare le possibilità d’intesa agli aspetti più tecnici legati a semplificazione normativa e ritocchi in direzione del sistema duale.6 CONCORRENZA L’incognita dei tempi con i partiti divisi C’è da sbloccare subito, al Senato, il disegno di legge annuale per la concorrenza. La riforma, una delle principali previste dal Pnrr, è stata solo incardinata al Senato, prima di Natale, in commissione Industria. Si preannuncia un iter lungo e complesso, che si aprirà con un fiume di audizioni e potrebbe proseguire con una messe di emendamenti in contrapposizione tra loro. Perché tanti sono i temi del Ddl su cui i partiti di maggioranza hanno visioni distinte, dai servizi pubblici locali (con le Regioni che c attesi dalla prima verifica sull’andamehiedono modifiche su trasporti e rifiuti) alle concessioni idroelettriche. Prenderà un’altra strada la soluzione sulle concessioni balneari, per le quali serve una norma di riordino dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha ridotto a soli due anni il rinnovo senza gara, fino a tutto il 2023. Le modifiche potrebbero entrare come emendamento al decreto milleproroghe. 7 COVID Mascherine all’aperto e green pass illimitato Il governo punta a superare l’Italia dei colori dell’emergenza Covid con un emendamento al decreto legge 221 all’esame del Senato. La modifica farà sì che resti in vita solo la zona rossa. Il Covid poi sarà il tema centrale dei due Consigli dei ministri in programma la prossima settimana: lunedì verrà con ogni probabilità prorogato l’obbligo di mascherine all’aperto che è in scadenza proprio il 31 gennaio. Giovedì, invece, sarà esaminata la proroga della validità del green pass rilasciato ai vaccinati con tre dosi. L’ipotesi prevalente è quella di un certificato vaccinale senza limiti per i cosiddetti “boosterizzati”, in attesa di capire cosa sarà deciso dalle autorità regolatorie sulla quarta dose. Il governo potrebbe inoltre uniformare le regole anti-Covid per le scuole primarie e secondarie.
martedì 1 febbraio 2022
Mercati più tranquilli: una incognita in meno
I mercati finanziari hanno già abbastanza grattacapi cui pensare. La crisi in Ucraina, che rischia di far cadere l’intera Europa in una crisi energetica. La svolta delle banche centrali, che sta facendo salire i tassi in tutto il mondo e cadere le Borse. Piazza Affari inclusa. Ci mancava solo l’incertezza politica in Italia. Ecco perché tra gli investitori la rielezione di Sergio Mattarella rappresenta la soluzione migliore e più rassicurante. Perché favorisce la permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Perché scongiura (sperano le Borse) una crisi di Governo. Perché permette di proseguire sulla (pur difficile) strada del Pnrr senza sorprese politiche. E perché apre forse la porta a un’elezione successiva di Draghi alla Presidenza della Repubblica tra qualche anno. Sui mercati la conferma del «dream team» Mattarella-Draghi è dunque percepita come la migliore soluzione: ecco perché è prevedibile un rilassamento dello spread tra BTp e Bund lunedì. Ma non bisogna farsi illusioni: sui mercati di problemi oggi ce ne sono di molto maggiori, per cui la reazione positiva potrebbe durare poco. Lo dimostra anche il fatto che il tema Quirinale nell’ultima settimana è comunque restato dietro le quinte, fuori dai radar degli investitori, nonostante il clamore che ha avuto sui nostri media. E non ha avuto riflessi particolari sui mercati. La Borsa di Milano ha perso questa settimana l’1,83%, esattamente come quella di Francoforte (-1,83%) e solo un filo in più di quella di Parigi (-1,45%). E da inizio anno il confronto è simile. Se si guarda lo spread tra BTp e Bund, qualche momento di tensione c’è stato in questi giorni, con alti e bassi anche improvvisi a seconda delle votazioni più o meno gradite che arrivavano da Montecitorio. Ma in fin dei conti, lo spread tra BTp e Bund era a 136 punti base a fine 2021 e ha chiuso a 139 venerdì. Certo, se lo si confronta con l’andamento dello spread tra i titoli spagnoli e quelli tedeschi (passato tra alti e bassi da 77 punti base di fine 2021 e 75 di venerdì) una maggiore tensione sull’Italia si nota. Ma