Post in evidenza

Robert Kennedy e il discorso sul PIL

😔😔😔  

venerdì 4 febbraio 2022

Subito la stretta sulle pensioni Bollette e bonus, tensione alle stelle

 

Appena 11 mesi, prima che l’arrivo della data per le elezioni politiche del 2023 faccia di fatto calare il sipario sull’attività del governo. Sono quelli che ha a disposizione Mario Draghi, facendo i conti con le pressioni pre-elettorali che eserciterà la maggioranza seppure indebolita dalla schizofrenica partita per il Colle, per ricalibrare il piano Covid in vista della scadenza dello stato d’emergenza fissata il 31 marzo, ottimizzare la fase attuativa del Pnrr per non rischiare di perdere la seconda tranche di aiuti europei, su cui sono puntati i riflettori di Bruxelles. E per completare il ciclo di riforme in cantiere. A cominciare da quelle elettoralmente meno commestibili, come il riassetto della previdenza, che è al centro del primo importante appuntamento in agenda, al netto dei Cdm in programma: il 7 febbraio è prevista la prima verifica politica con i leader sindacali sullo stato di avanzamento del confronto sulle pensioni. Ma, a meno di 24 ore dalla caotica conferma di Sergio Mattarella al Quirinale, i partiti della maggioranza, pur alle prese con le rese dei conti interne e con la necessità di rimettere insieme i cocci delle rispettive coalizioni, sono già in pressing sul premier. Con una richiesta ben precisa. Che arriva, quasi inaspettatamente, dal tandem Matteo Salvini ed Enrico Letta: intervenire ancora e subito contro il caro bollette affrontando il dossier, magari insieme all’opzione del nuovo scostamento di bilancio (sulla quale il Mef resta cauto) già nel Consiglio dei ministri in calendario oggi. Che è quindi destinato a diventare il primo banco di prova per i nuovi rapporti di forza tra Draghi e la maggioranza, indebolita dopo lo spettacolo offerto nella settimana di votazioni per eleggere il capo dello Stato, ma anche per questo motivo ancora più desiderosa di far fruttare a fini elettorali i mesi finali della legislatura. Pensioni più flessibili I ritocchi alla «Fornero» La strategia delle forze politiche rischia di essere messa immediatamente in crisi da una parte delle riforme che il premier conta di realizzare entro fine anno per lasciare il segno. Come il riassetto della previdenza. Palazzo Chigi punterebbe a definire un primo memorandum d’intesa con i sindacati in tempo utile per il Def da presentare  entro il 10 aprile, con l’obiettivo di rendere più flessibile la legge Fornero una volta che a fine 2022 si sarà esaurita Quota 102, ma rimanendo rigidamente all’interno del solco del metodo contributivo, a differenza di quanto auspicato dai sindacati e da alcuni partiti, con in testa la Lega. Che spinge per lasciare la soglia minima di pensionamento a 62-63 anni. Decreti e riforme Febbraio decisivo Sempre a febbraio dovrà essere gestita la navigazione di cinque delicati decreti in scadenza, da quelli sul Covid al Milleproroghe e al Sostegni ter. Dovranno poi essere studiate le nuove modalità di gestione della pandemia da far scattare dopo la conclusione dello stato d’emergenza. E dovrà essere gestita con attenzione la fase attuativa del Pnrr. Scelte importanti, con annesso rischio di fibrillazioni nella maggioranza, da compiere già nei prossimi 30 giorni, nel corso dei quali si capirà come, e se, il premier riuscirà ad addomesticare una maggioranza. Anche perché i segnali che arriveranno dalle prossime settimane saranno indispensabili per capire quali sono le reali “chance” di arrivare alla meta di un altro provvedimento strategico e potenzialmente divisivo come la delega fiscale, attualmente all’esame della Camera con il suo carico di emendamenti dal catasto alla flat tax, che per decollare dovrebbe essere approvata dal Parlamento non più tardi della prossima primavera. Quando comincerà ad essere  più chiaro anche il destino della legge annuale sulla concorrenza, agganciata al Pnrr, che dovrebbe diventare operativa entro fine anno, ma fin qui rimasta al palo al Senato. Risorse insufficienti Aiuti e caro bollette Il più complesso per misurare la tenuta della maggioranza post Colle è certamente il nuovo decreto “sostegni ter” con la stretta sui bonus edilizi e su quelli Covid e le misure contro il caro energia. Ancor prima di approdare sulla Gazzetta Ufficiale i partiti che sostengono il governo si sono scagliati contro la nuova stretta sulla cessione dei crediti d’imposta e le stesse misure per ridurre il caro energia e per i nuovi aiuti a fondo perduto. Le risorse stanziate dal Governo, 2,2 miliardi su più anni, sono di fatto una partita di giro recuperati dalle pieghe del bilancio e da subito ritenuti insufficienti dalla Lega e da Forza Italia per sostenere le imprese in difficoltà. Dubbi, quelli dell’ala destra della maggioranza, che in Parlamento potrebbero dar vita a una raffica di richieste per incrementare il peso degli aiuti da distribuire a imprese e famiglie in difficoltà con le chiusure e con le bollette da pagare. Lotta alle frodi No alla stretta sui bonus Lo stesso decreto, poi, ha compattato la maggioranza contro la norma del governo che limita ad una sola la cessione dei crediti d’imposta e dello sconto in fattura nati dai bonus edilizi, dal 110% e dai tax credit targati Covid. Una misura voluta dall’esecutivo per contrastare frodi e riciclaggio, così come per rispondere ai dubbi mai rimossi di Eurostat sulla natura payball o no payball dei bonus edilizi e dello stesso Superbonus. Pur sottolineando l’importanza del contrasto alle frodi tutta la maggioranza, ad eccezione di Leu, ha invitato il governo a rivedere la nuova stretta annunciando sul tema interventi diretti in Parlamento con correttivi che il governo a quel punto non potrà ignorare. E la tensione politica sul tema sarà certamente elevata. Non va trascurato il fatto che il decreto con la cancellazione delle cessioni “multiple” dei crediti d’imposta segna di fatto l’addio definitivo alla “moneta fiscale”. Il progetto portato avanti negli ultimi cinque anni proprio a Palazzo Madama dal Movimento 5 Stelle e su cui il governo si è già scontrato a più riprese con questa parte della maggioranza (la cessione dei crediti di Transizione 4.0, prima autorizzata in Commissione bilancio e poi stralciata in aula con il parere contrario della Ragioneria). Proprio dai pentastellati è partito immediato il fuoco di sbarramento contro la nuova norma sulla cessione dei crediti d’imposta e dello sconto in fattura, quando ancora la norma era stata presentata in bozza. A loro si è aggiunta la Lega, con richieste di modifica annunciate dai due capigruppo di Senato e Camera, il Pd con la presidente della commissione Attività produttive di Montecitorio e Forza Italia. Richieste omnibus Dalla Tosap alle moratorie Alla Camera c’è, poi, il Milleproroghe su cui da sempre il governo è obbligato ad arginare le pretese della maggioranza. Sul tavolo dell’esecutivo in attesa di istruttoria ci sono oltre 2.800 emendamenti depositati. Correttivi destinati a essere sfoltiti con inammissibilità e segnalati, ma i cui temi in molti casi sono ad alta tensione per maggioranza e governo. Dalle nuove rottamazioni alle esenzioni Tosap e Tari, dalle concessioni demaniali alle moratorie per le imprese in crisi.

