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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

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venerdì 4 febbraio 2022

Draghi riparte da bollette e pensioni

 


Misure per attenuare il peso del caro-energia su famiglie e imprese e il delicatissimo dossier della previdenza: sono i primi due banchi di prova (insieme allo spinoso tema dei bonus edilizi) per il governo Draghi e per la maggioranza che lo sostiene dopo che il voto per il presidente della Repubblica ha messo in evidenza tutte le contraddizioni che la contraddistinguono. Il 7 febbraio è in agenda la prima verifica politica con i leader sindacali sulle pensioni, mentre la questione bollette, posta come priorità sia dal segretario del Pd, Enrico Letta, che dal capo della Lega, Matteo Salvini, potrebbe essere oggetto di un primo esame già nella riunione del Cdm di oggi che dovrà decidere la proroga di alcune misure anti-Covid. Ma la riunione servirà soprattutto a capire l’approccio del premier Draghi - intenzionato a spingere sulle riforme -in questo nuovo avvio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, e in vista degli ostacoli che l’esecutivo dovrà superare nei prossimi 11 mesi, prima del termine della legislatura, a cominciare dai cinque Dl in attesa di conversione.Gli impegni sono molteplici e il tempo è poco. Ecco i due fattori che più di ogni altro condizioneranno la fase 2 del Governo e che Mario Draghi ricorderà ai suoi ministri in occasione della riunione del Consiglio di oggi, dove oltre ad alcune misure sul Covid (c’è da decidere se prorogare la chiusura di sale da ballo e discoteche e l’uso delle mascherine all’aperto), si potrebbe avviare il confronto sulle ulteriori misure per fronteggiare l’emergenza del caro energia. Ma la riunione di questo pomeriggio servirà soprattutto a capire l’approccio del premier in questo nuovo avvio. Le riflessioni sul «Governo più forte», vista la pessima prova dei leader politici tutti (chi più chi meno), o «più debole» a causa delle fibrillazioni interne ai partiti della maggioranza, non fanno parte dei ragionamenti del Presidente del Consiglio che ieri è rimasto chiuso nella sua tenuta umbra. Certo è che la soluzione scaturita dal voto dei Grandi elettori è stata apprezzata e molto anche fuori dall’Italia, come è emerso dai commenti dei principali media europei e statunitensi, preoccupati dal rischio instabilità di un Paese con un debito vicino al 160%, e una risposta arriverà anche dai mercati di oggi. «Draghi tornerà a fare Draghi», è il refrain ripetuto in queste ore, quasi fosse un ritornello del prossimo a delle canzoni che a breve ascolteremo dal palcoscenico dell’Ariston. Perché è evidente che l’attesa per l’elezione del Capo dello Stato - nella quale il premier era direttamente coinvolto visto che la sua candidatura è rimasta quasi fino all’ultimo - ha pesato anche sull’azione dell’esecutivo. Sarà nei prossimi giorni lo stesso Draghi a illustrare i prossimi obiettivi. Probabilmente attenderà il giuramento di giovedì di Sergio Mattarella, al quale successivamente rimetterà - come è da prassi - il proprio mandato per vedersi immediatamente respinte le dimissioni. Nel frattempo però arriveranno già dei segnali. I partiti, tutti, sono tornati alla carica sul caro energia. Matteo Salvini nell’incontro «urgente» oggi con il premier, assieme al capodelegazione della Lega, Giancarlo Giorgetti, certamente rilancerà la richiesta dei «30 miliardi» e lo stesso farà il Capo dei Cinquestelle Giuseppe Conte che come Enrico Letta tifano per un nuovo scostamento di bilancio. Non si tratta dell’apertura di una nuova stagione di mediazioni. Draghi è consapevole della necessità dei leader di dirottare l’attenzione dalle critiche durissime che gli stanno piovendo addosso. Ma l’arena non può essere il Governo, come peraltro ha lasciato intendere anche lo sfogo sabato di Giorgetti, che ha fatto esplicito riferimento alle prossime scadenze elettorali: le amministrative e i referendum della prossima primavera. Il presidente del Consiglio è intenzionato a tornare immediatamente alle antiche usanze, a «far parlare i fatti» come disse in occasione del suo primo Consiglio dei ministri, di cui tra pochi giorni ricorrerà l’anniversario. È certo che il caro energia rientra tra le priorità del Governo e le recenti aperture del ministro dell’Economia, Daniele Franco, ne sono la conferma. Ma non può diventare una nuova «bandierina». Oggi l’Istat ufficializzerà la crescita 2021 al 6,5%: numeri da «boom economico», rilancia Renato Brunetta, tra i più entusiasti per la riconferma del governo «dei due presidenti». Numeri che però non bastano a trasformare un rimbalzo in una crescita strutturale. Serve governare e decisivo sarà - come ha detto più volte il premier - rispettare gli impegni su riforme e investimenti del Pnrr (circa 40 miliardi nel solo 2022), che siano quelli già assunti o quelli eventualmente rimodulati nei prossimi mesi. È anche per questo che a Bruxelles sabato hanno tirato un sospiro di sollievo quando è arrivata la conferma dell’accoppiata Draghi-Mattarella.

