Le grandi banche americane si mobilitano per salvare First Republic con un’operazione da 30 miliardi di dollari. Davanti allo spettro del contagio di una nuova crisi finanziaria, JP Morgan ha assunto la guida di una cordata del settore privato che comprende Citigroup, Bank of America e Wells Fargo per correre in soccorso all'istituto parso più vulnerabile dopo i crack di Silicon Valley Bank e Signature Bank. Il piano in preparazione prevede che ciascuno dei quattro colossi depositi 5 miliardi di propri fondi nell’istituto messo in ginocchio da una fuga di risparmiatori in preda al panico. L’intervento, ha rivelato il Wall Street Journal, vedrà la partecipazione con cifre inferiori anche di altri marchi dell’alta finanza, per un totale di una decina di soggetti: da Morgan Stanley a Goldman Sachs, da US Bancorp a PNC Financial e Truist. In Borsa il titolo di First Republic, in calo di oltre il 30% in apertura, nel pomeriggio è scattato in rialzo. Nelle ultime ore, mentre prendeva forma l’assegno da decine di miliardi in accordo con l’amministrazione Biden, non è stato neppure escluso se necessario un takeover dell’istituto. Il Segretario al Tesoro Janet Yellen, parlando al Congresso, ha affermato che «il sistema bancario resta solido e i depositi sicuri», con il governo impegnato a che rimangano tali. Le incognite, innescate da rischi e perdite in alcuni grandi e meno regolamentati istituti regionali americani, rimangono tuttavia aperte. Gli analisti di JP Morgan hanno stimato che la Fed potrebbe alla fine iniettare fino a duemila miliardi di dollari nella rete bancaria attraverso il suo nuovo programma di prestiti a un anno Bank Term Funding Program, con l’obiettivo di sostenere la liquidità di istituti in affanno. «L'utilizzo della facility sarà probabilmente ampio», hanno indicato. La stima è basata sul calcolo dei depositi non assicurati, circa 7.000 miliardi, sottraendo le cinque maggiori banche che non dovrebbero aver bisogno di supporto. Un primo resoconto della Fed sul decollo del nuovo “sportello” era previsto nella serata di ieri, tra ipotesi vicine ai 200 miliardi e timori che se risultasse di molto inferiore o superiore potrebbe segnalare inefficacia o sfide più gravi del previsto. A complicare il quadro economico e dei mercati Goldman Sachs, citando la crisi degli istituti regionali, ha intanto alzato il rischio di recessione per gli Stati Uniti, al 35% dal 25% entro dodici mesi. Mentre si moltiplicano le polemiche su potenziali scandali che minacciando di sommarsi alle tensioni: è venuto alla luce che top executive di First Republic hanno venduto 12 milioni di dollari in titoli della banca nei due mesi precedenti la crisi. Una parte delle vendite è avvenuta ancora alla vigilia del collasso di Silicon Valley Bank. Inchieste sono già in corso su ex dirigenti di Svb per sospetti di insider trading.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
sabato 18 marzo 2023
Credit Suisse corre a Zurigo col salvagente della Bns
Dopo la bufera del giorno precedente, l'intervento della Banca nazionale svizzera ha favorito ieri la tregua attorno al Credit Suisse. Il titolo della seconda banca elvetica alla Borsa di Zurigo è risalito del 19%, a 2,02 franchi, dopo la caduta del 24% del giorno prima. L'indice elvetico Smi ha chiuso a +1,9%. La quotazione del CS resta molto bassa e i timori di molti investitori sulle prospettive dell'istituto non sono scomparsi, ma il recupero di ieri ha allentato le tensioni, con riflessi positivi anche per l'intero settore bancario e per altre piazze borsistiche. La BNS ha garantito a Credit Suisse un prestito sino a 50 miliardi di franchi (50,7 miliardi di euro); l'istituto elvetico ha affermato che utilizzando 39 miliardi sarà in grado di rafforzare a scopo preventivo e con effetto immediato i suoi parametri di liquidità . La banca rossocrociata ha inoltre annunciato il riacquisto di titoli di debito per un ammontare complessivo vicino ai 3 miliardi di franchi, un passo che mira anche a mostrare solidità e a recuperare fiducia presso gli investitori. Per il ceo della banca, Ulrich Körner, «queste misure dimostrano le azioni decisive intraprese per rafforzarci». Credit Suisse è una banca sistemica per la Svizzera, seconda per dimensioni solo alla Ubs, e il Consiglio federale, cioè il Governo nazionale elvetico, ieri ha dedicato una riunione speciale alla situazione dell'istituto, al termine della quale non ci sono stati però annunci. Nel mezzo della bufera dell'altro ieri il vertice di Credit Suisse ha ripetuto le affermazioni sulla solidità della banca, senza però riuscire a fermare la caduta del titolo, sceso durante le contrattazioni ai minimi di sempre, a 1,5 franchi. Nella tarda serata erano poi intervenute la Banca nazionale svizzera e la Finma, l'autorità elvetica di vigilanza sui mercati, da un lato riaffermando la solidità di Credit e dall'altro però mettendo liquidità della Bns a disposizione della banca. Ad accendere la miccia della caduta in Borsa dell'altro ieri è stata l'affermazione del presidente della Saudi National Bank, singolo maggior azionista del CS dopo il recente aumento di capitale, sul fatto che la banca saudita non intende fornire ulteriori mezzi all'istituto elvetico. Al di là di questo, Credit Suisse è nel mirino degli investitori ormai da molti mesi. Coinvolta in una serie di investimenti sbagliati, in particolare quelli legati all'angloaustraliana Greensill e al fondo americano Archegos, la banca elvetica ha registrato nel 2022 una perdita di 7,3 miliardi di franchi. Dopo i rovesci degli ultimi anni, Credit Suisse ha effettuato ricambi al vertice e ha iniziato una ristrutturazione, con tagli a costi e strutture e con ricentramento attorno alla gestione di patrimoni e una minore presenza nell'investment banking.
