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Misure per attenuare il peso del caro-energia su famiglie e imprese e il
delicatissimo dossier della previdenza: sono i primi due banchi di
prova (insieme allo spinoso tema dei
bonus edilizi) per il governo Draghi
e per la maggioranza che lo sostiene
dopo che il voto per il presidente
della Repubblica ha messo in evidenza tutte le contraddizioni che la
contraddistinguono. Il 7 febbraio è
in agenda la prima verifica politica
con i leader sindacali sulle pensioni,
mentre la questione bollette, posta
come priorità sia dal segretario del
Pd, Enrico Letta, che dal capo della
Lega, Matteo Salvini, potrebbe essere oggetto di un primo esame giÃ
nella riunione del Cdm di oggi che
dovrà decidere la proroga di alcune
misure anti-Covid. Ma la riunione
servirà soprattutto a capire l’approccio del premier Draghi - intenzionato a spingere sulle riforme -in
questo nuovo avvio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, e in vista degli ostacoli che
l’esecutivo dovrà superare nei prossimi 11 mesi, prima del termine della
legislatura, a cominciare dai cinque
Dl in attesa di conversione.Gli impegni sono molteplici e il tempo è
poco. Ecco i due fattori che più di ogni altro condizioneranno la fase 2 del Governo e che Mario Draghi ricorderà ai suoi
ministri in occasione della riunione del
Consiglio di oggi, dove oltre ad alcune
misure sul Covid (c’è da decidere se prorogare la chiusura di sale da ballo e discoteche e l’uso delle mascherine all’aperto), si potrebbe avviare il confronto
sulle ulteriori misure per fronteggiare
l’emergenza del caro energia. Ma la riunione di questo pomeriggio servirà soprattutto a capire l’approccio del premier
in questo nuovo avvio. Le riflessioni sul
«Governo più forte», vista la pessima
prova dei leader politici tutti (chi più chi
meno), o «più debole» a causa delle fibrillazioni interne ai partiti della maggioranza, non fanno parte dei ragionamenti del Presidente del Consiglio che
ieri è rimasto chiuso nella sua tenuta
umbra. Certo è che la soluzione scaturita
dal voto dei Grandi elettori è stata apprezzata e molto anche fuori dall’Italia,
come è emerso dai commenti dei principali media europei e statunitensi, preoccupati dal rischio instabilità di un Paese
con un debito vicino al 160%, e una risposta arriverà anche dai mercati di oggi.
«Draghi tornerà a fare Draghi», è il
refrain ripetuto in queste ore, quasi fosse un ritornello del prossimo a delle
canzoni che a breve ascolteremo dal
palcoscenico dell’Ariston. Perché è evidente che l’attesa per l’elezione del Capo dello Stato - nella quale il premier era
direttamente coinvolto visto che la sua
candidatura è rimasta quasi fino all’ultimo - ha pesato anche sull’azione dell’esecutivo. Sarà nei prossimi giorni lo
stesso Draghi a illustrare i prossimi
obiettivi. Probabilmente attenderà il
giuramento di giovedì di Sergio Mattarella, al quale successivamente rimetterà - come è da prassi - il proprio mandato per vedersi immediatamente respinte le dimissioni. Nel frattempo però arriveranno già dei segnali. I partiti, tutti,
sono tornati alla carica sul caro energia.
Matteo Salvini nell’incontro «urgente»
oggi con il premier, assieme al capodelegazione della Lega, Giancarlo Giorgetti, certamente rilancerà la richiesta
dei «30 miliardi» e lo stesso farà il Capo
dei Cinquestelle Giuseppe Conte che
come Enrico Letta tifano per un nuovo
scostamento di bilancio.
Non si tratta dell’apertura di una
nuova stagione di mediazioni. Draghi è
consapevole della necessità dei leader di
dirottare l’attenzione dalle critiche durissime che gli stanno piovendo addosso. Ma l’arena non può essere il Governo,
come peraltro ha lasciato intendere anche lo sfogo sabato di Giorgetti, che ha
fatto esplicito riferimento alle prossime
scadenze elettorali: le amministrative e
i referendum della prossima primavera.
Il presidente del Consiglio è intenzionato a tornare immediatamente alle antiche usanze, a «far parlare i fatti» come
disse in occasione del suo primo Consiglio dei ministri, di cui tra pochi giorni ricorrerà l’anniversario. È certo che il caro
energia rientra tra le priorità del Governo e le recenti aperture del ministro dell’Economia, Daniele Franco, ne sono la
conferma. Ma non può diventare una
nuova «bandierina». Oggi l’Istat ufficializzerà la crescita 2021 al 6,5%: numeri da
«boom economico», rilancia Renato
Brunetta, tra i più entusiasti per la riconferma del governo «dei due presidenti».
Numeri che però non bastano a trasformare un rimbalzo in una crescita strutturale. Serve governare e decisivo sarà -
come ha detto più volte il premier - rispettare gli impegni su riforme e investimenti del Pnrr (circa 40 miliardi nel solo
2022), che siano quelli già assunti o quelli
eventualmente rimodulati nei prossimi
mesi. È anche per questo che a Bruxelles
sabato hanno tirato un sospiro di sollievo quando è arrivata la conferma dell’accoppiata Draghi-Mattarella.

U
no studio di Mauro
Manassi e David Whitney
neuroscienziati di
Berkeley, propone un’ipotesi che
spiega come il cervello gestisca
l’enorme quantità di segnali che
riceve in ogni istante in modo
che l’esperienza percepita sia
relativamente stabile. In base ai
loro esperimenti, Manassi e
Whitney ipotizzano su Science
che il cervello stabilizzi la
percezione costruendo una sorta
di media mobile di quello che ha
percepito negli ultimi 15 secondi.