La percezione può essere modificata nel metaverso

 

U no studio di Mauro Manassi e David Whitney neuroscienziati di Berkeley, propone un’ipotesi che spiega come il cervello gestisca l’enorme quantità di segnali che riceve in ogni istante in modo che l’esperienza percepita sia relativamente stabile. In base ai loro esperimenti, Manassi e Whitney ipotizzano su Science che il cervello stabilizzi la percezione costruendo una sorta di media mobile di quello che ha percepito negli ultimi 15 secondi. Nel momento in cui gli umani si accorgono che il loro cervello li inganna - seppure a fin di bene - la loro coscienza può forse immaginare che i segnali che il cervello scarta vanno a finire in una sorta di esperienza inconscia. Qualcuno, come David Chalmers, filosofo alla New York University, può a buon diritto discutere sul senso di realtà e domandarsi se gli umani siano in grado di provare che la loro esperienza non è una simulazione, tipo Matrix, arrivando in un suo articolo per Nautilus a negare che questa prova sia possibile. Ma si può anche rovesciare la prospettiva e domandarsi se l’immersione in un metaverso prodotto dal computer possa effettivamente essere scambiata per la realtà. In un metaverso le coscienze vivono esperienze coinvolgenti quanto quelle fisiche? Luca Chittaro, all’università di Udine, per anni ha prodotto i “metaversi” usati per allenare il personale delle linee aeree americane a gestire le emergenze e ha dimostrato che in un incidente simulato si provano le stesse esperienze vissute in un incidente reale. Ma, in quelle condizioni, il cervello dovrebbe riadattare la sua funzione di stabilizzatore delle percezioni perché riceve meno stimoli che nel mondo fisico e deve eliminare altri segnali, come la latenza tra movimenti del corpo e immagini sugli schermi. Tra metaverso e realtà ci può essere un’esperienza simile a livello cosciente ma diversa nell’inconscio. Un metaverso cattivo può sfruttare questi meccanismi percettivi.

L’Europa costruisce un ambiente digitale a misura dei diritti umani


N ell’epoca della conoscenza, la vita dei cittadini è liberata, vincolata, guidata, dalle soluzioni digitali. E le prospettive di sviluppo, come le speranze di vincere le grandi sfide dell’emergenza climatica e dell’equità sociale, sono legate all’innovazione digitale. Ma le conseguenze del digitale discendono dai valori di chi ne disegna le forme. Ci sono tanti modi per innovare quanti sono i contesti culturali. L’Unione Europea sta costruendo un contesto unico per il digitale. Una serie di proposte normative della Commissione orientate a riformare, per esempio, le regole dei mercati e dei servizi digitali, dell’intelligenza artificiale e del sistema dei dati, sono accompagnate da significativi investimenti, come quelli destinati alle reti a banda larga, al supercomputing, alle tecnologie quantistiche, ai sistemi di identificazione standard e interoperabili, e molto altro ancora. Ma qual è l’idea di fondo che guida tutto questo? Nòva ne ha parlato con Roberto Viola, direttore generale della DG Connect, la struttura che si occupa di digitale nella Commissione Europea e che risponde al Commissario Thierry Breton. Le sue responsabilità vanno dall'innovazione normativa alla politica di investimenti per lo sviluppo digitale. Il colloquio è avvenuto nel giorno della presentazione della Dichiarazione sui diritti digitali. «Il senso dell'azione della UE è la determinazione di voler costruire un futuro digitale che ponga davvero le persone al centro del progetto: una realtà e non una finzione narrativa», spiega Viola. Nel mondo ci sono ovviamente altre interpretazioni del digitale. Il potere immenso conquistato dalle mega-aziende americane e dallo Stato cinese spinge molti osservatori a sottovalutare le chance europee. Ma un dubbio dovrebbe cogliere quegli osservatori se leggessero il libro di Anu Bradford, giurista finlandese che insegna alla Columbia Law School: “Effetto Bruxelles. Come l’Unione Europea regola il mondo” (Franco Angeli, 2021). Non è soltanto un effetto della grande dimensione del mercato europeo che, in qualche modo, impone agli operatori mondiali di tener conto delle regole dell’Unione per commerciare in Europa. Comincia a essere anche un effetto della profondità di analisi dei regolatori europei che - dal Gdpr alle proposte di regole sulle grandi piattaforme -stanno costruendo un apparato giuridico senza paragoni. Tanto che anche altri sistemi politici, a partire dalla stessa California, considerano e adottano misure analoghe. «I nostri obiettivi di policy vanno perseguiti con misure che tengano il passo con l'evoluzione tecnologica. Abbiamo sviluppato i nostri indicatori per misurare i risultati. E andiamo avanti: come annunciato dalla Presidente della Commissione Europea nelle prossime settimane presenteremo il Chip Act per aumentare la produzione europea di componenti elettronici al 20% del fabbisogno mondiale», spiega Viola. «Ma al di là delle specifiche misure la Commissione Europea ha dato ascolto alle tante voci che chiedevano una carta che definisse che cosa Ã¨ giusto nel mondo digitale: quale società vogliamo sviluppare. E la Dichiarazione dei diritti nella sua versione finale, firmata dal Parlamento e dal Consiglio, diventerà si spera la fonte di ispirazione per dare una direzione a tutta la policy europea nei prossimi dieci anni». La Dichiarazione parla di un digitale che avvantaggia tutti, di neutralità della rete, di interoperabilità, di regole che favoriscono l’innovazione. Si occupa di educazione tecnologica, di qualità delle condizioni di lavoro nelle piattaforme, di trasparenza degli algoritmi. Viola sottolinea alcuni punti qualificanti: «La dichiarazione ha una forte valenza politica, stabilisce il principio che più le imprese hanno benefici economici dalla rete più devono contribuire a rendere internet fruibile, sicura, accessibile per tutti. Richiede che i dati personali possano essere facilmente spostati tra diversi servizi. Suggerisce che l'ambiente digitale deve proteggere la libertà di scelta dei cittadini. E che il digitale può e deve contribuire alla sostenibilità, a costruire una società inclusiva e più giusta. A ogni diritto enunciato nella dichiarazione corrisponde un preciso impegno normativo e di investimenti. Questo fa la differenza» Altrove si pensa che se una nuova tecnologia funziona meglio della precedente si traduce automaticamente in un miglioramento per gli umani. Gli europei non pensano così. «Ci sono diversi modelli: uno basato sulla supremazia di capitalismo sfrenato, l'altro fondato su un controllo statale altrettanto sfrenato. Il nostro è il percorso più difficile. Una transizione digitale che non lasci indietro i diritti ha tempi più lunghi ma un ritorno migliore per i cittadini» dice Viola. «La nostra proposta è un “contratto sociale digitale” che speriamo avrà valore nel tempo e non sarà soggetta alle stagioni della politica: un idea condivisa della democrazia digitale». Già. Il contratto sociale. Non c’è libertà senza diritti. Non c’è strategia, policy, visione, senza un’immagine di come deve essere fatta una società giusta. Stefano Rodotà, giurista sofisticatissimo e persona di grande cuore, sapeva che tutto questo resta vero anche nell’epoca digitale. E se le parole per dirlo sono scritte dalle istituzioni che contano, possono dare calore a una policy che altrimenti potrebbe apparire razionale ma non coinvolgente. E questa settimana la Commissione europea ha scritto quelle parole.