La via del Pnrr resta tracciata, possibili solo ritocchi

 

Massima attenzione da parte di Bruxelles al complesso passaggio politico-istituzionale risolto in extremis con la rielezione di Sergio Mattarella, che comunque non altera la tabella di marcia. Entro febbraio la Commissione Ue procederà all’erogazione della prima tranche dei fondi Pnrr da 21 miliardi. È in arrivo una prima modifica al Pnrr, come peraltro previsto in presenza di “circostanze oggettive”? Occorre distinguere. Se la modifica del Piano – si osserva a Bruxelles - è da attribuire a un cambio di maggioranza o di governo che si traduca in una diversa strategia su riforme e investimenti programmati, come nel gioco dell'oca si torna alla casella di partenza. Occorre una nuova deliberazione da parte della Commissione e del Consiglio sulla congruenza del nuovo Piano rispetto alle linee guida del Ngeu. Il 70% delle risorse assegnate al nostro Paese (il totale è 191,5 miliardi) è blindato. Si potrebbe ridurre la quota residua per effetto della maggiore crescita rispetto a quanto previsto lo scorso autunno? L'ipotesi è ritenuta a Bruxelles improbabile e comunque limitata a ritocchi marginali. Per valutare questo parametro non si fa riferimento soltanto alla performance del singolo Paese, ma a quella che viene definita la “performance relativa” rispetto agli altri Paesi europei. Ed è più che probabile che nel biennio 2021-22 in gran parte dei paesi si possano conseguire tassi di crescita superiori alle stime. Dunque i “movimenti” da questo punto di vista saranno minimi. Diverso è il caso, segnalato dal ministro Enrico Giovannini che ipotizza modifiche al Pnrr in corso d’anno per effetto dell'aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime «che potrebbe mettere sotto pressione gli enti appaltatori». Su questo aspetto è in atto un confronto in sede europea. Più in generale, si trae la conferma a Bruxelles che la scommessa italiana sul Pnrr è la scommessa di tutta l’Europa: la quota di prefinanziamento assegnata a tutti i paesi è stata di 52 miliardi e poco meno della metà è stata destinata a Roma. Se poi si sposta il ragionamento sulle modalità di finanziamento dell'intero piano europeo (attorno agli 800 miliardi), la questione è sostanzialmente questa: finora la Commissione ha emesso bond sul mercato per 70 miliardi. Risorse garantite dal bilancio comunitario con il “timbro” politico di tutti gli Stati membri. Dunque siamo in presenza di veri “common bond”, in sostanza una prima, embrionale mutualizzazione del debito. È una svolta epocale. Ecco perché l'Europa non può permettersi che l'Italia fallisca nell’implementazione del suo Piano. L’effetto a cascata sull'intero percorso di integrazione sarebbe catastrofico. 

Draghi riparte da bollette e pensioni

 


