Post in evidenza

Robert Kennedy e il discorso sul PIL

😔😔😔  

martedì 1 febbraio 2022

Mercati più tranquilli: una incognita in meno

 

I mercati finanziari hanno già abbastanza grattacapi cui pensare. La crisi in Ucraina, che rischia di far cadere l’intera Europa in una crisi energetica. La svolta delle banche centrali, che sta facendo salire i tassi in tutto il mondo e cadere le Borse. Piazza Affari inclusa. Ci mancava solo l’incertezza politica in Italia. Ecco perché tra gli investitori la rielezione di Sergio Mattarella rappresenta la soluzione migliore e più rassicurante. Perché favorisce la permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Perché scongiura (sperano le Borse) una crisi di Governo. Perché permette di proseguire sulla (pur difficile) strada del Pnrr senza sorprese politiche. E perché apre forse la porta a un’elezione successiva di Draghi alla Presidenza della Repubblica tra qualche anno. Sui mercati la conferma del «dream team» Mattarella-Draghi è dunque percepita come la migliore soluzione: ecco perché è prevedibile un rilassamento dello spread tra BTp e Bund lunedì. Ma non bisogna farsi illusioni: sui mercati di problemi oggi ce ne sono di molto maggiori, per cui la reazione positiva potrebbe durare poco. Lo dimostra anche il fatto che il tema Quirinale nell’ultima settimana è comunque restato dietro le quinte, fuori dai radar degli investitori, nonostante il clamore che ha avuto sui nostri media. E non ha avuto riflessi particolari sui mercati. La Borsa di Milano ha perso questa settimana l’1,83%, esattamente come quella di Francoforte (-1,83%) e solo un filo in più di quella di Parigi (-1,45%). E da inizio anno il confronto è simile. Se si guarda lo spread tra BTp e Bund, qualche momento di tensione c’è stato in questi giorni, con alti e bassi anche improvvisi a seconda delle votazioni più o meno gradite che arrivavano da Montecitorio. Ma in fin dei conti, lo spread tra BTp e Bund era a 136 punti base a fine 2021 e ha chiuso a 139 venerdì. Certo, se lo si confronta con l’andamento dello spread tra i titoli spagnoli e quelli tedeschi (passato tra alti e bassi da 77 punti base di fine 2021 e 75 di venerdì) una maggiore tensione sull’Italia si nota. Ma si tratta di poca cosa. Lo stesso messaggio arriva se si osservano le quotazioni dei credit default swap sull’Italia, quelle speciali polizze assicurative che servono agli investitori per coprirsi dal rischio di insolvenza della Repubblica italiana. Ebbene, anche qui da inizio anno si nota una certa stabilità: il “premio” da pagare era a 91 punti base a fine 2021 ed è sullo stesso livello ora, pur con punte a 93. Certo, si tratta di livelli più elevati (sia sui titoli di ta di livelli più elevati (sia sui titoli di Stato sia sui Cds) rispetto a qualche mese fa. Ma è difficile capire quanto sia stata colpa dell’incertezza politica (che c’è stata e ha pesato senza dubbio) e quanto della svolta della Bce (che da marzo ridurrà significativamente gli acquisti di titoli di Stato), della Fed e della crisi Ucraina. Di carne sul fuoco ce n’è talmente tanta, che è difficile stabilire dove nascano i mal di pancia dei mercati. Ma la conferma di Mattarella al Quirinale (e indirettamente di Draghi a Palazzo Chigi) lascia al loro posto due figure molto stimate a livello internazionale. Questo elimina, almeno nel medio termine, il rischio di instabilità politica e di elezioni anticipate in un Paese con un debito gigantesco come il nostro. Questo è un problema in meno sui mercati. Purtroppo, però, di problemi ce ne sono tanti altri. L’instabilità finanziaria è dunque destinata a durare ancora un po’ lo stesso.


Vaticano: il Mattarella bis accolto con soddisfazione

 

La soluzione migliore, e non per la Chiesa, ma per la «cara Nazione Italiana». La rielezione di Sergio Mattarella e, quindi, la permanenza di Mario Draghi alla guida del governo fino al termine naturale della legislatura, piace molto Oltretevere. Sicuramente al Papa, che rispetto agli affari interni italiani si tiene a distanza abissale, ma soprattutto alla Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Pietro Parolin, e alla Cei, che a maggio eleggerà il nuovo presidente. Nessuno in Vaticano commenta, ma da quello che si raccoglie ai bordi del campo è chiaro che agli occhi della chiesa un bis di Mattarella garantisce la stabilità del quadro complessivo di un sistema frantumato ma soprattutto è molto apprezzata la permanenza di Draghi a palazzo Chigi, sia per la continuità nell’affrontare la pandemia sia per il ruolo che può svolgere l’Italia nello scacchiere della crisi internazionale in atto ai confini dell’Ucraina. Poco prima di Natale il Papa aveva ricevuto il presidente in  visita di fine mandato, ed era stato confermata in modo evidente la grande sintonia tra i due. Il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, che alla vigilia del voto aveva auspicato che prevalesse il «desiderio comune di dialogo», saluta la rielezione con un messaggio da parte chiesa italiana: «Il suo esempio di uomo e di statista, lo spirito di servizio e di sacrificio manifestato anche nella presente circostanza, costituiscono un punto di riferimento per tutti i cittadini al di là delle appartenenze politiche e degli schieramenti». Soddisfazione la esprime padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, molto vicino a Papa Francesco: si tratta di una soluzione che «non è assolutamente di ripiego; si tratta invece - dice all’AdnKronos - di una soluzione di alto profilo che richiede un sacrificio personale del presidente per il bene della Repubblica». Un primo appuntamento tra Italia e Santa Sede è alle porte: l’11 febbraio è l’anniversario dei Patti Lateranensi e si terrà come da tradizione (la data non è ancora fissata) un incontro tra le alte cariche dello Stato, quindi in testa Mattarella e Draghi, e i vertici di Vaticano e Cei, a palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, dove si è appena insediato il nuovo ambasciatore Francesco Di Nitto, già consigliere diplomatico aggiunto del Quirinale, e che quindi ha lavorato per anni a fianco di Mattarella.