venerdì 17 marzo 2023
Allerta dei produttori italiani di mangimi per le materie prime
Con il mais e la soia che scarseggiano sui mercati internazionali, andrà a finire che i produttori italiani di mangimi dovranno contendersi gli scarti della lavorazione del frumento e delle distillerie con l’industria delle bionergie. O toglieremo cibo ai maiali, insomma, o rinunciamo al biometano e al biodiesel per i macchinari. «Già oggi i sottoprodotti delle lavorazioni agroindustriali costituiscono un terzo degli ingredienti che compongono i nostri mangimi - racconta Silvio Ferrari, presidente di Assalzoo, l’associazione che riunisce le industrie del comparto - se volessimo aumentarne la quota, dovremmo contenderci la materia prima con chi produce bioenergia. Si tratta di concorrenti agguerriti e anche ben sostenuti dalle agevolazioni: il Governo dovrà aiutarci a dirottare gli scarti verso la nostra industria, se la situazione sui mercati internazionali dovesse farsi complicata». Come staranno davvero le cose, cioè se il battito d’ali della carenza di mais e soia in Sudamerica genererà una tempesta sugli allevamenti italiani, lo scopriremo soltanto dopo l’estate. E se davvero la siccità in Argentina dovesse portare una mancanza significativa di materia prima e prezzi alle stelle sui mercati internazionali, non basteranno certo gli scarti del frumento o del vino a salvare le cose. Così, l’allerta tra gli addetti ai lavori è massima. Ogni anno in Italia si producono 15,5 milioni di tonnellate di mangimi, per i quali mais e soia costituiscono i due ingredienti principali. Dove li prendiamo? La nostra dipendenza dall’estero è elevata: «Due anni fa - spiega Giulio Usai, responsabile economico di Assalzoo - l’Italia produceva il 50% del mais di cui aveva bisogno. L’anno scorso, anche per colpa della siccità , c’è stato un calo drastico, e ora siamo autosufficienti solo per il 30-35%». Tutto il resto, al 90% proviene dall’Est Europa. Per quanto riguarda la soia, nonostante il nostro Paese sia il più grande produttore europeo, il raccolto nazionale riesce a garantire soltanto 700mila delle 3,6 milioni di tonnellate di farina necessaria ogni anno. Più o meno il 20%. Il resto arriva dal Sudamerica: la soia sotto forma di farina è quasi tutta argentina, quella sotto forma di semi è quasi tutta brasiliana. E praticamente tutta Ogm, «così come la Ue autorizza a fare dal 1996», ricorda Usai. Che succederà allora in Italia, se davvero la siccità ha dimezzato il raccolto dell’Argentina, che è tra i principali produttori mondiali di soia e mais? Se per la soia l’impatto sarà immediato, per il mais sarà indiretto: oggi infatti l’acqua non manca solo nei campi sudamericani, ma rischia di non esserci anche in quelli italiani e in quelli dell’Est Europa. Inevitabile che si alzino i prezzi: «L’anno scorso - ricordai Usai - complice anche la speculazione, il mais era arrivato a raggiungere i 400 euro alla tonnellata, dai 170 che costava tradizionalmente. Questa settimana, alla Borsa di Milano è sceso sotto la soglia dei 300 euro». Se le cose si mettono male, rischiamo di tornare ai picchi del 2022. Una bella grana, per gli allevatori italiani: i mangimi rappresentano il 70% dei costi di produzione di un maiale. Tra gli addetti ai lavori, però, c’è anche chi è più ottimista. Ai Consorzi agrari d’Italia, per esempio, sostengono che il calo della produzione di mais e soia in alcune importanti regioni dell’Argentina, causato dalla siccità , dovrebbe essere compensato a livello nazionale dalle produzioni di Brasile e Stati Uniti, che gli analisti prevedono in rialzo: «Se queste condizioni internazionali che si iniziano a prevedere dovessero essere confermate dai fatti - scrivono - riteniamo che non dovrebbero essere previsti grossi cambiamenti per mercato e prezzi nel nostro Paese». E le farine di insetti, possono essere un’alternativa alla mancanza di qualche ingrediente? «L’industria dei mangimi non ha alcuna pregiudiziale - sostiene il presidente di Assalzoo - per noi conta solo il valore nutrizionale del prodotto. Ma al momento gli insetti non possono essere una soluzione perché mancano sia la normativa sia le disponibilità sul mercato. Eppoi molti dei nostri clienti sono allevatori che producono per le principali Dop italiane: prima di poter inserire gli insetti tra gli ingredienti, bisognerebbe cambiare i disciplinari».