Misure per attenuare il peso del caro-energia su famiglie e imprese e il delicatissimo dossier della previdenza: sono i primi due banchi di prova (insieme allo spinoso tema dei bonus edilizi) per il governo Draghi e per la maggioranza che lo sostiene dopo che il voto per il presidente della Repubblica ha messo in evidenza tutte le contraddizioni che la contraddistinguono. Il 7 febbraio è in agenda la prima verifica politica con i leader sindacali sulle pensioni, mentre la questione bollette, posta come priorità sia dal segretario del Pd, Enrico Letta, che dal capo della Lega, Matteo Salvini, potrebbe essere oggetto di un primo esame già nella riunione del Cdm di oggi che dovrà decidere la proroga di alcune misure anti-Covid. Ma la riunione servirà soprattutto a capire l’approccio del premier Draghi - intenzionato a spingere sulle riforme -in questo nuovo avvio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, e in vista degli ostacoli che l’esecutivo dovrà superare nei prossimi 11 mesi, prima del termine della legislatura, a cominciare dai cinque Dl in attesa di conversione.Gli impegni sono molteplici e il tempo è poco. Ecco i due fattori che più di ogni altro condizioneranno la fase 2 del Governo e che Mario Draghi ricorderà ai suoi ministri in occasione della riunione del Consiglio di oggi, dove oltre ad alcune misure sul Covid (c’è da decidere se prorogare la chiusura di sale da ballo e discoteche e l’uso delle mascherine all’aperto), si potrebbe avviare il confronto sulle ulteriori misure per fronteggiare l’emergenza del caro energia. Ma la riunione di questo pomeriggio servirà soprattutto a capire l’approccio del premier in questo nuovo avvio. Le riflessioni sul «Governo più forte», vista la pessima prova dei leader politici tutti (chi più chi meno), o «più debole» a causa delle fibrillazioni interne ai partiti della maggioranza, non fanno parte dei ragionamenti del Presidente del Consiglio che ieri è rimasto chiuso nella sua tenuta umbra. Certo è che la soluzione scaturita dal voto dei Grandi elettori è stata apprezzata e molto anche fuori dall’Italia, come è emerso dai commenti dei principali media europei e statunitensi, preoccupati dal rischio instabilità di un Paese con un debito vicino al 160%, e una risposta arriverà anche dai mercati di oggi. «Draghi tornerà a fare Draghi», è il refrain ripetuto in queste ore, quasi fosse un ritornello del prossimo a delle canzoni che a breve ascolteremo dal palcoscenico dell’Ariston. Perché è evidente che l’attesa per l’elezione del Capo dello Stato - nella quale il premier era direttamente coinvolto visto che la sua candidatura è rimasta quasi fino all’ultimo - ha pesato anche sull’azione dell’esecutivo. Sarà nei prossimi giorni lo stesso Draghi a illustrare i prossimi obiettivi. Probabilmente attenderà il giuramento di giovedì di Sergio Mattarella, al quale successivamente rimetterà - come è da prassi - il proprio mandato per vedersi immediatamente respinte le dimissioni. Nel frattempo però arriveranno già dei segnali. I partiti, tutti, sono tornati alla carica sul caro energia. Matteo Salvini nell’incontro «urgente» oggi con il premier, assieme al capodelegazione della Lega, Giancarlo Giorgetti, certamente rilancerà la richiesta dei «30 miliardi» e lo stesso farà il Capo dei Cinquestelle Giuseppe Conte che come Enrico Letta tifano per un nuovo scostamento di bilancio. Non si tratta dell’apertura di una nuova stagione di mediazioni. Draghi è consapevole della necessità dei leader di dirottare l’attenzione dalle critiche durissime che gli stanno piovendo addosso. Ma l’arena non può essere il Governo, come peraltro ha lasciato intendere anche lo sfogo sabato di Giorgetti, che ha fatto esplicito riferimento alle prossime scadenze elettorali: le amministrative e i referendum della prossima primavera. Il presidente del Consiglio è intenzionato a tornare immediatamente alle antiche usanze, a «far parlare i fatti» come disse in occasione del suo primo Consiglio dei ministri, di cui tra pochi giorni ricorrerà l’anniversario. È certo che il caro energia rientra tra le priorità del Governo e le recenti aperture del ministro dell’Economia, Daniele Franco, ne sono la conferma. Ma non può diventare una nuova «bandierina». Oggi l’Istat ufficializzerà la crescita 2021 al 6,5%: numeri da «boom economico», rilancia Renato Brunetta, tra i più entusiasti per la riconferma del governo «dei due presidenti». Numeri che però non bastano a trasformare un rimbalzo in una crescita strutturale. Serve governare e decisivo sarà - come ha detto più volte il premier - rispettare gli impegni su riforme e investimenti del Pnrr (circa 40 miliardi nel solo 2022), che siano quelli già assunti o quelli eventualmente rimodulati nei prossimi mesi. È anche per questo che a Bruxelles sabato hanno tirato un sospiro di sollievo quando è arrivata la conferma dell’accoppiata Draghi-Mattarella.

La percezione può essere modificata nel metaverso

 

U no studio di Mauro Manassi e David Whitney neuroscienziati di Berkeley, propone un’ipotesi che spiega come il cervello gestisca l’enorme quantità di segnali che riceve in ogni istante in modo che l’esperienza percepita sia relativamente stabile. In base ai loro esperimenti, Manassi e Whitney ipotizzano su Science che il cervello stabilizzi la percezione costruendo una sorta di media mobile di quello che ha percepito negli ultimi 15 secondi. Nel momento in cui gli umani si accorgono che il loro cervello li inganna - seppure a fin di bene - la loro coscienza può forse immaginare che i segnali che il cervello scarta vanno a finire in una sorta di esperienza inconscia. Qualcuno, come David Chalmers, filosofo alla New York University, può a buon diritto discutere sul senso di realtà e domandarsi se gli umani siano in grado di provare che la loro esperienza non è una simulazione, tipo Matrix, arrivando in un suo articolo per Nautilus a negare che questa prova sia possibile. Ma si può anche rovesciare la prospettiva e domandarsi se l’immersione in un metaverso prodotto dal computer possa effettivamente essere scambiata per la realtà. In un metaverso le coscienze vivono esperienze coinvolgenti quanto quelle fisiche? Luca Chittaro, all’università di Udine, per anni ha prodotto i “metaversi” usati per allenare il personale delle linee aeree americane a gestire le emergenze e ha dimostrato che in un incidente simulato si provano le stesse esperienze vissute in un incidente reale. Ma, in quelle condizioni, il cervello dovrebbe riadattare la sua funzione di stabilizzatore delle percezioni perché riceve meno stimoli che nel mondo fisico e deve eliminare altri segnali, come la latenza tra movimenti del corpo e immagini sugli schermi. Tra metaverso e realtà ci può essere un’esperienza simile a livello cosciente ma diversa nell’inconscio. Un metaverso cattivo può sfruttare questi meccanismi percettivi.

