NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
lunedì 20 marzo 2023
Chi pagherÀ per social network tutti uguali?
fari accesi sul mercato dell’oro
D opo mesi di generale stallo negli acquisti di oro delle Banche centrali emergenti, gli ultimi mesi del 2022 e questo primo scorcio del 2023 mostrano un grande dinamismo, con il ritorno in campo della Cina e l'ingresso di altri player del mercato asiatico, tradizionalmente prudenti nella movimentazione delle riserve aurifere. A fine gennaio 2023, la Banca centrale di Singapore ha effettuato la prima operazione sul mercato internazionale di oro, acquisendo in un solo colpo 45 tonnellate, una cifra imponente pari al 30% del proprio stock di riserve.F ermandosi ai dati consolidati di gennaio 2023, la Banca centrale turca (il più grande acquirente segnalato nel 2022) ha aggiunto 23 tonnellate alle sue riserve ufficiali, che ora ammontano a 565 tonnellate. La People’s Bank of China (PBoC) ha acquistato di nuovo, aggiungendo 15 tonnellate alle 62 tonnellate di oro acquisite tra novembre e dicembre 2022. Le sue riserve auree ammontano ora a 2.025 tonnellate. La Banca nazionale del Kazakhstan ha aumentato le riserve auree di ulteriori 4 tonnellate a gennaio, portandole a 356 e continuando l'interessante operatività che ha caratterizzato tutto il 2022 insieme ad altri Paesi dell'ex blocco sovietico, tra cui l'Uzbekistan.La Banca centrale europea (Bce) ha registrato un inusuale aumento di 2 tonnellate delle riserve auree a gennaio, anche se non è stato un acquisto definitivo. Il movimento risulta correlato all’adesione della Croazia all’Unione monetaria, dato che il Paese in ingresso è tenuto a trasferire l’oro, come parte di un più ampio trasferimento di riserve, alla Bce. Le stime non ufficiali per febbraio vedono la prosecuzione della strategia cinese di acquisto (ulteriori 25 tonnellate) che, se prolungata nel tempo, potrebbe cambiare profondamente la struttura del mercato. Anche la Turchia sta accelerando: una massiccia transazione per circa 60 tonnellate sarebbe stata perfezionata alla fine di febbraio, tra le più grandi degli ultimi cinque anni. Nonostante un valore assoluto delle riserve auree molto ampio, in termini relativi rispetto alle riserve ufficiali totali la Cina ha uno dei rapporti più bassi del mondo, al 3,5% (Italia al 63,6%, Russia al 21,2%), sebbene una parte non ben quantificata di riserve venga detenuta non ufficialmente da enti economici a controllo statale. Questo implica che la strategia di incremento delle riserve cinesi potrebbe rivelarsi molto più aggressiva del previsto, con un impatto parecchio visibile sulla domanda globale e sul prezzo. Nella prima parte del 2022 l'evento estremo dell'impatto delle sanzioni occidentali alla Russia, che hanno de facto impedito l'accesso della banca centrale russa ai propri stock di riserve valutarie ed oro depositati all'estero, aveva congelato le strategie di de-dollarizzazione dei Paesi emergenti, che erano volte a ridurre esplicitamente il peso delle istituzioni Usa nella gestione della politica economica domestica. Probabilmente la resilienza dell'economia russa alle sanzioni e la capacità del sistema finanziario globale di aggirare il blocco alle transazioni ha ridotto l'effetto shock e restituito fiducia alle strategie di lungo termine di Cina, India, Arabia Saudita ed Iran di sfuggire alla dominanza globale del dollaro. Stanno fiorendo esperimenti di negoziazione bilaterale di prodotti energetici in valute diverse dal dollaro per piccole transazioni, ma il rischio di fallimento resta alto. I nuovi assetti geopolitici continueranno a determinare la domanda globale di oro nei prossimi anni.
L’Iraq 20 anni dopo, i disastri di una guerra che andava evitata
E ra iniziata sotto i migliori auspici, la seconda guerra del Golfo. Una grande operazione militare che aveva due obiettivi: distruggere le presunte installazioni irachene per sviluppare armi di distruzione di massa. E detronizzare il dittatore Saddam Hussein, reo di intrattenere presunte relazioni pericolose con la rete terroristica di alQaeda. Le armi chimiche non furono mai trovate. Neppure i laboratori per produrle. E non fu mai provato il legame tra il network di Bin Laden e il dittatore iracheno, certamente spietato con il suo popolo, ma anche, proprio in virtù della sua appartenenza al movimento secolare Baath, nemico dell’estremismo islamico. Le immagini satellitari dei laboratori mobili di armi biologiche, ovvero la “pistola fumante” esibita il 2 febbraio del 2003 dal Segretario di Stato Usa Colin Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si rivelarono presto un pretesto creato ad hoc per legittimare un’invasione studiata a tavolino da oltre un anno. Per quanto orfana del sostegno dell’Onu, di Francia e Germania, la «coalizione dei volenterosi», come la definì il presidente Usa George W. Bush, raccolse l’adesione di 16 Paesi. L’invasione scattò alle 5.30 del mattino del 20 marzo 2003, quando 40 missili cruise Tomahawk e decine di bombe si abbatterono su Baghdad. Davanti all’imponente macchina bellica a guida americana - 260mila uomini e 50mila mercenari - le forze armate irachene opposero una resistenza minima. La capitale irachena cadde dopo solo tre settimane. Il 15 aprile fu la volta di Tikrit, la città natale di quel dittatore che, nel volgere di 10 anni, era passato dal ruolo di solido alleato a nemico della Casa Bianca. Il 1° maggio, sul ponte della portaerei Lincoln, Bush dichiarò: «Missione compiuta». Il 13 dicembre Saddam veniva catturato (e condannato a morte tre anni dopo). Era davvero la fine della guerra? Tutt’altro. Era l’inizio di un conflitto