Argentina ko per la siccità , allarme mondiale per la soia
Una grave siccità sprofonda l'Argentina in una pesante crisi economica. Inflazione al 100%. Allarme mondiale per la soia. La Borsa di Rosario ha ridotto le previsioni per il raccolto a 27 milioni di tonnellate, rispetto ai 47 milioni previsti all’inizio del ciclo produttivo in agosto: è la più bassa produzione da inizio secolo.La più grave siccità degli ultimi sessant’anni sta facendo sprofondare l’Argentina in una pesante crisi economica: i raccolti scarsissimi di cereali sono un duro colpo per un Paese che è il primo esportatore di soia lavorata e il terzo esportatore di mais del mondo. Il tasso di inflazione sull’anno è arrivato al 103% (tanto che la Banca centrale, dopo avere lasciato invariato per mesi il tasso di riferimento al 75%, sta ora valutando un rialzo), l’impatto della siccità sulla crescita del e sui conti pubblici sarà pesante. E solo l’accordo raggiunto con il Fondo monetario internazionale ha permesso al presidente Alberto Fernandez di allontanare, almeno per ora, i timori di un nuovo default. La Borsa dei cereali di Rosario stima che le condizioni di estrema siccità ridurranno il Pil nel 2023 di almeno 19 miliardi di dollari e almeno tre punti di Pil, ma se non piove la situazione potrebbe aggravarsi. «Ãˆ una fase drammatica per l’Argentina, per le conseguenze della siccità sull’economia nazionale, sulle esportazioni e sulle entrate di valuta estera», dichiara Luis Zubizarreta, responsabile della Camera dei porti per l’industria della soia. «Il flusso di cereali negli scali marittimi - dice - è ai minimi storici perché non c’è merce». Nei suoi piani, il governo del peronista Fernandez ha fatto affidamento su una crescita del 2% che è già svanita, gli analisti concordano nell’indicare per il 2023 una recessione del 3%. Nel bilancio verranno a mancare almeno 2,3 miliardi di dollari di entrate fiscali legate alle esportazioni, determinanti per arginare la sofferenza sulle riserve in valuta estera. Su soia e mais, come sul grano e sugli altri cereali, non si registrano particolari tensioni sui mercati internazionali: ieri a Chicago i semi di soia erano quotati a 14,85 dollari per bushel, in calo rispetto ai 16,50 dollari di un anno fa. Sui prezzi incidono i raccolti molto positivi annunciati dal Brasile e dagli Usa (Paesi con grandi estensioni coltivate nei quali la siccità in una regione è compensata dai raccolti di un’altra), e ancora di più pesa la difficile congiuntura globale. Ma per l’Argentina la mancanza di piogge e di acqua, che si protrae da quasi un anno, è già una catastrofe, aggravata dal riscaldamento globale che ha portato nel Paese otto ondate di caldo estremo in pochi mesi. La Borsa di Rosario ha ridotto le previsioni per il raccolto di soia a 27 milioni di tonnellate, rispetto ai 47 milioni previsti all’inizio del ciclo produttivo in agosto: è il livello più basso del secolo, nonostante sia aumentata di molto la superficie coltivata. Tagliate anche le previsioni per il mais a 35 milioni di tonnellate, rispetto ai 55 milioni di agosto. «Siamo di fronte a un evento climatico senza precedenti, devastante per la nostra agricoltura e per la nostra economia: siamo al terzo raccolto fallimentare e se non piove i dati saranno ancora più drammatici», spiega Julio Calzada, responsabile della ricerca economica della Borsa di Rosario, aggiungendo che «gli agricoltori stanno affrontando perdite per 14 miliardi di dollari e 50 milioni di tonnellate in meno di produzione di soia, mais e grano». Anche l’Fmi ha riconosciuto «le eccezionali condizioni determinate dalla siccità che ha colpito il Paese», concedendo al governo argentino maggiore flessibilità sugli obiettivi fissati all’interno del programma di ristrutturazione del debito da 44 miliardi di dollari. La missione di pochi giorni fa a Buenos Aires dovrebbe avere sbloccato una tranche di aiuti per 5,3 miliardi di dollari per l’Argentina, che dopo il nono default della sua storia, nel 2020, ha di fatto perso l’accesso ai mercati finanziari. «Le sfide di una siccità sempre più grave rendono necessario un pacchetto di interventi più forte per salvaguardare la stabilità macroeconomica, affrontare l’aumento dell’inflazione e superare le recenti battute d’arresto», ha tuttavia dichiarato Luis Cubeddu, capo della missione dell’Fmi in Argentina. In un anno proiettato sulle elezioni di fine ottobre, non sarà facile ritrovare stabilità politica ed economica: i guai provocati dalla siccità si sommano a un’inflazione insostenibile in un Paese nel quale quasi il 40% della popolazione vive in povertà . I peronisti di Fernandez e la coalizione conservatrice dell’ex presidente Mauricio Macri faticano anche a trovare un candidato comune. Mentre sale il consenso di Javier Milei, l’outsider che si ispira (anche lui) a Donald Trump e propone di sconfiggere l’inflazione sostituendo il peso con il dollaro Usa come valuta nazionale.