si tratta di poca cosa. Lo stesso messaggio arriva se si osservano le quotazioni dei credit default swap sull’Italia, quelle speciali polizze assicurative che servono agli investitori per coprirsi dal rischio di insolvenza della Repubblica italiana. Ebbene, anche qui da inizio anno si nota una certa stabilità : il “premio” da pagare era a 91 punti base a fine 2021 ed è sullo stesso livello ora, pur con punte a 93. Certo, si tratta di livelli più elevati (sia sui titoli di ta di livelli più elevati (sia sui titoli di Stato sia sui Cds) rispetto a qualche mese fa. Ma è difficile capire quanto sia stata colpa dell’incertezza politica (che c’è stata e ha pesato senza dubbio) e quanto della svolta della Bce (che da marzo ridurrà significativamente gli acquisti di titoli di Stato), della Fed e della crisi Ucraina. Di carne sul fuoco ce n’è talmente tanta, che è difficile stabilire dove nascano i mal di pancia dei mercati. Ma la conferma di Mattarella al Quirinale (e indirettamente di Draghi a Palazzo Chigi) lascia al loro posto due figure molto stimate a livello internazionale. Questo elimina, almeno nel medio termine, il rischio di instabilità politica e di elezioni anticipate in un Paese con un debito gigantesco come il nostro. Questo è un problema in meno sui mercati. Purtroppo, però, di problemi ce ne sono tanti altri. L’instabilità finanziaria è dunque destinata a durare ancora un po’ lo stesso.
Vaticano: il Mattarella bis accolto con soddisfazione
La soluzione migliore, e non per la Chiesa, ma per la «cara Nazione Italiana». La rielezione di Sergio Mattarella e, quindi, la permanenza di Mario Draghi alla guida del governo fino al termine naturale della legislatura, piace molto Oltretevere. Sicuramente al Papa, che rispetto agli affari interni italiani si tiene a distanza abissale, ma soprattutto alla Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Pietro Parolin, e alla Cei, che a maggio eleggerà il nuovo presidente. Nessuno in Vaticano commenta, ma da quello che si raccoglie ai bordi del campo è chiaro che agli occhi della chiesa un bis di Mattarella garantisce la stabilità del quadro complessivo di un sistema frantumato ma soprattutto è molto apprezzata la permanenza di Draghi a palazzo Chigi, sia per la continuità nell’affrontare la pandemia sia per il ruolo che può svolgere l’Italia nello scacchiere della crisi internazionale in atto ai confini dell’Ucraina. Poco prima di Natale il Papa aveva ricevuto il presidente in visita di fine mandato, ed era stato confermata in modo evidente la grande sintonia tra i due. Il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, che alla vigilia del voto aveva auspicato che prevalesse il «desiderio comune di dialogo», saluta la rielezione con un messaggio da parte chiesa italiana: «Il suo esempio di uomo e di statista, lo spirito di servizio e di sacrificio manifestato anche nella presente circostanza, costituiscono un punto di riferimento per tutti i cittadini al di là delle appartenenze politiche e degli schieramenti». Soddisfazione la esprime padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, molto vicino a Papa Francesco: si tratta di una soluzione che «non è assolutamente di ripiego; si tratta invece - dice all’AdnKronos - di una soluzione di alto profilo che richiede un sacrificio personale del presidente per il bene della Repubblica». Un primo appuntamento tra Italia e Santa Sede è alle porte: l’11 febbraio è l’anniversario dei Patti Lateranensi e si terrà come da tradizione (la data non è ancora fissata) un incontro tra le alte cariche dello Stato, quindi in testa Mattarella e Draghi, e i vertici di Vaticano e Cei, a palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, dove si è appena insediato il nuovo ambasciatore Francesco Di Nitto, già consigliere diplomatico aggiunto del Quirinale, e che quindi ha lavorato per anni a fianco di Mattarella.
LA SOLUZIONE MIGLIORE, ORA la priorità è il caro energia
CHE TRISTEZZA !
M
eglio tardi che mai. Alla fine
dalle urne dei votanti è
spuntata la soluzione
migliore. Anzi, l’unica che
permette di affrontare con qualche
serenità una navigazione difficile.