L’Europa costruisce un ambiente digitale a misura dei diritti umani


N ell’epoca della conoscenza, la vita dei cittadini è liberata, vincolata, guidata, dalle soluzioni digitali. E le prospettive di sviluppo, come le speranze di vincere le grandi sfide dell’emergenza climatica e dell’equità sociale, sono legate all’innovazione digitale. Ma le conseguenze del digitale discendono dai valori di chi ne disegna le forme. Ci sono tanti modi per innovare quanti sono i contesti culturali. L’Unione Europea sta costruendo un contesto unico per il digitale. Una serie di proposte normative della Commissione orientate a riformare, per esempio, le regole dei mercati e dei servizi digitali, dell’intelligenza artificiale e del sistema dei dati, sono accompagnate da significativi investimenti, come quelli destinati alle reti a banda larga, al supercomputing, alle tecnologie quantistiche, ai sistemi di identificazione standard e interoperabili, e molto altro ancora. Ma qual è l’idea di fondo che guida tutto questo? Nòva ne ha parlato con Roberto Viola, direttore generale della DG Connect, la struttura che si occupa di digitale nella Commissione Europea e che risponde al Commissario Thierry Breton. Le sue responsabilità vanno dall'innovazione normativa alla politica di investimenti per lo sviluppo digitale. Il colloquio è avvenuto nel giorno della presentazione della Dichiarazione sui diritti digitali. «Il senso dell'azione della UE è la determinazione di voler costruire un futuro digitale che ponga davvero le persone al centro del progetto: una realtà e non una finzione narrativa», spiega Viola. Nel mondo ci sono ovviamente altre interpretazioni del digitale. Il potere immenso conquistato dalle mega-aziende americane e dallo Stato cinese spinge molti osservatori a sottovalutare le chance europee. Ma un dubbio dovrebbe cogliere quegli osservatori se leggessero il libro di Anu Bradford, giurista finlandese che insegna alla Columbia Law School: “Effetto Bruxelles. Come l’Unione Europea regola il mondo” (Franco Angeli, 2021). Non è soltanto un effetto della grande dimensione del mercato europeo che, in qualche modo, impone agli operatori mondiali di tener conto delle regole dell’Unione per commerciare in Europa. Comincia a essere anche un effetto della profondità di analisi dei regolatori europei che - dal Gdpr alle proposte di regole sulle grandi piattaforme -stanno costruendo un apparato giuridico senza paragoni. Tanto che anche altri sistemi politici, a partire dalla stessa California, considerano e adottano misure analoghe. «I nostri obiettivi di policy vanno perseguiti con misure che tengano il passo con l'evoluzione tecnologica. Abbiamo sviluppato i nostri indicatori per misurare i risultati. E andiamo avanti: come annunciato dalla Presidente della Commissione Europea nelle prossime settimane presenteremo il Chip Act per aumentare la produzione europea di componenti elettronici al 20% del fabbisogno mondiale», spiega Viola. «Ma al di là delle specifiche misure la Commissione Europea ha dato ascolto alle tante voci che chiedevano una carta che definisse che cosa Ã¨ giusto nel mondo digitale: quale società vogliamo sviluppare. E la Dichiarazione dei diritti nella sua versione finale, firmata dal Parlamento e dal Consiglio, diventerà si spera la fonte di ispirazione per dare una direzione a tutta la policy europea nei prossimi dieci anni». La Dichiarazione parla di un digitale che avvantaggia tutti, di neutralità della rete, di interoperabilità, di regole che favoriscono l’innovazione. Si occupa di educazione tecnologica, di qualità delle condizioni di lavoro nelle piattaforme, di trasparenza degli algoritmi. Viola sottolinea alcuni punti qualificanti: «La dichiarazione ha una forte valenza politica, stabilisce il principio che più le imprese hanno benefici economici dalla rete più devono contribuire a rendere internet fruibile, sicura, accessibile per tutti. Richiede che i dati personali possano essere facilmente spostati tra diversi servizi. Suggerisce che l'ambiente digitale deve proteggere la libertà di scelta dei cittadini. E che il digitale può e deve contribuire alla sostenibilità, a costruire una società inclusiva e più giusta. A ogni diritto enunciato nella dichiarazione corrisponde un preciso impegno normativo e di investimenti. Questo fa la differenza» Altrove si pensa che se una nuova tecnologia funziona meglio della precedente si traduce automaticamente in un miglioramento per gli umani. Gli europei non pensano così. «Ci sono diversi modelli: uno basato sulla supremazia di capitalismo sfrenato, l'altro fondato su un controllo statale altrettanto sfrenato. Il nostro è il percorso più difficile. Una transizione digitale che non lasci indietro i diritti ha tempi più lunghi ma un ritorno migliore per i cittadini» dice Viola. «La nostra proposta è un “contratto sociale digitale” che speriamo avrà valore nel tempo e non sarà soggetta alle stagioni della politica: un idea condivisa della democrazia digitale». Già. Il contratto sociale. Non c’è libertà senza diritti. Non c’è strategia, policy, visione, senza un’immagine di come deve essere fatta una società giusta. Stefano Rodotà, giurista sofisticatissimo e persona di grande cuore, sapeva che tutto questo resta vero anche nell’epoca digitale. E se le parole per dirlo sono scritte dalle istituzioni che contano, possono dare calore a una policy che altrimenti potrebbe apparire razionale ma non coinvolgente. E questa settimana la Commissione europea ha scritto quelle parole.


