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😔😔😔

Èstatodavverounnuovoinizio.Ilgi-
ro di tavolo, la stretta di mano a cia-
scun ministro, seguito dal lungo ap-
plausodituttiipresentiaSergioMat-
tarella, che ha voluto ringraziare per
aver accettato di rimanere per un se-
condo mandato. Mario Draghi si è
presentato al Consiglio dei ministri
della «ripartenza» (copyright della
Guardasigilli Marta Cartabia) sorri-
dente. Molto più - raccontano - di
quanto lo fu un anno fa, in occasione
della prima riunione. Stavolta c’era
infatti bisogno di stemperare la ten-
sione accumulata la scorsa settima-
na,conministrischieratisufrontidi-
versi e anche avversi nella corsa al
Colle. La faccia scura di Giancarlo
Giorgetti,cheavevalasciatointende-
re di essere pronto a dimettersi, in
qualche modo lo conferma. Il clima
non è teso, semmai impacciato. Co-
me il 13 febbraio del 2021, anche ieri
però il premier ha voluto richiamare
all’ordine la sua squadra sulle priori-
tà dell’esecutivo.Chesonopoilestes-
se espresse dal Capo dello Stato: la
lotta alla pandemia e la ripresa della
vita economica e sociale del Paese.
IlpresidentedelConsigliosièdetto
«soddisfatto»perquel6,5%dicrescita
certificato ieri per il 2021 dall’Istat. A
spingerlo-hasottolineato-nonèstata
sololacongiunturapositivamaanche
lesceltemesseincampodalgoverno,
a partire dalla campagna di vaccina-
zione e dalle politiche di sostegno al-
l’economia.Tuttavia-comeharipetu-
to spesso nell’arco di questi 12 mesi -
l’obiettivo è quello di passare da un
rimbalzo a una crescita strutturale. E
per realizzarlo bisogna anzitutto ri-
spettarelatabelladimarciadelPiano
nazionale di ripresa e resilienza. GiÃ
domani - ha messo subito in chiaro
Draghi - si terrà un nuovo Consiglio
deiministridedicato«aunapuntuale
ricognizionedellasituazionerelativa
ai principali obiettivi Pnrr del primo
semestredell’anno».Lapressioneèal-
tissima in particolare su tre ministeri
tecnici: Infrastrutture, Transizione
ecologica, Transizione digitale. Ogni
ministrodovrà indicarelostatodiat-
tuazionedegliinvestimentiedelleri-
forme di competenza, «segnalando
l’eventualenecessità diinterventinor-
mativiecorrettiviconnessiallarealiz-
zazione dei suddetti obiettivi e tra-
guardi».Insomma,secisonoproblemi da risolvere che vengano eviden-ziatiperchéadessobisogna«correre».
L’erogazione della seconda rata di
24,1miliardi,inscadenzaal30giugno
2022, presuppone infatti il consegui-
mentodi45traguardieobiettivi.Afine
anno poi ci sono in pagamento altri
21,8 miliardi ai quali se ne sommano
ulteriori27perilgiugnodelprossimo
anno. «Un risultato di straordinaria
importanza per questo Governo - ha
rilanciato il ministro della Pa, Renato
Brunetta,intervenutoieriaRadio24-
cheavrebbecompletatoallascadenza
delsuomandato180tramilestonese
targetsui520complessivi,consenten-
doall’Italiadiottenereilpagamentodi
quattro rate per un totale di 88,4 mi-
liardidiEuro:quasilametà dellerisor-
se previste dal Piano».
L’altra priorità resta la pandemia.
Draghièconvintocheilpeggiosiaor-
mai alle spalle. La proroga di soli 10
giorni(inizialmentel’ipotesieradi15)
per le mascherine all’aperto e per te-
nereancorachiuselediscotechecon-
fermachecistiamoavviandoallasta-
gionedelleriapertureeallafinedello
stato di emergenza, in scadenza il 31
marzoeche-salvosorpresechenes-
sunosiaugura-nonverrà quindipro-DomaniilConsigliodeimini-
stri darà poi le nuove direttive sulle
rogato.DomaniilConsigliodeimini-
stri darà poi le nuove direttive sulle scuole.Alterminedellariunionediieri
proprio per questo il premier si è in-
trattenutoconititolaridell’Istruzione,
PatrizioBianchi,edellaSalute,Rober-
toSperanza.Nonèmancatoneppure
un rapido confronto con Dario Fran-
ceschini,ilministrodeiBeniculturali
delPdchenonhamainascostolasua
opposizione al trasloco di Draghi da
Palazzo Chigi al Colle.
Le tensioni politiche non sono in-
fatti svanite e Draghi sa che dovrà te-
nere al riparo l’esecutivo soprattutto
dalle fibrillazioni interne ai partiti
della sua maggioranza. L’incontro
conilleaderdellaLega,MatteoSalvi-
ni, inizialmente annunciato per ieri,
non è stato ancora inserito formal-
mente nell’agenda del premier. Ma il
sussultodiGiorgettiieri,chehachie-
stocontoconuna«certagravità »del-
l’aggiornamento della lista dei sog-
getti fragili, esprime bene il nervosi-
smo che si registra nel Carroccio con
il ministro dello Sviluppo alle prese
con le principali crisi industriali. Ma
anche nel M5s l’aria è tesissima. Con
ilministrodegliEsteri,LuigiDioMa-
io,moltovicinoalpremier,colpitoda
un attacco via Twitter che secondo i
suoi fedelissimi è stato orchestrato
dagli avversari interni.
Ai livelli del 2019. Il pil di Eurolan-
dia risente, nel quarto trimestre
del 2021, della flessione tedesca e
del rallentamento complessivo
delle sue grandi economie, ma
permette all’attività economica di
tornare al punto di partenza pre-
pandemico. Non recupera tutto il
terreno perduto – l’economia sa-
rebbe cresciuta ulteriormente,
senza il Covid – ma almeno si
chiude una brutta parentesi.