D’altra parte sarebbe stato
originale, e probabilmente foriero
di guai, andare contro uno dei
proverbi più classici: squadra che
vince non si cambia. Fa specie, ma
per la verità non sorprende, che il
sistema dei partiti ci sia arrivato
dopo sette votazioni che hanno
lacerato il mondo della politica:
soprattutto il centrodestra, che si è
fatto male da solo dimostrando un
certo masochismo, ma anche il
centrosinistra. In alcuni passaggi
poi è sembrato perfino di vivere in
diretta una puntata del
programma «Scherzi a parte».
Così è andata e a questo punto, per
carità di Patria, è meglio esercitare
la virtù della comprensione e
voltare pagina alzando lo sguardo.
Prima però occorre un gesto
obbligato: la riconoscenza al
presidente confermato, Sergio
Mattarella, e al presidente del
Consiglio, Mario Draghi.E
ntrambi hanno rinnovato la
disponibilità alla conferma.
E non è poco, perché
avrebbero potuto anteporre il
loro interesse personale a quello
del Paese. La posta in gioco era
alta: il rischio di uscire di strada
alla prima curva dopo un anno
vissuto nel modo migliore, sia
pure tra tanti ostacoli.
Non va dimenticato che,
prima dell’incarico a Draghi,
l’Italia era in difficoltà : il clima
generale era di assoluta sfiducia,
mancava un piano credibile per
le vaccinazioni indispensabile a
contrastare la pandemia, le
prime bozze del Piano nazionale
di ripresa e resilienza erano
destinate a sicura bocciatura in
Europa. Poi la svolta è risultata
evidente. Le imprese hanno
ritrovato slancio e ottimismo, il
piano d’emergenza per i vaccini
ha funzionato, il Pnrr è stato
costruito in modo da essere
approvato a Bruxelles.
L’inversione di tendenza è
confermata dall’andamento
positivo del Prodotto interno
lordo, che nel 2021 è risultato
intorno al 6,5 per cento di
crescita e sarebbe stato perfino
superiore se le varianti del
Covid-19 non avessero frenato
l’andamento delle ultime
settimane dell’anno. Certo va
detto che non tutto ha
funzionato, che alcuni ministri
del governo e alcuni consiglieri
potevano fare di più e meglio.
Anzi, molto di più e molto
meglio. Nel complesso però le
vele sono state attrezzate con
maestria.
Sarebbe però un errore grave
pensare che ora la strada sia in
discesa. È vero, infatti, l’esatto
contrario. Ci sono emergenze
che sarebbe drammatico
sottovalutare e che richiedono
sia la guida sicura di Mattarella
al Quirinale, sia l’esperienza e
la leadership di Draghi alla
presidenza del Consiglio. Alla
politica va detto di farsi sentire,
come giusto in democrazia
parlamentare, ma senza
disturbare troppo il
manovratore. Il difficile,occorre tenerlo ben presente,
comincia adesso.
L’emergenza è il costo
dell’energia, che rischia di
spiazzare l’industria
manifatturiera. Nelle settimane
scorse sono stati approvati
aiuti certamente utili ma
tutt’altro che risolutivi. Altri
provvedimenti sono stati
annunciati tre giorni fa dal
ministro dell’Economia e delle
Finanze, Daniele Franco,
nell’intervento a Telefisco,
l’incontro annuale a cui hanno
partecipato oltre 50mila tra
liberi professionisti e operatori
del settore. Il banco di prova
sarà nei prossimi giorni, in cui
occorrono interventi su più
fronti e risolutivi, non
pannicelli caldi.
Ugualmente non occorrono
distrazioni sui percorsi per
l’applicazione del Pnrr e delle
riforme collegate. Ci sono
segnali poco confortanti, come
confermano gli articoli e le
inchieste del Sole 24 Ore che, nel
quadro delle iniziative
organizzate in occasione del
Festival dell’Economia a Trento,
previsto dal 2 al 5 giugno
prossimi, ha organizzato un
Osservatorio per seguire passo
dopo passo ogni iniziativa.
Draghi esce dalle elezioni del
presidente della Repubblica su
posizioni di forza e ci sono le
condizioni, se sarà il caso, per
dare le spallate necessarie a
superare resistenze,
corporativismi e sabotaggi.