«Riforme in cambio di tasse rinviate e prelievi sui giochi»

 

I club di Serie A lamentano di non aver ricevuto indennizzi diretti dal Governo e che dopo due anni di restrizioni dovute alla pandemia sono sull’orlo del baratro come emerso nell’inchiesta pubblicata mercoledì scorso dal Sole 24 Ore. Il sottosegretario allo Sport Valentina Vezzali annuncia ora l’apertura a breve di un tavolo di confronto con lo sport di vertice che dovrà definire gli aiuti immediati e aiutare a rinnovare e rendere più sostenibile la Football Industry italiana nei prossimi anni. «Una premessa: il calcio italiano è un pilastro dello sport italiano, e non è solo quello super professionistico della serie A, dentro cui pure viaggiano realtà diverse. Ma l'attenzione del Governo deve essere rivolta a tutto lo sport e alle difficoltà che sta affrontando. Riguardo al calcio siamo intervenuti, pur nelle oggettive e gravi difficoltà del momento con il credito d'imposta del 50% sulle sponsorizzazioni e con i ristori sui tamponi e altre spese sanitarie. Non dimentico poi le misure di cui hanno usufruito i club nel “Decreto Crescita” e in quello degli “impatriati”, oltre alle agevolazioni sulle imposte. Prima con la legge 178/20 che prevedeva rate in 24 mesi, poi con la Legge di Bilancio per i primi 4 mesi del 2022 e una rateizzazione in 7 mesi. Aggiungo che è allo studio la possibilità di ampliare l’arco temporale fino a 20 mesi. Lo sport, e il calcio, non devono però dimenticare come la crisi sia antecedente al Covid. Non si possono solo invocare aiuti di Stato. Il Governo e la politica possono spingere sull’acceleratore, ma per un reale cambio di passo, c’è bisogno che anche il calcio cominci a correre. Nel tavolo per le riforme che si appresta a convocare chi siederà? Il tavolo si dedicherà alle difficoltà economiche che sta attraversando lo sport professionistico, di vertice e l’intero comparto, per esaminare la situazione e per la valutazione di proposte serie ed efficaci, tenendo conto che realtà diverse impongono risposte tra loro diverse. Sto coinvolgendo al tavolo, che sarà anche di confronto con tutti i protagonisti dello sport, prima di tutto l’agenzia delle Entrate, l’Inps, l’agenzia dei Monopoli, oltre i competenti ministeri. Quali saranno le priorità? In questa prima fase dovremo identificare soluzioni che possano, in tempi brevi, dare frutti. Penso a ristori e rimborsi, ma soprattutto ad azioni che portino a reperire risorse o a sfruttare meglio quelle disponibili. Non ritiene sia necessario un provvedimento quadro per accelerare la realizzazione di stadi moderni? Il presidente della Figc Gabriele Gravina a breve lancerà la candidatura per Euro 2028 o 2032. Certo. In un secondo momento dovremo dedicarci a interventi più di ampio respiro come il tema degli impianti sportivi e non solo nella logica dei grandi eventi che pure dobbiamo incentivare. Ospitare grandi eventi sportivi in Italia è una delle prerogative delle linee guida di questa mia esperienza. Dovremmo costruire da subito un dialogo coi privati e ammodernare la legge sull’edilizia sportiva con i ministeri competenti. Come sciogliere i nodi degli sponsor legati al betting e del prelievo sul giro d’affari a favore dei club di calcio, titolari di un “copyright” che non trova riconoscimento? Non voglio andare contro la sensibilità di chi nei governi precedenti ha istituito questo divieto, però constato che non ha sortito gli effetti sperati. Penso che, date le circostanze, possa essere ragionevole ipotizzare una diversa e costruttiva regolamentazione che, mantenendo ferma la lotta alla ludopatia, consenta di sfruttare quei budget che comunque sono destinati ai club. Penso che si debba intervenire sul diritto di immagine usato dai concessionari, tant’è che al tavolo ci sarà l’agenzia dei Monopoli. Quali riforme si aspetta che il mondo del calcio porti al tavolo ? Vorrei essere di impulso all’attuazione di temi sui quali riscontro resistenze ma che sono ben presenti a tutti e che, peraltro, sono anche presenti nel programma del Presidente Gravina: riforme dei campionati, sostenibilità, licenze, controlli e trasparenza dei bilanci e nelle partecipazioni societarie, flessibilità contrattuale con tetti salariali e budget, un freno alle commissioni dei procuratori, contenimento dei costi. Vogliamo, tutti insieme, realizzare il gol della vittoria, ma per farlo c'è bisogno di azioni concrete.