Dopo l’sos dell’istituto arriva il paracadute: liquidità d’emergenza
La Banca nazionale svizzera e la Finma, autorità elvetica di vigilanza sui mercati, sono scese in campo a favore di Credit Suisse, seconda banca rossocrociata alle spalle di Ubs, dopo una giornata al calor bianco, con il titolo CS ai minimi di sempre. «I problemi di determinati istituti bancari negli Usa – hanno affermato BNS e Finma in un comunicato diffuso nella tarda serata di ieri – non comportano alcun pericolo diretto di contagio per il mercato finanziario svizzero. Le rigorose esigenze in materia di capitale e di liquidità che gli istituti finanziari svizzeri sono tenuti a soddisfare ne garantiscono la stabilità . Credit Suisse soddisfa le esigenze in materia di capitale e liquidità poste alle banche di rilevanza sistemica. In caso di necessità , la BNS metterà a disposizione di Credit Suisse liquidità ». Secondo il Financial Times, è stato lo stesso Credit Suisse a richiedere una presa di posizione a BNS e Finma, dopo i nuovi rovesci sui mercati. E secondo fonti di alcune agenzie, le stesse autorità elvetiche, che nel loro comunicato hanno precisato di avere un assiduo scambio con il ministero delle Finanze, avrebbero allo studio, oltre al sostegno per la liquidità , anche un’eventuale separazione delle attività svizzere del CS e un'unione con Ubs, prima banca svizzera. Con la nuova pesante caduta di ieri del suo titolo, che ha toccato il Credit Suisse è diventato ormai un caso internazionale. Se da un lato le preoccupazioni in campo svizzero sono forti, dall'altro è anche vero che l'ulteriore discesa dell'azione della seconda banca elvetica ieri ha influenzato i titoli dell'intero settore bancario. Uno dei segni di questo quadro è la presa di posizione della premier francese Elisabeth Borne, che ha affermato che le autorità svizzere «devono risolvere questa questione». Da diverse fonti è stato sottolineato che la Banca centrale europea sta verificando l'esposizione delle banche Ue nei confronti dell'istituto elvetico. Quanto al Tesoro Usa, un portavoce ha affermato che sta monitorando anche la situazione del Credit Suisse. Ieri l'azione Credit Suisse è scesa a minimi mai toccati prima, sotto i 2 franchi. Il titolo è arrivato a perdere circa il 30%, a 1,5 franchi; poi ci sono state una risalita e una nuova discesa, con l'azione che ha terminato a 1,7 franchi (-24%). A scatenare quest'altra onda di vendite sul titolo, che da tempo è nel mirino di una parte degli investitori, sono state le dichiarazioni del presidente di quello che è il maggior singolo azionista dopo il recente aumento di capitale, la Saudi National Bank. Ammar Al Khudairy, ai microfoni di Bloomberg, ha escluso ulteriori interventi finanziari per la banca svizzera. «La risposta è un no assoluto, per molte ragioni, le più semplici delle quali sono di carattere normativo e statutario», ha affermato il presidente dell'istituto saudita, che detiene il 9,9% del Credit Suisse. Al Khudairy ha poi detto a Reuters che la SNB è soddisfatta della ristrutturazione varata dalla banca elvetica, «che non avrà bisogno di soldi extra, i ratio vanno bene, opera sotto un forte regime regolatorio in Svizzera e in altri paesi». Nonostante queste altre dichiarazioni, il titolo CS è risalito di poco. Sono rimaste sullo sfondo anche le dichiarazioni del presidente del cda di Credit Suisse, Axel Lehmann, che aveva detto che non sarebbe corretto paragonare i problemi del CS con il collasso dell’americana Silicon Valley Bank. «Abbiamo solidi coefficienti patrimoniali, il sostegno dello Stato non è un tema che riguarda la nostra banca», ha affermato Lehmann. Anche il ceo del CS, Ulrich Körner, parlando con Channel News Asia, ha ribadito la solidità : «Rispettiamo e superiamo tutti i requisiti normativi; il nostro capitale è molto forte». Nel rapporto 2022 pubblicato l'altro ieri la banca svizzera aveva ammesso debolezze nella rendicontazione e aveva indicato che i deflussi di fondi continuano, ma ad un ritmo più contenuto. Coinvolto in una serie di investimenti sbagliati e di crisi conseguenti, tra cui quelle della anglo-australiana Greensill e del fondo-family office americano Archegos, nel 2022 l’istituto rossocrociato ha registrato una perdita di 7,3 miliardi di franchi (circa 7,5 miliardi di euro al cambio attuale). Le forti cadute del titolo nei mesi scorsi hanno alimentato le voci di un acquisto di Credit Suisse da parte di gruppi bancari di taglia internazionale. L'aumento di capitale, con il ruolo principale di investitori dell'area mediorientale, aveva poi fatto rientrare queste voci.