Ciò dovrà accadere su tutte le
partite aperte: dagli interventi
per il consolidamento della
ripresa economica a quelli per
tenere sotto controllo
l’aumento dei prezzi, fino alla
riduzione del debito pubblico. l
sentiero è stretto e tutto in
salita, ma l’occasione per
cambiare la faccia del Paese è
davvero unica. Avviso ai
naviganti del mondo della
politica: va evitato il rischio che
l’anno mancante alle elezioni
diventi terreno di conflittualitÃ
permanente. Sarebbe un errore
grave, controproducente e
imperdonabile.
Sconfitta di tutti i leader e coalizioni a pezzi
C he ci sia un solo vincitore in questa vicenda lo certifica il finale. Il Mattarella bis è infatti una scelta del Parlamento che voleva stabilità e l’ha ottenuta spingendo, giorno dopo giorno, su quella soluzione fino a farla diventare l’unica pronta per l’uso dei leader che si sono tagliati la strada a vicenda. Non è un caso se a salire al Colle per chiedere al presidente di restare non sono stati i segretari di partito ma i capigruppo di Camera e Senato della maggioranza. Come se l’esito di questa corsa speciale avesse rafforzato lo scollamento tra segreterie e parlamentari che, davanti ai giri a vuoto, hanno agito dal basso lasciando che i grandi elettori facessero da soli, contro le indicazioni di scuderia. Così, nel centrodestra hanno rovesciato la logica del “tocca a noi” affondando la presidente Casellati, nel centro-sinistra hanno riempito il mutismo delle schede bianche con il nome di Mattarella. Insomma, hanno perso i leader, hanno vinto i peones. Ha perso Letta che puntava su Draghi e non ce l’ha fatta a costruire una candidatura. E ha perso pure perché si è “scoperto” su Conte, che ha trattato con Salvini lasciandolo indietro. Il segretario ora si trova davanti un Pd più spaccato e un campo pieno di trappole. Infatti si parla già di proporzionale, perché non si è più sicuri dell'alleanza con i 5 Stelle. Ma si è indebolito pure Conte che su Elisabetta Belloni ha incrinato l’asse con i Dem, è stato infilzato da Di Maio e alla fine è rimasto subalterno ai gruppi. Nel centro-destra le ferite sono identiche. Il ritiro di Berlusconi – prima tappa delle successive sconfitte - ha avuto come esito finale lo strappo di Forza Italia da Lega e FdI per compattarsi con l’area di centro prima sul nome di Casini e poi su Mattarella. Una mossa, anche qui, che porta verso il proporzionale. Ed è sconfitto Salvini che si è perso in tanti nomi, lanciati troppo in fretta solo per la smania di coprire l’errore precedente. Aver fatto marcia indietro sul “bis” è la dimostrazione di non saper incidere nei passaggi istituzionali che contano. Infine, perde la Meloni che sperava in Draghi per destabilizzare il quadro e andare al voto e invece è riuscita solo a mostrare le debolezze del capo leghista ma a prezzo di aprire tante crepe nella coalizione. Certo, può funzionare nella competizione a destra per la premiership ma Salvini, che ieri ha detto no al proporzionale, potrebbe cambiare idea. Il rischio, per lei, è che finisca come con il sindaco di Roma, quando rivendicò - e ottenne - la scelta del candidato ma dal cilindro tirò fuori la soluzione perdente.