Argentina verso un nuovo default

 

P urtroppo il profilo degli esborsi dovuti dal governo argentino nei prossimi 12 mesi non lascia margini di manovra. Ci sono 75 miliardi di debito da rimborsare, di cui 33 in valuta estera, non solo all’ Fmi ma anche ad altri organismi internazionali. Se sul debito in valuta nazionale il governo può contare sugli anticipi di cassa della banca centrale, la solvibilità del debito in dollari è garantita solo dalle riserve valutarie del Paese, allo stato attuale meno di 40 miliardi e in un trend discendente nonostante gli stringenti controlli sull’esportazione di valuta estera. La fuga di capitali verso l’estero prosegue con altri mezzi: negli ultimi mesi è proliferato l’utilizzo di nuovi meccanismi, con l’acquisto di asset finanziari in pesos argentini e la loro liquidazione in dollari su mercati esteri da parte di società di brokeraggio che aggirano le restrizioni. De facto, gli aiuti finanziari dell’Fmi hanno lasciato il Paese sotto forma di interessi/dividendi e depositi in banche estere effettuati da una classe privilegiata di investitori nazionali. Il risultato è uno scollamento crescente tra il tasso di cambio ufficiale peso/dollaro e quello parallelo utilizzato nelle transazioni reali, che risulta svalutato del 100%. Ovviamente un tasso di cambio in caduta libera accresce la bolletta energetica e il costo dell'import, rinfocolando le pressioni dell’inflazione (50% annuo). Lo stesso Fmi ha riconosciuto gli errori del programma in un recente paper di valutazione ex-post, unico nel suo genere. Secondo gli analisti, il Fondo ha accettato (dietro forti pressioni politiche di Washington, N.d.A.) le stime ottimistiche del governo neoliberista di Macri su deficit, inflazione e crescita. I tagli alle spese pubblicizzati dal governo si sono rivelati una tantum e hanno influenzato marginalmente l’andamento dei conti pubblici. Il prestito è stato poi erogato in maniera accelerata, senza condizionare l’esborso di ulteriori tranches ad una verifica simultanea delle performance. La ricetta del Fmi si è infine concentrata sugli obiettivi fiscali del governo, ignorando l’equilibrio complessivo del settore pubblico che comprende anche la banca centrale, detentrice di 47 miliardi di debito atipico a breve termine. A fine 2019 il Fmi ha imposto il consolidamento nel bilancio pubblico di una parte di questo debito tramite la ricapitalizzazione della banca centrale, ma il problema resta. In definitiva, da un lato le riserve valutarie argentine sono più fragili, a fronte di un passivo della banca centrale fuori controllo. Dall’altro il debito governativo è più massiccio di quel che sembra. Carte pessime da mostrare al mercato, mentre il negoziato con l’Fmi sulla ristrutturazione del prestito va verso la fase più delicata. Le buone intenzioni tra le parti potrebbero non bastare.

Crisi Ucraina, l’arma Swift è deterrente o boomerang?

 