Nel momento in cui gli umani si
accorgono che il loro cervello li
inganna - seppure a fin di bene -
la loro coscienza può forse
immaginare che i segnali che il
cervello scarta vanno a finire in
una sorta di esperienza
inconscia. Qualcuno, come
David Chalmers, filosofo alla
New York University, può a
buon diritto discutere sul senso
di realtà e domandarsi se gli
umani siano in grado di provare
che la loro esperienza non è una
simulazione, tipo Matrix,
arrivando in un suo articolo per
Nautilus a negare che questa
prova sia possibile. Ma si può
anche rovesciare la prospettiva e
domandarsi se l’immersione in
un metaverso prodotto dal
computer possa effettivamente
essere scambiata per la realtà .
In un metaverso le coscienze
vivono esperienze coinvolgenti
quanto quelle fisiche? Luca
Chittaro, all’università di Udine,
per anni ha prodotto i
“metaversi” usati per allenare il
personale delle linee aeree
americane a gestire le
emergenze e ha dimostrato che
in un incidente simulato si
provano le stesse esperienze
vissute in un incidente reale. Ma,
in quelle condizioni, il cervello
dovrebbe riadattare la sua
funzione di stabilizzatore delle
percezioni perché riceve meno
stimoli che nel mondo fisico e
deve eliminare altri segnali,
come la latenza tra movimenti
del corpo e immagini sugli
schermi. Tra metaverso e realtÃ
ci può essere un’esperienza
simile a livello cosciente ma
diversa nell’inconscio. Un
metaverso cattivo può sfruttare
questi meccanismi percettivi.

N
ell’epoca della conoscenza, la vita dei cittadini è liberata, vincolata,
guidata, dalle soluzioni
digitali. E le prospettive
di sviluppo, come le speranze di vincere le grandi sfide dell’emergenza
climatica e dell’equità sociale, sono
legate all’innovazione digitale. Ma
le conseguenze del digitale discendono dai valori di chi ne disegna le
forme. Ci sono tanti modi per innovare quanti sono i contesti culturali.
L’Unione Europea sta costruendo un contesto unico per il digitale.
Una serie di proposte normative
della Commissione orientate a riformare, per esempio, le regole dei
mercati e dei servizi digitali, dell’intelligenza artificiale e del sistema
dei dati, sono accompagnate da significativi investimenti, come quelli destinati alle reti a banda larga, al
supercomputing, alle tecnologie
quantistiche, ai sistemi di identificazione standard e interoperabili, e
molto altro ancora. Ma qual è l’idea
di fondo che guida tutto questo?
Nòva ne ha parlato con Roberto Viola, direttore generale della DG
Connect, la struttura che si occupa
di digitale nella Commissione Europea e che risponde al Commissario Thierry Breton. Le sue responsabilità vanno dall'innovazione
normativa alla politica di investimenti per lo sviluppo digitale. Il
colloquio è avvenuto nel giorno
della presentazione della Dichiarazione sui diritti digitali.
«Il senso dell'azione della UE è la
determinazione di voler costruire
un futuro digitale che ponga davvero le persone al centro del progetto:
una realtà e non una finzione narrativa», spiega Viola. Nel mondo ci sono ovviamente altre interpretazioni
del digitale. Il potere immenso conquistato dalle mega-aziende americane e dallo Stato cinese spinge
molti osservatori a sottovalutare le
chance europee. Ma un dubbio dovrebbe cogliere quegli osservatori
se leggessero il libro di Anu Bradford, giurista finlandese che insegna alla Columbia Law School: “Effetto Bruxelles. Come l’Unione Europea regola il mondo” (Franco Angeli, 2021). Non è soltanto un effetto
della grande dimensione del mercato europeo che, in qualche modo,
impone agli operatori mondiali di
tener conto delle regole dell’Unione
per commerciare in Europa. Comincia a essere anche un effetto della
profondità di analisi dei regolatori
europei che - dal Gdpr alle proposte
di regole sulle grandi piattaforme -stanno costruendo un apparato giuridico senza paragoni. Tanto che anche altri sistemi politici, a partire
dalla stessa California, considerano
e adottano misure analoghe.
«I nostri obiettivi di policy vanno
perseguiti con misure che tengano
il passo con l'evoluzione tecnologica. Abbiamo sviluppato i nostri indicatori per misurare i risultati. E
andiamo avanti: come annunciato
dalla Presidente della Commissione
Europea nelle prossime settimane
presenteremo il Chip Act per aumentare la produzione europea di
componenti elettronici al 20% del
fabbisogno mondiale», spiega Viola. «Ma al di là delle specifiche misure la Commissione Europea ha dato
ascolto alle tante voci che chiedevano una carta che definisse che cosa è giusto nel mondo digitale: quale
società vogliamo sviluppare. E la Dichiarazione dei diritti nella sua versione finale, firmata dal Parlamento
e dal Consiglio, diventerà si spera la
fonte di ispirazione per dare una direzione a tutta la policy europea nei
prossimi dieci anni».
La Dichiarazione parla di un digitale che avvantaggia tutti, di neutralità della rete, di interoperabilità , di
regole che favoriscono l’innovazione. Si occupa di educazione tecnologica, di qualità delle condizioni di
lavoro nelle piattaforme, di trasparenza degli algoritmi. Viola sottolinea alcuni punti qualificanti: «La dichiarazione ha una forte valenza
politica, stabilisce il principio che
più le imprese hanno benefici economici dalla rete più devono contribuire a rendere internet fruibile, sicura, accessibile per tutti. Richiede
che i dati personali possano essere
facilmente spostati tra diversi servizi. Suggerisce che l'ambiente digitale deve proteggere la libertà di scelta
dei cittadini. E che il digitale può e
deve contribuire alla sostenibilità , a
costruire una società inclusiva e più
giusta. A ogni diritto enunciato nella
dichiarazione corrisponde un preciso impegno normativo e di investimenti. Questo fa la differenza»
Altrove si pensa che se una nuova
tecnologia funziona meglio della
precedente si traduce automaticamente in un miglioramento per gli
umani. Gli europei non pensano così. «Ci sono diversi modelli: uno basato sulla supremazia di capitalismo sfrenato, l'altro fondato su un
controllo statale altrettanto sfrenato. Il nostro è il percorso più difficile.