strisciante devastante, tanto per il popolo iracheno (130mila vittime), quanto per i marines (4.400 morti) e per le casse degli Stati Uniti (fino a 3mila miliardi di dollari di costi diretti e indiretti). Il primo errore compiuto dall’Amministrazione Bush fu anche il più grave: mettere fuori legge il partito Baath, dunque i quadri dell’Amministrazione irachena, e sciogliere le forze armate, incluso l’esercito, i cui ufficiali erano quasi esclusivamente sunniti, alcuni molto capaci. Non pochi si unirono alla feroce insurrezione armata contro gli «invasori americani» che prese il via alla fine del 2003. E che poco dopo precipitò il Paese in una guerra civile inter-confessionale, con carneficine tra sunniti e sciiti. L’insurrezione contro gli Usa perse forza nel 2008. Alla fine del 2011, dopo 8 anni di sforzi per mantenere l’ordine, dopo migliaia di imboscate e centinaia di attacchi kamikaze, la coalizione americana completò il ritiro dall’Iraq. Le “consegne” passarono a un Governo a maggioranza sciita assetato di vendetta nei confronti della minoranza sunnita. Il il 29 giugno 2014, Abu Bakr alBaghdadi annunciò la rinascita del Califfato. Le milizie dell’Isis avevano già conquistato grandi città in Siria e Iraq. La loro avanzata fu inarrestabile. Nei successivi tre mesi arrivarono a controllare un territorio tra la Siria e l’Iraq esteso come la Gran Bretagna, dove vivevano otto milioni di persone. Un regno del terrore. Con la caduta di Raqqa (2017) e di Mosul (2018) lo Stato Islamico si ritrovò senza uno Stato. L’ex regno di Saddam è oggi un gigante petrolifero dai piedi d’argilla. Meno vulnerabile nei confronti del terrorismo dell’Isis, ma in balia di feroci milizie filo-iraniane che si fanno giustizia da sè. Venti anni dopo quel 20 marzo del 2003, l’Iraq produce 4,5 milioni di barili al giorno (mbg). Un volume che lo rende il sesto produttore mondiale, ma lontano dagli obiettivi che le autorità di Baghdad si erano prefissate: 6 mbg entro il 2010 e 8 mbg entro il 2020. L’Iraq non è uno Stato fallito, ma è cronicamente instabile. Non si è mai liberato dal morbo della petrodipendenza. Non è guarito da quell’endemica corruzione che da decenni divora le sue risorse. Non è mai riuscito ad offrire un tenore di vita accettabile alla gran parte dei suoi abitanti che, esasperati da una classe politica incapace e indifferente, dal 2019 si sono riversati in piazza. Una tardiva “primavera irachena” presto affogata nel sangue grazie all’aiuto di Teheran. Già dal 1980, la storia dell’Iraq è una lunga sequenza di guerre aperte o striscianti intervallate solo da pochi anni di relativa pace. Con l’Iran deciso a non rinunciare a quello che considera il suo giardino di casa. Se la fuga dall'Afghanistan è stata forse il più disastroso ritiro nella storia degli Stati Uniti, la gestione della guerra in Iraq è stata probabilmente la più fallimentare. I costi sono stati esorbitanti. Un recente studio, diffuso dalla Brown University, calcola costi diretti dal 2003 al 2010 per 1,1 trilioni di dollari. A ciò vanno aggiunti i costi indiretti, stimati da altri enti fino a due trilioni di dollari. Vent’anni dopo il 20 marzo 2003, le cose non sono affatto andate come gli americani si aspettavano.
Banche, in dieci giorni dall’euforia al panico (esclusa l’Eurozona)
Dieci giorni fa i mercati puntavano ancora sulle azioni delle banche europee che, dopo i maxi rialzi in Borsa di gennaio e febbraio, avevano raggiunto valutazioni record. Gli utili realizzati nel 2022 erano stati celebrati in molti casi come i migliori della storia, con corredo di annunci di maxi dividendi e buy back a pioggia a beneficio degli azionisti. Per il 2023 gli analisti stimavano ulteriori aumenti dei profitti grazie ai benefici che il rialzo dei tassi avrebbe portato sul margine di interesse. Il fallimento di Silicon Valley Bank di venerdì 10 marzo, seguito dalla crisi di altre banche regionali Usa e dalle ben più gravi incertezze sulla solidità di una banca di interesse sistemico come Credit Suisse, ha ribaltato gli umori degli investitori nei confronti del settore bancario sulle due sponde dell'Atlantico (e non solo). In pochi giorni in Borsa si è passati dall’euforia al panic selling: in una sola settimana a livello globale sono stati bruciati 500 miliardi di dollari di capitalizzazione. Se la precedente euforia era forse eccessiva, anche l’attuale panico appare ingiustificato almeno per quanto riguarda le banche europee. Secondo gli ultimi dati dell’Eba, il capitale primario (Cet 1) è in media del 14,8%, il liquidity coverage ratio (Lcr) è al 162,5%, mentre le sofferenze creditizie sono solo all'1,8% (Npe ratio). Mai, negli ultimi 15 anni, le banche europee erano state così solide e redditizie anche grazie all'azione rigorosa della Vigilanza Bce. Una situazione che non può essersi ribaltata completamente in dieci giorni. I rischi arrivano dunque dal contagio esterno all’Eurozona. E in prima battuta dall’esito del salvataggio “ordinato” di Credit Suisse che, con asset per circa 500 miliardi e una presenza nell’investment banking e nel capital market negli Usa e in Uk, è una delle 30 G-Sifi globali (banche di interesse sistemico). Pur non essendo un gruppo della taglia di Lehman Brothers, le sorti di Credit Suisse non preoccupano solo la Svizzera. Tanto che, secondo indiscrezioni, al tavolo del salvataggio la Snb opera in stretto contatto con Federal Reserve, Bce e Bank of England. Se il caso Credit Suisse sarà risolto rapidamente e senza danni sistemici, la principale fonte di preoccupazione per le banche europee verrà eliminata e si allenteranno le tensioni che si stavano accumulando sul