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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

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martedì 28 giugno 2022

«Draghi mi ha deluso: non decide, tracheggia E ora l’Italia è a secco»

 

 Sarà una suggestione, ma Paolo Agnelli industriale che lavora in tutto il mondo e fa la «cuccia» in Valchiavenna, cola verità oggettive ed urenti come metallo fuso. Suo nonno, Baldassarre Agnelli esattamente 115 anni fa in via Fantoni, spartiacque tra Berghem de hura e de hota, aprì la fabbrica del metallo della modernità. Pochi sapevano lavorarlo, ancora meno quelli che sapevano usarlo. L’alluminio diverrà l’infrastruttura dei record: per l’architettura, per la meccanica, per l’oggettistica. Dagli aerei ai frullatori questa «plastica» dei metalli ha cambiato il mondo. A cominciare dalle pentole Agnelli che sono le Rolls Royce dei fornelli: una chef stellata o un casalingo di Voghera abile a fare i risotti (sempreché con la siccità di riso ne resti un po’) non possono non averle. Negli anni Sessanta gli Agnelli inventano la famiglia d’imprese - pentole, design, fusione, estrusione, progettazione, ricerca, verniciatura e in ultimo riciclo - che significa 170 milioni di fatturato, 13 aziende, presidi produttivi in Polonia e America governata da Paolo e Baldassarre, i due fratelli inossidabili, oggi con i rispettivi figli. Da buon tennista Paolo questa intervista la gioca in doppio: da imprenditore e con la «polo» della Confindustria, 45 mila imprese, per 600 mila addetti e quasi 90 miliardi di fatturato. L’associazione di quelli che la fabbrica ce l’hanno su serio e la fanno lavorare creando lavoro. È tempo di esami di maturità: governo Draghi promosso o bocc i ato? «Il governo arriva a stento alla sufficienza; Mario Draghi mi ha deluso. Non ha fatto errori marchiani, ma ha fatto poco. Mi aspettavo ed era indispensabile che fosse più determinato. Ne aveva anche tutte le condizioni: uscivamo dal Covid, c’è un governo con (quasi) tutti dentro e siamo in un’economia di guerra. Era tempo di scelte determinanti: buttiamo via le scemenze fatte dai partiti e attrezziamo il Paese. A cominciare dall’energia. Doveva dire: si punta sul nucleare. Ma anche sul resto traccheggia. Pensa al price cap: da anni chiedevo il prezzo amministrato dell’energia. Lasciano in piedi il green deal poi cercano il carbone. Sono convinti di sconfiggere Putin per via economica e quello taglia il gas. Annunciano le riforme e non si vede nulla». Il price ca p sul gas è una sconfitta per Draghi? «Ma davvero si pensa che Putin sia intimorito dalle sanzioni o dal price cap? Quello se ha bisogno di rubli li stampa. le sanzioni gli danno un po’ fastidio, ma finisce lì. Quando Putin ci ha chiesto di pagarlo in rubli ci siamo inventati tutti i possibili escamotage per dire che continuavamo a pagare in euro, ma paghiamo in rubli. In Europa andiamo col cappello in mano a mendicare una tregua energetica. È logico che abbiano detto a Draghi: avete tolto il nucleare e per 20 anni avete solo comprato il gas dalla Russia sottocosto e ora pensate che ci sacrifichiamo noi per voi?». Che pensa dei Brics che vogliono farsi una loro moneta a nti - o c - c