I numeri segnano però anche
una battuta d’arresto rispetto ai ritmi veloci di primavera ed estate.I dati flash mostrano un pil in cre-
scita dello 0,3% trimestrale, con-
tro le attese di un +0,4%: sono ci-
fre lontane dal +2,2/+2,3% dei due
trimestri precedenti. La crescita
annua, però, segna ancora un so-
lido +4,6 per cento. Manca il det-
taglio delle diverse componenti
del pil – arriveranno l’8 marzo –
ma è evidente che l’attività econo-
mica ha risentito dell’ultima on-
data invernale della pandemia, e
delle persistenti interruzioni delle
catene di fornitura internazionali.
Alcuni dati delle grandi econo-
mie confermano questa ipotesi.
Ha sofferto soprattutto la Germa-
nia, il cui pil ha segnato una fles-
sione dello 0,7% trimestrale, dopo
il +1,7% dell’estate e il +2,2% della
primavera, con una crescita an-
nua dell’1,4 per cento. Sono calati
soprattutto – ha spiegato l’istituto
di statistica Destatis – i consumi
delle famiglie, una flessione non compensata dall’aumento dei
consumi pubblici. Il Paese soffre
molto delle interruzioni nei flussi
di forniture di manufatti e materie
prime e ha così chiuso l’anno con
un pil inferiore al prodotto lordo
del 2019 dell’1,5%.
La Francia, invece, si conferma
in buona salute e ha chiuso il 2021
con un pil superiore dello 0,9% ri-
spetto a quello del 2019. Il quarto
trimestre ha comunque segnato
una frenata: +0,7% in autunno
contro il +3,1% dell’estate e l’1,3%
della primavera. Sono aumentati anche se a ritmi molto meno
brillanti di primavera ed estate –
sia i consumi sia gli investimenti,
mentre le esportazioni nette han-
no dato un contributo leggermen-
te negativo (meno 0,2 punti per-
centuali) a causa di una crescita
delle importazioni più rapida di
quella delle esportazioni. I dati
diffusi la scorsa settimana hanno
però segnalato un forte ricorso ai
risparmi da parte dei cittadini
francesi nel terzo trimestre.
Un po’ in controtendenza la
Spagna, che dopo sei mesi relati-
vamente sottotono, ha visto il pil
crescere in modo relativamente
più rapido sia nel terzo (+2,6%) sia
nel quarto trimestre: +2% a di-
cembre, più delle attese dell’1,4%,
dunque. Il pil resta al di sotto del
livello del 2019 del 4%, ma investi-
menti ed esportazioni nette stan-
no spingendo il mercato del lavo-
ro e l’economia.

La grande fuga dal lavoro evoca
un esodo che ci sorprende
abituati come siamo a
ragionare di mercato dei lavori da
trovare, più che da cambiare. Solo
in base alle turbolenze dei mercati,
si mobilitano gli strumenti per
l’uscita, cassa integrazione e scivoli
quando va bene. I numeri celano,
segnalano un funzionamento del
mercato del lavoro più fluido in cui
crescite e cadute si mischiano.
Anche con la faglia tra Nord e Sud
sempre più profonda. Visto che il
grosso della fuga la si registra
soprattutto al Nord, dove
contemporaneamente in alcune
filiere si è quasi raggiunta la piena
occupazione. C’è altro più in
profondità , che attiene invece al
rapporto tra personale e sociale.
Per capire il motivo per il quale si
decide di dimettersi o di cambiare:
occorre inforcare altri occhiali per
vedere l’esodo. L’esodo evoca
l’attraversamento del deserto alla
ricerca della terra promessa del
lavoro nella terra del latte e del
miele, con la speranza
dell’ascensore sociale. Un deserto
attraversato da due carovane che
vanno in direzione contraria anche
se entrambe verso la speranza. Una
che si dismette dal lavoro cercando
oasi dove dissetarsi; l’altra che si
mette in cammino lasciando la
terra della disoccupazione e del
precariato continuato. Senza
dimenticare i milioni di giovani
neet che nemmeno si mettono in
marcia. Le due carovane non si
incontrano nel mitico mercato del
lavoro perché questo si è fatto
sabbia nella frammentazione del
diamante del lavoro. Diamante
sempre più scheggiato e
frammentato perché non tiene più
assieme senso e reddito. Il lavoro
non è solo ricerca di reddito, ma
anche senso e significato del
vivere, di appartenenza, di identitÃ
e di senso di sé. Non basta più
chiedere dimmi che lavoro fai e ti
dirò chi sei come nel 900. Quando
si capiva anche dove uno abitava e
addirittura per chi votava. Oggi
sono tante le domande da porre
per capire le carovane in direzione
ostinata e contraria: di che genere
sei, da dove vieni straniero, quale
dimensione del tempo tra vita e
lavoro, cosa pensi e cosa senti, e
desideri oltre il tuo curriculum? E
si potrebbe continuare. Domande
spesso senza risposte sia per
offerta di reddito, basta guardare ai
salari europei ai nostri contratti a
tempo e alla gig economy, che per
crisi di senso ammantata da una
retorica sui nuovi lavori flessibili
per molti e in equilibrio tra senso e
reddito per pochi. E cosi una
carovana cerca oasi di tempo per sé
sperando in una terra promessa
dove si lavori comunicando, e la
tecnica liberi tempo e creatività ,
libertà dalla fatica con imprese 4.0
e smartworking, e per chi può il
prendere una pensione da reddito
da integrare cercando per una
volta il senso di un lavoro in
empatia con i desideri. L’altra
arranca nella sabbia verso il
miraggio di un reddito per la vita
nuda fatta dall’abitare il mangiare
il vestirsi lo scaldarsi.