mercato interbancario. Resta però la preoccupazione per quanto sta avvenendo nel settore bancario negli Usa, dove gli istituti più fragili faticano a resistere all’innalzamento dei tassi d'interesse della Fed. Il problema non è tanto il contagio del default di SVB sulle altre banche, quanto la contrazione dei depositi bancari registrata nelle ultime settimane negli Usa. Proprio a causa degli alti tassi di interesse a breve termine, e con un’inflazione che resta sopra al 6%, già nel 2022 - secondo stime di JP Morgan - negli Usa oltre 400 miliardi di dollari sono migrati dai depositi bancari ai money market funds (che investono in strumenti di liquidità a breve, offrendo rendimenti sopra al 3% contro lo 0,5% dei depositi). Un trend che è proseguito anche a inizio 2023 e che proprio la scorsa settimana ha registrato un picco di 150 miliardi in coincidenza con la crisi delle banche regionali. Oltre al deflusso di depositi dagli istituti più a rischio verso le banche più grandi, la raccolta diretta bancaria soffre anche la competizione dei money market funds che attraggono crescente liquidità proprio a seguito dell'impennata dei tassi decisa dalla Fed. Un fenomeno che, se dovesse protrarsi nel tempo, rischia di creare seri problemi di disintermediazione per le banche Usa. E che potrebbe arrivare anche in Europa se la Bce, che ha già avviato il quantitative tightening e il rimborso dei prestiti Tltro, dovesse continuare ad alzare i tassi d’interesse.
domenica 19 marzo 2023
alla rincorsa del tempo, priorità irrinunciabile
«V ivere non è altro che avere tempo» ci ricorda Pascal Chabot, filosofo che insegna all’Institut des Hautes Études des Communications Sociales di Bruxelles. Il suo saggio Avere tempo diventa il manifesto per una nuova cronosofia, una sfida a cogliere l’essenza del bene più prezioso, spesso sciupato perché non compreso, sovente considerato scarso perché i ritmi della vita lo hanno reso confuso e indistinguibile, a tratti contraddittorio. Un libro che intercetta un’istanza contemporanea molto avvertita: il ritorno alla qualità del tempo, a un’ecologia degli orari, diventati forzosa unità di misura esistenziale. È l’esigenza alla base del fenomeno del big quit, vale a dire delle dimissioni di massa che interessa una parte delle nuove generazioni, quella di chi se lo può permettere. Sta crescendo il numero di quanti lasciano il lavoro se lo considerano non più compatibile con le esigenze del tempo di vita considerato una priorità sempre più irrinunciabile. È un modo con cui le nuove generazioni fanno la loro rivoluzione e “uccidono i padri” stakanovisti e unidimensionali. Chabot contribuisce a sistematizzare il tema della percezione del tempo che scorre e la sua natura intrinsecamente conflittuale, spesso paradosso. Abbiamo almeno quattro tipi di tempo: il Fato come sintesi di un imperscrutabile vincolo biologico; il Progresso con la sua tensione vitale verso il futuro; l’Ipertempo nella sua accezione ossessiva di un presente immanente e tecnico che è ovunque e da nessuna parte, centrale soprattutto nella cultura occidentale derivata da certo capitalismo finanziario che vive un presente orientato continuamente al futuro e del futuro stesso fa una commodity; la Scadenza che l’autore associa alla deriva distruttiva verso l’ambiente, il gigantesco collasso verso la fine del mondo, il no future raccontato dai punk inglesi. Naturalmente questa tassonomia del tempo racconta spinte conflittuali e antagoniste tra loro, da cui l’ansia presente di una umanità sempre affamata di tempo, perennemente ritenuto insufficiente e scarso. L’uomo contemporaneo è alla continua ricerca di un equilibrio che debba compendiare l’inafferrabilità del tempo della natura, con la sua inesorabile lentezza (quello del Fato che, ad esempio, dà il ritmo alla crescita dei capelli, secondo un copione che comprendiamo antico e primordiale) con la pretesa del tempo del Progresso che punta a rendere l’uomo padrone della natura, nel segno di «una moderna civiltà di persone impazienti». Nel mezzo, tra le due idee cronologiche, c’è la scoperta dell’orologio che rivoluziona il campo della conoscenza e quello del lavoro. «Una cosa è certa - scrive Chabot -: il tempo non è mai stato così presente in quantità , ma la sua qualità non è mai stata così problematica». È anche per questo che si applica una sorta di revisionismo civile all’idea del «tempo è denaro» di Benjamin Franklin fino ad arrivare al suo ribaltamento laddove il vero denaro sia proprio il tempo. Tanto più dopo che il mondo ha compreso in modo tanto traumatico quanto duraturo la sua intrinseca fragilità durante la pandemia. Un evento epocale che ha indotto i cittadini di cinque continenti ad una diversa percezione della storia stessa. Il Covid è diventato il catalizzatore della volontà di ripensare le priorità , le sequenze, le concatenazioni proprie del metronomo della nostra vita quotidiana. E ha sconvolto gli equilibri di una quotidianità che sembrava immutabile. E di cui il lavoro è da sempre parte importante. Torna preponderante il motto che André Breton fece incidere sulla sua pietra tombale nel cimitero di Batignolles a suggello della vita da poeta e da surrealista: «Cerco l’oro del tempo». La preoccupazione numero uno nel mondo del lavoro resta quella di «quanto denaro consente di comprare il tempo degli individui, in base alla loro formazione e ai loro contributi». Chabot avverte che «di fronte a questo, è difficile credere che il denaro ricevuto in cambio varrà mai lo sforzo. Il tempo è concreto, esistenziale: è qualità aggiunta a una quantità . Il denaro è astratto, circostanziale. È certamente