LA SOLUZIONE MIGLIORE, ORA la priorità è il caro energia


CHE TRISTEZZA !

M eglio tardi che mai. Alla fine dalle urne dei votanti è spuntata la soluzione migliore. Anzi, l’unica che permette di affrontare con qualche serenità una navigazione difficile. D’altra parte sarebbe stato originale, e probabilmente foriero di guai, andare contro uno dei proverbi più classici: squadra che vince non si cambia. Fa specie, ma per la verità non sorprende, che il sistema dei partiti ci sia arrivato dopo sette votazioni che hanno lacerato il mondo della politica: soprattutto il centrodestra, che si è fatto male da solo dimostrando un certo masochismo, ma anche il centrosinistra. In alcuni passaggi poi è sembrato perfino di vivere in diretta una puntata del programma «Scherzi a parte». Così è andata e a questo punto, per carità di Patria, è meglio esercitare la virtù della comprensione e voltare pagina alzando lo sguardo. Prima però occorre un gesto obbligato: la riconoscenza al presidente confermato, Sergio Mattarella, e al presidente del Consiglio, Mario Draghi.E ntrambi hanno rinnovato la disponibilità alla conferma. E non è poco, perché avrebbero potuto anteporre il loro interesse personale a quello del Paese. La posta in gioco era alta: il rischio di uscire di strada alla prima curva dopo un anno vissuto nel modo migliore, sia pure tra tanti ostacoli. Non va dimenticato che, prima dell’incarico a Draghi, l’Italia era in difficoltà: il clima generale era di assoluta sfiducia, mancava un piano credibile per le vaccinazioni indispensabile a contrastare la pandemia, le prime bozze del Piano nazionale di ripresa e resilienza erano destinate a sicura bocciatura in Europa. Poi la svolta è risultata evidente. Le imprese hanno ritrovato slancio e ottimismo, il piano d’emergenza per i vaccini ha funzionato, il Pnrr è stato costruito in modo da essere approvato a Bruxelles. L’inversione di tendenza è confermata dall’andamento positivo del Prodotto interno lordo, che nel 2021 è risultato intorno al 6,5 per cento di crescita e sarebbe stato perfino superiore se le varianti del Covid-19 non avessero frenato l’andamento delle ultime settimane dell’anno. Certo va detto che non tutto ha funzionato, che alcuni ministri del governo e alcuni consiglieri potevano fare di più e meglio. Anzi, molto di più e molto meglio. Nel complesso però le vele sono state attrezzate con maestria. Sarebbe però un errore grave pensare che ora la strada sia in discesa. È vero, infatti, l’esatto contrario. Ci sono emergenze che sarebbe drammatico sottovalutare e che richiedono sia la guida sicura di Mattarella al Quirinale, sia l’esperienza e la leadership di Draghi alla presidenza del Consiglio. Alla politica va detto di farsi sentire, come giusto in democrazia parlamentare, ma senza disturbare troppo il manovratore. Il difficile,occorre tenerlo ben presente, comincia adesso. L’emergenza è il costo dell’energia, che rischia di spiazzare l’industria manifatturiera. Nelle settimane scorse sono stati approvati aiuti certamente utili ma tutt’altro che risolutivi. Altri provvedimenti sono stati annunciati tre giorni fa dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, nell’intervento a Telefisco, l’incontro annuale a cui hanno partecipato oltre 50mila tra liberi professionisti e operatori del settore. Il banco di prova sarà nei prossimi giorni, in cui occorrono interventi su più fronti e risolutivi, non pannicelli caldi. Ugualmente non occorrono distrazioni sui percorsi per l’applicazione del Pnrr e delle riforme collegate. Ci sono segnali poco confortanti, come confermano gli articoli e le inchieste del Sole 24 Ore che, nel quadro delle iniziative organizzate in occasione del Festival dell’Economia a Trento, previsto dal 2 al 5 giugno prossimi, ha organizzato un Osservatorio per seguire passo dopo passo ogni iniziativa. Draghi esce dalle elezioni del presidente della Repubblica su posizioni di forza e ci sono le condizioni, se sarà il caso, per dare le spallate necessarie a superare resistenze, corporativismi e sabotaggi. Ciò dovrà accadere su tutte le partite aperte: dagli interventi per il consolidamento della ripresa economica a quelli per tenere sotto controllo l’aumento dei prezzi, fino alla riduzione del debito pubblico. l sentiero è stretto e tutto in salita, ma l’occasione per cambiare la faccia del Paese è davvero unica. Avviso ai naviganti del mondo della politica: va evitato il rischio che l’anno mancante alle elezioni diventi terreno di conflittualità permanente. Sarebbe un errore grave, controproducente e imperdonabile.