Sperimentando uno squilibrio tra
pressione crescente del lavoro
sulla vita ed effettiva possibilità di
salita sociale. Alla passione
operosa del “mettersi sotto
sforzo”, dove lavoro e rete sociale
spesso coincidevano, subentra
verso il lavoro un sentimento più
freddo e la carovana diventa una
comunità del disincanto.
Entrambe le carovane nel
cammino alla ricerca di senso e di
reddito si selezionano in una
composizione sociale dove pochi
sono i salvati e molti i sommersi e
pochi quelli che, iniziato l’esodo,
trovano nuovo senso nel lavoro e
pochi il reddito per la vita nuda.
Manca il luogo di incontro, il
caravanserraglio dove si
incontrano le due carovane del
senso e del reddito. Una volta il
luogo era la fabbrica, poi lo
abbiamo definito ceto medio, la
grande oasi per l’ascensore sociale,
che oggi va ricostruito oltre le mura
dell’impresa rimettendo in mezzo
il fare società tra i salvati e i
sommersi, tra chi sta sui flussi
degli algoritmi dei lavori e chi li
subisce. Questione non solo
socioeconomica nella tempesta di
sabbia provocata dalla pandemia,
ma direi antropologica nell’averci
fatto riscoprire il corpo, non solo al
lavoro con tanto d’inadeguatezza
dei codici Ateco per i sommersi, ma
nell’essenzialità della cura di sé e
degli altri come tempo di vita. Ci ha
fatto apparire anche il miraggio
dello smartworking come oasi ove
trovare forme di lavoro ibrido che
tengano assieme senso e reddito.
Siamo tutti nell’esodo, il tema del
lavoro non è solo questione
giuslavorista e dei codici Ateco da
riformare. Interroga il fare
carovana per fare società .

Accertamenti Imu sulle doppie residenze dei coniugi senza irrogazione
di sanzioni, per sussistenza dell’obiettiva incertezza sull’ambito di
applicazione della norma. A decorrere dal 2022, invece, la scelta dell’unità immobiliare esente deve essere fatta con la dichiarazione da
presentarsi a giugno 2023, a cura del
proprietario della casa. Questi i chiarimenti offerti dal dipartimento delle Finanze del Mef in occasione di
Telefisco 2022, pubblicati oggi per la
prima volta sul Sole 24 Ore del Lunedì (si vedano le risposte ufficiali nelle
pagine seguenti).
L’antefatto
Con l’introduzione dell’Imu, la nozione di abitazione principale ha subìto
alcune modifiche. In particolare, mentre nell’Ici non era normato il caso dello sdoppiamento di residenze tra coniugi, nel nuovo tributo si è espressamente previsto che in caso di due abitazioni principali ubicate nello stesso
Comune, solo una di esse – a scelta del
contribuente – ha diritto all’esenzione.
Ciò ha indotto il Mef ad affermare, nella circolare 3/DF/2012,
che la mancanza di indicazioni legislative in ordine all’ipotesi delle
residenze disgiunte in Comuni diversi implicasse il raddoppio del l’esenzione, a tutela di esigenze effettive dei coniugi, quali ad esempio quelle lavorative.
Questa tesi non è stata tuttavia accolta dalla Cassazione che, in numerose sentenze, ha affermato che
l’esenzione per l’abitazione principale non può mai essere duplicata, neppure in caso di residenza in Comuni
diversi. Il punto è però che, sempre
alla luce di tale orientamento, laddove non sia dimostrato che il nucleo
familiare risieda e dimori nello stesso
immobile, l’esonero non compete per
nessuna unità (Cassazione
17408/2021). Questo significa penalizzare proprio i casi in cui i coniugi
hanno effettivamente l’esigenza di
tenere dimore distinte, ad esempio
per necessità lavorative. Va tuttavia
segnalata, in proposito, la parziale
apertura contenuta nell’ordinanza
17408/2021, nella quale la Corte pare
ammettere l’esenzione per una abitazione in presenza di dimostrate
esigenze professionali.
La soluzione legislativa
Con l’articolo 5-decies del Dl 146/2021
si è intervenuti, peraltro non in via interpretativa, modificando la disposizione di riferimento e accomunando la
situazione delle due abitazioni principali nello stesso Comune e quella relativa alle abitazioni in Comuni diversi.
Si è pertanto stabilito che in entrambe
tali fattispecie solo una delle due unitÃ
è esente, a scelta del contribuente.
Le risposte del Mef
Ora il dipartimento Finanze chiarisce che la scelta dell’unità esente
deve essere fatta dal soggetto passivo del tributo, in sede dichiarativa.
Ne consegue che l’onere compete al
titolare (proprietario o titolare del
diritto reale di godimento) dell’immobile che sarà indicato come destinatario dell’agevolazione.
Ciò avverrà – precisa ancora il ministero – in occasione della compilazione della dichiarazione Imu riferita
al 2022, e cioè entro il mese di giugno
2023. Allo scopo, occorrerà barrare il
campo 15 relativo all’esenzione e riportare nelle annotazioni «Abitazione
principale scelta dal nucleo familiare
ex art. 1, comma 741, lett. b), della legge n. 160 del 2019». Non è superfluo
ricordare che le condizioni per l’esonero non sono state modificate dalla
novella del 2021: resta perciò la necessità che il proprietario della casa
non solo vi risieda anagraficamente
ma vi dimori altresì abitualmente. In
sostanza, continuano a non essere legittimate le residenze “fittizie”.