Una transizione digitale che non lasci indietro i diritti ha tempi più lunghi ma un ritorno migliore per i cittadini» dice Viola. «La nostra proposta è un “contratto sociale digitale” che speriamo avrà valore nel
tempo e non sarà soggetta alle stagioni della politica: un idea condivisa della democrazia digitale».
Già . Il contratto sociale. Non c’è
libertà senza diritti. Non c’è strategia, policy, visione, senza un’immagine di come deve essere fatta una
società giusta. Stefano Rodotà , giurista sofisticatissimo e persona di
grande cuore, sapeva che tutto questo resta vero anche nell’epoca digitale. E se le parole per dirlo sono
scritte dalle istituzioni che contano,
possono dare calore a una policy che
altrimenti potrebbe apparire razionale ma non coinvolgente. E questa
settimana la Commissione europea
ha scritto quelle parole.

I
club di Serie A lamentano di non
aver ricevuto indennizzi diretti dal
Governo e che dopo due anni di
restrizioni dovute alla pandemia
sono sull’orlo del baratro come
emerso nell’inchiesta pubblicata
mercoledì scorso dal Sole 24 Ore. Il
sottosegretario allo Sport Valentina
Vezzali annuncia ora l’apertura a
breve di un tavolo di confronto con lo
sport di vertice che dovrà definire gli
aiuti immediati e aiutare a rinnovare e
rendere più sostenibile la Football
Industry italiana nei prossimi anni.
«Una premessa: il calcio italiano è
un pilastro dello sport italiano, e non
è solo quello super professionistico
della serie A, dentro cui pure
viaggiano realtà diverse. Ma
l'attenzione del Governo deve essere
rivolta a tutto lo sport e alle difficoltÃ
che sta affrontando. Riguardo al
calcio siamo intervenuti, pur nelle
oggettive e gravi difficoltà del
momento con il credito d'imposta del
50% sulle sponsorizzazioni e con i
ristori sui tamponi e altre spese
sanitarie. Non dimentico poi le
misure di cui hanno usufruito i club
nel “Decreto Crescita” e in quello
degli “impatriati”, oltre alle
agevolazioni sulle imposte. Prima
con la legge 178/20 che prevedeva
rate in 24 mesi, poi con la Legge di
Bilancio per i primi 4 mesi del 2022 e
una rateizzazione in 7 mesi.
Aggiungo che è allo studio la
possibilità di ampliare l’arco
temporale fino a 20 mesi. Lo sport, e il
calcio, non devono però dimenticare
come la crisi sia antecedente al Covid.
Non si possono solo invocare aiuti di
Stato. Il Governo e la politica possono
spingere sull’acceleratore, ma per un
reale cambio di passo, c’è bisogno
che anche il calcio cominci a correre.
Nel tavolo per le riforme che si
appresta a convocare chi siederà ?
Il tavolo si dedicherà alle difficoltÃ
economiche che sta attraversando lo
sport professionistico, di vertice e
l’intero comparto, per esaminare la
situazione e per la valutazione di
proposte serie ed efficaci, tenendo
conto che realtà diverse impongono
risposte tra loro diverse. Sto
coinvolgendo al tavolo, che sarà anche
di confronto con tutti i protagonisti
dello sport, prima di tutto l’agenzia
delle Entrate, l’Inps, l’agenzia dei Monopoli, oltre i competenti ministeri.
Quali saranno le priorità ?
In questa prima fase dovremo
identificare soluzioni che possano, in
tempi brevi, dare frutti. Penso a
ristori e rimborsi, ma soprattutto ad
azioni che portino a reperire risorse o
a sfruttare meglio quelle disponibili.
Non ritiene sia necessario un
provvedimento quadro per
accelerare la realizzazione di stadi
moderni? Il presidente della Figc
Gabriele Gravina a breve lancerà la
candidatura per Euro 2028 o 2032.
Certo. In un secondo momento
dovremo dedicarci a interventi più di
ampio respiro come il tema degli
impianti sportivi e non solo nella logica
dei grandi eventi che pure dobbiamo
incentivare. Ospitare grandi eventi
sportivi in Italia è una delle prerogative
delle linee guida di questa mia
esperienza. Dovremmo costruire da
subito un dialogo coi privati e
ammodernare la legge sull’edilizia
sportiva con i ministeri competenti.
Come sciogliere i nodi degli
sponsor legati al betting e del
prelievo sul giro d’affari a favore dei
club di calcio, titolari di un
“copyright” che non trova
riconoscimento?
Non voglio andare contro la sensibilità di chi nei governi
precedenti ha istituito questo divieto,
però constato che non ha sortito gli
effetti sperati. Penso che, date le
circostanze, possa essere ragionevole
ipotizzare una diversa e costruttiva
regolamentazione che, mantenendo
ferma la lotta alla ludopatia, consenta
di sfruttare quei budget che
comunque sono destinati ai club.
Penso che si debba intervenire sul
diritto di immagine usato dai
concessionari, tant’è che al tavolo ci
sarà l’agenzia dei Monopoli.
Quali riforme si aspetta che il
mondo del calcio porti al tavolo ?