Sconfitta di tutti i leader e coalizioni a pezzi

 

C he ci sia un solo vincitore in questa vicenda lo certifica il finale. Il Mattarella bis è infatti una scelta del Parlamento che voleva stabilità e l’ha ottenuta spingendo, giorno dopo giorno, su quella soluzione fino a farla diventare l’unica pronta per l’uso dei leader che si sono tagliati la strada a vicenda. Non è un caso se a salire al Colle per chiedere al presidente di restare non sono stati i segretari di partito ma i capigruppo di Camera e Senato della maggioranza. Come se l’esito di questa corsa speciale avesse rafforzato lo scollamento tra segreterie e parlamentari che, davanti ai giri a vuoto, hanno agito dal basso lasciando che i grandi elettori facessero da soli, contro le indicazioni di scuderia. Così, nel centrodestra hanno rovesciato la logica del “tocca a noi” affondando la presidente Casellati, nel centro-sinistra hanno riempito il mutismo delle schede bianche con il nome di Mattarella. Insomma, hanno perso i leader, hanno vinto i peones. Ha perso Letta che puntava su Draghi e non ce l’ha fatta a costruire una candidatura. E ha perso pure perché si è “scoperto” su Conte, che ha trattato con Salvini lasciandolo indietro. Il segretario ora si trova davanti un Pd più spaccato e un campo pieno di trappole. Infatti si parla già di proporzionale, perché non si è più sicuri dell'alleanza con i 5 Stelle. Ma si è indebolito pure Conte che su Elisabetta Belloni ha incrinato l’asse con i Dem, è stato infilzato da Di Maio e alla fine è rimasto subalterno ai gruppi. Nel centro-destra le ferite sono identiche. Il ritiro di Berlusconi – prima tappa delle successive sconfitte - ha avuto come esito finale lo strappo di Forza Italia da Lega e FdI per compattarsi con l’area di centro prima sul nome di Casini e poi su Mattarella. Una mossa, anche qui, che porta verso il proporzionale. Ed è sconfitto Salvini che si è perso in tanti nomi, lanciati troppo in fretta solo per la smania di coprire l’errore precedente. Aver fatto marcia indietro sul “bis” è la dimostrazione di non saper incidere nei passaggi istituzionali che contano. Infine, perde la Meloni che sperava in Draghi per destabilizzare il quadro e andare al voto e invece è riuscita solo a mostrare le debolezze del capo leghista ma a prezzo di aprire tante crepe nella coalizione. Certo, può funzionare nella competizione a destra per la premiership ma Salvini, che ieri ha detto no al proporzionale, potrebbe cambiare idea. Il rischio, per lei, è che finisca come con il sindaco di Roma, quando rivendicò - e ottenne - la scelta del candidato ma dal cilindro tirò fuori la soluzione perdente.  

Venti di guerra sul grano Prezzi in tensione su timori per l’export di Mosca e Kiev

 

Sul granaio d'Europa soffiano venti di guerra. Russia e Ucraina sono tra i maggiori esportatori di cereali al mondo. E il rischio di operazioni militari o di severe sanzioni contro Mosca è tornato a far correre i prezzi, in particolare quelli del grano, che a fine 2021 si erano già spinti ai massimi storici. Le rinnovate tensioni arrivano in un periodo delicato, mentre le banche centrali faticano a controllare l’inflazione, infiammata anche dal caro energia (il petrolio Brent proprio ieri ha aggiornato il record da 7 anni, a 91,70 dollari al barile) e – quel che è peggio – mentre nei Paesi più poveri la fame è tornata a diffondersi per l’effetto congiunto della pandemia, dei colli di bottiglia nelle catene di rifornimento e dei forti rincari dei prodotti agricoli. Il Food Index della Fao, che rispecchia il prezzo di un paniere di generi alimentari nel mondo, è salito di quasi un terzo nel 2021 ed è a livelli  che non toccava da oltre un decennio. Ai tempi dell’invasione russa della Crimea, nel 2014, c’erano stati analoghi timori per le forniture di cereali. Tuttavia, è bene dirlo subito, alla fine non ci fu un impatto rilevante. Da allora la rilevanza dell’Ucraina nell’agribusiness è aumentata: contando tutti i cereali oggi Kiev è seconda solo agli Stati Uniti per esportazioni (l’International Grain Council prevede vendite all’estero per ben 63,4 milioni di tonnellate nella stagione in corso, contro 95,3 milioni per gli Usa). Il coinvolgimento della Nato fa temere un conflitto più esteso, rispetto al 2014. E ad accentuare le inquietudini c’è la minaccia di sanzioni esemplari contro la Russia, fino all’esclusione dal sistema dei pagamenti in dollari: misura che avrebbe effetti pesantissimi su qualunque esportazione dal Paese, che per la Ue è un fornitore chiave non solo di gas ma anche di petrolio, metalli e per l’appunto prodotti agricoli. La posta in gioco è alta. Ed è per questo che le quotazioni del grano sono tornate in tensione, spingendosi questa settimana fino a 8,2875 dollari per bushel a Chicago, massimo da due mesi, mentre a Parigi il frumento da macina per marzo ha toccato 291,75 euro per tonnellata, contro un record storico di 308,5 € a novembre (ieri ha chiuso a 278,75 €). Russia e Ucraina insieme controllano quasi un terzo del mercato del grano: il 29% dell’export mondiale (in totale atteso a 204,4 milioni di tonnellate) dovrebbe arrivare proprio da questi due Paesi nella stagione 2021- 22 prevede l’Usda, il dipartimento Usa dell’Agricoltura. Mosca in particolare contende alla Ue il primo gradino del podio dei fornitori globali, con raccolti che negli ultimi anni sono cresciuti fino a stabilizzarsi intorno a 85 milioni di tonnellate l’anno, di cui circa 40 milioni destinati all’export. E l’Italia, tutt’altro che autosufficiente, è tra i maggiori clienti: importiamo il 64% del nostro fabbisogno di grano da panificazione – ricorda Coldiretti, lamentando i rincari – e dalla Russia l’anno scorso ne abbiamo comprati circa 100 milioni di chili. Volumi che forse sarebbero stati ancora più grandi, se non fosse che Mosca ha introdotto limiti all’export per difendersi dai rincari sul mercato domestico. Così invece ha “vinto” il grano ucraino, con oltre 120 milioni di chili arrivati in Italia. Kiev nel 2021-22 potrebbe guadagnare il terzo posto nella classifica globale degli esportatori, con oltre 24 milioni di tonnellate di grano tenero. Ma è soprattutto un colosso del mais – con il 16% dell’export mondiale (oltre 30 milioni di tonnellate), di cui oltre la metà dirette in Europa – e di alcuni semi oleosi: più della metà dei semi di girasole commercializzati nel mondo arriva dall’Ucraina.