id e nta l e ? «Da tempo la Cina detiene un’enorme quantità di dollari e manovra la moneta americana. Adesso c’è la de-globalizzazione; loro usano le materie prime come moneta, approfittano della nostra dipendenza e si fanno un loro mercato. L’Italia è senza difese, è un paese allo sbando. Non abbiamo né materie prime né energie. Continuiamo a fare sciocchezze come andare in giro a raccattare del gas. Se fossi stato un promotore dei referendum contro il nucleare mi vergognerei. Mi sarei aspettato che Draghi dicesse: basta, il futuro è il nucleare pulito e avviamo una vera politica energetica. Invece nulla». Ma se abbiamo anche il ministero della Transizione ecologica … «Da quando c’è quel ministero è successo di tutto e non si è fatto niente. Solare, eolico, gas nostro tutto andava mobilitato. È pensabile che a Piombino il sindaco blocchi il rigassificatore? Però riattivano il carbone senza usare le nostre miniere e lo compriamo sempre dalla Russia e del nucleare non se ne parla. Senza energia l’Italia è finita. Quando sono a Katovice in Polonia in una delle nostre aziende ogni tanto c’è il terremoto. Sono le bombe che usano per estrarre il carbone e la Polonia se ne frega delle regole europee. La Francia ha il nucleare e noi? Come si fa a stare sul mercato con questi svantaggi di sistema…». Dunque non c’è speranza? «La speranza sono 5 milioni d’imprese, sono la nostra capacità di creare e inventare. A Pesaro qualche giorno fa dicevo che ci è caduto addosso uno tsunami economico eppure noi sappiamo resistere e rilanciare. Solo che ci facessero lavorare come si deve. Oltre all’energia all’Italia manca la politica: quella vera, quella seria.» Ma il Pn r r non è un’oppor tunit à? «Lo sarebbe se le risorse non fossero per gran parte in mano a Comuni, Province e Regioni che non hanno i tecnici per farlo funzionare e non sanno fare i piani. Guardiamo a cosa sta succedendo con l’acqua. E lo sarebbe se avessimo fatto le riforme che da tempo dovevamo fare e che mi aspettavo da Draghi e non le ho viste. Il rischio che perdiamo quei soldi è concretissimo». La riforma fiscale però dicono di volerla fare… «Bisogna decidersi a tagliare il peso del fisco su chi produce ricchezza: imprese e lavoratori. Lo Stato deve smettere di essere un socio occulto che preleva il 62% a monte soffocando lo slancio produttivo. È concepibile che si tassino gli immobili dove si lavora? Poi c’è sempre il gioco delle tre carte. Hanno detto: Iva al 5% sul gas. Perfetto, ma se prima il 10% gravava su un prezzo cento e oggi il prezzo è 500 se dimezzi l’I va comunque più che raddoppi le entrate. Lo stesso vale per il bonus da 200 euro ai dipendenti. A parte che fa ridere, ma per averlo devi fare domanda entro il 30 giugno. Poi te lo tassano e alla fine porti a casa 60 euro. Si fanno solo slogan elettorali. Una riforma del fisco vera dovrebbe togliere tasse a chi produce ricchezza e stangare chi fa il nero. Sono disponibile anche ad aumentare l’Ires, ma prima devi mettermi in condizione di guadagnare. Bisogna sbaraccare il sistema fiscale fatto di sospetti, di norme incomprensibili. E va tolta di mezzo l’idea che lo Stato fa da mamma e le mamme mantengono i figli». È pessimista sull’economia ital i