Venti di guerra sul grano Prezzi in tensione su timori per l’export di Mosca e Kiev
Sul granaio d'Europa soffiano venti di guerra. Russia e Ucraina sono tra i maggiori esportatori di cereali al mondo. E il rischio di operazioni militari o di severe sanzioni contro Mosca è tornato a far correre i prezzi, in particolare quelli del grano, che a fine 2021 si erano già spinti ai massimi storici. Le rinnovate tensioni arrivano in un periodo delicato, mentre le banche centrali faticano a controllare l’inflazione, infiammata anche dal caro energia (il petrolio Brent proprio ieri ha aggiornato il record da 7 anni, a 91,70 dollari al barile) e – quel che è peggio – mentre nei Paesi più poveri la fame è tornata a diffondersi per l’effetto congiunto della pandemia, dei colli di bottiglia nelle catene di rifornimento e dei forti rincari dei prodotti agricoli. Il Food Index della Fao, che rispecchia il prezzo di un paniere di generi alimentari nel mondo, è salito di quasi un terzo nel 2021 ed è a livelli che non toccava da oltre un decennio. Ai tempi dell’invasione russa della Crimea, nel 2014, c’erano stati analoghi timori per le forniture di cereali. Tuttavia, è bene dirlo subito, alla fine non ci fu un impatto rilevante. Da allora la rilevanza dell’Ucraina nell’agribusiness è aumentata: contando tutti i cereali oggi Kiev è seconda solo agli Stati Uniti per esportazioni (l’International Grain Council prevede vendite all’estero per ben 63,4 milioni di tonnellate nella stagione in corso, contro 95,3 milioni per gli Usa). Il coinvolgimento della Nato fa temere un conflitto più esteso, rispetto al 2014. E ad accentuare le inquietudini c’è la minaccia di sanzioni esemplari contro la Russia, fino all’esclusione dal sistema dei pagamenti in dollari: misura che avrebbe effetti pesantissimi su qualunque esportazione dal Paese, che per la Ue è un fornitore chiave non solo di gas ma anche di petrolio, metalli e per l’appunto prodotti agricoli. La posta in gioco è alta. Ed è per questo che le quotazioni del grano sono tornate in tensione, spingendosi questa settimana fino a 8,2875 dollari per bushel a Chicago, massimo da due mesi, mentre a Parigi il frumento da macina per marzo ha toccato 291,75 euro per tonnellata, contro un record storico di 308,5 € a novembre (ieri ha chiuso a 278,75 €). Russia e Ucraina insieme controllano quasi un terzo del mercato del grano: il 29% dell’export mondiale (in totale atteso a 204,4 milioni di tonnellate) dovrebbe arrivare proprio da questi due Paesi nella stagione 2021- 22 prevede l’Usda, il dipartimento Usa dell’Agricoltura. Mosca in particolare contende alla Ue il primo gradino del podio dei fornitori globali, con raccolti che negli ultimi anni sono cresciuti fino a stabilizzarsi intorno a 85 milioni di tonnellate l’anno, di cui circa 40 milioni destinati all’export. E l’Italia, tutt’altro che autosufficiente, è tra i maggiori clienti: importiamo il 64% del nostro fabbisogno di grano da panificazione – ricorda Coldiretti, lamentando i rincari – e dalla Russia l’anno scorso ne abbiamo comprati circa 100 milioni di chili. Volumi che forse sarebbero stati ancora più grandi, se non fosse che Mosca ha introdotto limiti all’export per difendersi dai rincari sul mercato domestico. Così invece ha “vinto” il grano ucraino, con oltre 120 milioni di chili arrivati in Italia. Kiev nel 2021-22 potrebbe guadagnare il terzo posto nella classifica globale degli esportatori, con oltre 24 milioni di tonnellate di grano tenero. Ma è soprattutto un colosso del mais – con il 16% dell’export mondiale (oltre 30 milioni di tonnellate), di cui oltre la metà dirette in Europa – e di alcuni semi oleosi: più della metà dei semi di girasole commercializzati nel mondo arriva dall’Ucraina.
La battaglia contro le disuguaglianze non può attendere
N el rapporto Oxfam sulle diseguaglianze, l’Italia figura come protagonista assoluta. Non solo perché, più di molti altri Paesi, il nostro è tra quelli che in maniera più nitida hanno seguito il trend mondiale di polarizzazione della popolazione tra ricchissimi e (sempre più) poveri. Ma perché, per il macroscopico divario esistente tra i Top 1% e il 20% più povero, si è creato un vero e proprio caso italiano, che ha assunto il nome di “Disuguitalia”. In questo senso, la pandemia ha agito non tanto come sisma, ma come sismografo di una situazione pericolosamente complicata già prima della diffusione su livello planetario del Covid-19. Non è un caso che le categorie e le fasce d’età più colpite dagli effetti negativi della pandemia sono le stesse che, prima del 2020, figuravano tra quelle più in difficoltà : donne, giovani, lavoratori precari e working poor. Si parla proprio per questo di una crisi con natura ed effetti asimmetrici. Se è tanto vero che, a livello sanitario, il Covid-19 ha colpito più duramente le fasce d’età “anziane”, è altrettanto vero che le principali conseguenze socio-economiche riguarderanno più da vicino i giovani. Del resto, sono proprio i giovani a costituire la fetta principale di quelli che