La battaglia contro le disuguaglianze non può attendere

 



N el rapporto Oxfam sulle diseguaglianze, l’Italia figura come protagonista assoluta. Non solo perché, più di molti altri Paesi, il nostro è tra quelli che in maniera più nitida hanno seguito il trend mondiale di polarizzazione della popolazione tra ricchissimi e (sempre più) poveri. Ma perché, per il macroscopico divario esistente tra i Top 1% e il 20% più povero, si è creato un vero e proprio caso italiano, che ha assunto il nome di “Disuguitalia”. In questo senso, la pandemia ha agito non tanto come sisma, ma come sismografo di una situazione pericolosamente complicata già prima della diffusione su livello planetario del Covid-19. Non è un caso che le categorie e le fasce d’età più colpite dagli effetti negativi della pandemia sono le stesse che, prima del 2020, figuravano tra quelle più in difficoltà: donne, giovani, lavoratori precari e working poor. Si parla proprio per questo di una crisi con natura ed effetti asimmetrici. Se è tanto vero che, a livello sanitario, il Covid-19 ha colpito più duramente le fasce d’età “anziane”, è altrettanto vero che le principali conseguenze socio-economiche riguarderanno più da vicino i giovani. Del resto, sono proprio i giovani a costituire la fetta principale di quelli che vengono definiti working poor, i “lavoratori poveri”. In termini pratici si tratta di 3 milioni di individui, lavoratori single, che guadagnano meno di 11.500 euro all’anno. E più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, cioè vive in una famiglia con un reddito inferiore al 60% della mediana. Per converso, si pensi a quanto riportato dall’Economic Policy Institute ad agosto: nel 2020, i compensi degli amministratori delegati nel mondo sono aumentati del 19 per cento. Non solo, il think tank stima che dal 1978 a oggi le retribuzioni dei Ceo siano cresciute del 1.322%, contro il 18% dei lavoratori comuni. Per guardare oltre l’emergenza e per immaginare un sistema che sia maggiormente inclusivo, solidale e a misura d’uomo, occorre mettere in pratica le parole di Papa Francesco, che invita l’economia a essere al servizio degli uomini, e non viceversa. Occorre senz’altro coraggio, perché per portare avanti l’ordinario sono sufficienti i tecnici; per cambiare prospettiva, al contrario, occorrono uomini e donne della politica. «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice», scrive Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. Gli spaventosi proventi di aziende di logistica, rivendita online oppure attive nel settore farmaceutico potrebbero essere una rampa di lancio per tentare di scuotere il sistema dalle fondamenta, portando avanti un’opera di redistribuzione e di vaccinazione globale, per garantire quantomeno l’inalienabile diritto alla salute di ognuno. La questione è anche squisitamente politica e istituzionale, perché è evidente che la percezione di inutilità, di essere degli “scarti”, che sempre più attanaglia molte persone all’interno delle classi sociali più colpite dalla crisi sociale e sanitaria: non a caso molti parlano di “sindemia”, termine che designa l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici derivante dalla sinergia fra due e più patologie. Ma se è a una sindemia che ci troviamo davanti, e le condizioni per affermarlo ci sono tutte, allora altrettanto sindemico deve essere il contrasto, non focalizzandosi cioè sulla pur indispensabile risposta sanitaria, di natura farmacologica o meno, ma ampliando lo sguardo all’insieme delle piaghe sanitarie e sociali che travagliano il corpo vivo dell’umanità. Occorre agire con tempestività e risolutezza per riformare il sistema economico e sociale, risolvendo quelle storture che predatano la pandemia e che quest’ultima ha reso ancor più radicate. Dobbiamo farlo, però, per dare una speranza alle generazioni più giovani, altrimenti condannate a portare sulle proprie spalle il peso di diseguaglianze che hanno avvantaggiato alcuni a scapito di molti. Alla fine di febbraio, si celebreranno i 120 anni dalla nascita dello scrittore statunitense John Steinbeck, che in Furore, in anni non sospetti, aveva già magistralmente raccontato la profonda ingiustizia di questa nostra economia. «Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia». Agiamo prima che queste parole, scritte nel 1939, diventino tristemente attuali. 