Vorrei essere di impulso
all’attuazione di temi sui quali
riscontro resistenze ma che sono ben
presenti a tutti e che, peraltro, sono
anche presenti nel programma del
Presidente Gravina: riforme dei
campionati, sostenibilità , licenze,
controlli e trasparenza dei bilanci e
nelle partecipazioni societarie,
flessibilità contrattuale con tetti
salariali e budget, un freno alle
commissioni dei procuratori,
contenimento dei costi. Vogliamo,
tutti insieme, realizzare il gol della
vittoria, ma per farlo c'è bisogno di
azioni concrete.

P
urtroppo il profilo degli esborsi
dovuti dal governo argentino nei
prossimi 12 mesi non lascia
margini di manovra. Ci sono 75 miliardi di debito da rimborsare, di cui
33 in valuta estera, non solo all’ Fmi
ma anche ad altri organismi internazionali. Se sul debito in valuta nazionale il governo può contare sugli
anticipi di cassa della banca centrale,
la solvibilità del debito in dollari è
garantita solo dalle riserve valutarie
del Paese, allo stato attuale meno di
40 miliardi e in un trend discendente
nonostante gli stringenti controlli
sull’esportazione di valuta estera.
La fuga di capitali verso l’estero
prosegue con altri mezzi: negli ultimi
mesi è proliferato l’utilizzo di nuovi
meccanismi, con l’acquisto di asset
finanziari in pesos argentini e la loro
liquidazione in dollari su mercati
esteri da parte di società di brokeraggio che aggirano le restrizioni. De
facto, gli aiuti finanziari dell’Fmi
hanno lasciato il Paese sotto forma di
interessi/dividendi e depositi in
banche estere effettuati da una classe
privilegiata di investitori nazionali.
Il risultato è uno scollamento
crescente tra il tasso di cambio
ufficiale peso/dollaro e quello
parallelo utilizzato nelle transazioni
reali, che risulta svalutato del 100%.
Ovviamente un tasso di cambio in caduta libera accresce la bolletta
energetica e il costo dell'import,
rinfocolando le pressioni dell’inflazione (50% annuo).
Lo stesso Fmi ha riconosciuto gli
errori del programma in un recente
paper di valutazione ex-post, unico
nel suo genere. Secondo gli analisti, il
Fondo ha accettato (dietro forti
pressioni politiche di Washington,
N.d.A.) le stime ottimistiche del
governo neoliberista di Macri su
deficit, inflazione e crescita. I tagli alle
spese pubblicizzati dal governo si
sono rivelati una tantum e hanno
influenzato marginalmente l’andamento dei conti pubblici. Il prestito è
stato poi erogato in maniera accelerata, senza condizionare l’esborso di
ulteriori tranches ad una verifica
simultanea delle performance.
La ricetta del Fmi si è infine concentrata sugli obiettivi fiscali del
governo, ignorando l’equilibrio
complessivo del settore pubblico
che comprende anche la banca
centrale, detentrice di 47 miliardi di
debito atipico a breve termine. A fine
2019 il Fmi ha imposto il consolidamento nel bilancio pubblico di una
parte di questo debito tramite la
ricapitalizzazione della banca centrale, ma il problema resta.
In definitiva, da un lato le riserve
valutarie argentine sono più fragili, a
fronte di un passivo della banca
centrale fuori controllo. Dall’altro il
debito governativo è più massiccio
di quel che sembra. Carte pessime da
mostrare al mercato, mentre il
negoziato con l’Fmi sulla ristrutturazione del prestito va verso la fase
più delicata. Le buone intenzioni tra
le parti potrebbero non bastare.

«Tutte le opzioni sono
sul tavolo»: è questa
l’essenza delle armi
deterrenti rivolte
contro la Russia. Su
questo tavolo della politica è finita anche la piattaforma Swift, la «bomba
nucleare dei mercati finanziari internazionali», come l’ha definita (poi
pentendosene) il filoamericano Friedrich Merz, nuovo leader del partito
cristiano-democratico tedesco Cdu.
La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication,
meglio conosciuta come Swift, è un
sistema di messaggistica standardizzata su scala globale da oltre quarant’anni, utilizzato da più di 11.000 soggetti interconnessi, tra banche, gestori di infrastrutture di mercato e autorità pubbliche, nelle loro attività di
intermediazione finanziaria globale.
Swift non trasferisce e non detiene
fondi: non è un sistema di pagamenti
internazionali, come Target, e non è
una controparte centralizzata di
compensazione come LCH. Swift fornisce servizi nella forma di una rete
per la messaggistica. E lo fa fissando
criteri standard per le comunicazioni
finanziarie: i suoi codici di sicurezza
sono riconosciuti in tutto il mondo e
per questo ricopre un ruolo centrale
nel garantire il buon funzionamento
dei pagamenti, della compravendita
in titoli e nelle operazioni di tesoreria.
Questa piattaforma unica al mondo consente in tempo reale agli operatori finanziari di tracciare i bonifici
interbancari e identificare in sicurezza le controparti. Su questa rete viene
smistata una media di 42 milioni di
messaggi finanziari al giorno, con un
picco record toccato lo scorso 30 novembre oltre i 50 milioni.
Un’arma a doppio taglio
Essere tagliati fuori da Swift, per una
banca, significa non poter usare il
proprio codice di sicurezza internazionale né di poter verificare i codici
standard degli altri operatori: significa essere “declassati” nel sistema di
verifica a livello mondiale, con ripercussioni che da una banca finiscono
per colpire i clienti della banca stessa,
con ramificazioni imponderabili.
Swift è indubbiamente un’arma potente e molto tagliente, e per questo
c’è chi insiste a mantenerla tra le opzioni deterrenti per evitare il conflitto
armato in Ucraina. Ma è anche una
bomba finanziaria di rilevanza sistemica che va maneggiata con cura perché può esplodere nelle mani di
chiunque, anche di chi la vorrebbe usare solo come arma deterrente.