a n a? «Noi siamo pieni di ordini, ma non riusciamo a evaderli. Ci mancano le materie prime, i prezzi sono esplosi. L’alluminio arrivava almeno per un terzo dalla Russia e ora non si trova. O meglio si trova con le triangolazioni. Noi abbiamo un gap fiscale, di sistema paese ed energetico ormai quasi inc o l m abi l e » . Eppure il presidente di Confindustria va a Kiev a parlare di ricostruzione: è un’oppor tunità? «Carlo Bonomi va in Ucraina a far cosa? Prima di tutto è di cattivo gusto andare a vendere le bare con la guerra in corso. Ora andranno tutti in Ucraina a fare passerelle, ma bisognerebbe far finire la guerra. Certo tra le aziende aderenti a Confindustria c’è anche chi con la guerra che ha mandato i prezzi di gas e petrolio fuori controllo sta guadagnando quanto non ha mai guadagnato prima. Forse per questo si muove Bonomi». Lei insiste molto sull’e n e rg i a , cosa si doveva fare? «Far ripartire il nucleare. Poi certo le energie rinnovabili vanno incentivate. Io mi sentirei più sollevato se sapessi che Draghi toglie di mezzo il 110% e quei soldi li mette in un contributo al 50%, così almeno la gente sta attenta a come spende i soldi, per le aziende obbligate a rifare i tetti col fotovoltaico. Invece qui si va avanti per slogan. Tassano gli extraprofitti, dicono. Che te ne fai del 10% o anche del 25% se l’Eni ha fatto il 74% di profitti in più. Bisogna avere il coraggio politico di tassare chi sta speculando sull’e ne rg ia . Per farlo però devi avere partiti che non pensano ai loro clienti/elettori, ma allo Stato». Lei sostiene che molti italiani non voglio più lavorare. Perché? PAOLO AGNELLI «Ho proposto ai disoccupati palermitani un contratto di lavoro indeterminato con tanto di appartamento per potersi trasferire. Ne ho trovati 3 disposti a farlo. Si dice che in Italia le paghe sono basse. La paga oraria regolare in Italia è ben sopra ai 9 euro. In Germania non ci sono né tredicesima, né quattordicesima, non c’è il tfr. Se spalmiamo queste retribuzioni aggiuntive su 12 mensilità si vedrà che il gap non è poi così elevato. Del pari sono convinto e noi come gruppo Agnelli lo stiamo facendo che bisogna recuperare la cultura d’impresa di Adriano Olivetti: offrire ai dipendenti alloggi, servizi, favorire la mobilità sociale. Servirebbero dei sindacati moderni che non ci sono per capirlo e bisognerebbe ragionare di retribuzioni differenziate». Le gabbie salariali? «Se le chiamiamo così viene giù il mondo. Ma stipendi agganciati al costo della vita reale nei diversi territori mi sembrerebbero equi. Voglio avvertire Mario Draghi che non teniamo più: i costi di energia, materie prime, fisco, li scaricheremo sui prezzi finali. Sarà il Governo a dover fare i conti con l’i n f l a z io n e. In ultimo: lei con Confimi ra p - presenta oltre 45 mila imprenditori: sono arrabbiati, delusi? «Sono sia arrabbiati che delusi, soprattutto sono sfiduciati e questo è grave. La politica è un muro di gomma: tu offri soluzioni e non trovi risposte, ti dai da fare e ti ostacolano in ogni modo. L’Ita l i a deve cambiare pelle se vuole resis te re. » Forse però una speranza c’è: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E soprattutto non sono pentole Agnelli!