«Riforme in cambio di tasse rinviate e prelievi sui giochi»

 

I club di Serie A lamentano di non aver ricevuto indennizzi diretti dal Governo e che dopo due anni di restrizioni dovute alla pandemia sono sull’orlo del baratro come emerso nell’inchiesta pubblicata mercoledì scorso dal Sole 24 Ore. Il sottosegretario allo Sport Valentina Vezzali annuncia ora l’apertura a breve di un tavolo di confronto con lo sport di vertice che dovrà definire gli aiuti immediati e aiutare a rinnovare e rendere più sostenibile la Football Industry italiana nei prossimi anni. «Una premessa: il calcio italiano è un pilastro dello sport italiano, e non è solo quello super professionistico della serie A, dentro cui pure viaggiano realtà diverse. Ma l'attenzione del Governo deve essere rivolta a tutto lo sport e alle difficoltà che sta affrontando. Riguardo al calcio siamo intervenuti, pur nelle oggettive e gravi difficoltà del momento con il credito d'imposta del 50% sulle sponsorizzazioni e con i ristori sui tamponi e altre spese sanitarie. Non dimentico poi le misure di cui hanno usufruito i club nel “Decreto Crescita” e in quello degli “impatriati”, oltre alle agevolazioni sulle imposte. Prima con la legge 178/20 che prevedeva rate in 24 mesi, poi con la Legge di Bilancio per i primi 4 mesi del 2022 e una rateizzazione in 7 mesi. Aggiungo che è allo studio la possibilità di ampliare l’arco temporale fino a 20 mesi. Lo sport, e il calcio, non devono però dimenticare come la crisi sia antecedente al Covid. Non si possono solo invocare aiuti di Stato. Il Governo e la politica possono spingere sull’acceleratore, ma per un reale cambio di passo, c’è bisogno che anche il calcio cominci a correre. Nel tavolo per le riforme che si appresta a convocare chi siederà? Il tavolo si dedicherà alle difficoltà economiche che sta attraversando lo sport professionistico, di vertice e l’intero comparto, per esaminare la situazione e per la valutazione di proposte serie ed efficaci, tenendo conto che realtà diverse impongono risposte tra loro diverse. Sto coinvolgendo al tavolo, che sarà anche di confronto con tutti i protagonisti dello sport, prima di tutto l’agenzia delle Entrate, l’Inps, l’agenzia dei Monopoli, oltre i competenti ministeri. Quali saranno le priorità? In questa prima fase dovremo identificare soluzioni che possano, in tempi brevi, dare frutti. Penso a ristori e rimborsi, ma soprattutto ad azioni che portino a reperire risorse o a sfruttare meglio quelle disponibili. Non ritiene sia necessario un provvedimento quadro per accelerare la realizzazione di stadi moderni? Il presidente della Figc Gabriele Gravina a breve lancerà la candidatura per Euro 2028 o 2032. Certo. In un secondo momento dovremo dedicarci a interventi più di ampio respiro come il tema degli impianti sportivi e non solo nella logica dei grandi eventi che pure dobbiamo incentivare. Ospitare grandi eventi sportivi in Italia è una delle prerogative delle linee guida di questa mia esperienza. Dovremmo costruire da subito un dialogo coi privati e ammodernare la legge sull’edilizia sportiva con i ministeri competenti. Come sciogliere i nodi degli sponsor legati al betting e del prelievo sul giro d’affari a favore dei club di calcio, titolari di un “copyright” che non trova riconoscimento? Non voglio andare contro la sensibilità di chi nei governi precedenti ha istituito questo divieto, però constato che non ha sortito gli effetti sperati. Penso che, date le circostanze, possa essere ragionevole ipotizzare una diversa e costruttiva regolamentazione che, mantenendo ferma la lotta alla ludopatia, consenta di sfruttare quei budget che comunque sono destinati ai club. Penso che si debba intervenire sul diritto di immagine usato dai concessionari, tant’è che al tavolo ci sarà l’agenzia dei Monopoli. Quali riforme si aspetta che il mondo del calcio porti al tavolo ? Vorrei essere di impulso all’attuazione di temi sui quali riscontro resistenze ma che sono ben presenti a tutti e che, peraltro, sono anche presenti nel programma del Presidente Gravina: riforme dei campionati, sostenibilità, licenze, controlli e trasparenza dei bilanci e nelle partecipazioni societarie, flessibilità contrattuale con tetti salariali e budget, un freno alle commissioni dei procuratori, contenimento dei costi. Vogliamo, tutti insieme, realizzare il gol della vittoria, ma per farlo c'è bisogno di azioni concrete.