necessario, indispensabile, persino essenziale, e per molti aspetti desiderabile, ma rimarrà sempre fuori dal cuore dell’esistenza perché è solo quantitativo». La cronosofia proposta nel volume non potrebbe non avere un contraltare rivoluzionario e spiazzante. È il «contrattempo» che diventa il vero dominus in una esistenza agganciata alla disciplina degli orari, al mito della puntualità come cortesia sociale, a una fretta che non significhi sciatteria, ma tempo sincopato. Il contrattempo toglie a ciascuno il dominio della giornata, il potere di suddividerla in ritmo riconoscibile e condiviso. Solo allora ci rendiamo conto - è sempre la tesi dell’autore - di poter ritrovare l’energia che pensavamo perduta e la libertà di scelta, sepolta sotto una quotidianità eterodiretta. In effetti il contrattempo ci costringe alla «pazienza dell’imprevisto» e alla necessità di trovare risposte non precostituite. Ci costringe a un esercizio innanzitutto di pazienza che è qualcosa di antico e di arcaico, una sfida di oggi come di mille anni fa. È tutta qui la provocazione di Chabot verso l’epoca della nevrosi ipercinetica. Anche perché «la pazienza è il secondo coraggio dell’uomo». Ne ha avuta molta chi ha scritto questo libro, ne dovrà avere molta anche chi lo leggerà .
Melfi rischia il 40% di occupati «Pesa il riassetto di Stellantis»
È stato ed è tutt’ora il più grande stabilimento auto in Italia, la prima fabbrica italiana a produrre un’auto a marchio Jeep, dopo la fusione con la casa americana e la nascita di Fca. Oggi lo stabilimento di Melfi, nel cuore della Basilicata, rischia di vedere fortemente ridimensionato il suo ruolo, con un impatto pesante sull’economia dell’intera regione. «Cinque anni fa – ragiona Francesco Somma, presidente di Confindustria Basilicata – il distretto dell’auto in Basilicata contava 13mila addetti tra dipendenti del Gruppo Fca e aziende dell’indotto e dei servizi. Oggi siamo a circa 10mila e nei prossimi anni i numeri sono destinati a scendere ancora». Qui il problema non è la transizione tecnologica ma i volumi produttivi, in calo rispetto al passato e sotto soglia rispetto alla capacità industriale del polo. Il 2015 è stato l’anno che ha registrato i volumi più alti, con circa 390mila auto uscite dallo stabilimento lucano, l’anno scorso Melfi ha chiuso a quota 163.793, registrando il calo di volumi più pesante – meno 34% – tra tutte le fabbriche di assemblaggio di Stellantis in Italia rispetto al periodo pre-Covid. Complici anche le fermate produttive indotte dalla mancanza di componenti e semiconduttori. Un centinaio le giornate perse l’anno scorso e l’inizio del 2023 non registra miglioramenti consistenti tanto che i volumi quest’anno potrebbero fermarsi a quota 150mila. Gli oltre seimila addetti sono in solidarietà fino a luglio e dalla fine del mese si scenderà da 17 a 15 turni a settimana. A preoccupare sono le prospettive legate al nuovo piano industriale di Stellantis, con una produzione che potrebbe restare tra le 150mila e le 200mila unità . «In prospettiva si tratta di un calo strutturale di oltre il 40% rispetto ai volumi che abbiamo visto in passato – ragiona Somma – che finirà per tradursi in una riduzione di occupati nel polo dell’auto lucano altrettanto consistente». Lo stabilimento Stellantis di Melfi è stato il primo tra i plant italiani a ricevere una nuova missione nel quadro del piano industriale Dare Forward da 30 miliardi annunciato dal ceo Carlos Tavares un anno fa.Ospiterà una delle quattro piattaforme multibrand del Gruppo – Stla Medium – sulla quale saranno prodotti quattro modelli elettrici. I lavori preparatori nella fabbrica sono iniziati, la nuova piattaforma dovrebbe prendere forma tra luglio e settembre, compresa l’area di preparazione delle batterie, per poi essere pronta per la produzione in linea nel 2024. Ma delle 22 aziende dell’indotto intorno al plant di Melfi, soltanto un paio avrebbero già ricevuto una commessa legata ai nuovi modelli. Le altre vivono nell’incertezza. «La preoccupazione è grande perché non ci sono certezze sulle tempistiche di avvio dei nuovi modelli e a tutt’oggi non vediamo alcun coinvolgimento della filiera» spiega Vincenzo Di Miscio ad della Plasticform, una delle poche Pmi da oltre 10 anni Tier 1 per il Gruppo. «Non siamo convolti nelle commesse dei prossimi modelli, nè riusciamo ad avere interlocuzioni con responsabili acquisti o buyer» aggiunge. Tutto il meccanismo delle richieste di offerte, propedeutiche all’assegnazione delle commesse, è bloccato. Le aziende del territorio dunque chiedono di poter crescere e innovare, anche grazie al contributo del Cluster lucano automotive che collabora con il Centro Ricerche Fiat. «Credo sia importante proiettare le nostre imprese a lavorare in filiera e rivolgersi ai nuovi driver della mobilità – sottolinea Antonio Braia, ceo della Brecav e presidente del Cluster – è quello che cerchiamo di fare grazie a due progetti, il primo per lo sviluppo di un minibus elettrico, il secondo per una piattaforma di lavoro in ambito manifatturiero». Cosa sarà della 500X e delle due Jeep prodotte a Melfi? «Servono minimo 300mila auto per salvare posti di lavoro nella fabbrica Stellantis e nelle 22 aziende dell’indotto – sottolinea Gerardo Evangelista, segretario della Fim lucana – vanno bene i 4 modelli elettrici ma la produzione delle Jeep deve rimanere a Melfi, per accompagnare il processo di transizione l’elettrico garantendo però i volumi». Un altro fronte è rappresentato dai 600 lavoratori delle imprese di servizi e logistica che hanno visto ridurre i loro spazi per la scelta di Stellantis di internalizzare una serie di funzioni.