Lanciata contro la Russia, può ritornare indietro e colpire i mercati finanziari mondiali come un boomerang.
Swift non è americana né russa
Swift è una rete posseduta da tutti e
quindi da nessuno: certamente non è
americana e non è dominata dagli Usa
o dal Regno Unito. Gli Stati Uniti e il
Regno Unito detengono due rappresentanti ciascuno nel Consiglio di
amministrazione di Swift formato da
25 direttori dove sono rappresentate
anche Russia e Cina: nel Board siedono direttori provenienti da Banca Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank e Commerzbank. Questa piattaforma è una
cooperativa mondiale di proprietà dei
suoi utilizzatori, ovvero gli oltre
11.000 istituti finanziari in tutto il
mondo che ne sono anche i suoi azionisti. Swift ha sede legale in Belgio.
Questo significa che è tenuta a rispettare le leggi varate dal legislatore belga o le normative europee recepite in
Belgio. Nel caso di sanzioni americane rivolte contro le banche russe, per
coinvolgere in questa ritorsione i codici Swift, la rete di messaggistica dovrebbe applicare una disposizione
della Commissione europea, secondo
il parere di un esperto che preferisce
mantenere l’anonimato.
Swift sorvegliata dalla Bce
Swift è sottoposta alla “sorveglianza”
(che non è vigilanza) delle dieci banche
centrali dei Paesi del G-10, tra le quali
la Bce e dunque anche la Banca d’Italia.
L’Eurosistema è tenuto all’oversight, la
sorveglianza dei cosiddetti Csp (Critical service providers) e Swift è uno di
questi perché fornisce servizi critici su
scala internazionale, essenziali agli
istituti monetari e finanziari, comprese le banche di rilevanza sistemica nell’area dell’euro, che molto spesso non
hanno alternative. Swift non ha impatti sulla politica monetaria ma può avere effetti sulla stabilità finanziaria.
La sorveglianza su Swift è organizzata su due livelli. Le banche centrali
del G-10 hanno stabilito un accordo
con la Nationale Bank van België/Banque Nationale de Belgique alla quale è
affidata la supervisione principale. In
risposta all’importanza di Swift per le
banche dell’Eurosistema, la Banca
centrale belga tiene riunioni annuali
con le banche centrali dell’area dell’euro. Negli ultimi anni, sottolinea l’ultimo rapporto della Bce sull’argomento,
«i supervisori hanno dedicato molto
tempo al monitoraggio del Customer
Security Programme di Swift nella lotta contro gli attacchi cibernetici, per
valutare il livello di conformità con i controlli di sicurezza e l’efficacia dei
processi di segnalazione come meccanismi di applicazione». Nel 2016 l’uso
non autorizzato di messaggi Swift da
parte di un gruppo criminale ha portato alla sottrazione di circa 80 milioni di
dollari dalla Banca centrale del Bangladesh. Un episodio analogo, di dimensioni molto più contenute, ha riguardato nel 2018 la Banca centrale russa.
In una conferenza stampa lo scorso
giovedì, un giornalista ha chiesto all’ad di Deutsche Bank Christian
Sewing cosa potrebbe accadere se le
banche russe fossero escluse da Swift:
«Deutsche Bank non sarebbe colpita
da un impatto negativo diretto», ha
rassicurato Sewing, che però non ha
escluso ripercussioni sull’intera industria finanziaria e sui clienti che operano
con gli istituti tagliati fuori da Swift.
Un precedente scomodo
Nella storia di Swift c’è un solo precedente di sospensione dell’accesso alla
rete e disconnessione dalla rete per
obiettivi sanzionatori: nel 2018 e 2012
contro alcune banche iraniane. Questo accadde ai tempi delle sanzioni
Usa ed europee contro l’Iran. Swift è
una cooperativa globale che si definisce di natura “neutrale”, perché è stata creata per il beneficio collettivo.
Qualsiasi decisione circa l’imposizione di sanzioni a Paesi o entità individuali, per Swift, spetta agli organi governativi competenti e ai legittimi legislatori. In passato tuttavia il membro americano del consiglio di
amministrazione lamentò di avere
grandi problemi con l’operatività delle banche iraniane sulla rete, in seguito alle sanzioni Usa contro l’Iran: così
le banche iraniane furono sospese
dall’uso della piattaforma.
Il peso degli istituti finanziari iraniani sull’attività Swift è estremamente
contenuto, non arriva allo 0,2%, stando
a fonti bene informate. Il peso delle
banche russe si dice sia quindici volte
tanto. Usare Swift contro le banche russe finirebbe per velocizzare un progetto
imbastito da Russia, Cina e Turchia:
una rete di messaggistica finanziaria
alternativa a Swift. Un’operazione che
ne disinnesca la portata deterrente.
«Lo Spettatore» è
chiamato in dialogo da
un filosofo illustre,
Biagio de Giovanni, che, con
generosi accenti d’amicizia, così
scrive da Napoli: «Ti leggo
sempre nei piccoli elzeviri, sei
diventato la prima lettura
domenicale. E ricavo sempre più
l’impressione che il tema che
unitariamente sollevi è quello
che molti di noi avvertiamo con
reazioni diverse, provo a dirla
così: La fine del mondo che
abbiamo conosciuto, e anzi
“conosciuto” è poco, parola,
“conoscere”, che uso poco anche
in filosofia; il mondo dove siamo
“stati”, il mondo che siamo noi e
che continua a vivere, come
memoria viva, in un mondo
“altro”, un contrasto
irrimediabile non solo perché
anche noi “diventiamo” quel
mondo, ma perché, nel
diventarlo, abbiamo sofferenza,
viviamo una vita dimezzata,
sofferenza che ormai fatica a tradursi in pensiero, e quasi oggi
mi sembra che il nostro Severino
è stato il filosofo che più di ogni
altro ha capito questo, e si è in
qualche modo rifugiato
nell’eterno, ma riuscendo ad
abitarlo sempre e solo come una
promessa».