La politica di bilancio è l’arma giusta contro l’inflazione in Europa

I prossimi negoziati per la revisione delle regole fiscali e di bilancio in Europa saranno inevitabilmente influenzati dall’evoluzione di un’inflazione che sempre meno appare come temporanea, sia negli Stati Uniti sia in Europa, anche se l’aggettivo temporaneo si presta a interpretazioni elastiche. Se andiamo al dibattito pre-pandemico, quando lo spettro era la deflazione, l’uso della leva monetaria da parte della Bce per contrastare la dinamica negativa dei prezzi e riportarla vicino all’obiettivo del 2% si scontrava con politiche di bilancio non accomodanti rispetto all’azione di espansione monetaria. In altri termini, il tema in discussione era il non coordinamento in Europa tra politica monetaria e politica di bilancio, essendo la prima decisa a livello sovranazionale mentre la seconda era, ed è tutt’ora, decisa a livello nazionale, con una occhiuta sorveglianza europea incentrata sul rispetto di regole di contenimento dettate da sfiducia reciproca tra i Paesi membri. Veniva sostanzialmente ignorata l’idea che le politiche di bilancio nazionali dovessero essere coordinate in funzione anche di obiettivi di stabilizzazione e crescita economica dell’Europa nel suo insieme. Il tema è ancora questo. Il vero convitato di pietra nella ridefinizione del Patto di stabilità e crescita è l’assenza di una sufficiente discrezionalità a livello centrale nel coordinamento tra politica monetaria e politica di bilancio. Tutti gli schemi di ingegneria istituzionale in discussione non possono eludere questo nodo, che è prettamente politico e che si ripropone oggi in un contesto in cui questo coordinamento serve a tenere a bada l’inflazione, non la deflazione come in passato, senza scaricare l’onere dell’intervento solo sulla politica monetaria. Il problema, peraltro, si pone ancor prima della definizione delle nuove regole. Abbiamo già sostenuto in queste pagine che è corretta la prudenza con la quale la Bce si appresta a uscire dal programma di acquisto di titoli con il quale ha permesso ai governi europei nel corso della pandemia di indebitarsi a costi sostenibili e di garantire liquidità al sistema produttivo. Tuttavia, abbiamo anche sostenuto che il motivo addotto, quello della temporaneità della fiammata inflazionistica, fosse poco convincente e anche rischioso. Con un’inflazione europea al 5%, non molto inferiore a quella del 7% registrata negli Stati Uniti, la Bce potrebbe presto trovarsi a corto di argomenti di fronte alla svolta della Fed che ha annunciato un prossimo rialzo dei tassi di interesse, qualora questo divario di inflazione dovesse restringersi o permanere sui livelli attuali. Qui rientra il tema del coordinamento tra politica monetaria e di bilancio. L’economista francese Jean Pisani-Ferry ha di recente negato (European Inflation is not American Inflation, Project Syndicate, 27/1/22) che si possa considerare l’inflazione negli Stati Uniti simile a quella in Europa, e non solo per il divario quantitativo sopra richiamato. Sostanzialmente l’inflazione negli Stati Uniti sarebbe peggiore di quella europea perché non dovuta solo a strozzature di offerta, ma anche agli stimoli fiscali molto più forti e generosi. Tra l’altro le strozzature di offerta dovute a carenza di forza lavoro sarebbero più forti negli Stati Uniti proprio a causa degli interventi eccessivi di sostegno diretto alle famiglie in assenza di un sistema più strutturato di welfare. Se ciò è vero, ma lo è solo al netto di spinte inflazionistiche che sono globali e non solo occidentali, la conseguenza è che l’inflazione in Europa va gestita, anche per il prossimo futuro, con un mix di politica monetaria e politiche di bilancio, evitando di strozzare l’economia con un aumento dei tassi di interesse che agirebbe più dal lato di un aumento dei costi che come freno della domanda. Per consentire alla Bce di non seguire la Fed sulla strada della stretta monetaria si dovrebbero, di conseguenza, adottare politiche di bilancio ben mirate in una fase in cui la ripresa attraversa un periodo complesso. La ripresa economica è forte nella maggior parte dei Paesi europei, ma siamo ancora al rimbalzo dopo il crollo del 2020 (la Germania, dove la riduzione del Pil è stata meno forte durante la crisi, oggi cresce meno) e si teme un rallentamento prematuro a causa dei costi determinati dalla crisi energetica ancor prima dell’adozione di una eventuale restrizione monetaria anti inflazione. Anche la politica di bilancio non può quindi virare in Europa troppo rapidamente verso una riduzione degli stimoli fiscali, ma perlomeno dovrebbe guardare alla composizione del bilancio, dal lato sia della spesa sia delle entrate, prestando attenzione al profilo temporale di stimoli di domanda rivolti verso settori che già mostrano difficoltà di adeguamento dal lato dell’offerta. Per essere più espliciti, in Italia non c’è più spazio per distrazioni quali quelle che hanno consentito di portare avanti provvedimenti come il bonus al 110%, che generano stimoli inflazionistici in settori surriscaldati sottraendo, al tempo stesso, risorse pubbliche necessarie per calmierare i costi energetici e rallentare l’avvio di spirali inflazionistiche. Ugualmente sarebbe utile ricontrattare con l’Europa il timing di vari programmi del Pnrr laddove questi si dovessero scontrare con oggettive carenze di offerta nel breve periodo con la conseguenza di alimentare l’aumento dei prezzi. Il controllo dell’inflazione dipende anche dal controllo della composizione della domanda, preferibile all’intervento delle banche centrali che non può essere selettivo. 

Per le Borse un’altra settimana di fuoco

 