La crisi irrompe su Francoforte: la Bce studia la frenata sui tassi
La Bce nella sua veste di supervisore del sistema bancario europeo ha chiesto ieri alle banche sotto la sua vigilanza di comunicare l’esposizione nei confronti del colosso svizzero Credit Suisse, travolto dalla turbolenza provocata dal collasso dell’americana Silicon Valley bank. La notizia di questi primi passi mossi dall’Ssm nell’ambito di mercati ad alta tensione è stata riportata da Wall street journal e Reuters ma non ha trovato conferme ufficiali. La Bce, contatta dal Sole24Ore, non ha confermato né smentito limitandosi a un secco “no comment”. Qualsiasi dichiarazione o mossa dei supervisori può essere controproducente quando serpeggia il panico nei mercati, rischia di allarmare invece di tranquillizzare. Secondo fonti bene informate, la richiesta dell’entità delle esposizioni nei confronti di CS, banca per banca, rientra negli interventi di routine della Bce/Ssm. Lo stesso è stato fatto, per esempio,quando la Russia ha invaso l’Ucraina: prontamente la Bce ha chiesto alle banche europee quale fosse la loro esposizione nei confronti della Russia, dell'Ucraina e poi a seguire delle controparti più esposte al rischio energetico. L’impatto della guerra sui bilanci delle banche europee si è rivelato poi modesto. La richiesta di informazioni sulle esposizioni nei confronti del Credit Suisse è considerata un intervento di routine che rientra nelle mansioni giornaliere dell’SSM, non è un campanello di allarme, non alza bandiera rossa. Resta il fatto che la Bce ha alzato già da qualche giorno le antenne e ha acceso i radar, per effettuare un monitoraggio serrato della situazione. Il chair del consiglio di vigilanza Andrea Enria ha da tempo consigliato prudenza nella valutazione dei rischi collegati al rialzo dei tassi d’interesse, tra i quali quello dei prezzi più bassi delle obbligazioni e dei titoli di Stato a cedola fissa. Le banche, come le banche centrali per i titoli di debito acquistati per finalità di politica monetaria e QE, non sono tenute ad effettuare il markto-market dei bond e dei titoli di Stato detenuti nei portafogli fino a scadenza. Il repricing è però un fenomeno che la Bce ha iniziato a monitorare prima del collasso di Svb. Gli occhi dei mercati intanto sono puntati oggi sulle decisioni di politica monetaria della Bce, con una crescente aspettativa degli operatori di mercato per un rialzo dei tassi di 25 centesimi e non più di 50 in marzo come nelle intenzioni annunciate nella riunione del Consiglio direttivo di febbraio. Passare da 50 a 25 centesimi è un’opzione da tempo sul tavolo delle colombe: ma l’importante, come ha detto il capoeconomista Philip Lane, è il tasso terminale, a prescindere dall’entità dei singoli rialzi. Tanto più lontana la Bce si trovava dal tasso terminale quando ha iniziato la normalizzazione della politica monetaria nel luglio 2022, e tanto più ha dovuto allungare il passo arrivando a due rialzi consecutivi di 75 centesimi. Il crack Svb e il tracollo in Borsa di CS riaprono il dibattito tra mezzo punto a un quarto di punto. Il problema dell’alta inflazione, però, resta e il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi.Anche la stabilità finanziaria va salvaguardata: per i falchi, la Bce potrebbe alzare di 50 e calmierare i mercati alleggerendo i tagli dei reinvestimenti nel programma di acquisti App.
Giro di vite per le banche Usa: stretta su capitale e liquiditÃ
Lo scudo bancario della Federal Reserve e del Tesoro americano scricchiola, scosso da una crisi che minaccia di trasformarsi in idra dalle tante teste, dagli Stati Uniti all'Europa. E Jerome Powell corre a preparare nuove difese, mentre la posta in gioco minaccia di crescere fino alla stabilità stessa del sistema finanziario: sorpreso dalla spirale innescata dagli eccessivi rischi e cattiva gestione di influenti istituti americani, da una supervisione inadeguata e da ripercussioni degli aggressivi rialzi dei tassi d'interesse da lui stesso orchestrati, il chairman della Fed appronta giri di vite precauzionali che spera riportino fiducia nelle banche regionali statunitensi al cuore della bufera. All'esame è un nuovo ventaglio di requisiti di capitale e liquidità , accanto a rafforzamenti e ampliamenti degli stress test che misurano la capacità degli istituti, dei loro bilanci e delle loro strategie di risk management di reggere agli scenari più avversi. Le nuove norme riguarderebbero tutti gli istituti con oltre cento miliardi di asset e fino a 250 miliardi, oggi di fatto esentati dai più stringenti controlli riservati agli istituti classificati di importanza sistemica. Silicon Valley Bank, alla viglia del collasso che ha scatenato il terremoto, aveva 212 miliardi di asset. Powell, secondo gli operatori del mercato future, davanti allo spettro di battute d’arresto nel credito che aggravino gli spettri di recessione, potrebbe inoltre nell’immediato arrestare la prossima settimana le strette sul costo del denaro. Nervi scoperti e