«Occorre che la politica riprenda il controllo sul leviatano finanziario»
«Alla base di tutto c’è un errore storico: si è passati dalla fase della austerity e quella della liquidity». Giulio Tremonti, all’indomani dello scoppio del “caso Credit Suisse” analizza le cause della nuova crisi e riannoda i fili sparsi di uno scenario fragile che, a suo parere, erano fin troppo evidenti. Quali sono oggi i pericoli reali di questa situazione? «Rispetto al 2008 c’è una differenza: solo la guerra riduce i rischi di una rottura del sistema finanziario» osserva Tremonti, che ricorda le premesse del quadro attuale: «Nell’agosto 2011 arriva in Italia la lettera dalla Bce, che decreta l’austerity - anche se nelle considerazioni finali del maggio precedente il governatore Draghi aveva detto che le finanze pubbliche avevano avuto una gestione prudente – e poi in Grecia la trojka». Ma da quel momento inizia la stagione della liquidità , la massa monetaria cresce a dismisura, i tassi vanno sotto zero (“Ricordiamo cosa disse Karl Marx, i tassi a zero sono la fine del capitalismo”), ma il quadro nell’ultimo anno è cambiato molto rapidamente, facendo emergere i punti deboli. Tremonti – presidente della commissione esteri della Camera – questi aspetti li evidenzia da tempo, e di recente ha pubblicato il libro «Globalizzazione. Le piaghe e la cura possibile» (Solferino), dove le fragilità di questa architettura sono evidenziate. Dalla crisi del 2008, scrive Tremonti, questa politica di «sconfinata liquidità è arrivata fino a oggi, per mezzo di una continua cambiale girata dai popoli e dai governi alle banche centrali e da queste al mercato finanziario globale. E tuttavia, se negli Stati Uniti la politica è comunque rimasta viva, per la forza delle istituzioni americane, in Europa, e per un perduto decennio, la politica è invece quasi morta. Non per caso in Europa non è stata fatta, anzi nemmeno è stata tentata, una di quelle «riforme» che pure erano oggetto di sistematica domandante retorica politica». Il nodo è qua: è mancata la politica, che «avrebbe dovuto introdurre vere regole economiche. Serviva una Bretton Woods dei nostri tempi, per anzitutto dare una struttura al passaggio dal free trade al fair trade, e lo avevamo proposto nel 2009 con il Global Legal Standard, votato dall’Ocse. Ma fu preferita un’altra strada, introdurre dei “ratio” al posto di regole, e prevalse il Financial Stability Board, ispirato da Mario Draghi. Risultato? I problemi sono stati solo rinviati». Cosa è accaduto? «Risulta chiaro che c’è stato il trionfo della finanza, che si è basato, soprattutto in Europa, sulla confusione tra tecnica e politica e poi sulla supremazia della prima sulla seconda. In realtà c’è un’enorme differenza tra politica e tecnica, e c’è troppa confusione tra l’idea nobile della politica, formulata per la prima volta nella storia ad Atene, e l’idea della «tecnica politica» praticata soprattutto dalla tecnofinanza a partire dal 2012». Tremonti ricorda – e lo fa anche nel libro – una rappresentazione plastica di questo testacoda, quando nel 2019 ci fu il passaggio di presidenza da Draghi a Christine Lagarde: «Convinti e partecipi, in platea ad applaudire, c’erano i principali capi di Stato e di governo europei. Un caso in cui l’iconografia dice tutto. Difficile, molto difficile sarebbe stato vedere Adenauer o De Gasperi, De Gaulle o Kohl, Mitterrand o Cossiga seduti in platea ad applaudire i banchieri centrali, pur se vero che questi oggi amano definirsi come gli eroi del nostro tempo». Secondo Tremonti questo processo in atto – che ha fatto tornare il panico sui mercati come non lo si vedeva da tempo - si è sviluppato con la congiunta e contemporanea violazione delle due fondamentali regole dell’euro: il 2 per cento di inflazione, previsto come insuperabile plafond; il divieto per la Bce di finanziare i governi. Ma come è stata operata questa violazione? «Per cominciare, quello che era un plafond è divenuto un target, un obiettivo da raggiungere. E l’obiettivo è stato in effetti raggiunto, tanto che oggi l’inflazione è sopra l’8 per cento. Il divieto è stato poi aggirato triangolando tra i governi, le banche e la Bce. I governi emettono titoli di debito pubblico, le banche private li sottoscrivono, ma per piazzarli subito dopo in Bce. Quote molto importanti del debito italiano sono nelle casse di Francoforte, il 30%. Un processo, questo, che ha via via trasformato la Bce in un hedge fund intossicato e mezzo fallito». Ricorda che uno degli eventi-simbolo di quegli anni fu il celebre «Whatever it takes» pronunciato da Draghi nel luglio 2012 come il messaggio di intervento rapido (e al momento risolutivo) è stato poi «praticato e celebrato lungo tutti i successivi dieci anni, si è trasformato in una lungodegenza incubatrice proprio del male che all’origine doveva curare. È così che dai conti in billion siamo passati ai conti in trillion. È così che la bolla della finanza è cresciuta fino a essere tre volte la ricchezza reale. È così che il celebrato salvifico «Whatever it takes» si è via via trasformato in un terribile «Whatever mistakes», origine di un