vengono definiti working poor, i “lavoratori poveri”. In termini pratici si tratta di 3 milioni di individui, lavoratori single, che guadagnano meno di 11.500 euro all’anno. E più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà , cioè vive in una famiglia con un reddito inferiore al 60% della mediana. Per converso, si pensi a quanto riportato dall’Economic Policy Institute ad agosto: nel 2020, i compensi degli amministratori delegati nel mondo sono aumentati del 19 per cento. Non solo, il think tank stima che dal 1978 a oggi le retribuzioni dei Ceo siano cresciute del 1.322%, contro il 18% dei lavoratori comuni. Per guardare oltre l’emergenza e per immaginare un sistema che sia maggiormente inclusivo, solidale e a misura d’uomo, occorre mettere in pratica le parole di Papa Francesco, che invita l’economia a essere al servizio degli uomini, e non viceversa. Occorre senz’altro coraggio, perché per portare avanti l’ordinario sono sufficienti i tecnici; per cambiare prospettiva, al contrario, occorrono uomini e donne della politica. «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità . Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice», scrive Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. Gli spaventosi proventi di aziende di logistica, rivendita online oppure attive nel settore farmaceutico potrebbero essere una rampa di lancio per tentare di scuotere il sistema dalle fondamenta, portando avanti un’opera di redistribuzione e di vaccinazione globale, per garantire quantomeno l’inalienabile diritto alla salute di ognuno. La questione è anche squisitamente politica e istituzionale, perché è evidente che la percezione di inutilità , di essere degli “scarti”, che sempre più attanaglia molte persone all’interno delle classi sociali più colpite dalla crisi sociale e sanitaria: non a caso molti parlano di “sindemia”, termine che designa l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici derivante dalla sinergia fra due e più patologie. Ma se è a una sindemia che ci troviamo davanti, e le condizioni per affermarlo ci sono tutte, allora altrettanto sindemico deve essere il contrasto, non focalizzandosi cioè sulla pur indispensabile risposta sanitaria, di natura farmacologica o meno, ma ampliando lo sguardo all’insieme delle piaghe sanitarie e sociali che travagliano il corpo vivo dell’umanità . Occorre agire con tempestività e risolutezza per riformare il sistema economico e sociale, risolvendo quelle storture che predatano la pandemia e che quest’ultima ha reso ancor più radicate. Dobbiamo farlo, però, per dare una speranza alle generazioni più giovani, altrimenti condannate a portare sulle proprie spalle il peso di diseguaglianze che hanno avvantaggiato alcuni a scapito di molti. Alla fine di febbraio, si celebreranno i 120 anni dalla nascita dello scrittore statunitense John Steinbeck, che in Furore, in anni non sospetti, aveva già magistralmente raccontato la profonda ingiustizia di questa nostra economia. «Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia». Agiamo prima che queste parole, scritte nel 1939, diventino tristemente attuali.
La politica di bilancio è l’arma giusta contro l’inflazione in Europa
I
prossimi negoziati per la revisione delle regole fiscali e di bilancio in
Europa saranno inevitabilmente influenzati dall’evoluzione di
un’inflazione che sempre meno appare come temporanea, sia negli
Stati Uniti sia in Europa, anche se l’aggettivo temporaneo si presta a
interpretazioni elastiche. Se andiamo al dibattito pre-pandemico,
quando lo spettro era la deflazione, l’uso della leva monetaria da parte
della Bce per contrastare la dinamica negativa dei prezzi e riportarla vicino
all’obiettivo del 2% si scontrava con politiche di bilancio non accomodanti
rispetto all’azione di espansione monetaria. In altri termini, il tema in
discussione era il non coordinamento in Europa tra politica monetaria e
politica di bilancio, essendo la prima decisa a livello sovranazionale mentre la
seconda era, ed è tutt’ora, decisa a livello nazionale, con una occhiuta
sorveglianza europea incentrata sul rispetto di regole di contenimento dettate
da sfiducia reciproca tra i Paesi membri. Veniva sostanzialmente ignorata
l’idea che le politiche di bilancio nazionali dovessero essere coordinate in
funzione anche di obiettivi di stabilizzazione e crescita economica dell’Europa
nel suo insieme. Il tema è ancora questo. Il vero convitato di pietra nella
ridefinizione del Patto di stabilità e crescita è l’assenza di una sufficiente
discrezionalità a livello centrale nel coordinamento tra politica monetaria e
politica di bilancio. Tutti gli schemi di ingegneria istituzionale in discussione
non possono eludere questo nodo, che è prettamente politico e che si
ripropone oggi in un contesto in cui questo coordinamento serve a tenere a
bada l’inflazione, non la deflazione come in passato, senza scaricare l’onere
dell’intervento solo sulla politica monetaria. Il problema, peraltro, si pone
ancor prima della definizione delle nuove regole.