I controlli per il passato
Il dipartimento conferma che per le
annualità pregresse vale il principio recato nell’articolo 10 dello Statuto del
contribuente, in base al quale non sono irrogate sanzioni in caso di obiettiva incertezza sull’ambito di operatività di una norma. Nel caso di specie,
sempre secondo il ministero, la previsione normativa in questione è stata
oggetto di interpretazioni divergenti
da parte della Suprema corte, che
hanno pertanto creato le premesse
per la disapplicazione delle sanzioni.
A ben vedere, peraltro, nella situazione in esame potrebbe ugualmente richiamarsi il principio della
tutela dell’affidamento del contribuente, pure sancito nel medesimo
articolo 10, al comma 2. In forza di
questo, non sono irrogate sanzioni
né richiesti interessi moratori nei
casi in cui il contribuente sia stato
indotto in errore da atti dell’amministrazione finanziaria. Ma è indubbio che molti contribuenti abbiano ritenuto di poter contare sulla circolare 3 del 2012 delle Finanze
che per l’appunto aveva affermato
il diritto alla doppia esenzione, trovandosi successivamente “spiazzati” dalla Cassazione.

Quando il gioco si fa duro i colossi iniziano a
giocare. Così in questi giorni TechCrunch ha
raccontato l’acquisizione di Microsoft per 68,7
miliardi di dollari di Activision Blizzard, uno più
grandi produttori di videogiochi al mondo con 8
miliardi di fatturato, noto per titoli come Call of
Duty e Candy Crush. Non è un caso isolato. Sempre
Microsoft in autunno ha acquisito Bethesda
Softworks, mentre Savvy Gaming Group ha preso
due società tedesche leader nei campionati e nelle
infrastrutture degli e-sport.
L’avanzata dei game designer
«Siamo in un periodo di fermento per l’industria
video ludica. I grandi player tendono a consolidarsi
con continue acquisizioni di studio e relativi
cataloghi di gioco. L’obiettivo è prepararsi ad essere
leader nella più ampia sfida del Metaverso. Sono
sempre più le aziende non gaming che hanno
iniziato una corsa ad accaparrarsi creativi, designer
e progettisti di videogiochi per comprendere e
sviluppare gli ambienti hardware e software alla
base dell’idea di Metaverso. I game designer
saranno gli artefici delle nuove industrie legate al
Web3. D’altronde si tratta di coloro che hanno
maneggiato comunità con milioni di persone»,
afferma Fabio Viola, uno dei più noti game designer
italiani, co-autore de “L’arte del coinvolgimento”
per Hoepli e di “Giocarsi” per Hogrefe. I numeri
raccontano di un comparto inarrestabile: oggi nel
mondo giocano 2,8 miliardi di persone con un'etÃ
media di 37 anni, 180 miliardi di dollari di fatturato
con l’Italia a 2,2 miliardi.
Il mantra dell’engagement
Per i brand siamo all’alba di una rivoluzione.
«Quello che si intravede è un mondo ibrido che non
parte più dal prodotto fisico e con regole
commerciali che si rifanno a percorsi integrati e
interattivi. E-commerce e social tenderanno ad
essere cannibalizzati in un hub che ha una parte di
gioco legato alle community, una parte
transmediale con musica come avviene in Fortnite e
una parte diretta di acquisto digitale. Così
l’esperienza verrà sempre più contestualizzata nel
gioco per poi tornare indietro in una dimensione
fisica, magari con capsule collection», precisa Viola.
Negli ultimi 5 anni a innovare maggiormente è stata
la moda: Nike, Louis Vuitton, Gucci, Ralph Loren
hanno sperimentato forme di contaminazione col
gaming. A scommettere sulla gamification in Italia
ci sono anche Costa Crociere, Mulino Bianco,
Technogym. Flowe, la carta di credito di
Mediolanum, ha una divisione interna sul gaming.
«Sin dalla sua nascita il gaming si è focalizzato sulla
capacità di coinvolgere i giocatori. E non c’è
monetizzazione senza coinvolgimento. Gli
operatori hanno capito che i pubblici sono più legati
a voler fare le cose, più che a dover fare le cose e
hanno ingegnerizzato i prodotti in logiche di
premialità intrinseca. Oggi le aziende comprano
queste tecniche di progettazione e di design per
cooptarle in mondi che non sono gaming» conclude
Viola. In gioco c’è la sfida dell’attenzione, che
implica protagonismo e controllo sull’esperienza
nel segno della convergenza.

E
ra stato battezzato come
“Holiday Shop-Along
Spectacular”. Questo il titolo
del format di un’ora, organizzato da Walmart a metÃ
dicembre del 2020 negli Stati Uniti:
un evento di “livestreaming shopping” con 10 fra i migliori creator di
TikTok, testimonial di prodotti acquistabili direttamente tramite il social.
Bastava toccare i video per saperne
di più sui prodotti visualizzati e completare l’acquisto. Senza uscire da
TikTok. Ed è riuscita così bene che
Walmart ha voluto fare il bis sulla
stessa piattaforma nei mesi successivi fino a spingersi a fare da apripista,
lo scorso novembre, quale primo
brand a utilizzare la nuova funzione
di livestream shopping di Twitter.
Dagli Usa al Regno Unito, L’Oreal
è stato il primo brand ad attivare, la
scorsa estate, una partnership con
TikTok per vendere prodotti direttamente all’interno della app. Del resto
il gigante mondiale di beauty e cosmetica il fenomeno era già andato a
testarlo nella tana del lupo: in una Cina da anni punto di riferimento quanto a nuovi trend social ed e-commerce
e in cui L’Oreal si è messa al lavoro con
la piattaforma di video brevi Douyin
(TikTok cinese), appunto per vendere
direttamente agli utenti.