IL G7 CHIACCHIERE E MISSILI

 

“Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Soltanto parole”. È da ieri mattina, dopo aver letto le ultime notizie sull’invasione dell’Ucraina, che ho in testa il ritornello cantato da Mina. I russi avanzano, conquistano nuove città dopo averle praticamente rase al suolo. Prima Mariupol, poi Severodonetsk, quindi Lysychansk e ora puntano su Kramatorsk. Nel frattempo, i missili di Putin cadono su Kiev, Kharkiv, Cherkasy, ma anche sui centri di addestramento dei volontari, nella regione di Leopoli, a poche decine di chilometri dal confine polacco. E i grandi della terra che fanno? Parlano. Parla Zelensky, che dal 24 febbraio non ha mai smesso un attimo, trasformatosi in un propagandista della causa ucraina ovunque se ne presenti l’oc c a sio ne. Come ha scritto Domenico Quirico, che di guerre se ne intende, cerca di fare leva sul senso di colpa dell’O c c id e n - te, sperando che le sue parole smuovano le coscienze ma soprattutto gli aiuti, cioè soldi e forniture di armi. Ma alle sue parole, invece di un contributo militare vero, gli altri rispondono con altrettante parole. Biden dice che la Russia non vincerà e che i razzi su Kiev sono una barbarie. Johnson a s s icura che si può invertire il corso della guerra e non è il momento di negoziare. Vo n der Leyen giura che sarà al fianco dell’Ucraina tutto il tempo necessario. S cholz promette che i Paesi occidentali resteranno uniti e non cederanno a Puti n . D raghi insiste con il tetto al prezzo del gas anche se nessuno degli alleati lo vuole davvero. M ich el , di cui fino all’altro ieri l’esistenza era ignota ai più, sostiene che sul prezzo del petrolio bisognerà riflettere per capire gli effetti collaterali. Nel frattempo, i sette grandi della terra, che poi senza Cina, India e Russia così grandi non sono, anticipano di essere pronti a mettere l’embargo all’oro russo, «per colpire il cuore della macchina da guerra di Pu - ti n ». Parole. Sì, parole, soltanto parole. Le sanzioni avrebbero dovuto fermare l’e s e rcito russo già due settimane dopo l’invasione. Congelare le riserve estere della banca centrale ed escludere le istituzioni finanziarie di Mosca dal circuito Swift con cui si regolano le transazioni bancarie avrebbe paralizzato l’economia russa. Invece, le misure non hanno fermato né i carri armati né i missili: al massimo hanno indotto lo zar del Cremlino a cambiare strategia, concentrando gli attacchi sul fronte Sud e su quello orientale. Così, dopo mesi di guerra e migliaia di vittime, è arrivato un nuovo pacchetto di sanzioni, «per colpire al cuore la macchina da guerra di Puti n ». Se prima, con il blocco dei fondi degli oligarchi e degli scambi sulla rete internazionale, l’Occidente aveva scelto di usare l’atomica della finanza, l’embargo del petrolio avrebbe dovuto essere l’ato - mica al cubo. Purtroppo, aver vietato la vendita del S M A N I CAT I I leader mondiali del G7 al vertice che si è svolto nel castello di Elmau, in Bav i e ra [ A n sa ] greggio non è bastato, come non era bastato escludere le banche russe dal sistema Swift. Mosca infatti sta vendendo sottobanco l’oro nero, come probabilmente in questi mesi ha regolato sottobanco molti affari. Del resto, se Paesi come Cina, India, Turchia e tanti altri rifiutano di adeguarsi alle misure decise dagli Stati Uniti e dall’Occidente, è assai probabile che Puti n trovi un sistema per scansare ciò che dovrebbe colpirlo al cuore. Forse la Russia fallirà, come si legge in queste ore, ma bloccare la vendita di oro non servirà a far terminare la guerra, perché i Paesi asiatici e del Medioriente continueranno a comprare per poi rivenderci ciò che noi rifiutiamo di acquistare da Mosca. Ieri ho letto un lungo articolo sul Corriere in cui si spiegava come avrebbe funzionato l’embargo dell’oro e quanto sarebbe costato a Puti n. L’ultima riga però avvertiva che Cina e India avrebbero continuato a comprare. Sì, parole. Mille per dire che in questo modo i grandi della terra miravano a colpire al cuore la macchina da guerra di Puti n . Una sola per spiegare che forse il colpo non avrebbe fatto centro. Sin dall’inizio avevo scritto che si fa fatica a vincere una guerra per procura. Anzi, che una guerra per procura era consigliabile non cominciarla: meglio una brutta pace che una brutta guerra. Adesso leggo che sono sempre di più gli esperti di cose militari che dicono le stesse cose e parlano di un negoziato. Ecco, fra tante parole c’è n’è una che sia i capi di Stato che gli editorialisti dei giornaloni non riescono a pronunciare: negoziato. Per loro è inconcepibile. Ma a volte le cose inconcepibili sono le uniche possibili. Certo, i brutti risvegli sono spesso inconcepibili. Tuttavia, sono preferibili alla prosecuzione di un incubo.