Argentina verso un nuovo default

 

P urtroppo il profilo degli esborsi dovuti dal governo argentino nei prossimi 12 mesi non lascia margini di manovra. Ci sono 75 miliardi di debito da rimborsare, di cui 33 in valuta estera, non solo all’ Fmi ma anche ad altri organismi internazionali. Se sul debito in valuta nazionale il governo può contare sugli anticipi di cassa della banca centrale, la solvibilità del debito in dollari è garantita solo dalle riserve valutarie del Paese, allo stato attuale meno di 40 miliardi e in un trend discendente nonostante gli stringenti controlli sull’esportazione di valuta estera. La fuga di capitali verso l’estero prosegue con altri mezzi: negli ultimi mesi è proliferato l’utilizzo di nuovi meccanismi, con l’acquisto di asset finanziari in pesos argentini e la loro liquidazione in dollari su mercati esteri da parte di società di brokeraggio che aggirano le restrizioni. De facto, gli aiuti finanziari dell’Fmi hanno lasciato il Paese sotto forma di interessi/dividendi e depositi in banche estere effettuati da una classe privilegiata di investitori nazionali. Il risultato è uno scollamento crescente tra il tasso di cambio ufficiale peso/dollaro e quello parallelo utilizzato nelle transazioni reali, che risulta svalutato del 100%. Ovviamente un tasso di cambio in caduta libera accresce la bolletta energetica e il costo dell'import, rinfocolando le pressioni dell’inflazione (50% annuo). Lo stesso Fmi ha riconosciuto gli errori del programma in un recente paper di valutazione ex-post, unico nel suo genere. Secondo gli analisti, il Fondo ha accettato (dietro forti pressioni politiche di Washington, N.d.A.) le stime ottimistiche del governo neoliberista di Macri su deficit, inflazione e crescita. I tagli alle spese pubblicizzati dal governo si sono rivelati una tantum e hanno influenzato marginalmente l’andamento dei conti pubblici. Il prestito è stato poi erogato in maniera accelerata, senza condizionare l’esborso di ulteriori tranches ad una verifica simultanea delle performance. La ricetta del Fmi si è infine concentrata sugli obiettivi fiscali del governo, ignorando l’equilibrio complessivo del settore pubblico che comprende anche la banca centrale, detentrice di 47 miliardi di debito atipico a breve termine. A fine 2019 il Fmi ha imposto il consolidamento nel bilancio pubblico di una parte di questo debito tramite la ricapitalizzazione della banca centrale, ma il problema resta. In definitiva, da un lato le riserve valutarie argentine sono più fragili, a fronte di un passivo della banca centrale fuori controllo. Dall’altro il debito governativo è più massiccio di quel che sembra. Carte pessime da mostrare al mercato, mentre il negoziato con l’Fmi sulla ristrutturazione del prestito va verso la fase più delicata. Le buone intenzioni tra le parti potrebbero non bastare.

Crisi Ucraina, l’arma Swift è deterrente o boomerang?

 