clima fragile, di sicuro, hanno smentito auspici di facili normalizzazioni. Ha destato preoccupazione la bufera arrivata sulle banche europee, a cominciare da Credit Suisse. Ma le banche regionali americane sono a loro volta tornate sotto pressione dopo un sospiro di sollievo grazie a iniziali interventi straordinari di protezione, l’estensione dell’assicurazione federale al 100% dei depositi negli istituti falliti e il lancio di una facility Fed per prestiti a istituti in difficoltà . Sintomo del nervosismo: S&P e Fitch hanno tagliato ieri a rating “spazzatura” First Republic, la più contagiata dal crollo di Svb, dopo il declassamento già operato da Moody’s su Signature Bank. Non basta. Ha trovato eco il monito del noto finanziere americano Larry Fink di BlackRock su ulteriori crack e tensioni possibili nel sistema bancario, ricordando altre ere di «fallimenti spettacolari» seguiti a cicli di strette di politica monetaria della Fed. E aumentano le polemiche sulla trasparenza delle pratiche dell'alta finanza negli attuali, difficili frangenti: il New York Times ha rivelato che Goldman Sachs, ingaggiata da Svb per rastrellare senza successo capitali in extremis, avrebbe parallelamente intascato una commissione da cento milioni di dollari per la gestione della vendita in perdita di debito dell’istituto californiano, poi divenuta una delle ragioni del tracollo. La politica si è a sua volta infiammata. La senatrice democratica Elizabeth Warren, nemesi di Wall Street, è emersa tra le voci più aggressive: ha attaccato l'indebolimento in anni recenti delle regolamentazioni bancarie, in particolare proprio dei grandi istituti regionali. Con la riforma finanziaria all’indomani della grande crisi del 2008, norme più severe riguardavano tutti gli istituti con oltre 50 miliardi di asset. «Se Congresso e authorities avessero fatto il loro lavoro non saremmo qui», ha detto attaccando la presa delle lobby del settore finanziario che hanno spinto per nuova deregulation. E assieme a nuove riforme ha chiesto che Powell si ricusi in realtà dal caso Svb per esser stato favorevole ad ammorbidimenti delle norme e in particolare degli stress test annuali. La Fed è nel mirino perchè da mesi aveva in realtà ammesso l’esistenza di un’emergente minaccia sistemica dalle banche regionali. Il neoresponsabile della Fed per la bank regulation, Michael Barr, l'anno scorso aveva illustrato ipotesi di maggiori requisiti di capitale e controlli per protagonisti enormemente cresciuti negli ultimi anni. «La loro crescita ne ha aumentato l'importanza per il sistema finanziario», aveva dichiarato citando una task force al lavoro per dar vita a nuove norme. Tra le idee circolate, obblighi a rastrellare nuove risorse per assorbire perdite e potenziamenti dei living wills, la mappa per una liquidazione senza bailout pubblici. I gruppi con oltre cento miliardi di asset, al netto di istituti “sistemici”, ormai vantano 3.700 miliardi di dollari in depositi, quasi un quarto del totale americano. E una grande banca regionale ha oggi in media asset per 554 miliardi rispetto ai 413 del 2019. Abbastanza da legittimare allarmi in caso di fallimento.
Crisi bancaria, il Credit Suisse affonda Un’altra giornata shock per le Borse
Nuova giornata di pesanti vendite sulle Borse europee (con Milano la peggiore con un -4,61%), trascinate al ribasso soprattutto dalle banche, cadute sulla scia del caso Credit Suisse. L’istituto svizzero ha vissuto la sua peggior seduta della storia perdendo circa il 25%, dopo che il principale azionista, Saudi National Bank, ha detto che non fornirà ulteriore liquidità alla banca. I vertici della banca sono, però, in contatto con le autorità svizzere per studiare una serie di soluzioni per stabilizzare l’istituto di credito. Un nuovo allarme per il sistema finanziario europeo era forse l’ultimo spettacolo al quale gli investitori speravano di assistere, a pochi giorni di distanza dalla crisi che al di là dell’Atlantico ha coinvolto Silicon Valley Bank. Il caso Credit Suisse, inatteso almeno nei suoi sviluppi, è invece piovuto sui mercati provocando la reazione più prevedibile: una nuova fuga dai titoli delle banche a livello Continentale (-7% l’indice di settore); la conseguente debacle dei listini azionari, con Milano (-4,6% il Ftse Mib) e Madrid (-4,4% l’Ibex 35) penalizzate oltremisura a causa della maggiore esposizione dei rispettivi indici al comparto finanziario; il rifugio nei titoli di Stato infine, che si è tradotto in un nuovo forte ribasso dei rendimenti più accentuato sulle scadenze brevi. Si tratta insomma di un copione già recitato, l’ultima volta non più di due giorni prima in quel «lunedì nero» che ha fatto seguito alla vicenda Svb. Ieri come allora è stata l’Europa a pagare il dazio più elevato, stavolta anche con una certa ragione visto che l’epicentro appare molto più vicino, ma anche Wall Street ha accusato il colpo, se pur in misura inferiore. E anche in questo caso, come orientati da un riflesso condizionato, gli