Abbiamo già sostenuto in queste pagine che è corretta la prudenza con la quale
la Bce si appresta a uscire dal programma di acquisto di titoli con il quale ha
permesso ai governi europei nel corso della pandemia di indebitarsi a costi
sostenibili e di garantire liquidità al sistema produttivo. Tuttavia, abbiamo
anche sostenuto che il motivo addotto, quello della temporaneità della
fiammata inflazionistica, fosse poco convincente e anche rischioso. Con
un’inflazione europea al 5%, non molto inferiore a quella del 7% registrata negli
Stati Uniti, la Bce potrebbe presto trovarsi a corto di argomenti di fronte alla
svolta della Fed che ha annunciato un prossimo rialzo dei tassi di interesse,
qualora questo divario di inflazione dovesse restringersi o permanere sui
livelli attuali. Qui rientra il tema del coordinamento tra politica monetaria e di
bilancio. L’economista francese Jean Pisani-Ferry ha di recente negato
(European Inflation is not American Inflation, Project Syndicate, 27/1/22) che si
possa considerare l’inflazione negli Stati Uniti simile a quella in Europa, e non
solo per il divario quantitativo sopra richiamato. Sostanzialmente l’inflazione
negli Stati Uniti sarebbe peggiore di quella europea perché non dovuta solo a
strozzature di offerta, ma anche agli stimoli fiscali molto più forti e generosi.
Tra l’altro le strozzature di offerta dovute a carenza di forza lavoro sarebbero
più forti negli Stati Uniti proprio a causa degli interventi eccessivi di sostegno
diretto alle famiglie in assenza di un sistema più strutturato di welfare. Se ciò è
vero, ma lo è solo al netto di spinte inflazionistiche che sono globali e non solo
occidentali, la conseguenza è che l’inflazione in Europa va gestita, anche per il
prossimo futuro, con un mix di politica monetaria e politiche di bilancio,
evitando di strozzare l’economia con un aumento dei tassi di interesse che
agirebbe più dal lato di un aumento dei costi che come freno della domanda.
Per consentire alla Bce di non seguire la Fed sulla strada della stretta monetaria
si dovrebbero, di conseguenza, adottare politiche di bilancio ben mirate in una
fase in cui la ripresa attraversa un periodo complesso. La ripresa economica è
forte nella maggior parte dei Paesi europei, ma siamo ancora al rimbalzo dopo
il crollo del 2020 (la Germania, dove la riduzione del Pil è stata meno forte
durante la crisi, oggi cresce meno) e si teme un rallentamento prematuro a
causa dei costi determinati dalla crisi energetica ancor prima dell’adozione di
una eventuale restrizione monetaria anti inflazione. Anche la politica di
bilancio non può quindi virare in Europa troppo rapidamente verso una
riduzione degli stimoli fiscali, ma perlomeno dovrebbe guardare alla
composizione del bilancio, dal lato sia della spesa sia delle entrate, prestando
attenzione al profilo temporale di stimoli di domanda rivolti verso settori che
già mostrano difficoltà di adeguamento dal lato dell’offerta. Per essere più
espliciti, in Italia non c’è più spazio per distrazioni quali quelle che hanno
consentito di portare avanti provvedimenti come il bonus al 110%, che
generano stimoli inflazionistici in settori surriscaldati sottraendo, al tempo
stesso, risorse pubbliche necessarie per calmierare i costi energetici e
rallentare l’avvio di spirali inflazionistiche. Ugualmente sarebbe utile
ricontrattare con l’Europa il timing di vari programmi del Pnrr laddove questi
si dovessero scontrare con oggettive carenze di offerta nel breve periodo con la
conseguenza di alimentare l’aumento dei prezzi. Il controllo dell’inflazione
dipende anche dal controllo della composizione della domanda, preferibile
all’intervento delle banche centrali che non può essere selettivo.