C’è, di certo, unità nelle sobrie
prose della domenica: l’unità di
chi, affacciandosi sulle vicende
quotidiane, prova a coglierne
temi ed a ricondurli in una sua
prospettiva. Non tanto li registra
e narra, quanto scruta e
interroga. Questo interpretare
non sfugge alla dolente antitesi
tra il mondo di ieri, vissuto e
custodito nella memoria, mondo
dove “siamo stati”, e un mondo
“altro”, che ci è dintorno e chiede
di essere capito.
Ne nascono la sofferenza
interiore e la fatica del pensiero,
che Biagio de Giovanni esprime
con rara efficacia di parola, ed
anche la tentazione severiniana
di «rifugiarsi nell’eterno» (che è
però abitabile «sempre e solo
come una promessa»). Ma –
notiamo alla dialogante cortesia
dell’amico – già nello scrivere i
“piccoli elzeviri” domenicali, c’è
un andar oltre l’immediata
sofferenza dell’antitesi, un
vederla a distanza, con la vigilata curiosità , appunto, di uno
“spettatore”.
La distanza stempera il
rapporto con il mondo “altro”:
non lo esclude e annebbia, ma ne
pone in risalto caratteri simili o
inattese connessioni.
“Conoscere” forse non basta, e
ne traiamo sempre un che di
amaro e doloroso; eppure esso
appresta, per dir così, un
“rifugio” terreno e determinato.
Si ha la consolatoria impressione
di “stare” nella storia. Emanuele
Severino, che fu grande e
comune interlocutore, additava
una strada non caduca e non
precaria, ma tale da esigere una
scelta ardua e definitiva.
Una scelta che i dialoganti non
hanno compiuto.
Intorno a Biagio de Giovanni,
festeggiante il novantesimo
genetliaco, ci si trovò raccolti il 6
dicembre 2021 nel napoletano
Palazzo Filomarino, offrendogli
un “Libro degli amici” (edito
dalla raffinata Bibliopolis),
che reca testimonianze di
estrema e affettuosa stima
(da Giorgio Napolitano a
Ciliberto, da Cacciari a Esposito).
Lo Spettatore vorrebbe
oggi aggiungervi un’altra
piccola pagina.

Le sentenze della Consulta? «Massima attenzione alle loro ricadute sulla finanza pubblica». L’elezione diretta del Capo dello Stato? «Servirebbe un cambio di sistema». Il gender gap? «Noi maschi abbiamo di
che vergognarci». E poi in chiusura
di una lunga e ampia conferenza
stampa Giuliano Amato, eletto ieri
all’unanimità presidente della Corte
costituzionale, si lascia un po’ andare «sembrava ieri che giuravo da
giudice della Corte e sono già quasi
passati 9 anni. Il nostro è un lavoro
impegnativo ma bellissimo».
Del resto, per Amato, che resterÃ
in carica sino a settembre e come primo atto ha nominato vicepresidenti
le giudici Silvana Sciarra e Daria de
Pretis e il giudice Nicolò Zanon, quello di presidente della Consulta è (forse) solo l’ultimo incarico pubblico di
grande prestigio che è chiamato a ricoprire, nei giorni oltretutto in cui il
suo nome era tornato ricorrente tra
i candidati alla carica di Presidente
della Repubblica.
Amato, infatti, nato a Torino il 13
maggio 1938, è stato nominato giudice
costituzionale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 12 settembre 2013. È professore emerito alla
Sapienza di Roma, docente di Diritto
costituzionale comparato, parlamentare per 18 anni, sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio, ministro dell’Interno, due volte ministro del Tesoro
e due volte Presidente del Consiglio,
ministro delle Riforme istituzionali, ha
guidato dal 1994 al 1997 l’Antitrust.
Nell’ora e mezza di confronto con
i giornalisti Amato si è soffermato su
numerosi temi, spesso celiando nel
chiarire che in alcune risposte parlava
più il consulente giuridico che il neopresidente. Nelle prime battute Amato ha voluto sottolineare l’analogia tra
i conflitti giuridici che emergono in
sede europea e quanto avviene da noi:
«le materie più conflittuali oggi riguardano i valori: il gender, la famiglia, la sicurezza, la libertà . Temi assai
impegnativi, sui quali una lettura attenta della Costituzione segnala molto spesso che l’esistente così com’è non funziona, ma rispetto ai quali nel
tempo è cambiato anche l’atteggiamento della Corte».
E qui Amato ricorda che se in passato la Corte lasciava un vuoto normativo, affidando poi al legislatore l’intervento, poi ci sono state, dove possibile, le sentenze additive e ora sempre
più frequentemente i giudici indicano
anche la soluzione da adottare. Ma poi
l’intervento risolutore, ha concluso
Amato, resta quello del Parlamento,
dall’ergastolo ostativo (a breve scadrÃ
il tempo concesso dalla Corte), al suicidio assistito, al carcere per la diffamazione, «perché la collaborazione
tra istituzioni è essenziale».
E sul tema del giorno, l’elezione del
capo dello Stato, Amato sulle sollecitazioni a un’elezione diretta, dopo la
prova non brillantissima data dal Parlamento, avverte che «i sistemi costituzionali sono come orologi. Non si
può pensare di toccarne solo una parte senza avere presente l’intero meccanismo. L’elezione diretta ha certo il
vantaggio che avviene in un solo giorno, ma non si può trasferire da sola
nel nostro sistema». E sul modello, il
neopresidente confessa una preferenza per quello francese.