I mercati finanziari archiviano un’altra settimana turbolenta. A farne le spese fino a poche ore dalla fine era stata soprattutto Wall Street dove ha pagato ancora dazio il Nasdaq, il più sensibile agli aumenti dei tassi prospettati dalla Federal Reserve. Ma con il balzo del 3,13% in chiusura, (agevolato dal +6,9% di Apple dopo la trimestrale) l’indice tecnologico alla fine ha azzerato le perdite settimanali, restando comunque in passivo da inizio anno del 13% circa. Il peggiore indice statunitense della settimana è stato però il Russell 2000 (-0,9%), quello dove sono quotate le società di media capitalizzazione, il cuore pulsante dell’economia domestica a stelle e strisce. Nell’ultima seduta, più distesa per l’azionario Usa, questo indice è comunque rimbalzato. Restano però le difficoltà degli investitori nel cercare di intercettare lo scenario economico che si prospetta: l’economia sta accelerando o rallentando? Reflazione o stagflazione? Gli ultimi dati macro confermano un quadro grigio: a dicembre negli Usa i redditi sono aumentati di 70,7 miliardi, lo 0,3%, rispetto al mese precedente, contro attese per un +0,4%. Le spese per i consumi sono diminuite dello 0,6%, con il consensus a -0,7%. È stato invece accolto con favore il dato sui salari, cresciuti meno delle attese. Più nel dettaglio, il costo del lavoro - una misura dei salari e dei benefit per i lavoratori (esclusi il personale militare e quello della pubblica amministrazione) - nel quarto trimestre è aumentato dell’1%, meno dell’1,2% previsto dagli esperti, dopo il dato record (+1,3%) del terzo trimestre. Se questo dato sarà un potenziale segnale di picco per l’inflazione (che a dicembre è balzata al 7%) lo si scoprirà nella prima parte di febbraio, quando arriverà l’aggiornamento (a questo punto attesissimo) sull’andamento dei prezzi al consumo. Sui quali rischiano comunque di incidere le continue pressioni rialziste del petrolio, anche ieri in allungo con il Brent marzo a 90,4 dollari al barile e con il Wti marzo a 87,5 dollari al barile. È stata una settimana da montagne russe anche per le Borse europee che hanno chiuso con un calo medio (indice Eurostoxx 50) del 2,19%. Il Ftse Mib di Piazza Affari ha ceduto l’1,83% (ieri -1,18%). La performance da inizio anno è prossima al -3%. Le Borse europee stanno comunque reggendo meglio di Wall Street i colpi dei ribassi e della volatilità di questo primo scorcio del 2022. Anche in funzione della divergenza in corso di politica monetaria (la Fed ha aperto la strada tanto al rialzo dei tassi quanto alla riduzione del bilancio mentre la Bce non sembra ancora orientata in questa direzione e lo scopriremo la prossima settimana quando si riunirà il consiglio direttivo) alcune banche d’affari, tra cui Jp Morgan, consigliano in questa fase di sovrappesare le azioni europee rispetto a quelle statunitensi. Nel frattempo si segnala la forza del biglietto verde con il dollar index (che lo mette in paragone ponderato con un basket di valute internazionali) anche ieri là in alto in area 97 punti, come non accadeva dall’estate del 2020. Il dollaro forte ha penalizzato l’oro, sceso sotto i 1.800 dollari. Il metallo giallo è in rosso del 13% dai massimi dell’agosto del 2020. Non frena però, come visto, la corsa del petrolio che per i Paesi che utilizzano altre divise (europei inclusi) rappresenta a conti fatti un doppio problema: da un lato rende più care tutte le materie prime (perché quotate in dollari) e dall’altro li costringe ad importare una fetta maggiore di inflazione, a causa del sovrapprezzo valutario. Se poi c’è una cosa che non piace agli investitori è vedere la curva dei rendimenti statunitensi continuare ad appiattirsi, conseguenza del fatto che i tassi a due anni stanno salendo più velocemente rispetto a quelli a 10 anni. Ad inizio anno il differenziale era di 82 punti, ieri è arrivato a 62. Se la curva non mente vuol dire che una parte degli investitori ipotizza che la Fed sia ormai “behind the curve”, cioè in ritardo. E che i rialzi dei tassi che si appresta ad applicare a partire da marzo potrebbero sì contrastare in parte l’inflazione, ma al prezzo di frenare la crescita.