«Tutte le opzioni sono sul tavolo»: è questa l’essenza delle armi deterrenti rivolte contro la Russia. Su questo tavolo della politica è finita anche la piattaforma Swift, la «bomba nucleare dei mercati finanziari internazionali», come l’ha definita (poi pentendosene) il filoamericano Friedrich Merz, nuovo leader del partito cristiano-democratico tedesco Cdu. La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, meglio conosciuta come Swift, è un sistema di messaggistica standardizzata su scala globale da oltre quarant’anni, utilizzato da più di 11.000 soggetti interconnessi, tra banche, gestori di infrastrutture di mercato e autorità pubbliche, nelle loro attività di intermediazione finanziaria globale. Swift non trasferisce e non detiene fondi: non è un sistema di pagamenti internazionali, come Target, e non è una controparte centralizzata di compensazione come LCH. Swift fornisce servizi nella forma di una rete per la messaggistica. E lo fa fissando criteri standard per le comunicazioni finanziarie: i suoi codici di sicurezza sono riconosciuti in tutto il mondo e per questo ricopre un ruolo centrale nel garantire il buon funzionamento dei pagamenti, della compravendita in titoli e nelle operazioni di tesoreria. Questa piattaforma unica al mondo consente in tempo reale agli operatori finanziari di tracciare i bonifici interbancari e identificare in sicurezza le controparti. Su questa rete viene smistata una media di 42 milioni di messaggi finanziari al giorno, con un picco record toccato lo scorso 30 novembre oltre i 50 milioni. Un’arma a doppio taglio Essere tagliati fuori da Swift, per una banca, significa non poter usare il proprio codice di sicurezza internazionale né di poter verificare i codici standard degli altri operatori: significa essere “declassati” nel sistema di verifica a livello mondiale, con ripercussioni che da una banca finiscono per colpire i clienti della banca stessa, con ramificazioni imponderabili. Swift è indubbiamente un’arma potente e molto tagliente, e per questo c’è chi insiste a mantenerla tra le opzioni deterrenti per evitare il conflitto armato in Ucraina. Ma è anche una bomba finanziaria di rilevanza sistemica che va maneggiata con cura perché può esplodere nelle mani di chiunque, anche di chi la vorrebbe usare solo come arma deterrente. Lanciata contro la Russia, può ritornare indietro e colpire i mercati finanziari mondiali come un boomerang. Swift non è americana né russa Swift è una rete posseduta da tutti e quindi da nessuno: certamente non è americana e non è dominata dagli Usa o dal Regno Unito. Gli Stati Uniti e il Regno Unito detengono due rappresentanti ciascuno nel Consiglio di amministrazione di Swift formato da 25 direttori dove sono rappresentate anche Russia e Cina: nel Board siedono direttori provenienti da Banca Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank e Commerzbank. Questa piattaforma è una cooperativa mondiale di proprietà dei suoi utilizzatori, ovvero gli oltre 11.000 istituti finanziari in tutto il mondo che ne sono anche i suoi azionisti. Swift ha sede legale in Belgio. Questo significa che è tenuta a rispettare le leggi varate dal legislatore belga o le normative europee recepite in Belgio. Nel caso di sanzioni americane rivolte contro le banche russe, per coinvolgere in questa ritorsione i codici Swift, la rete di messaggistica dovrebbe applicare una disposizione della Commissione europea, secondo il parere di un esperto che preferisce mantenere l’anonimato. Swift sorvegliata dalla Bce Swift è sottoposta alla “sorveglianza” (che non è vigilanza) delle dieci banche centrali dei Paesi del G-10, tra le quali la Bce e dunque anche la Banca d’Italia. L’Eurosistema è tenuto all’oversight, la sorveglianza dei cosiddetti Csp (Critical service providers) e Swift è uno di questi perché fornisce servizi critici su scala internazionale, essenziali agli istituti monetari e finanziari, comprese le banche di rilevanza sistemica nell’area dell’euro, che molto spesso non hanno alternative. Swift non ha impatti sulla politica monetaria ma può avere effetti sulla stabilità finanziaria. La sorveglianza su Swift è organizzata su due livelli. Le banche centrali del G-10 hanno stabilito un accordo con la Nationale Bank van België/Banque Nationale de Belgique alla quale è affidata la supervisione principale. In risposta all’importanza di Swift per le banche dell’Eurosistema, la Banca centrale belga tiene riunioni annuali con le banche centrali dell’area dell’euro. Negli ultimi anni, sottolinea l’ultimo rapporto della Bce sull’argomento, «i supervisori hanno dedicato molto tempo al monitoraggio del Customer Security Programme di Swift nella lotta contro gli attacchi cibernetici, per valutare il livello di conformità con i controlli di sicurezza e l’efficacia dei processi di segnalazione come meccanismi di applicazione». Nel 2016 l’uso non autorizzato di messaggi Swift da parte di un gruppo criminale ha portato alla sottrazione di circa 80 milioni di dollari dalla Banca centrale del Bangladesh. Un episodio analogo, di dimensioni molto più contenute, ha riguardato nel 2018 la Banca centrale russa. In una conferenza stampa lo scorso giovedì, un giornalista ha chiesto all’ad di Deutsche Bank Christian Sewing cosa potrebbe accadere se le banche russe fossero escluse da Swift: «Deutsche Bank non sarebbe colpita da un impatto negativo diretto», ha rassicurato Sewing, che però non ha escluso ripercussioni sull’intera industria finanziaria e sui clienti che operano con gli istituti tagliati fuori da Swift. Un precedente scomodo Nella storia di Swift c’è un solo precedente di sospensione dell’accesso alla rete e disconnessione dalla rete per obiettivi sanzionatori: nel 2018 e 2012 contro alcune banche iraniane. Questo accadde ai tempi delle sanzioni Usa ed europee contro l’Iran. Swift è una cooperativa globale che si definisce di natura “neutrale”, perché è stata creata per il beneficio collettivo. Qualsiasi decisione circa l’imposizione di sanzioni a Paesi o entità individuali, per Swift, spetta agli organi governativi competenti e ai legittimi legislatori. In passato tuttavia il membro americano del consiglio di amministrazione lamentò di avere grandi problemi con l’operatività delle banche iraniane sulla rete, in seguito alle sanzioni Usa contro l’Iran: così le banche iraniane furono sospese dall’uso della piattaforma. Il peso degli istituti finanziari iraniani sull’attività Swift è estremamente contenuto, non arriva allo 0,2%, stando a fonti bene informate. Il peso delle banche russe si dice sia quindici volte tanto. Usare Swift contro le banche russe finirebbe per velocizzare un progetto imbastito da Russia, Cina e Turchia: una rete di messaggistica finanziaria alternativa a Swift. Un’operazione che ne disinnesca la portata deterrente.

in dialogo con il filosofo



«Lo Spettatore» è chiamato in dialogo da un filosofo illustre, Biagio de Giovanni, che, con generosi accenti d’amicizia, così scrive da Napoli: «Ti leggo sempre nei piccoli elzeviri, sei diventato la prima lettura domenicale. E ricavo sempre più l’impressione che il tema che unitariamente sollevi è quello che molti di noi avvertiamo con reazioni diverse, provo a dirla così: La fine del mondo che abbiamo conosciuto, e anzi “conosciuto” è poco, parola, “conoscere”, che uso poco anche in filosofia; il mondo dove siamo “stati”, il mondo che siamo noi e che continua a vivere, come memoria viva, in un mondo “altro”, un contrasto irrimediabile non solo perché anche noi “diventiamo” quel mondo, ma perché, nel diventarlo, abbiamo sofferenza, viviamo una vita dimezzata, sofferenza che ormai fatica a tradursi in pensiero, e quasi oggi mi sembra che il nostro Severino è stato il filosofo che più di ogni altro ha capito questo, e si è in qualche modo rifugiato nell’eterno, ma riuscendo ad abitarlo sempre e solo come una promessa». C’è, di certo, unità nelle sobrie prose della domenica: l’unità di chi, affacciandosi sulle vicende quotidiane, prova a coglierne temi ed a ricondurli in una sua prospettiva. Non tanto li registra e narra, quanto scruta e interroga. Questo interpretare non sfugge alla dolente antitesi tra il mondo di ieri, vissuto e custodito nella memoria, mondo dove “siamo stati”, e un mondo “altro”, che ci è dintorno e chiede di essere capito. Ne nascono la sofferenza interiore e la fatica del pensiero, che Biagio de Giovanni esprime con rara efficacia di parola, ed anche la tentazione severiniana di «rifugiarsi nell’eterno» (che è però abitabile «sempre e solo come una promessa»). Ma – notiamo alla dialogante cortesia dell’amico – già nello scrivere i “piccoli elzeviri” domenicali, c’è un andar oltre l’immediata sofferenza dell’antitesi, un vederla a distanza, con la vigilata curiosità, appunto, di uno “spettatore”. La distanza stempera il rapporto con il mondo “altro”: non lo esclude e annebbia, ma ne pone in risalto caratteri simili o inattese connessioni. “Conoscere” forse non basta, e ne traiamo sempre un che di amaro e doloroso; eppure esso appresta, per dir così, un “rifugio” terreno e determinato. Si ha la consolatoria impressione di “stare” nella storia. Emanuele Severino, che fu grande e comune interlocutore, additava una strada non caduca e non precaria, ma tale da esigere una scelta ardua e definitiva. Una scelta che i dialoganti non hanno compiuto. Intorno a Biagio de Giovanni, festeggiante il novantesimo genetliaco, ci si trovò raccolti il 6 dicembre 2021 nel napoletano Palazzo Filomarino, offrendogli un “Libro degli amici” (edito dalla raffinata Bibliopolis), che reca testimonianze di estrema e affettuosa stima (da Giorgio Napolitano a Ciliberto, da Cacciari a Esposito). Lo Spettatore vorrebbe oggi aggiungervi un’altra piccola pagina.