Siccità, nel 2022 precipitazioni dimezzate

 

La corsa contro la siccità parte da un bilancio record: a fine maggio all’appello già mancava circa la metà delle piogge cumulate in media negli ultimi trent’anni nello stesso arco di tempo. A dirlo è il Cnr, mentre crescono le ordinanze approvate dai Comuni per ridurre gli sprechi d’acqua.La corsa dell’Italia a caccia dell’acqua “persa” per colpa della siccità parte da un bilancio record: sul territorio nazionale, a fine maggio, all’appello già mancava circa la metà delle piogge cumulate – in media – nei primi cinque mesi dell’anno. A certificarlo sono i dati del Cnr sull’accumulo progressivo delle precipitazioni per l’anno corrente confrontato con l’accumulo climatologico medio (1991-2020) e con quello del 2017, ovvero l’anno che per l’Italia finora è risultato il più siccitoso dal 1800 ad oggi. I dati del Cnr In pratica tra gennaio e maggio solitamente si accumula, nella media nazionale, il 39% del totale annuo (si veda, nel grafico in alto, il punto evidenziato); nel 2017 eravamo poco sotto al 30 per cento; alla fine nei primi cinque mesi di quest’anno le precipitazioni cumulate si sono fermate intorno al 21 per cento. E la situazione peggiore si registra al Nord, con quasi un 60% di deficit rispetto alle medie di lungo periodo. «Dopo una primavera senza piogge - afferma Michele Brunetti, ricercatore all’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr - è molto probabile che avremo anche un’estate siccitosa: salvo particolari eventi legati alla circolazione atmosferica, quella estiva è pioggia riciclata in loco, legata a fenomeni convettivi». L’impatto da Nord a Sud Questi dati quantificano un fenomeno che oggi mette alle strette un tessuto sociale fatto di imprese agricole, industrie e centrali termoelettriche che nei mesi estivi sopravvivono con questa acqua. E costringe le amministrazioni locali (si veda l’articolo a fianco) a correre ai ripari, varando ordinanze anti-spreco per garantire i flussi d’acqua nelle reti idriche sul territorio. A soffrire al momento sono soprattutto le regioni settentrionali, in particolare quelle attraversate dall’asse del Po la cui portata ha tantissime connessioni con il tessuto economico circostante. Sotto osservazione anche il bacino del Trasimeno che “serve” parte del centro Italia. Il Centro Nord, il cui fabbisogno è decisamente più marcato rispetto al resto del Paese, oggi paga un mix esplosivo dal punto di vista climatico: una quantità di neve decisamente inferiore rispetto alle medie stagionali scesa nei mesi invernali; una quantità di pioggia decisamente inferiore alle medie primaverili; temperature decisamente più elevate rispetto alle medie estive. Ma la siccità è un fenomeno nazionale e il dipartimento della Protezione civile sta già monitorando i possibili riflessi di una nuova emergenza in arrivo, questa volta nel Mezzogiorno: qui il rischio, tra luglio e agosto, è che la carenza di acqua si traduca in una nuova esplosione del fenomeno degli incendi boschivi. Verso lo stato di emergenza Le pressioni della scorsa settimana hanno portato all’avvio di una fase istruttoria, tra Regioni e Protezione civile, per valutare la dichiarazione di uno stato di emergenza nazionale; sono già diversi quelli regionali proclamati, come la Lombardia che lo ha deliberato nella giornata di venerdì scorso.Una decisione che spetta al Consiglio dei ministri e che consentirà di attribuire poteri di ordinanza straordinari ed eventuali risorse per ridurre i disagi. Dal dipartimento del Servizio nazionale fanno sapere che una decisione di questo tipo sembra inevitabile, ma che Autorità di bacino ed enti territoriali stanno lavorando insieme per definire una serie di parametri che consentiranno ad alcune regioni di entrare subito in ”zona rossa” e, ad altre, man mano che verranno superate certe soglie di allarme.Nel frattempo sono in tanti a guardare alla possibilità di attingere alle risorse straordinarie stanziate per il rafforzamento delle reti idriche con il Pnrr, all’interno della missione 2 sulla transizione ecologica: si tratta in tutto di circa 4 miliardi di euro, destinati alle infrastrutture irrigue. «La rete idrica italiana - ha detto il ministro alle Politiche agricole, Stefano Patuanelli - trattiene e rende disponibile appena l’11% delle acque piovane. Il Pnrr prevede uno stanziamento di 880 milioni per l’agri-sistema irriguo. Di questi, 360 finanzieranno progetti già in essere e 520 milioni progetti nuovi». Ad oggi il capitolo idrico del Pnrr sta avanzando molto lentamente. L’unico bando pubblicato dal ministero delle Infrastrutture è quello da 900 milioni di euro per ridurre il fenomeno delle dispersioni idriche. Tra gli scopi irrigui di questo capitolo, però, potrebbe rientrare anche la necessità di rafforzare il “sistema a valle” a cui afferiscono le reti, i cosiddetti invasi, in modo tale che - in futuro - eventuali corsi d’acqua privi di materia prima possano attingere ad alcuni “cuscinetti”.