nuovo tipo di Leviatano: il Leviatano finanziario, una creatura che pare onnipotente ma che in realtà è tragicamente impotente». Ora naturalmente c’è la variabile determinante del rialzo dei tassi per fronteggiare l’inflazione, ma per Tremonti la lettura deve essere più ampia: «La bolla finanziaria era insostenibile già prima della pandemia o della guerra in Ucraina, anzi semmai entrambe stanno funzionando come acceleratori dell’inflazione o come aghi che potrebbero bucarla». Quindi «serve ora più che mai una rotazione decisa di responsabilità dalla finanza alla politica. Fino ad oggi i governi hanno avuto vita facile» e comunque non sono l’ultima stazione del processo decisionale: «Quando si crede nella follia monetaria, certo niente è come appare. Ma è così solo fino a che i popoli ci credono, fino a che i popoli non reagiscono».
L’affannosa corsa sul posto del criceto senza memoria
I l criceto corre sulla ruota, ma è sempre fermo. La Banca centrale europea assomiglia sempre più al criceto: dopo otto mesi di politica monetaria al buio, le prospettive inflazionistiche sono peggiorate, quelle sulla crescita economiche pure, e, da ultimo, l’incertezza sui mercati finanziari e bancari è aumentata. E cosa fa la Bce? Invece di chiedersi se sta sbagliando qualcosa, o almeno sia il caso, per prudenza, di fermarsi, continua a fare rialzi, ma senza dire cosa farà dopo. Come sempre, il problema non è il rialzo in sé, ma la completa assenza di trasparenza. Il punto di partenza è la frase iniziale del comunicato Bce: «L’inflazione attesa sarà troppo alta e per troppo tempo». Poi più avanti, si annunzia «che la crescita attesa è minore di quello che era stato previsto, a causa della restrizione monetaria». Allora occorre guardare i dati sulle proiezioni macroeconomiche, e ricordare su cosa sono basate: sulle aspettative dei mercati. Le aspettative dei mercati sono a loro volte fondate sugli annunzi di politica monetaria. Se l’annuncio è chiaro, completo e credibile, le aspettative vengono influenzate nella direzione auspicata dalla Banca centrale: è il cosiddetto effetto Ulisse. Se invece la Banca centrale adotta la strategia scelta a partire dallo scorso luglio dalla Bce, smettendo di indicare il percorso futuro dei tassi, diventa un volano di incertezza, innescando rischi di volatilità : è l’effetto Delfi. Il risultato finale di una politica monetaria alla Delfi è che l’inflazione attesa peggiora, ed i costi economici della politica monetaria restrittiva aumentano. In una situazione di questo tipo, sarebbe naturale attendersi una riflessione dalla Banca centrale che ha messo in atto una politica monetaria inefficace su quello che è accaduto, e soprattutto su quello che non è accaduto. Ma non basta: la Bce ammette che le previsioni su cui sta prendendo le sue decisioni sono datate. Sono stime che si fermano alla fine di febbraio. Peccato che – per stessa ammissione della presidente Christine Lagarde – in queste due prime settimane di marzo è accaduto, e sta accadendo, di tutto sui mercati bancari e finanziari. Una seconda ragione per essere prudenti. Non è un caso che una minoranza del consiglio della Bce – sempre per ammissione della stessa presidente – fosse orientata proprio in quella direzione. Ed invece, si continua sulla stessa rotta che finora non ha dato risultati: da un lato si conferma il rialzo spot di cinquanta punti base annunziato in febbraio, che già all’epoca era apparso un controsenso rispetto alla strategia della politica monetaria al buio basata sul principio delle decisioni «consiglio per consiglio». Dall’altro lato, si conferma proprio tale principio. Ma il cortocircuito decisionale non si ferma qui. Durante la conferenza stampa, di fronte a quesiti che mettevano giustamente in luce come, nel breve periodo, può emergere un ovvio dilemma nel disegno della politica monetaria tra la tutela della stabilità monetaria e quello della stabilità finanziaria, la presidente Lagarde non ha trovato di meglio che negare l’esistenza del dilemma in questione. L’argomento utilizzato è che, dati due obiettivi, la presenza di due diversi strumenti risolve automaticamente il problema: i tassi di interesse vengono focalizzati sull’obiettivo disinflazionistico, mentre alla manovra sulla liquidità si assegna il compito di tutelare la stabilità finanziaria. Purtroppo l’argomento è fallace, perchè la cosiddetta regola di Tinbergen – è questo il nome – applicata alle banche centrali vale solo in tempi normali, cioè in assenza di turbolenze finanziarie da gestire. Quando si presenta un focolaio di instabilità finanziaria, si entra nei tempi straordinari, e la Banca centrale deve dedicare sia la politica dei tassi che quella della liquidità per provare ad affrontare con successo i rischi di una crisi sistemica. Per ricordarsi di questo non serve una conoscenza approfondita della storia bancaria e finanziaria, basta non avere la memoria corta: ci è passata la Fed nel dicembre 2007, la Bce nell’agosto 2012 – con il famoso “whatever it takes” – e da ultima la Banca d’Inghilterra lo scorso settembre. Certo, non è detto che i criceti abbiano memoria.