Esempi di un cambiamento che,
sull’asse che lega e-commerce e social, promette di ridisegnare il panorama dello shopping. «Il fenomeno
del social commerce, inteso come
possibilità di completare il processo
di acquisto senza mai dover uscire dal
social network, è uno dei più importanti cambi di paradigma con cui i
brand stanno cominciando a confrontarsi» commenta Federica Setti,
Chief research officer di GroupM
Italy. Il modello del social commerce,
aggiunge, «non è ancora pienamente
operativo in Italia, ma lo sarà prossimamente. E andrà a rappresentare la
nuova frontiera evolutiva dell’e-commerce capace di rivoluzionare, ancora
una volta, il modo in cui gli italiani si
approcciano a prodotti e servizi».
I numeri messi in fila in uno studio
di GroupM evidenziano i grandi margini di crescita del fenomeno che, dall’altra parte, si traducono nella necessità per aziende investitrici e centri
media di muoversi per tempo, per non rimanere travolti dall’onda.
Secondo eMarketer negli Usa gli acquisti social sono arrivati a 36 miliardi
di dollari. Una cifra enorme ma che
vale un decimo rispetto ai 351 miliardi
di dollari di vendite realizzate tramite
le piattaforme cinesi come come Wechat, Douyin e Kuaishou. Insomma si
parla di un fenomeno che già ora, nei
due mercati più avanzati, pesa fra il
4% (negli Usa) e il 14% (in Cina) del totale e-commerce.
A dare la misura dell’apertura dei
consumatori italiani sono i dati di
fonte GroupM Business Intelligence
& Insight. E il risultato è eloquente: il
64% di chi dice di aver scoperto prodotti grazie ai social, si dichiara pronto all’acquisto attraverso le piattaforme. E attenzione: perché la nuova era
dello shopping strizza l’occhio anche
ai mondi di streaming e app di messaggistica. Tant’è che i consumatori si
dicono propensi ad acquistare anche
tramite Amazon Prime Video (56%) o
WhatsApp (54%) o ancora Netflix
(46%). Abbigliamento, libri, e cosmetica sono i principali target di spese
perlopiù immaginate nell’ordine dei
25-50 euro (32%).
Certo, i fattori di riluttanza non
mancano: dal lasciare i dati di pagmento al social network ai dubbi su
servizio di assistenza, reale qualitÃ
dei prodotti o del servizio di consegna. Ma la realtà è che i social sono giÃ
una fonte di ispirazione trasversale
per gli acquisti. E non solo per i giovanissimi. Il 76% degli utilizzatori di social network dice di aver scoperto almeno un nuovo prodotto o brand
grazie ai social. E si va dall’89% degli
interpellati appartenenti ai “GenZ”, al
62% dei “boomers”.
Instagram e Pinterest fanno oggi la
parte del leone quanto a offerta di
esperienze di social commerce più rilevanti per i marchi. Ma Facebook,
Snapchat e TikTok stanno crescendo.
Per un fenomeno che sta rimodellando il customer journey – riducendo la
distanza fra scelta e acquisto del prodotto – ma che inevitabilmente promette ripercussioni anche in chiave
advertising. Livestreaming, story-reel, video e post non hanno infatti lo
stesso tasso di conversione in acquisti. Si va dal 65% del primo al 46% di
stories e reel al 42% dei video al 39%
dei post. Le televendite in chiave 4.0
vincono quindi di gran lunga. Ma qui
la battaglia si combatterà sempre di
più a colpi di influencer.

Scatta da domani la nuova stretta anti Covid: per andare a pagare un bollettino postale o a versare un assegno
in banca bisognerà avere il green
pass, anche in formula base, ovvero
ottenuto da tampone. Solo per gli ultra cinquantenni, poi, sempre da domani, termina il periodo di “tolleranza” verso chi non si è ancora vaccinato e possono scattare le prime sanzioni da 100 euro.
Quella del 1° febbraio è, quindi,
un’altra data spartiacque nella lotta
al virus: a fissarla è l’ultima normativa anti-Covid (il Dl 1/2022) approvata dal Consiglio dei ministri a inizio gennaio nel pieno della quarta
ondata del virus. Finisce, infatti, il
periodo “transitorio” concesso dal
decreto a chi tra gli over 50 non si è
ancora vaccinato.
Già oggi, intanto, il Governo potrebbe decidere la proroga per le mascherine obbligatorie all’aperto e per
la chiusura delle discoteche, e avviare
il superamento dell’Italia a colori per
l’emergenza Covid.Si sta valutando,
inoltre, di allungare la validità del
green pass - che sempre da domani
scende da 9 a 6 mesi - solo per chi ha
già ricevuto la terza dose, forse anche
senza una scadenza.
Accesso riservato ed eccezioni
Dopo una prima tappa concentrata
sui servizi alla persona (parrucchieri,
barbieri ed estetiste) a cui già dal 20
gennaio si accede solo con il possesso
del passaporto vaccinale, ora questo
requisito si allarga alla gran parte delle attività al chiuso: tabaccai, negozi
di abbigliamento ma anche banche e
uffici postali, nonché tutti gli uffici
pubblici, solo per citarne alcune.
Il Dpcm, approvato il 21 gennaio
scorso, indica solo le eccezioni. Così
si potrà entrare senza verifiche negli alimentari e nei supermercati (e le faq
del Governo precisano: «Per l’acquisto di qualsiasi tipo di merce, anche se
non legata al soddisfacimento delle
esigenze essenziali»), nelle farmacie
e negli studi medici o veterinari, nelle
caserme e negli uffici giudiziari per
attività indifferibili quali le denunce.