lunedì 31 gennaio 2022

Dalla Tap al Gnl, Bruxelles tenta di tagliare la dipendenza da Mosca


Da molti anni l’Europa coltiva un sogno: affrancarsi dal giogo energetico della Russia. Eppure nel corso del tempo, nonostante gli appelli e le buone intenzioni, la dipendenza europea da Mosca, invece di ridursi, è cresciuta. Nel 2021 il gas russo ha così rappresentato il 39% dei consumi complessivi dell’Unione Europea (pari a 402 miliardi di metri cubi). Oggi, davanti a una potenziale invasione russa in Ucraina, Bruxelles guarda con apprensione a tutte le potenziali alternative. Sa che presto potrebbe abbattersi la tempesta perfetta. L’operazione in Ucraina, e le conseguenti sanzioni contro Mosca, potrebbero generare delle rappresaglie commerciali. Come se non bastasse il contesto attuale ha il sapore di una beffa; la più grave crisi geopolitica alle porte del Vecchio Continente da diversi anni arriva proprio quando i prezzi del gas venduti in Europa sono quasi quintuplicati in otto mesi, toccando un record a fine dicembre. Finora Gazprom è stato un partner affidabile. E comunque per un’economia come quella russa, con un Pil decisamente inferiore a quello tedesco, privarsi di parte dell’export di gas verso gli storici clienti provocherebbe gravi danni economici, oltreché che di immagine. Ma davanti a una crisi di questa portata, e alle durissime sanzioni minacciate da Washington, chi può garantire che Mosca non reagirà con l’arma del gas? Peraltro proprio dai vecchi gasdotti ucraini transita un terzo del metano diretto in Europa. Bruxelles deve ora fare i conti con un’amara constatazione. La sua politica energetica è stata miope. Ognuno è andato per la sua strada. Il gasdotto Tap, che collega i giacimenti azeri del Caspio, ha una capacità di soli 10miliardi di metri cubi l’anno. Poteva essere raddoppiato da tempo. Ora si tenta ogni strada. Così il 4 febbraio la commissaria Ue per l’Energia Kadri Simson si recherà a Baku per la riunione del Consiglio consultivo del corridoio del gas meridionale. Al centro dell’agenda l’aumento delle forniture attraverso il Tap e le possibili opzioni per l’estensione del Corridoio meridionale del gas verso nuovi mercati energetici. Gli altri progetti infrastrutturali, tra cui l’ambizioso gasdotto sottomarino EastMed (che dovrebbe collegare i grandi giacimenti di gas israeliani e quelli ciprioti alle coste greche) sono ancora da approvare. «Tutte o quasi le scelte politiche europee in questo campo sono state indirizzate verso la transizione energetica. Ci si è concentrati sull’ambiente e sono stati trascurati altri due aspetti fondamentali: la sicurezza e la competitività dei prezzi», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. In questa tempesta perfetta, le major energetiche occidentali , complice il crollo dei prezzi petroliferi dall’estate del 2014, hanno fatto la loro parte disinvestendo nei giacimenti di idrocarburi (spesso gas e greggio si trovano insieme), soprattutto in Medio Oriente ma in parte anche in Nord Africa. «Gli investimenti in campo energetico hanno costi enormi e tempi di rientro molto lunghi, continua Tabarelli -. I giacimenti di gas e petrolio vanno poi “coltivati”, ovvero seguiti con la dovuta manutenzione, affinché non si deteriorino prima del tempo. Il crollo della redditività (dal giugno del 2014 al gennaio del 2016 il prezzo del greggio è scivolato da 114 a 28 dollari al barile) e la quasi contestuale svolta dalla Conferenza di Parigi, a fine 2015, hanno spinto diverse compagnie, anche di Stato, a investire molto di meno negli idrocarburi». In questa Europa che è andata in ordine sparso, c’è tuttavia chi sta pagando più di altri il problema dei prezzi del gas e dell’esposizione energetica. «L’Europa è l’area nel mondo che soffre di più il problema dei prezzi alti. E l’Italia è il Paese europeo che ne risente più di tutti», spiega al Sole 24 Ore Claudio Spinaci, presidente di Unem (Unione Energie per la Mobilità), l’ex Unione petrolifera italiana. D’altronde l’Italia è forse il Paese più vulnerabile. Importa il 90% dell'energia che consuma. «Il mix energetico europeo, ma soprattutto, italiano va maggiormente diversificato – aggiunge Spinaci -. La transazione energetica deve essere sostenibile. È bene ricordare che il 40% delle fonti energetiche italiane proviene dal gas naturale». Una proporzione troppo alta. Non è così in Francia, in Germania, o in Spagna. Se poi si considera che la Russia copre il 40% dell’import italiano di gas, la vulnerabilità italiana emerge ancor di più. Fare nuovamente affidamento sulla tormentata Libia, di questi tempi, potrebbe rivelarsi incauto. Cosa fare, dunque? La soluzione immediata, pur non sufficiente, sarebbe intensificare gli acquisti di gas naturale liquefatto (Lng). I rigassificatori europei sono ampiamento sotto-utilizzati. Potrebbero ricevere circa 230 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Il problema è piuttosto un altro. Dove acquistare così tanto Lng, e in così poco tempo? Il Qatar è il primo esportatore mondiale. Le sue navi stanno girando il mondo. Come peraltro quelle di altri produttori. Ma la concorrenza è serrata. I Paesi asiatici già assorbono i tre quarti import globale di Lng. La domanda in America Latina è quasi raddoppiata nel 2021. «Dobbiamo sfruttare al massimo gli acquisti di Lng in giro per il mondo – continua Spinaci - . Ma non sarà facile. Il processo cinese di decarbonizzazione ha fatto esplodere i loro consumi di gas». In ogni guerra, o crisi, c’è chi perde e chi ci guadagna. Tra questi ultimi ci sono gli Stati Uniti. La esportazioni americane di Lng in Europa stanno crescendo sensibilmente. Ma non è affatto energia verde. «Si tratta del gas americano estratto con la tecnica del fracking (shale gas). Il prezzo, compreso, il trasporto ed i costi di liquefazione si aggira sui 23 euro megawatt/ora. Pensate che il gas in Europa costa oltre 90 euro megawatt. Se fosse fatto partire il Nord Stream 2, è già tutto pronto, i prezzi scenderebbero presto». Ma del gasdotto con la Russia voluto da Angela Merkel Washington non vuole proprio sentir parlare. Ma in caso di stop delle forniture russe cosa accadrebbe? Tutti ricordano i fatti del 2006 e del 2009. Allora le controversie sui prezzi portarono a interruzioni delle forniture russe. Nel 2009 avvenne in pieno inverno e durò quasi due settimane. La Slovacchia e alcuni Paesi balcanici dovettero razionare il gas, chiudere fabbriche e tagliare le forniture elettriche. Oggi l’Europa è più preparata. La capacità di stoccaggio è più ampia, come ha evidenziato l’analista Julian Lee, di Bloomberg. Le misure a favore della concorrenza (come il divieto di “clausole sulla destinazione” che vietano la rivendita del gas) hanno indebolito la “presa” di Gazprom. «Complici i buoni livelli degli stoccaggi, soprattutto in Italia, per qualche giorno possiamo resistere, anche qualche settimana. – conclude Tabarelli - Ma se il conflitto durasse mesi, la situazione diverrebbe insostenibile». «La Francia ha comunque il nucleare, la Germania dispone del carbone. L’Italia è più vulnerabile. Il costo energetico sulle nostre aziende sta diventando insostenibile. La concorrenza straniera rischia di travolgerle», conclude il presidente di Unem. Insomma, se Mosca interrompesse i flussi, come sottolinea l’Economist, l’Europa potrebbe resistere meglio di quanto crediamo. Sarebbe un colpo al portafoglio più che una mancanza concreta di energia. Il problema è che il portafoglio di alcuni Paesi sarebbe decisamente più svuotato. Con tutte le conseguenze del caso.