«Tutte le opzioni sono sul tavolo»: è questa l’essenza delle armi deterrenti rivolte contro la Russia. Su questo tavolo della politica è finita anche la piattaforma Swift, la «bomba nucleare dei mercati finanziari internazionali», come l’ha definita (poi pentendosene) il filoamericano Friedrich Merz, nuovo leader del partito cristiano-democratico tedesco Cdu. La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, meglio conosciuta come Swift, è un sistema di messaggistica standardizzata su scala globale da oltre quarant’anni, utilizzato da più di 11.000 soggetti interconnessi, tra banche, gestori di infrastrutture di mercato e autorità pubbliche, nelle loro attività di intermediazione finanziaria globale. Swift non trasferisce e non detiene fondi: non è un sistema di pagamenti internazionali, come Target, e non è una controparte centralizzata di compensazione come LCH. Swift fornisce servizi nella forma di una rete per la messaggistica. E lo fa fissando criteri standard per le comunicazioni finanziarie: i suoi codici di sicurezza sono riconosciuti in tutto il mondo e per questo ricopre un ruolo centrale nel garantire il buon funzionamento dei pagamenti, della compravendita in titoli e nelle operazioni di tesoreria. Questa piattaforma unica al mondo consente in tempo reale agli operatori finanziari di tracciare i bonifici interbancari e identificare in sicurezza le controparti. Su questa rete viene smistata una media di 42 milioni di messaggi finanziari al giorno, con un picco record toccato lo scorso 30 novembre oltre i 50 milioni. Un’arma a doppio taglio Essere tagliati fuori da Swift, per una banca, significa non poter usare il proprio codice di sicurezza internazionale né di poter verificare i codici standard degli altri operatori: significa essere “declassati” nel sistema di verifica a livello mondiale, con ripercussioni che da una banca finiscono per colpire i clienti della banca stessa, con ramificazioni imponderabili. Swift è indubbiamente un’arma potente e molto tagliente, e per questo c’è chi insiste a mantenerla tra le opzioni deterrenti per evitare il conflitto armato in Ucraina. Ma è anche una bomba finanziaria di rilevanza sistemica che va maneggiata con cura perché può esplodere nelle mani di chiunque, anche di chi la vorrebbe usare solo come arma deterrente. Lanciata contro la Russia, può ritornare indietro e colpire i mercati finanziari mondiali come un boomerang. Swift non è americana né russa Swift è una rete posseduta da tutti e quindi da nessuno: certamente non è americana e non è dominata dagli Usa o dal Regno Unito. Gli Stati Uniti e il Regno Unito detengono due rappresentanti ciascuno nel Consiglio di amministrazione di Swift formato da 25 direttori dove sono rappresentate anche Russia e Cina: nel Board siedono direttori provenienti da Banca Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank e Commerzbank. Questa piattaforma è una cooperativa mondiale di proprietà dei suoi utilizzatori, ovvero gli oltre 11.000 istituti finanziari in tutto il mondo che ne sono anche i suoi azionisti. Swift ha sede legale in Belgio. Questo significa che è tenuta a rispettare le leggi varate dal legislatore belga o le normative europee recepite in Belgio. Nel caso di sanzioni americane rivolte contro le banche russe, per coinvolgere in questa ritorsione i codici Swift, la rete di messaggistica dovrebbe applicare una disposizione della Commissione europea, secondo il parere di un esperto che preferisce mantenere l’anonimato. Swift sorvegliata dalla Bce Swift è sottoposta alla “sorveglianza” (che non è vigilanza) delle dieci banche centrali dei Paesi del G-10, tra le quali la Bce e dunque anche la Banca d’Italia. L’Eurosistema è tenuto all’oversight, la sorveglianza dei cosiddetti Csp (Critical service providers) e Swift è uno di questi perché fornisce servizi critici su scala internazionale, essenziali agli istituti monetari e finanziari, comprese le banche di rilevanza sistemica nell’area dell’euro, che molto spesso non hanno alternative. Swift non ha impatti sulla politica monetaria ma può avere effetti sulla stabilità finanziaria. La sorveglianza su Swift è organizzata su due livelli. Le banche centrali del G-10 hanno stabilito un accordo con la Nationale Bank van België/Banque Nationale de Belgique alla quale è affidata la supervisione principale. In risposta all’importanza di Swift per le banche dell’Eurosistema, la Banca centrale belga tiene riunioni annuali con le banche centrali dell’area dell’euro. Negli ultimi anni, sottolinea l’ultimo rapporto della Bce sull’argomento, «i supervisori hanno dedicato molto tempo al monitoraggio del Customer Security Programme di Swift nella lotta contro gli attacchi cibernetici, per valutare il livello di conformità con i controlli di sicurezza e l’efficacia dei processi di segnalazione come meccanismi di applicazione». Nel 2016 l’uso non autorizzato di messaggi Swift da parte di un gruppo criminale ha portato alla sottrazione di circa 80 milioni di dollari dalla Banca centrale del Bangladesh. Un episodio analogo, di dimensioni molto più contenute, ha riguardato nel 2018 la Banca centrale russa. In una conferenza stampa lo scorso giovedì, un giornalista ha chiesto all’ad di Deutsche Bank Christian Sewing cosa potrebbe accadere se le banche russe fossero escluse da Swift: «Deutsche Bank non sarebbe colpita da un impatto negativo diretto», ha rassicurato Sewing, che però non ha escluso ripercussioni sull’intera industria finanziaria e sui clienti che operano con gli istituti tagliati fuori da Swift. Un precedente scomodo Nella storia di Swift c’è un solo precedente di sospensione dell’accesso alla rete e disconnessione dalla rete per obiettivi sanzionatori: nel 2018 e 2012 contro alcune banche iraniane. Questo accadde ai tempi delle sanzioni Usa ed europee contro l’Iran. Swift è una cooperativa globale che si definisce di natura “neutrale”, perché è stata creata per il beneficio collettivo. Qualsiasi decisione circa l’imposizione di sanzioni a Paesi o entità individuali, per Swift, spetta agli organi governativi competenti e ai legittimi legislatori. In passato tuttavia il membro americano del consiglio di amministrazione lamentò di avere grandi problemi con l’operatività delle banche iraniane sulla rete, in seguito alle sanzioni Usa contro l’Iran: così le banche iraniane furono sospese dall’uso della piattaforma. Il peso degli istituti finanziari iraniani sull’attività Swift è estremamente contenuto, non arriva allo 0,2%, stando a fonti bene informate. Il peso delle banche russe si dice sia quindici volte tanto. Usare Swift contro le banche russe finirebbe per velocizzare un progetto imbastito da Russia, Cina e Turchia: una rete di messaggistica finanziaria alternativa a Swift. Un’operazione che ne disinnesca la portata deterrente.