Negli altri negozi e, in generale,
nelle «attività che si svolgono al
chiuso» (spiega il Dpcm) scatta l’obbligo del green pass, almeno fino al
31 marzo. Compreso quello ottenuto
grazie a tampone, rapido o molecolare. Di pari passo viaggia l’obbligo
per i titolari delle attività di controllare il documento, come già accade
ad esempio per bar e ristoranti, pena
una sanzione che va da 400 a 1.000
euro. Più la possibile chiusura temporanea dell’esercizio.
Questo a grandi linee. Quando poi
si scende nel dettaglio il quadro è più
articolato. Così, ad esempio, se è vero che dal tabaccaio si entrerà solo
con il green pass, sembra altrettanto
chiaro che dal commercialista si potrà andare anche senza. Perché il decreto impone l’obbligo solo per i
clienti delle attività “commerciali”,
lasciando fuori, quindi, ad una prima lettura, chi entra in uno studio
professionale: non solo di commercialisti, ma anche di notai o avvocati,
per citarne alcuni. Mentre, paradossalmente, in quegli stessi studi entrano solo con il green pass - già dal
15 ottobre - tutti i lavoratori, dalla
segretaria fino, appunto, allo stesso
commercialista.
Altre piccole incongruenze riguardano gli uffici: certificato verde
indispensabile in tutti quelli pubblici, solo in banche e servizi finanziari
per i privati. Così ad esempio può
capitare che la stessa operazione sia
soggetta a regole diverse a seconda
di dove sia svolta: se ad esempio si
sottoscrive una polizza assicurativa
in banca o alla posta serve il green
pass, se lo si fa allo sportello di
un’assicurazione privata, no.
In definitiva, però, i “bachi” non
sono molti, in quella che è una
normativa di emergenza che si è
andata affastellando in questi ultimi mesi nella rincorsa alle varie
ondate del virus.
Esteso l’obbligo vaccinale
Sempre da domani il perimetro dei lavoratori soggetti ad obbligo vaccinale,
a prescindere dall’età , si allarga fino a
ricomprendere tutto il comparto dell’istruzione, con il personale universitario, quello dei conservatori e degli
istituti tecnici superiori.
E, ancora, dal primo febbraio tutti
gli ultra cinquantenni, compresi gli
europei e gli extracomunitari, che
non si sono ancora vaccinati (anche
con terza dose se scaduti i termini)
sono passibili della sanzione di 100
euro. O meglio: da domani partiranno i controlli, mentre la procedura -
tra notifiche e contraddittorio con il
soggetto - in realtà si prospetta decisamente lunga e le prime sanzioni arriveranno di fatto fra diversi giorni.
I lavoratori
Un altro giro di boa è fissato al 15 febbraio, quando i lavoratori over 50 potranno accedere ai luoghi di lavoro
solo con green pass rafforzato, e non
più con il semplice tampone. Chi non
lo ha va considerato assente ingiustificato, ma conserva il posto.
Di pari passo viaggia l’obbligo per
i datori di lavoro di controllare il documento, pena una sanzione che va
da 600 a 2.500 euro.

Nel Pnrr ci sono 65 miliardi di euro
che, a vario titolo, sono destinati a
rendere l’Italia più digitale. Di questi, 9, 72 sono riservati all’e-government, a sviluppare le capacità informatiche della pubblica amministrazione. Una dote importante e su
cui occorre puntare per permettere
al Paese di fare un grande passo in
avanti nell’uso delle nuove tecnologie. La prospettiva è di ridurre sensibilmente, se non annullare, il divario tra due Italie: quella del Centro-Nord più “connessa” e quella
del Centro-Sud che arranca.
Si va dalla provincia autonoma
di Trento - che fa da capofila dei territori virtuosi grazie al più alto tasso
di competenze digitali avanzate da
parte dei cittadini e al loro uso per
colloquiare con la Pa - alla regione
Molise, in coda alla “classifica” così
come è stata stilata dall’Osservatorio agenda digitale del Politecnico
di Milano sulla base di alcuni parametri, dal livello di digitalizzazione
dei servizi pubblici alla connettività , dalle competenze all’integrazione delle tecnologie digitali.
Questo squilibrio si proietta anche
su un orizzonte più vasto. Secondo
gli indici Dmi (Digital maturity indexes) messi a punto dall’Osservatorio, il nostro Paese è 17esimo nella
Ue riguardo ai fattori indispensabili
per la digitalizzazione (per esempio, la copertura di banda larga) e al
23esimo per i risultati ottenuti (per
esempio, l’utilizzo di banda larga da
parte di cittadini e imprese).
Risultati che non fanno che confermare quanto ci era stato detto dal
Desi (Digital economy and society
index: l’indice di digitalizzazione
predisposto dalla Commissione europea). Seppure meno raffinato rispetto a quello del Politecnico, il
Desi 2021 (riferito a dati raccolti nella seconda metà del 202o) ci vede,
per esempio, al 18esimo per la digitalizzazione della Pa.
Il Pnrr può cambiare questo
quadro, a partire proprio dalla pubblica amministrazione, che può
contare su 6,14 miliardi per la digitalizzazione e 3,58 per l’innovazione, di cui 2,31 per il comparto giustizia. Si tratta, spiega la ricerca del
Politecnico, di far arrivare al traguardo i vari progetti previsti dal
Piano, che possono davvero trasformare la Pa solo se si compie anche lo sforzo di “unire i puntini”,
ovvero raccordare sia la pubblica
amministrazione alle imprese sia il
Pnrr agli altri piani strategici nazionali elaborati per dare un nuovo
volto digitale al Paese.