sguardi si rivolgono a quella Bce che tra poche ore sarà chiamata a riunirsi per deliberare sui tassi di interesse. Il meccanismo visto all’opera ieri non è in sé nuovo e resta di facile interpretazione: al di là delle questioni che riguardano Credit Suisse - il cui titolo è precipitato a Zurigo del 24%, mentre i valori dei Cds (Credit default swap, gli strumenti finanziari che equivalgono a un’assicurazione contro il fallimento di un emittente) sarebbero addirittura coerenti con una probabilità di default del 50% nell’arco di due anni - sul mercato ci si chiede se ci si trovi ancora una volta di fronte a un caso isolato o se invece sul cruscotto del sistema del credito si sia accesa l’ennesima spia di allarme che possa preludere a una crisi di portata ben più vasta. La protagonista del giorno è a tutti gli effetti una banca elvetica (e non soggetta alle regole dell’Eurozona, né alla supervisione Bce), ma le sue ramificazioni all’interno del Continente, così come il suo rilievo sistemico, sono innegabili. Il dubbio, ieri come lunedì scorso con Svb, è se e quanto la reazione di panico, o quasi, alla quale si è assistito sia in fondo giustificata. «Credit Suisse non è solo un problema svizzero, ma globale», avverte Andrew Kenningham, capo economista di Capital Economics, rimarcando da un lato l’impatto potenzialmente differente rispetto a quello della banca regionale Usa nel mirino nei giorni scorsi, ma riconoscendo anche che il caso non rappresenta certo una sorpresa: «I suoi problemi erano ben noti - aggiunge parlando dell’istituto elvetico - e quindi non rappresentano uno shock totale, né per gli investitori né per i politici». «Credit Suisse ha appena fatto un aumento di capitale a dicembre, risulta abbondantemente capitalizzata, e con un livello di leverage nella norma», nota Giuseppe Sersale, Partner e gestore di Anthilia, che appartiene alle fila di quanti ritengono in larga parte «esagerata» la reazione vista ieri. «Il problema va visto sul piano della fiducia e purtroppo l’esperienza di Svb ha mostrato a quale velocità si possano volatilizzare i depositi bancari quando questa viene bruscamente meno», tende piuttosto a sottolineare Sersale, che punta il dito anche sull’evidente contrappasso determinato da «un posizionamento degli investitori sulle banche europee che fino a pochi giorni fa era sicuramente di livello elevato». Gli esperti di mercato rischiano di dividersi anche sull’atteggiamento della Bce, che almeno fino a poche ore prima era fuori da ogni discussione. «Si proseguirà con il piano preannunciato di aumentare il tasso di deposito dal 2,5% al 3,0%, sottolineando al tempo stesso che la politica monetaria non è su un percorso predeterminato», è convinto da una parte Kenningham. Appare invece più possibilista Sersale, che si chiede se il caso Credit Suisse possa rappresentare lo scenario «piuttosto estremo» evocato un mese fa da Christine Lagarde come condizione necessaria per deviare dalla traiettoria e resta del parere che l’Eurotower «modererà le ambizioni e si accontenterà di alzare i tassi di 25 punti base, come una sorta di compromesso tra i falchi e le colombe nel Consiglio». Il mercato obbligazionario intanto ha già emesso la sua sentenza, e con rendimenti in picchiata sui Bund (2,13%) e sui BTp (4,11%) decennali e ancor più sulle scadenze ravvicinate (-52 punti base al 2,40% per il titolo tedesco a due anni) resta alla finestra in fiduciosa attesa.
venerdì 3 marzo 2023
«Le materie prime sempre più care per colpa delle ecopolitiche dell’Ue»
«Rimodulare le politiche climatiche rappresenta un passaggio necessario sia per affrancarsi da una pericolosa dipendenza su metalli e gas nei confronti di Pechino ma sia anche per allentare la crisi inflazionistica». Con queste parole Gianclaudio To rl i z z i , fondatore di T-Commodity, ieri ha stroncato le scelte Ue durante u n’audizione congiunta delle commissioni Commercio internazionale e Mercato interno del Parlamento europeo degli esperti del settore. Un intervento che ha messo in luce gli errori del Green deal spinto da Ursula von der L eye n , che aumenterà la nostra dipendenza dalla Cina e sosterrà la corsa dei prezzi delle materie prime, non legata solo alla guerra in Ucraina. Infatti il primo shock al sistema economico globalizzato è arrivato con Covid e lockdown: l’immissio - ne di un’enorme liquidità nei mercati ha innescato un «ciclo rialzista delle commodities», che erano in fase ribassista dal 2010/2012, ha esordito Torliz - zi. Ma anche se, dopo i rialzi dei tassi, ora i prezzi delle materie prime hanno iniziato a raffreddarsi rispetto ai picchi massimi toccati nelle prime fasi del conflitto, sarebbe un errore pensare che la tendenza si sia invertita. «Ãˆ lecito», ha spiegato l’esperto, «ritenere come la discesa dei prezzi nel secondo semestre 2022 non rappresenti altro che una pausa all’interno di un superciclo rialzista delle materie prime e dell’energia. E questo non solo in ragione delle attese di riaccelerazione