in dialogo con il filosofo



«Lo Spettatore» è chiamato in dialogo da un filosofo illustre, Biagio de Giovanni, che, con generosi accenti d’amicizia, così scrive da Napoli: «Ti leggo sempre nei piccoli elzeviri, sei diventato la prima lettura domenicale. E ricavo sempre più l’impressione che il tema che unitariamente sollevi è quello che molti di noi avvertiamo con reazioni diverse, provo a dirla così: La fine del mondo che abbiamo conosciuto, e anzi “conosciuto” è poco, parola, “conoscere”, che uso poco anche in filosofia; il mondo dove siamo “stati”, il mondo che siamo noi e che continua a vivere, come memoria viva, in un mondo “altro”, un contrasto irrimediabile non solo perché anche noi “diventiamo” quel mondo, ma perché, nel diventarlo, abbiamo sofferenza, viviamo una vita dimezzata, sofferenza che ormai fatica a tradursi in pensiero, e quasi oggi mi sembra che il nostro Severino è stato il filosofo che più di ogni altro ha capito questo, e si è in qualche modo rifugiato nell’eterno, ma riuscendo ad abitarlo sempre e solo come una promessa». C’è, di certo, unità nelle sobrie prose della domenica: l’unità di chi, affacciandosi sulle vicende quotidiane, prova a coglierne temi ed a ricondurli in una sua prospettiva. Non tanto li registra e narra, quanto scruta e interroga. Questo interpretare non sfugge alla dolente antitesi tra il mondo di ieri, vissuto e custodito nella memoria, mondo dove “siamo stati”, e un mondo “altro”, che ci è dintorno e chiede di essere capito. Ne nascono la sofferenza interiore e la fatica del pensiero, che Biagio de Giovanni esprime con rara efficacia di parola, ed anche la tentazione severiniana di «rifugiarsi nell’eterno» (che è però abitabile «sempre e solo come una promessa»). Ma – notiamo alla dialogante cortesia dell’amico – già nello scrivere i “piccoli elzeviri” domenicali, c’è un andar oltre l’immediata sofferenza dell’antitesi, un vederla a distanza, con la vigilata curiosità, appunto, di uno “spettatore”. La distanza stempera il rapporto con il mondo “altro”: non lo esclude e annebbia, ma ne pone in risalto caratteri simili o inattese connessioni. “Conoscere” forse non basta, e ne traiamo sempre un che di amaro e doloroso; eppure esso appresta, per dir così, un “rifugio” terreno e determinato. Si ha la consolatoria impressione di “stare” nella storia. Emanuele Severino, che fu grande e comune interlocutore, additava una strada non caduca e non precaria, ma tale da esigere una scelta ardua e definitiva. Una scelta che i dialoganti non hanno compiuto. Intorno a Biagio de Giovanni, festeggiante il novantesimo genetliaco, ci si trovò raccolti il 6 dicembre 2021 nel napoletano Palazzo Filomarino, offrendogli un “Libro degli amici” (edito dalla raffinata Bibliopolis), che reca testimonianze di estrema e affettuosa stima (da Giorgio Napolitano a Ciliberto, da Cacciari a Esposito). Lo Spettatore vorrebbe oggi aggiungervi un’altra piccola pagina.

Corte costituzionale, Amato eletto nuovo presidente

 

Le sentenze della Consulta? «Massima attenzione alle loro ricadute sulla finanza pubblica». L’elezione diretta del Capo dello Stato? «Servirebbe un cambio di sistema». Il gender gap? «Noi maschi abbiamo di che vergognarci». E poi in chiusura di una lunga e ampia conferenza stampa Giuliano Amato, eletto ieri all’unanimità presidente della Corte costituzionale, si lascia un po’ andare «sembrava ieri che giuravo da giudice della Corte e sono già quasi passati 9 anni. Il nostro è un lavoro impegnativo ma bellissimo». Del resto, per Amato, che resterà in carica sino a settembre e come primo atto ha nominato vicepresidenti le giudici Silvana Sciarra e Daria de Pretis e il giudice Nicolò Zanon, quello di presidente della Consulta è (forse) solo l’ultimo incarico pubblico di grande prestigio che è chiamato a ricoprire, nei giorni oltretutto in cui il suo nome era tornato ricorrente tra i candidati alla carica di Presidente della Repubblica. Amato, infatti, nato a Torino il 13 maggio 1938, è stato nominato giudice costituzionale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 12 settembre 2013. È professore emerito alla Sapienza di Roma, docente di Diritto costituzionale comparato, parlamentare per 18 anni, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ministro dell’Interno, due volte ministro del Tesoro e due volte Presidente del Consiglio, ministro delle Riforme istituzionali, ha guidato dal 1994 al 1997 l’Antitrust. Nell’ora e mezza di confronto con i giornalisti Amato si è soffermato su numerosi temi, spesso celiando nel chiarire che in alcune risposte parlava più il consulente giuridico che il neopresidente. Nelle prime battute Amato ha voluto sottolineare l’analogia tra i conflitti giuridici che emergono in sede europea e quanto avviene da noi: «le materie più conflittuali oggi riguardano i valori: il gender, la famiglia, la sicurezza, la libertà. Temi assai impegnativi, sui quali una lettura attenta della Costituzione segnala molto spesso che l’esistente così com’è non funziona, ma rispetto ai quali nel tempo è cambiato anche l’atteggiamento della Corte». E qui Amato ricorda che se in passato la Corte lasciava un vuoto normativo, affidando poi al legislatore l’intervento, poi ci sono state, dove possibile, le sentenze additive e ora sempre più frequentemente i giudici indicano anche la soluzione da adottare. Ma poi l’intervento risolutore, ha concluso Amato, resta quello del Parlamento, dall’ergastolo ostativo (a breve scadrà il tempo concesso dalla Corte), al suicidio assistito, al carcere per la diffamazione, «perché la collaborazione tra istituzioni è essenziale». E sul tema del giorno, l’elezione del capo dello Stato, Amato sulle sollecitazioni a un’elezione diretta, dopo la prova non brillantissima data dal Parlamento, avverte che «i sistemi costituzionali sono come orologi. Non si può pensare di toccarne solo una parte senza avere presente l’intero meccanismo. L’elezione diretta ha certo il vantaggio che avviene in un solo giorno, ma non si può trasferire da sola nel nostro sistema». E sul modello, il neopresidente confessa una preferenza per quello francese. A proposito di consapevolezza da parte della Corte delle ricadute sul sistema economico e, in particolare,sulla finanza pubblica di alcune decisioni, Amato osserva che queste non sono certo prese “al buio”; anzi, la sentenza, specie in materie delicate come la previdenza, è preceduta di solito dall’acquisizione di elementi sui costi . Particolare attenzione quindi, ma se in discussione ci sono diritti irrinunciabili, come quelli dei cittadini invalidi, allora le risorse si devono trovare. Su questione femminile e parità di genere Amato confessa che «c’è ancora molto da fare. L’equilibrio non è stato ancora raggiunto. Noi maschi abbiamo molto di cui vergognarci, continuiamo a vedere la donna solo dalla cintola in giù, perché così è più comodo. Non può certo essere il Parlamento a risolvere problemi che sono solo nostri». E sul dramma dei femminicidi, ancora pochi giorni fa segnalato da dati di fortissimo allarme, bisogna partire da lontano: «ci ho lavorato anche con ricerche nelle scuole - precisa Amato -: Emerge che i ragazzi sono privi di un’identità cui ancorarsi e quindi cercano l’affermazione di sè attraverso l’impossessamento di ciò che si ha davanti.Il problema è la famiglia che non parla, forse perché non sa cosa dire, c’è tutta una comunità che non funziona. È un problema di tutti, non solo delle istituzioni».