A proposito di consapevolezza da
parte della Corte delle ricadute sul sistema economico e, in particolare,sulla finanza pubblica di alcune decisioni, Amato osserva che queste non
sono certo prese “al buio”; anzi, la sentenza, specie in materie delicate come
la previdenza, è preceduta di solito
dall’acquisizione di elementi sui costi
. Particolare attenzione quindi, ma se
in discussione ci sono diritti irrinunciabili, come quelli dei cittadini invalidi, allora le risorse si devono trovare.
Su questione femminile e parità di
genere Amato confessa che «c’è ancora molto da fare. L’equilibrio non è
stato ancora raggiunto. Noi maschi
abbiamo molto di cui vergognarci,
continuiamo a vedere la donna solo
dalla cintola in giù, perché così è più
comodo. Non può certo essere il Parlamento a risolvere problemi che sono
solo nostri». E sul dramma dei femminicidi, ancora pochi giorni fa segnalato da dati di fortissimo allarme,
bisogna partire da lontano: «ci ho lavorato anche con ricerche nelle scuole
- precisa Amato -: Emerge che i ragazzi sono privi di un’identità cui ancorarsi e quindi cercano l’affermazione
di sè attraverso l’impossessamento di
ciò che si ha davanti.Il problema è la
famiglia che non parla, forse perché
non sa cosa dire, c’è tutta una comunità che non funziona. È un problema di
tutti, non solo delle istituzioni».

L’obiettivo è chiaro: accrescere le
abilità digitali degli italiani,
sostenendo progetti rivolti alla
formazione e all’inclusione
digitale. Partendo da un dato,
certificato dalla Commissione
europea nell’ultimo Digital
Economy and Society Index (Desi),
secondo cui il 58% della
popolazione italiana tra i 16 e i 74
anni (26 milioni di cittadini) non
dispone delle competenze di base
su questo versante rispetto al 42%
della media Ue. Da qui l’avvio ieri
del Fondo per la Repubblica
Digitale che avrà una dote di 350
milioni per tre anni e che è stato
ufficializzato con un protocollo
d’intesa siglato dai ministri
dell’Economia e della Transizione
Digitale, Daniele Franco e Vittorio
Colao, e dal presidente dell’Acri,
Francesco Profumo.
Sulla scia dell’esperienza
positiva del Fondo per il contrasto
della povertà educativa minorile,
istituito nel 2016 grazie all’asse tra
governo, fondazioni e Forum del
Terzo settore, il Fondo, altro
snodo chiave del Pnrr, selezionerÃ
progetti da finanziare tramite
bandi a cui potranno partecipare
realtà pubbliche, privati senza
scopo di lucro e soggetti del Terzo settore da soli o in partnership. Lo
strumento sarà alimentato dai
versamenti effettuati dalle
fondazioni di origine bancaria che,
a fronte del sostegno assicurato al
Fondo, beneficeranno di un
credito d’imposta, pari al 65% per
gli anni 2022 e 2023 e al 75% per gli
anni 2024, 2025 e 2026.
La governance del Fondo
prevede un comitato di indirizzo
strategico, composto da 6
componenti, designati
pariteticamente dal governo e
dall’Acri e chiamati a definire le
linee strategiche, le prioritÃ
d’azione, la verifica dei processi di
selezione e di valutazione dei
progetti, nonché un comitato
scientifico indipendente, a cui è
affidato il compito di monitorare e
valutare l’efficacia ex post degli
interventi finanziati. Entro sei
mesi, poi, verrà individuato un
soggetto attuatore del Fondo, che
si occuperà di tutte le attivitÃ
operative. Nel comitato di
indirizzo strategico siederanno
Daria Perrotta (presidente),
Michele Bugliesi, Luca de Angelis,
Anna Gatti, Federico Giammusso e
Francesco Profumo.

Dopo la pausa per il Quirinale, il governo riparte dalla stessa formazione e
dallo stesso programma. Da affrontare
subito sono le emergenze del caro bollette per famiglie e imprese e delle
nuove regole per il Covid, mentre bisogna completare il percorso avviato per
riforme come il fisco, le pensioni, la
concorrenza. Sempre presente il tema
del Pnrr per cui il governo è chiamato
alla doppia sfida: portare avanti le riforme e i target previsti dalla Ue per fine giugno e al tempo stesso avviare la
grande macchina della spesa.
1
LA CRISI ENERGETICA
Sulle bollette le imprese
attendono segnali forti
La direzione futura l’ha accennata giorni
fa il ministro dell’Economia, Daniele
Franco, aprendo a possibili a nuove misure perché «bisogna evitare che il costo
dell’energia blocchi la ripresa produttiva». Parole su cui le imprese attendono
ora segnali forti dal governo Draghi dopo la diffusa delusione per la strategia di
corto respiro messa in pista dallo scorso
luglio a colpi di misure tampone. Certo
l’aumento dei prezzi sui mercati internazionali ha contribuito a far salire il
conto della bolletta, ma è chiaro che l’industria l’italiana paga uno scotto altissimo anche per gli effetti nefasti di un mix
energetico ancora troppo dipendente
dall’estero. Non a caso, le imprese, energivori in testa, sollecitano da mesi interventi strutturali. E, superato lo scoglio
del voto per il Colle, torneranno a farsi
sentire schiacciate dal peso di chiusure
e fallimenti ormai all’ordine del giorno.