sabato 18 marzo 2023
La Lagarde sembra lì per fare danni: ha aumentato ancora i tassi
Nessun cambio di rotta: la Bce rialza i tassi di interesse di 50 punti base. I motivi li ha poi illustrati Christine Lagarde con giacca rossa, foulard di Hermès e spilla dorata a forma di civetta. «Non sono né un falco né una colomba ma una civetta, che è dotata di saggezza», aveva puntualizzato lei stessa durante il suo debutto ufficiale davanti ai giornalisti come capo della Banca centrale europea nel dicembre 2019. Al netto dell’ornitologia monetaria, le dichiarazioni rilasciate ieri da madame L a ga r - de confermano la sensazione che la macchina di Francoforte sia lanciata a fari spenti nella nebbia degli ultimi scossoni finanziari. Il primo - circoscritto, è vero, alla pessima gestione di una banca regionale specializzata nei prestiti alle start up della Silicon valley - arrivato dalla California ma il secondo, assai più rumoroso nelle stanze dei bottoni del sistema bancario europeo, giunto dalla svizzera Credit Suisse, già da tempo sorvegliata speciale per la complicata ristrutturazione varata dopo una serie di crisi e scandali. Entrambi alimentati dall’aumento dei tassi di interesse da parte delle Banche centrali per frenare l’inf l a z io n e. Aumento che ieri la Bce ha confermato, tirando dritto nonostante le recenti turbolenze. Nessuna sorpresa, anche perché un eventuale rallentamento della tabella di marcia avrebbe rischiato per certi versi di amplificare l’allarme e di mostrare ancor più indecisa la strategia di Francoforte. Dove il mezzo punto percentuale in più è stato deciso non all’unanimità , ma con una «larga maggioranza», ha detto ieri la L a ga rd e specificando che sono stati contrari «tre-quattro componenti del board» perché «volevano più tempo per monitorare la situazione» (e chissà se tra questi c’è stato anche il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che di recente è tornato a invocare prudenza). Ieri mattina, inoltre, a pochissime ore dal verdetto, l’agenzia Bloomberg aveva rilanciato l’indiscrezione secondo cui il vicepresidente della Bce, Luis de Guindos, avrebbe avvertito i ministri delle Finanze dell’Ue, riuniti martedì a Bruxelles per l’Ecofin, che alcune banche dell’Eurozona potrebbero essere vulnerabili al rialzo dei tassi di interesse e che una mancanza di fiducia potrebbe scatenare il contagio. Una voce parsa a qualche osservatore navigato come un ultimo pressing per evitare il rialzo dei tassi. Ma torniamo alle parole del presidente della Bce. E ai tentativi di rassicurare il mercato spiegando che, «come già in passato», la Banca centrale può «dimostrare creatività se ci fosse una crisi di liquidità , ma non la vediamo attualmente». Il settore bancario «Ã¨ molto molto più forte del 2008». Noi «abbiamo a disposizione strumenti che siamo sempre pronti ad attivare quando e se necessario». Tra funzionari creativi che spengono il fuoco con la benzina e scatole degli attrezzi da maneggiare (si spera) con cura, c’è però anche l’impossibilità , ammessa ieri dalla La ga rd e, di determinare quale sarà il futuro percorso dei tassi. Quali saranno i prossimi rialzi? «Al momento», ha detto, «Ã¨ impossibile determinare la futura dinamica che prenderanno i tassi di interesse». L’unica soluzione è quella di affidarsi alla «politica dei dati». Una specie di «whatever it boh», parafrasando l’ormai noto motto di chi l’ha preceduta, che alimenta il rumore di unghie sugli specchi dell’Eu rotowe r più volte sentito negli ultimi mesi. Nel rispondere ai giornalisti, la L a ga rd e ha ripetutamente fatto ricorso ai passaggi della nota ufficiale del consiglio direttivo. In particolare al primo paragrafo che recita: «L’elevato livello di incertezza rafforza l’i m p o rta n - za di un approccio dipendente dai dati per le decisioni sui tassi ufficiali, che saranno determinate dalla sua valutazione delle prospettive di inflazione alla luce dei dati economici e finanziari in arrivo, della dinamica dell’i n f l a z io - ne sottostante e la forza della trasmissione della politica monetaria». Insomma, la Bce seguirà «con attenzione le tensioni in atto sui mercati» ed è «pronta a intervenire ove necessario per preservare la stabilità dei prezzi e la stabilità finanziaria nell’area dell’euro». Ma per ora «le banche sono resilienti, le riserve di liquidità sono di alta qualità e il capitale è maggiore di prima», ha aggiunto anche de Gu i n d o s . La rotta non cambia anche perché, è stato aggiunto, «l’inflazione dovrebbe rimanere troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato». In base alle previsioni macro aggiornate (ma prima dell’acuirsi della crisi sui mercati finanziari) è vista al 5,3% nel 2023, al 2,9% nel 2024 e al 2,1% nel 2025. Nel frattempo, ieri le Borse europee hanno chiuso la seduta con un rimbalzo dopo il tonfo di mercoledì. Francoforte ha guadagnato l’1 ,6 3 % , Londra lo 0,90%, Parigi il 2,03% e Milano l’1,38%. I mercati hanno cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno: i tassi sono aumentati di mezzo punto ma almeno la Banca centrale non ha fornito indicazioni precise sulle mosse future. A rassicurare gli investitori è inoltre intervenuta la decisione della Banca centrale svizzera di fornire a Credit Suisse un prestito fino a 50 miliardi di franchi svizzeri (circa 50,6 miliardi di euro). Basterà ? Lo vedremo nei prossimi giorni. Mentre nei prossimi mesi si capirà se la saggia «civetta» della L a ga r - de si trasformerà in gufo.