«In questi anni - spiega Luca
Gastaldi, direttore dell’Osservatorio agenda digitale - l’Italia ha fatto
tanti investimenti in componenti
per ammodernarsi. Pensiamo alla
diffusione di Spid, all’Anagrafe
della popolazione residente, al sistema pagoPA, alla carta di identità elettronica, al fascicolo sanitario
informatizzato. Ciò che ancora
manca è l’interoperabilità tra queste soluzioni, la possibilità di farle
parlare tra loro. Nel Pnrr ci sono
650 milioni dedicati al tema. Eppoi
occorre sviluppare il cloud dove
trasferire i dati della pubblica amministrazione, operazione a cui il
Piano riserva risorse per 1,9 miliardi: 900 milioni per la realizzazione delle infrastrutture e un miliardo per attuare la migrazione
delle informazioni».
L’attuazione del Pnrr - suggerisce la ricerca - deve anche passare
per il miglioramento dei processi di
procurement della Pa, che acquista
da aziende private la quasi totalitÃ
delle soluzioni digitali.
Una spesa destinata verso poche grandi aziende: 50 fornitori si
spartiscono il 67% degli investimenti in tecnologia e addirittura
5 imprese possono contare sul
32% dei contratti.
C’è poi il fattore tempo: occorrono in media 4,5 mesi per assegnare una gara per soluzioni digitali. Bisogna fare più in fretta e allargare il mercato.

Appena 11 mesi, prima che l’arrivo della data per le elezioni politiche del
2023 faccia di fatto calare il sipario sull’attività del governo. Sono quelli che
ha a disposizione Mario Draghi, facendo i conti con le pressioni pre-elettorali che eserciterà la maggioranza
seppure indebolita dalla schizofrenica
partita per il Colle, per ricalibrare il
piano Covid in vista della scadenza
dello stato d’emergenza fissata il 31
marzo, ottimizzare la fase attuativa
del Pnrr per non rischiare di perdere la
seconda tranche di aiuti europei, su
cui sono puntati i riflettori di Bruxelles. E per completare il ciclo di riforme
in cantiere. A cominciare da quelle
elettoralmente meno commestibili,
come il riassetto della previdenza, che
è al centro del primo importante appuntamento in agenda, al netto dei
Cdm in programma: il 7 febbraio è
prevista la prima verifica politica con
i leader sindacali sullo stato di avanzamento del confronto sulle pensioni.
Ma, a meno di 24 ore dalla caotica
conferma di Sergio Mattarella al Quirinale, i partiti della maggioranza, pur
alle prese con le rese dei conti interne
e con la necessità di rimettere insieme
i cocci delle rispettive coalizioni, sono
già in pressing sul premier. Con una
richiesta ben precisa. Che arriva, quasi inaspettatamente, dal tandem Matteo Salvini ed Enrico Letta: intervenire ancora e subito contro il caro bollette affrontando il dossier, magari
insieme all’opzione del nuovo scostamento di bilancio (sulla quale il Mef
resta cauto) già nel Consiglio dei ministri in calendario oggi. Che è quindi
destinato a diventare il primo banco
di prova per i nuovi rapporti di forza
tra Draghi e la maggioranza, indebolita dopo lo spettacolo offerto nella
settimana di votazioni per eleggere il
capo dello Stato, ma anche per questo
motivo ancora più desiderosa di far
fruttare a fini elettorali i mesi finali
della legislatura.
Pensioni più flessibili
I ritocchi alla «Fornero»
La strategia delle forze politiche rischia di essere messa immediatamente in crisi da una parte delle riforme
che il premier conta di realizzare entro
fine anno per lasciare il segno. Come
il riassetto della previdenza. Palazzo
Chigi punterebbe a definire un primo
memorandum d’intesa con i sindacati
in tempo utile per il Def da presentare entro il 10 aprile, con l’obiettivo di rendere più flessibile la legge Fornero una
volta che a fine 2022 si sarà esaurita
Quota 102, ma rimanendo rigidamente all’interno del solco del metodo
contributivo, a differenza di quanto
auspicato dai sindacati e da alcuni
partiti, con in testa la Lega. Che spinge
per lasciare la soglia minima di pensionamento a 62-63 anni.
Decreti e riforme
Febbraio decisivo
Sempre a febbraio dovrà essere gestita la navigazione di cinque delicati
decreti in scadenza, da quelli sul Covid al Milleproroghe e al Sostegni ter.
Dovranno poi essere studiate le nuove modalità di gestione della pandemia da far scattare dopo la conclusione dello stato d’emergenza. E dovrÃ
essere gestita con attenzione la fase
attuativa del Pnrr. Scelte importanti,
con annesso rischio di fibrillazioni
nella maggioranza, da compiere giÃ
nei prossimi 30 giorni, nel corso dei
quali si capirà come, e se, il premier
riuscirà ad addomesticare una maggioranza. Anche perché i segnali che
arriveranno dalle prossime settimane saranno indispensabili per capire
quali sono le reali “chance” di arrivare alla meta di un altro provvedimento strategico e potenzialmente divisivo come la delega fiscale, attualmente all’esame della Camera con il suo
carico di emendamenti dal catasto
alla flat tax, che per decollare dovrebbe essere approvata dal Parlamento
non più tardi della prossima primavera. Quando comincerà ad essere più chiaro anche il destino della legge
annuale sulla concorrenza, agganciata al Pnrr, che dovrebbe diventare
operativa entro fine anno, ma fin qui
rimasta al palo al Senato.
Risorse insufficienti
Aiuti e caro bollette
Il più complesso per misurare la tenuta della maggioranza post Colle è
certamente il nuovo decreto “sostegni ter” con la stretta sui bonus edilizi
e su quelli Covid e le misure contro il
caro energia. Ancor prima di approdare sulla Gazzetta Ufficiale i partiti
che sostengono il governo si sono
scagliati contro la nuova stretta sulla
cessione dei crediti d’imposta e le
stesse misure per ridurre il caro
energia e per i nuovi aiuti a fondo
perduto. Le risorse stanziate dal Governo, 2,2 miliardi su più anni, sono
di fatto una partita di giro recuperati
dalle pieghe del bilancio e da subito
ritenuti insufficienti dalla Lega e da
Forza Italia per sostenere le imprese
in difficoltà . Dubbi, quelli dell’ala destra della maggioranza, che in Parlamento potrebbero dar vita a una raffica di richieste per incrementare il
peso degli aiuti da distribuire a imprese e famiglie in difficoltà con le
chiusure e con le bollette da pagare.