Al Nord le famiglie spendono 677 euro in più ogni mese

 

Tra i tanti rimbalzi che il 2021 ha fatto segnare c’è quello della spesa media delle famiglie italiane: 2.437 euro al mese, in ripresa del 4,7% sul 2020. Un incremento che, al netto dell’inflazione, si riduce al +2,8 per cento. Ad aumentare, però, è stato anche il divario territoriale. La differenza tra la crescita al Nord (+5,7%) e quella del Sud (+3,5%) è di oltre due punti percentuali. Secondo l’elaborazione del Sole 24 Ore su dati Istat, al Nord le famiglie spendono 677 euro in più al mese rispetto a quelle del Mezzogiorno: circa 2.668 euro contro 1.991. La partita si gioca su più fronti, ma la voce che sicuramente incide di più è legata alla casa: la differenza tra famiglie del Nord e del Sud nella spesa per abitazioni, acqua, elettricità è di circa 315 euro al mese. Nel dettaglio, 998 euro al nord, dove si è speso quasi il 3% in più rispetto al 2020, e 683 euro nel Mezzogiorno (+0,4%). Una voce dal peso importante è senza dubbio quella dell’affitto, che nelle province settentrionali arriva a essere oltre sei volte superiore a quelle meridionali: è proprio questo il rapporto tra il valore medio di una locazione a Milano e una ad Avellino, secondo i dati di Scenari Immobiliari utilizzati nell’indagine sulla Qualità della vita 2021. I gap territoriali continuano e si concentrano nelle categorie legate alla convivialità – come hotel e ristoranti – e la cura della persona: la spesa al Nord è più alta in entrambi i casi - 76,8 euro per i servizi ricettivi e la ristorazione e 69 euro per cura della persona e assicurazioni - e il gap non dipende solo da una domanda più forte. La differenza sta spesso nei prezzi, come certificano alcune stime di Federconsumatori: nel 2022 un caffè al Nord si paga in media 1,30 euro, mentre al Sud e Isole si paga 27 centesimi in meno. Stessa cosa vale per la spremuta: 4,33 euro (in crescita del 33% sul 2021) contro 3,50 (+16%). C’è poi il tema dei trasporti e degli spettacoli: in questi casi spesso l’offerta più competitiva si concentra proprio nelle regioni settentrionali, portando le famiglie a spendere di più. Sul fronte degli spettacoli, tuttavia, va segnalato che sebbene il divario sia ampio (56,8 euro), la ripartenza al Sud ha fatto segnare una crescita annua doppia rispetto al Nord. Le famiglie del Mezzogiorno hanno i propri primati in termini di spesa: ad esempio, i 479 euro circa che investono ogni mese nei prodotti alimentari superano di ben 16,2 euro gli acquisti del settentrione. Il Mezzogiorno risulta anche primo per spesa in abbigliamento e calzature con oltre 108 euro al mese, circa sei euro in più rispetto alle famiglie del Nord nonostante il rimbalzo post Covid registrato in questa macro area (+20,8%) sia doppio rispetto a quello del Sud (9,1%).

sabato 25 giugno 2022

EPOCA COVID, DISASTRO SULLA SALUTE MENTALE DEI GIOVANI: È EMERGENZA

 