dell’economia cinese. Ma soprattutto in ragione del deficit derivante dall’implementazione delle politiche climatiche. Politiche che, ruotando esclusivamente su l l’elettrificazione, comportano un forte aumento dei consumi di acciaio e metalli». In sintesi, «il Green deal rappresenta un driver rialzista dei prezzi delle commodities non solo perché comporta un forte aumento dei consumi di metalli necessari per accelerare il processo di elettrificazione ma anche perché disincentiva gli investimenti in capacità produttiva che saranno ancora necessari». A pesare, poi, anche i prezzi dei certificati di emissione di CO2 in favore dei settori energivori. «Proprio il raggiungimento del prezzo della CO2 intorno ai 100 euro/t è uno dei driver che contribuisce a mantenere il prezzo dell’e l ettr ic i tà in Francia, Germania e Italia sopra i 100 euro MWh»: una politica che incentiva la fuga delle aziende dal Vecchio cont i n e nte. Ma i problemi provocati dalla transizione non si fermano qui: le tecnologie verdi aumenteranno esponenzialmente la nostra dipendenza dalla Cina, politica autolesionistica come ha mostrato la crisi del gas. Tanto più che Pechino si sta avvicinando e Mosca mentre i rapporti con gli Usa, fra dazi e sostegno a Taiwan, sono sempre più tesi. Da questo punto di vista, la dipendenza dal Dragone per terre rare e metalli necessari all’elettrificazione è pressoché totale sia per l’estrazione, sia per la raffinazione. Le forniture, ha sottolineato To rl i z z i, sono concentrate «in Cina sia direttamente come nel caso delle terre rare e della grafite ma sia anche indirettamente. Con una quota di mercato superiore al 60%, la Repubblica Democratica del Congo (Rdc) domina la produzione di cobalto seguita dall’Indonesia. Tuttavia, le società cinesi ora possiedono 15 delle 17 miniere di cobalto nella Rdc e controllano il 97% delle forniture indonesiane. Anche nel nichel, la Cina mantiene una posizione di leadership, incidendo circa per il 45% dell’offerta globale di miniere di nichel attraverso la sua proprietà delle operazioni in Indonesia». E mentre noi ci dissanguiamo per seguire il mantra emissioni zero, Pechino sfugge all’inflazione grazie al «massiccio utilizzo del carbone come fonte energetica. Gli enormi sforzi che oggi dunque vengono richiesti a imprese e famiglie europee rischiano di finire completamente vanificati dalla politica energetica cinese», sottolinea To rl i z z i . Un approccio meno ideologico e più pragmatico è quindi d’obbligo perché «Ã¨ in ballo il futuro dell’Eu ro pa »
giovedì 23 febbraio 2023
Attacchi hacker ai siti di ministeri e aziende italiane da attivisti russi
Attivisti russi scatenati in attacchi hacker contro l’Italia; dichiarata vendetta per la visita della premier Meloni a Kiev e la promessa di aiuti militari. Da ieri mattina hanno attaccato siti istituzionali e di infrastrutture critiche con l’obiettivo di renderli inaccessibili. Tra i siti colpiti: il ministero degli Esteri e quello della Difesa, dei carabinieri, della banca Bper, di A2A (energia); il sito dell’interno per la carta d’identità , quello delle politiche agricole e quello del gruppo Tim. Ci sono questi nella lista degli obiettivi annunciati dal gruppo filo russo Noname057 sul proprio canale Telegram. Si tratta in particolare di attacchi “Ddos” (Distributed denial of service), con cui si cerca di rendere indisponibile un sito o un server inondandolo di traffico anomalo. Su Telegram anche la rivendicazione (in inglese): l’Italia fornirà all’Ucraina il sesto pacchetto di assistenza militare, che includerà tre tipi di sistemi di difesa aerea. Come ha detto il primo ministro italiano Giorgia Meloni durante una conferenza stampa a Kiev, si tratta dei sistemi anticarro SAMP-T, Skyguard e Spike. Oggi continueremo il nostro affascinante viaggio attraverso il sito russofobico Italy??». A un’analisi, ieri hanno sofferto in particolare il sito dei carabinieri e quello degli esteri, disponibili solo a singhiozzo per molte ore. «Altri hanno sopportato bene l’attacco, perché dotati di tecnologie di difesa contro il traffico Ddos», spiega Igor Kranjec, senior advisor di organizzazioni internazionali come European Cyber Security Organisation (ECSO). «Alcune di queste tecnologie però si basano su sistemi di filtro di tutto il traffico proveniente dall’estero, da dove viene anche il Ddos. Con il risultato che il sito in questione diventa accessibile solo dall’Italia, per la durata dell’attacco. È stato il caso del sito di Bper», aggiunge. Tutti gli esperti concordano che gli impatti dell’attacco sono stati limitati. L’evento ha perlopiù una valenza geopolitico-dimostrativa: conferma che l’Italia è ancora nel mirino di cyber attivisti pro Putin. L’Agenzia per la cybersecurity invita a conservare massima attenzione a questa minaccia e a migliorare le difese, che – come dimostra l’attacco di ieri – non sono ancora equamente disponibili tra le amministrazioni pubbliche italiane.
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