Via libera al Fondo per la Repubblica digitale

 

L’obiettivo è chiaro: accrescere le abilità digitali degli italiani, sostenendo progetti rivolti alla formazione e all’inclusione digitale. Partendo da un dato, certificato dalla Commissione europea nell’ultimo Digital Economy and Society Index (Desi), secondo cui il 58% della popolazione italiana tra i 16 e i 74 anni (26 milioni di cittadini) non dispone delle competenze di base su questo versante rispetto al 42% della media Ue. Da qui l’avvio ieri del Fondo per la Repubblica Digitale che avrà una dote di 350 milioni per tre anni e che è stato ufficializzato con un protocollo d’intesa siglato dai ministri dell’Economia e della Transizione Digitale, Daniele Franco e Vittorio Colao, e dal presidente dell’Acri, Francesco Profumo. Sulla scia dell’esperienza positiva del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, istituito nel 2016 grazie all’asse tra governo, fondazioni e Forum del Terzo settore, il Fondo, altro snodo chiave del Pnrr, selezionerà progetti da finanziare tramite bandi a cui potranno partecipare realtà pubbliche, privati senza scopo di lucro e soggetti del Terzo settore da soli o in partnership. Lo strumento sarà alimentato dai versamenti effettuati dalle fondazioni di origine bancaria che, a fronte del sostegno assicurato al Fondo, beneficeranno di un credito d’imposta, pari al 65% per gli anni 2022 e 2023 e al 75% per gli anni 2024, 2025 e 2026. La governance del Fondo prevede un comitato di indirizzo strategico, composto da 6 componenti, designati pariteticamente dal governo e dall’Acri e chiamati a definire le linee strategiche, le priorità d’azione, la verifica dei processi di selezione e di valutazione dei progetti, nonché un comitato scientifico indipendente, a cui è affidato il compito di monitorare e valutare l’efficacia ex post degli interventi finanziati. Entro sei mesi, poi, verrà individuato un soggetto attuatore del Fondo, che si occuperà di tutte le attività operative. Nel comitato di indirizzo strategico siederanno Daria Perrotta (presidente), Michele Bugliesi, Luca de Angelis, Anna Gatti, Federico Giammusso e Francesco Profumo.

Governo, subito bollette e Covid Dal Pnrr al fisco, la sfida riforme

 