Lotta alle frodi
No alla stretta sui bonus
Lo stesso decreto, poi, ha compattato la maggioranza contro la norma del governo che limita ad una
sola la cessione dei crediti d’imposta e dello sconto in fattura nati dai
bonus edilizi, dal 110% e dai tax credit targati Covid. Una misura voluta dall’esecutivo per contrastare
frodi e riciclaggio, così come per rispondere ai dubbi mai rimossi di
Eurostat sulla natura payball o no
payball dei bonus edilizi e dello
stesso Superbonus.
Pur sottolineando l’importanza
del contrasto alle frodi tutta la maggioranza, ad eccezione di Leu, ha
invitato il governo a rivedere la
nuova stretta annunciando sul tema interventi diretti in Parlamento
con correttivi che il governo a quel
punto non potrà ignorare. E la tensione politica sul tema sarà certamente elevata. Non va trascurato il
fatto che il decreto con la cancellazione delle cessioni “multiple” dei
crediti d’imposta segna di fatto
l’addio definitivo alla “moneta fiscale”. Il progetto portato avanti
negli ultimi cinque anni proprio a
Palazzo Madama dal Movimento 5
Stelle e su cui il governo si è giÃ
scontrato a più riprese con questa
parte della maggioranza (la cessione dei crediti di Transizione 4.0,
prima autorizzata in Commissione
bilancio e poi stralciata in aula con
il parere contrario della Ragioneria). Proprio dai pentastellati è partito immediato il fuoco di sbarramento contro la nuova norma sulla
cessione dei crediti d’imposta e dello sconto in fattura, quando ancora
la norma era stata presentata in
bozza. A loro si è aggiunta la Lega,
con richieste di modifica annunciate dai due capigruppo di Senato e
Camera, il Pd con la presidente della
commissione Attività produttive di
Montecitorio e Forza Italia.
Richieste omnibus
Dalla Tosap alle moratorie
Alla Camera c’è, poi, il Milleproroghe su cui da sempre il governo è
obbligato ad arginare le pretese della maggioranza. Sul tavolo dell’esecutivo in attesa di istruttoria ci sono
oltre 2.800 emendamenti depositati. Correttivi destinati a essere sfoltiti con inammissibilità e segnalati,
ma i cui temi in molti casi sono ad
alta tensione per maggioranza e governo. Dalle nuove rottamazioni alle
esenzioni Tosap e Tari, dalle concessioni demaniali alle moratorie
per le imprese in crisi.

Massima attenzione da parte di
Bruxelles al complesso passaggio
politico-istituzionale risolto in
extremis con la rielezione di
Sergio Mattarella, che comunque
non altera la tabella di marcia.
Entro febbraio la Commissione
Ue procederà all’erogazione della
prima tranche dei fondi Pnrr da 21
miliardi. È in arrivo una prima
modifica al Pnrr, come peraltro
previsto in presenza di “circostanze oggettive”? Occorre distinguere. Se la modifica del Piano – si
osserva a Bruxelles - è da attribuire a un cambio di maggioranza o
di governo che si traduca in una
diversa strategia su riforme e
investimenti programmati, come
nel gioco dell'oca si torna alla
casella di partenza. Occorre una
nuova deliberazione da parte della
Commissione e del Consiglio sulla
congruenza del nuovo Piano
rispetto alle linee guida del Ngeu.
Il 70% delle risorse assegnate al
nostro Paese (il totale è 191,5
miliardi) è blindato. Si potrebbe
ridurre la quota residua per effetto
della maggiore crescita rispetto a
quanto previsto lo scorso autunno? L'ipotesi è ritenuta a Bruxelles
improbabile e comunque limitata
a ritocchi marginali. Per valutare
questo parametro non si fa riferimento soltanto alla performance
del singolo Paese, ma a quella che
viene definita la “performance
relativa” rispetto agli altri Paesi
europei. Ed è più che probabile
che nel biennio 2021-22 in gran
parte dei paesi si possano conseguire tassi di crescita superiori alle
stime. Dunque i “movimenti” da
questo punto di vista saranno
minimi. Diverso è il caso, segnalato dal ministro Enrico Giovannini
che ipotizza modifiche al Pnrr in
corso d’anno per effetto dell'aumento dei prezzi dell’energia e
delle materie prime «che potrebbe
mettere sotto pressione gli enti
appaltatori». Su questo aspetto è
in atto un confronto in sede europea. Più in generale, si trae la
conferma a Bruxelles che la scommessa italiana sul Pnrr è la scommessa di tutta l’Europa: la quota di
prefinanziamento assegnata a
tutti i paesi è stata di 52 miliardi e
poco meno della metà è stata
destinata a Roma. Se poi si sposta
il ragionamento sulle modalità di
finanziamento dell'intero piano
europeo (attorno agli 800 miliardi), la questione è sostanzialmente questa: finora la Commissione
ha emesso bond sul mercato per
70 miliardi. Risorse garantite dal
bilancio comunitario con il “timbro” politico di tutti gli Stati membri. Dunque siamo in presenza di
veri “common bond”, in sostanza
una prima, embrionale mutualizzazione del debito. È una svolta
epocale. Ecco perché l'Europa non
può permettersi che l'Italia fallisca
nell’implementazione del suo
Piano. L’effetto a cascata sull'intero percorso di integrazione sarebbe catastrofico.