L’AGIA, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, ha realizzato, con l’Istituto Superiore di Sanità, uno studio sulla salute mentale dei giovani dal quale risulta un boom di richieste di supporto psicologico.
Le situazioni rilevate vanno dai disturbi del comportamento alimentare alle tendenze suicide, dall’autolesionismo alle alterazioni del ritmo sonno veglia, fino a arrivare all’isolamento. Anche le funzioni cognitive hanno subito conseguenze pesanti e sono emersi disturbi legati all’apprendimento e al linguaggio.  Molto frequenti sono anche gli attacchi d’ansia e le paure di vario tipo, in particolare quelle legate al contagio.

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IL “SUPER-BANCHIERE” E LA SOLUZIONE AL DEBITO CHE NON RISOLVE

 

Il cambio di politica monetaria sui tassi da parte della BCE, ma soprattutto la decisione di togliere di fatto la garanzia sui debiti dei paesi membri, ha messo in moto i più esperti nell’ennesimo tentativo di trovare la soluzione ideale per non essere più dipendenti da Francoforte.

Come al solito si tentano tutte le soluzioni, tranne che indicare quella unica e giusta: ovvero la garanzia di una banca centrale dipendente dal governo.

Tra questi spicca l’intervento a dir poco ottimistico di un super-banchiere, il CEO di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. [1]

“Niente panico”. L’Italia ha fondamenta robuste ed è in grado di resistere a turbolenze ben più violente di quelle innescate dal maldestro balletto della Bce sulle prossime mosse di politica monetaria. Neanche la recessione deve spaventare più di tanto, perché il Paese, tassi o non tassi, dimostrerà di saper crescere anche in un contesto avverso.

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LA BCE ALL’ASSALTO DEI SALARI: PARTE SECONDA

 

La Banca Centrale Europea (BCE), giovedì 9 giugno, ha annunciato una storica virata nella politica monetaria dell’area euro: l’aumento dei tassi di interesse e la fine degli acquisti diretti di titoli pubblici da parte della banca centrale. Queste decisioni non saranno neutrali né per il potere d’acquisto della classe lavoratrice, come mostrato nella prima parte di questo contributo, né per la stabilità finanziaria e quindi politica dei paesi dell’area euro.

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Anche i cinesi preferiscono l’aria condizionata alla Pace, quindi bruciano più carbone

 

Il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato questa settimana che la Cina dovrebbe aumentare la sua capacità di produzione di carbone per evitare interruzioni di corrente, dato che le regioni settentrionali e centrali del Paese stanno soffocando in un’ondata di calore che sta portando il consumo di energia elettrica a livelli record per l’intenso utilizzo dei condizionatori. Pare proprio che anche i cinesi preferiscano l’aria condizionata alla pace, chissà perché ….

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La Germania passa al secondo livello dell’emergenza gas. Però comunque chiude il nucleare

 

La Germania ha attivato la seconda fase del suo piano di emergenza gas in tre fasi, preparandosi all’eventualità di un blocco totale delle forniture di gas dalla Russia attraverso il gasdotto Nord Stream 1.

In una dichiarazione ufficiale, il ministro dell’Economia Robert Habeck ha affermato, come riportato dalla Reuters, che i tedeschi dovranno iniziare a ridurre i loro consumi energetici e ha attribuito la colpa dell’attuale situazione al presidente russo.

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“L’Europa deve prepararsi a una interruzione completa del gas russo”: parola di Agenzia Internazionale per l’Energia

 

L’Europa dovrebbe prepararsi a una sospensione completa delle forniture di gas naturale russo, ha dichiarato in un’intervista al Financial Times il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.

“L’Europa dovrebbe essere pronta nel caso in cui il gas russo venga completamente interrotto”, ha dichiarato Fatin Birol al FT. “Più ci avviciniamo all’inverno, più capiamo le intenzioni della Russia”, ha aggiunto. “Credo che i tagli siano mirati a evitare che l’Europa riempia gli stoccaggi e ad aumentare il potere della Russia nei mesi invernali”.

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