Dopo la pausa per il Quirinale, il governo riparte dalla stessa formazione e dallo stesso programma. Da affrontare subito sono le emergenze del caro bollette per famiglie e imprese e delle nuove regole per il Covid, mentre bisogna completare il percorso avviato per riforme come il fisco, le pensioni, la concorrenza. Sempre presente il tema del Pnrr per cui il governo è chiamato alla doppia sfida: portare avanti le riforme e i target previsti dalla Ue per fine giugno e al tempo stesso avviare la grande macchina della spesa. 1 LA CRISI ENERGETICA Sulle bollette le imprese attendono segnali forti La direzione futura l’ha accennata giorni fa il ministro dell’Economia, Daniele Franco, aprendo a possibili a nuove misure perché «bisogna evitare che il costo dell’energia blocchi la ripresa produttiva». Parole su cui le imprese attendono ora segnali forti dal governo Draghi dopo la diffusa delusione per la strategia di corto respiro messa in pista dallo scorso luglio a colpi di misure tampone. Certo l’aumento dei prezzi sui mercati internazionali ha contribuito a far salire il conto della bolletta, ma è chiaro che l’industria l’italiana paga uno scotto altissimo anche per gli effetti nefasti di un mix energetico ancora troppo dipendente dall’estero. Non a caso, le imprese, energivori in testa, sollecitano da mesi interventi strutturali. E, superato lo scoglio del voto per il Colle, torneranno a farsi sentire schiacciate dal peso di chiusure e fallimenti ormai all’ordine del giorno. 2 CONTI PUBBLICI Sullo scostamento la prima scelta politica La prima vera partita politica e sostanziale per la maggioranza sarà quella sullo scostamento di bilancio. Chiesto a gran voce da M5S, Lega e Pd, il dossier tornerà sui tavoli di un governo che vede decisamente rafforzato l’asse DraghiFranco, fin qui prudentissimi sul nuovo deficit, rispetto ai partiti maggiori della coalizione, usciti chi malconcio chi a pezzi dagli scossoni quirinalizi. Ma oltre alla politica c’è appunto la sostanza: che in attesa delle decisioni sui conti ha visto fin qui solo il minidecreto da 1,66 miliardi, ripescati da vecchi fondi, per distribuire aiuti a famiglie e imprese giudicati largamente insufficienti un po’ da tutti. Domani l’Istat certificherà che la crescita 2021 è stata ancora più vigorosa delle ultime previsioni (il ministro dell’Economia Franco ha anticipato il dato «vicino al 6,5%» confermato ieri dal titolare della Pa Renato Brunetta), ma sul 2022 le incognite sono pesanti. La misura della revisione nei programmi di finanza pubblica sarà data dall’incrocio di questi due fattori, più che dalle richieste multimiliardarie dal segretario della Lega Matteo Salvini e non solo. 3 pnrr Il doppio snodo dei target e dell’obiettivo di spesa Messi in cascina, con un rush finale, i 51 obiettivi da centrare nel 2021 per il Recovery Plan, il programma concordato con la Commissione europea per l’avvio di quest’anno non lascia certo spazio a esitazioni con altri 45 adempimenti da centrare da qui a giugno per non perdere i 24,1 miliardi della seconda rata. E, per assicurarseli, lo sforzo non sarà da poco. Perché nel menù previsto nei prossimi mesi figura un ricco elenco di riforme che spazia dal fisco alla Pa, fino alla transizione ecologica con un consistente pacchetto di scadenze da conseguire. Senza contare che il governo dovrà misurarsi con la sfida senz’altro più difficile: quella di portare a regime la spesa per gli investimenti pari a 27,5 miliardi, il 77% in più dell’asticella fissata lo scorso anno. Con un incremento del 50% dei progetti coinvolti.4 PENSIONI La partita sui ritocchi alla legge Fornero L’appuntamento è stato segnato nell’agenda di governo prima ancora che cominciassero le votazioni per l'elezione del capo dello Stato: il 7 febbraio esecutivo e leader sindacali sononto del complesso confronto per rendere più flessibile la legge Fornero. L’obiettivo è ambizioso: tracciare in tempo utile per il Def di aprile le linee guida di una riforma delle pensioni, magari in formato mini, da far entrare in vigore nel 2023, quando si sarà esaurita Quota 102. Un’impresa non facile. E non solo perché, come emerge dai tavoli tecnici, occorrerà trovare un compromesso per colmare le distanze tra governo e sindacati su metodo contributivo e sostenibilità finanziaria delle misure da adottare. Quello della previdenza era infatti uno dei capitoli più divisivi all’interno della maggioranza. prima ancora delle lacerazioni prodotte dal voto sul presidente della Repubblica. 5 DELEGA FISCALE Maggioranza alla prova su Catasto e Flat Tax Già dalle prossime settimane la maggioranza dovrà entrare nel merito della discussione sulla delega fiscale, che fin qui in commissione Finanze alla Camera ha visto solo le schermaglie iniziali con la presentazione degli emendamenti. Facile prevedere spaccature sulla riforma del catasto, che il centrodestra chiede di cancellare e il centrosinistra di mantenere o rafforzare, e divisioni speculari sulla flat tax. L’avvicinarsi di una campagna elettorale priva di certezze alimenterà le polemiche sul fisco, tema di propaganda per eccellenza, e rischierà di limitare le possibilità d’intesa agli aspetti più tecnici legati a semplificazione normativa e ritocchi in direzione del sistema duale.6 CONCORRENZA L’incognita dei tempi con i partiti divisi C’è da sbloccare subito, al Senato, il disegno di legge annuale per la concorrenza. La riforma, una delle principali previste dal Pnrr, è stata solo incardinata al Senato, prima di Natale, in commissione Industria. Si preannuncia un iter lungo e complesso, che si aprirà con un fiume di audizioni e potrebbe proseguire con una messe di emendamenti in contrapposizione tra loro. Perché tanti sono i temi del Ddl su cui i partiti di maggioranza hanno visioni distinte, dai servizi pubblici locali (con le Regioni che c attesi dalla prima verifica sull’andamehiedono modifiche su trasporti e rifiuti) alle concessioni idroelettriche. Prenderà un’altra strada la soluzione sulle concessioni balneari, per le quali serve una norma di riordino dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha ridotto a soli due anni il rinnovo senza gara, fino a tutto il 2023. Le modifiche potrebbero entrare come emendamento al decreto milleproroghe. 7 COVID Mascherine all’aperto e green pass illimitato Il governo punta a superare l’Italia dei colori dell’emergenza Covid con un emendamento al decreto legge 221 all’esame del Senato. La modifica farà sì che resti in vita solo la zona rossa. Il Covid poi sarà il tema centrale dei due Consigli dei ministri in programma la prossima settimana: lunedì verrà con ogni probabilità prorogato l’obbligo di mascherine all’aperto che è in scadenza proprio il 31 gennaio. Giovedì, invece, sarà esaminata la proroga della validità del green pass rilasciato ai vaccinati con tre dosi. L’ipotesi prevalente è quella di un certificato vaccinale senza limiti per i cosiddetti “boosterizzati”, in attesa di capire cosa sarà deciso dalle autorità regolatorie sulla quarta dose. Il governo potrebbe inoltre uniformare le regole anti-Covid per le scuole primarie e secondarie.