Corte costituzionale, Amato eletto nuovo presidente

 

Le sentenze della Consulta? «Massima attenzione alle loro ricadute sulla finanza pubblica». L’elezione diretta del Capo dello Stato? «Servirebbe un cambio di sistema». Il gender gap? «Noi maschi abbiamo di che vergognarci». E poi in chiusura di una lunga e ampia conferenza stampa Giuliano Amato, eletto ieri all’unanimità presidente della Corte costituzionale, si lascia un po’ andare «sembrava ieri che giuravo da giudice della Corte e sono già quasi passati 9 anni. Il nostro è un lavoro impegnativo ma bellissimo». Del resto, per Amato, che resterà in carica sino a settembre e come primo atto ha nominato vicepresidenti le giudici Silvana Sciarra e Daria de Pretis e il giudice Nicolò Zanon, quello di presidente della Consulta è (forse) solo l’ultimo incarico pubblico di grande prestigio che è chiamato a ricoprire, nei giorni oltretutto in cui il suo nome era tornato ricorrente tra i candidati alla carica di Presidente della Repubblica. Amato, infatti, nato a Torino il 13 maggio 1938, è stato nominato giudice costituzionale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 12 settembre 2013. È professore emerito alla Sapienza di Roma, docente di Diritto costituzionale comparato, parlamentare per 18 anni, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ministro dell’Interno, due volte ministro del Tesoro e due volte Presidente del Consiglio, ministro delle Riforme istituzionali, ha guidato dal 1994 al 1997 l’Antitrust. Nell’ora e mezza di confronto con i giornalisti Amato si è soffermato su numerosi temi, spesso celiando nel chiarire che in alcune risposte parlava più il consulente giuridico che il neopresidente. Nelle prime battute Amato ha voluto sottolineare l’analogia tra i conflitti giuridici che emergono in sede europea e quanto avviene da noi: «le materie più conflittuali oggi riguardano i valori: il gender, la famiglia, la sicurezza, la libertà. Temi assai impegnativi, sui quali una lettura attenta della Costituzione segnala molto spesso che l’esistente così com’è non funziona, ma rispetto ai quali nel tempo è cambiato anche l’atteggiamento della Corte». E qui Amato ricorda che se in passato la Corte lasciava un vuoto normativo, affidando poi al legislatore l’intervento, poi ci sono state, dove possibile, le sentenze additive e ora sempre più frequentemente i giudici indicano anche la soluzione da adottare. Ma poi l’intervento risolutore, ha concluso Amato, resta quello del Parlamento, dall’ergastolo ostativo (a breve scadrà il tempo concesso dalla Corte), al suicidio assistito, al carcere per la diffamazione, «perché la collaborazione tra istituzioni è essenziale». E sul tema del giorno, l’elezione del capo dello Stato, Amato sulle sollecitazioni a un’elezione diretta, dopo la prova non brillantissima data dal Parlamento, avverte che «i sistemi costituzionali sono come orologi. Non si può pensare di toccarne solo una parte senza avere presente l’intero meccanismo. L’elezione diretta ha certo il vantaggio che avviene in un solo giorno, ma non si può trasferire da sola nel nostro sistema». E sul modello, il neopresidente confessa una preferenza per quello francese. A proposito di consapevolezza da parte della Corte delle ricadute sul sistema economico e, in particolare,sulla finanza pubblica di alcune decisioni, Amato osserva che queste non sono certo prese “al buio”; anzi, la sentenza, specie in materie delicate come la previdenza, è preceduta di solito dall’acquisizione di elementi sui costi . Particolare attenzione quindi, ma se in discussione ci sono diritti irrinunciabili, come quelli dei cittadini invalidi, allora le risorse si devono trovare. Su questione femminile e parità di genere Amato confessa che «c’è ancora molto da fare. L’equilibrio non è stato ancora raggiunto. Noi maschi abbiamo molto di cui vergognarci, continuiamo a vedere la donna solo dalla cintola in giù, perché così è più comodo. Non può certo essere il Parlamento a risolvere problemi che sono solo nostri». E sul dramma dei femminicidi, ancora pochi giorni fa segnalato da dati di fortissimo allarme, bisogna partire da lontano: «ci ho lavorato anche con ricerche nelle scuole - precisa Amato -: Emerge che i ragazzi sono privi di un’identità cui ancorarsi e quindi cercano l’affermazione di sè attraverso l’impossessamento di ciò che si ha davanti.Il problema è la famiglia che non parla, forse perché non sa cosa dire, c’è tutta una comunità che non funziona. È un problema di tutti, non solo delle istituzioni».