Per le Borse un’altra settimana di fuoco
I mercati finanziari archiviano un’altra settimana turbolenta. A farne le spese fino a poche ore dalla fine era stata soprattutto Wall Street dove ha pagato ancora dazio il Nasdaq, il più sensibile agli aumenti dei tassi prospettati dalla Federal Reserve. Ma con il balzo del 3,13% in chiusura, (agevolato dal +6,9% di Apple dopo la trimestrale) l’indice tecnologico alla fine ha azzerato le perdite settimanali, restando comunque in passivo da inizio anno del 13% circa. Il peggiore indice statunitense della settimana è stato però il Russell 2000 (-0,9%), quello dove sono quotate le società di media capitalizzazione, il cuore pulsante dell’economia domestica a stelle e strisce. Nell’ultima seduta, più distesa per l’azionario Usa, questo indice è comunque rimbalzato. Restano però le difficoltà degli investitori nel cercare di intercettare lo scenario economico che si prospetta: l’economia sta accelerando o rallentando? Reflazione o stagflazione? Gli ultimi dati macro confermano un quadro grigio: a dicembre negli Usa i redditi sono aumentati di 70,7 miliardi, lo 0,3%, rispetto al mese precedente, contro attese per un +0,4%. Le spese per i consumi sono diminuite dello 0,6%, con il consensus a -0,7%. È stato invece accolto con favore il dato sui salari, cresciuti meno delle attese. Più nel dettaglio, il costo del lavoro - una misura dei salari e dei benefit per i lavoratori (esclusi il personale militare e quello della pubblica amministrazione) - nel quarto trimestre è aumentato dell’1%, meno dell’1,2% previsto dagli esperti, dopo il dato record (+1,3%) del terzo trimestre. Se questo dato sarà un potenziale segnale di picco per l’inflazione (che a dicembre è balzata al 7%) lo si scoprirà nella prima parte di febbraio, quando arriverà l’aggiornamento (a questo punto attesissimo) sull’andamento dei prezzi al consumo. Sui quali rischiano comunque di incidere le continue pressioni rialziste del petrolio, anche ieri in allungo con il Brent marzo a 90,4 dollari al barile e con il Wti marzo a 87,5 dollari al barile. È stata una settimana da montagne russe anche per le Borse europee che hanno chiuso con un calo medio (indice Eurostoxx 50) del 2,19%. Il Ftse Mib di Piazza Affari ha ceduto l’1,83% (ieri -1,18%). La performance da inizio anno è prossima al -3%. Le Borse europee stanno comunque reggendo meglio di Wall Street i colpi dei ribassi e della volatilità di questo primo scorcio del 2022. Anche in funzione della divergenza in corso di politica monetaria (la Fed ha aperto la strada tanto al rialzo dei tassi quanto alla riduzione del bilancio mentre la Bce non sembra ancora orientata in questa direzione e lo scopriremo la prossima settimana quando si riunirà il consiglio direttivo) alcune banche d’affari, tra cui Jp Morgan, consigliano in questa fase di sovrappesare le azioni europee rispetto a quelle statunitensi. Nel frattempo si segnala la forza del biglietto verde con il dollar index (che lo mette in paragone ponderato con un basket di valute internazionali) anche ieri là in alto in area 97 punti, come non accadeva dall’estate del 2020. Il dollaro forte ha penalizzato l’oro, sceso sotto i 1.800 dollari. Il metallo giallo è in rosso del 13% dai massimi dell’agosto del 2020. Non frena però, come visto, la corsa del petrolio che per i Paesi che utilizzano altre divise (europei inclusi) rappresenta a conti fatti un doppio problema: da un lato rende più care tutte le materie prime (perché quotate in dollari) e dall’altro li costringe ad importare una fetta maggiore di inflazione, a causa del sovrapprezzo valutario. Se poi c’è una cosa che non piace agli investitori è vedere la curva dei rendimenti statunitensi continuare ad appiattirsi, conseguenza del fatto che i tassi a due anni stanno salendo più velocemente rispetto a quelli a 10 anni. Ad inizio anno il differenziale era di 82 punti, ieri è arrivato a 62. Se la curva non mente vuol dire che una parte degli investitori ipotizza che la Fed sia ormai “behind the curve”, cioè in ritardo. E che i rialzi dei tassi che si appresta ad applicare a partire da marzo potrebbero sì contrastare in parte l’inflazione, ma al prezzo di frenare la crescita.
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