2
CONTI PUBBLICI
Sullo scostamento
la prima scelta politica
La prima vera partita politica e sostanziale per la maggioranza sarà quella sullo scostamento di bilancio. Chiesto a gran voce da M5S,
Lega e Pd, il dossier tornerà sui tavoli di un governo che vede decisamente rafforzato l’asse DraghiFranco, fin qui prudentissimi sul
nuovo deficit, rispetto ai partiti
maggiori della coalizione, usciti
chi malconcio chi a pezzi dagli
scossoni quirinalizi. Ma oltre alla
politica c’è appunto la sostanza: che in attesa delle decisioni sui
conti ha visto fin qui solo il minidecreto da 1,66 miliardi, ripescati
da vecchi fondi, per distribuire
aiuti a famiglie e imprese giudicati
largamente insufficienti un po’ da
tutti. Domani l’Istat certificherÃ
che la crescita 2021 è stata ancora
più vigorosa delle ultime previsioni (il ministro dell’Economia
Franco ha anticipato il dato «vicino al 6,5%» confermato ieri dal titolare della Pa Renato Brunetta),
ma sul 2022 le incognite sono pesanti. La misura della revisione nei
programmi di finanza pubblica sarà data dall’incrocio di questi due
fattori, più che dalle richieste multimiliardarie dal segretario della
Lega Matteo Salvini e non solo.
3
pnrr
Il doppio snodo dei target
e dell’obiettivo di spesa
Messi in cascina, con un rush finale, i 51 obiettivi da centrare nel 2021
per il Recovery Plan, il programma
concordato con la Commissione
europea per l’avvio di quest’anno
non lascia certo spazio a esitazioni
con altri 45 adempimenti da centrare da qui a giugno per non perdere i 24,1 miliardi della seconda
rata. E, per assicurarseli, lo sforzo
non sarà da poco. Perché nel menù
previsto nei prossimi mesi figura
un ricco elenco di riforme che spazia dal fisco alla Pa, fino alla transizione ecologica con un consistente
pacchetto di scadenze da conseguire. Senza contare che il governo
dovrà misurarsi con la sfida senz’altro più difficile: quella di portare a regime la spesa per gli investimenti pari a 27,5 miliardi, il 77% in
più dell’asticella fissata lo scorso
anno. Con un incremento del 50%
dei progetti coinvolti.4
PENSIONI
La partita sui ritocchi
alla legge Fornero
L’appuntamento è stato segnato nell’agenda di governo prima ancora che
cominciassero le votazioni per l'elezione del capo dello Stato: il 7 febbraio
esecutivo e leader sindacali sononto
del complesso confronto per rendere
più flessibile la legge Fornero.
L’obiettivo è ambizioso: tracciare in
tempo utile per il Def di aprile le linee
guida di una riforma delle pensioni,
magari in formato mini, da far entrare
in vigore nel 2023, quando si sarÃ
esaurita Quota 102. Un’impresa non
facile. E non solo perché, come emerge dai tavoli tecnici, occorrerà trovare
un compromesso per colmare le distanze tra governo e sindacati su metodo contributivo e sostenibilità finanziaria delle misure da adottare.
Quello della previdenza era infatti
uno dei capitoli più divisivi all’interno
della maggioranza. prima ancora delle lacerazioni prodotte dal voto sul
presidente della Repubblica.
5
DELEGA FISCALE
Maggioranza alla prova
su Catasto e Flat Tax
Già dalle prossime settimane la maggioranza dovrà entrare nel merito
della discussione sulla delega fiscale,
che fin qui in commissione Finanze
alla Camera ha visto solo le schermaglie iniziali con la presentazione degli
emendamenti. Facile prevedere
spaccature sulla riforma del catasto,
che il centrodestra chiede di cancellare e il centrosinistra di mantenere
o rafforzare, e divisioni speculari sulla flat tax. L’avvicinarsi di una campagna elettorale priva di certezze alimenterà le polemiche sul fisco, tema
di propaganda per eccellenza, e rischierà di limitare le possibilità d’intesa agli aspetti più tecnici legati a
semplificazione normativa e ritocchi
in direzione del sistema duale.6
CONCORRENZA
L’incognita dei tempi
con i partiti divisi
C’è da sbloccare subito, al Senato, il disegno di legge annuale per la concorrenza.
La riforma, una delle principali previste
dal Pnrr, è stata solo incardinata al Senato, prima di Natale, in commissione Industria. Si preannuncia un iter lungo e
complesso, che si aprirà con un fiume di
audizioni e potrebbe proseguire con una
messe di emendamenti in contrapposizione tra loro. Perché tanti sono i temi
del Ddl su cui i partiti di maggioranza
hanno visioni distinte, dai servizi pubblici locali (con le Regioni che c attesi dalla prima verifica sull’andamehiedono
modifiche su trasporti e rifiuti) alle concessioni idroelettriche. Prenderà un’altra strada la soluzione sulle concessioni
balneari, per le quali serve una norma di
riordino dopo la sentenza del Consiglio
di Stato che ha ridotto a soli due anni il
rinnovo senza gara, fino a tutto il 2023.
Le modifiche potrebbero entrare come
emendamento al decreto milleproroghe.
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COVID
Mascherine all’aperto
e green pass illimitato
Il governo punta a superare l’Italia dei
colori dell’emergenza Covid con un
emendamento al decreto legge 221 all’esame del Senato. La modifica farà sì
che resti in vita solo la zona rossa. Il Covid
poi sarà il tema centrale dei due Consigli
dei ministri in programma la prossima
settimana: lunedì verrà con ogni probabilità prorogato l’obbligo di mascherine
all’aperto che è in scadenza proprio il 31
gennaio. Giovedì, invece, sarà esaminata
la proroga della validità del green pass rilasciato ai vaccinati con tre dosi. L’ipotesi
prevalente è quella di un certificato vaccinale senza limiti per i cosiddetti “boosterizzati”, in attesa di capire cosa sarÃ
deciso dalle autorità regolatorie sulla
quarta dose. Il governo potrebbe inoltre
uniformare le regole anti-Covid per le
scuole primarie e secondarie.