Ricerca di gas e petrolio, spunta la prima mappa sui divieti di trivellazione

 

Le mappature sono ancora approssimative, ma secondo i pessimisti più irriducibili il piano regolatore dei giacimenti bloccherà riserve come i giacimenti Argo e Cassiopea (10-12 miliardi di metri cubi di metano), gli investimenti di Energean sul giacimento Vega e i progetti per raddoppiare l’estrazione dai giacimenti di gas nelle rocce profonde sotto l’Adriatico oppure nel sottosuolo delle pianure dell’Alta Italia. Con più realismo, il piano regolatore dei giacimenti è comunque uno strumento di pianificazione che consente alla politica industriale e ambientale, ma anche alle compagnie petrolifere, di programmare investimenti a lungo termine.Prima di tutto, con un avviso alla cautela, ecco l’ipotesi espressa dai pessimisti più irriducibili: viste le prime mappature ancora approssimative, il piano regolatore dei giacimenti bloccherà perfino riserve come i giacimenti Argo e Cassiopea (10-12 miliardi di metri cubi di metano), come gli investimenti di Energean sul giacimento Vega, come i progetti per raddoppiare l’estrazione dai giacimenti di gas che impregnano le rocce profonde sotto il fondale dell’Adriatico oppure nel sottosuolo delle pianure dell’Alta Italia. Se i pessimisti temono che vadano dissipati 2 miliardi di euro di investimenti, i realisti osservano che il Pitesai, il piano regolatore dei giacimenti, sarà comunque uno strumento di pianificazione che consente alla politica industriale e ambientale — ma anche alle compagnie petrolifere — di programmare a lungo termine gli investimenti; e soprattutto nella sua formulazione finale consente flessibilità. Il piano regolatore Pitesai è la sigla di Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee e venne proposto dal Governo Conte-1 come strumento per dare una forma istituzionale all’obiettivo di bloccare “le trivelle”. Per esempio, divieto di attività minerarie in zone sopra le quali avrebbero potuto volare aeromobili militari. Dimenticato per anni, di ritardo in ritardo si è riempito di valori più sostanziali e il 16 dicembre la Conferenza unificata Stato-Regioni ha approvato il piano, ora in attesa di essere pubblicato. E la versione finale del piano regolatore dei giacimenti dice una cosa cara al Governo. Il verbale dice che la fotografia dei giacimenti di tre anni fa è invecchiata in modo rapidissimo davanti alla crisi energetica, e il Pitesai non si cristallizzerà su un passato ormai remoto e inapplicabile. Dopo tanti “visto” e “considerato” tipici di ogni documento ufficiale, il verbale conclusivo del 16 dicembre afferma che servirà un quadro attuativo in relazione alle criticità emerse. Traduzione dal ministerialese: il piano è la teoria però poi serviranno correzioni per consentire bollette più leggere per le famiglie e le imprese. Giacimenti in pericolo Le cartine ancora provvisorie che circolano fanno vedere una rimappatura delle zone nelle quali verrebbero vietate le nuove attività petrolifere; sarebbe concesso di rimanere ai giacimenti già attivi, da sfruttare senza però nuovi impegni di investimento e senza potenziamenti. Ci sono anche giacimenti fermi da anni per incertezze normative. Le concessioni sono delineate in modo colorato con la loro forma geometrica.In mare, l’area vietata dalla versione originaria del Pitesai è quella delle acque territoriali, cioè fino a 12 miglia nautiche dalla linea di costa (22,2 chilometri), estesa però anche alla distanza di 12 miglia dal perimetro delle aree protette attuali o da istituire, cioè non ancora esistenti ma previste per il futuro. In questo modo i vincoli potrebbero estendersi fino a ricomprendere i giacimenti Argo e Cassiopea dell’Eni, già autorizzati e quindi con gli investimenti già in corso per almeno 700 milioni di euro. Sbloccare le infrastrutture I ministri dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, vogliono raddoppiare rapidamente la stanca produzione italiana di gas. Senza investimenti per riaggiornare macchinari e pozzi, i grandi giacimenti che fino a una ventina d’anni fa producevano una ventina di miliardi di metri cubi si stanno disseccando e nel 2021 si estrarranno meno di 3,5 miliardi di metri cubi di metano. Dato di novembre, l’ultimo disponibile: 3,05 miliardi di metri cubi nazionali (-19,1%) contro 65,6 di importazione (+8,9%). Secondo le compagnie, per raggiungere l’obiettivo del Governo serve altro oltre a un aggiornamento del Pitesai o a un aumento degli investimenti. Servono autorizzazioni lampo per i giacimenti ma anche per i collegamenti alla rete di gasdotti. E vanno coinvolte subito le comunità locali e le loro istituzioni, ricordano all’Assorisorse che chiede una cassetta degli attrezzi piena di strumenti. Sconti per famiglie e imprese L’obiettivo dell’aumento dell’estrazione è stipulare accordi di fornitura per il gas aggiuntivo di origine nazionale, il quale sostituirebbe una pari quantità di metano importato da Paesi remoti a prezzi feroci e con un peggiore impatto ambientale e climatico.Si pensa per esempio a un prezzo concordato per le famiglie a reddito molto basso, le quali oggi hanno il “bonus sociale” che riduce le bollette, e per i consumatori industriali di alcune categorie, come l’artigianato e le piccole e medie imprese esposte alla concorrenza sui costi (i produttori emiliani di ceramica o le fornaci vetrarie di Murano, per esempio) o gli energìvori ad altissima intensità di domanda (siderurgia, fonderie, cartiere, vetrerie, cementifici, chimica e così via). Lo Stato potrebbe delineare il quadro nel quale poi saranno le parti a stringere gli accordi. Le compagnie petrolifere sono un pugno — Eni, Shell, Gas Plus, Energean e in misura minore Total — però manca ancora l’attrezzatura normativa e contrattuale per i consumatori, dai colossi dell’industria fino alle famiglie meno abbienti. Le soluzioni da affiancare possono essere molte, in modo che possano adeguarsi alle diverse esigenze sociali e industriali, come (sono solo alcuni degli strumenti dell’orchestra) take or pay con una fideiussione che permetta di finanziare il progetto minerario, gruppi d’acquisto e comunità energetiche, partecipazione nei progetti minerari, contratti a prezzo fisso, acquisti concordati dell’Acquirente Unico.