La Bce continua la stretta ma non parla di altri aumenti
«La Bce si trova su un sentiero pericoloso, il più pericoloso della sua storia, perché deve risolvere il conflitto stridente tra stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria». Così commentava ieri un noto economista tedesco alla vigilia della riunione del Consiglio direttivo della Bce che si è tenuta ieri, e che è stata tra le più difficili, contesa tra un’inflazione «troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato» e da «tensioni in atto sui mercati finanziari». La Bce ne è uscita con un doppio messaggio, tenendo divisi i due obiettivi, stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria. A caldo, questo è bastato per convincere e tranquillizzare i mercati. La Bce ha dunque alzato i tre tassi di riferimento dello 0,50%, come nelle attese, restando fedele alle sue intenzioni e all’impegno che si era presa preventivamente perché per l’appunto l’inflazione è ancora troppo alta. Ha però ammorbidito l’orientamento che ora è più da colomba: nessuna traccia ieri della famosa frase tanto cara ai falchi («il Consiglio continuerà ad aumentare i tassi in misura significativa a un ritmo costante e a mantenerli su livelli sufficientemente restrittivi») che aveva contraddistinto le decisioni di politica monetaria del 2 febbraio. E ieri non è arrivato alcun preannuncio su dove andranno i tassi nella riunione del 4 maggio: la Bce si limita ora a dire di essere «dipendente dai dati». In quanto alle turbolenze nel settore bancario europeo e nei mercati finanziari, la Bce ha confermato di essere determinata a preservare la stabilità finanziaria, e di disporre «di tutti gli strumenti necessari per fornire liquidità a sostegno del sistema finanziario qualora ve ne sia l’esigenza», e per preservare l’ordinata trasmissione della politica monetaria. Lagarde ha detto più volte, e assieme a lei il vicepresidente Luis de Guindos, che le banche europee hanno solide posizioni di capitale e liquidità e che le loro esposizioni verso il Credit Suisse sono limitate, non sono concentrate, come emerso da una ricognizione effettuata dall’SSM. In risposta a una domanda del Sole 24 Ore, la presidente si è spinta a sostenere che il nuovo strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (scudo antispread) potrebbe essere usato nel caso in cui le turbolenze bancarie dovessero danneggiare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. «Non ne abbiamo ancora discusso al Consiglio direttivo», ha ammesso Lagarde, «potrebbe essere così». Il doppio messaggio della Bce è stato ben recepito: da un lato, ha convinto la determinazione a riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% sul medio termine, che non è diminuita per via delle tensioni sul fronte bancario. Dall’altro lato, la stessa determinazione è stata enunciata per preservare la stabilità finanziaria. In luogo della forward guidance o di indicazioni nette sui futuri rialzi dei tassi, la Bce ieri ha presentato «una novità », come l’ha chiamata Lagarde, nel definire i tre pilastri che sorreggeranno la reazione di funzione in futuro: le decisioni sui tassi di riferimento saranno determinate 1) dalle valutazioni sulle prospettive di inflazione alla luce dei nuovi dati economici e finanziari, 2) dalla dinamica dell’inflazione di fondo, 3) dall’intensità di trasmissione della politica monetaria. Cosa significa tutto questo? Significa che in passato la Bce si è dovuta muovere velocemente, e ha dovuto decidere una serie di rialzi (l’inasprimento più forte dalla nascita dell’euro), per potersi almeno avvicinare a quel tasso abbastanza restrittivo (tasso terminale o peak rate) tale da ricondurre l’inflazione al target del 2% sul medio termine. Questa velocità ora non serve. Dopo sei rialzi, che hanno portato il tasso dei depositi da -0,50% nel luglio 2022 al 3% ieri, la Bce ritiene di essere arrivata in terreno restrittivo e che quindi da ora in poi le decisioni non saranno più incondizionate come nei mesi passati ma circostanziate, basate sui dati e tenendo conto dall’andamento dell’inflazione. La reazione di funzione dipenderà da tre fattori, ha spiegato Lagarde; le proiezioni macroeconomiche, perché la Bce guarda avanti. Le proiezioni dello staff dell’Eurosistema ieri hanno rilevato un’inflazione complessiva IAPC in calo nel 2023 al 5,3% rispetto al 6,3% pronosticato lo scorco dicembre; al 2,9% nel 2024 (3,4%) e 2,1% (2,3%). Visto che c’è molta incertezza, e che le proiezioni sono basate su modelli econometrici meno affidabili rispetto al passato, la Bce intende basare le prossime decisioni di politica monetaria guardando ad un’altra evidenza di rinforzo, per fare un controllo incrociato. Il secondo pilastro della reazione di funzione è indicato nelle dinamiche dell’inflazione di fondo, cosiddetta underlying inflation, da non confondersi con la core inflation. Quest’ultima, infatti, è l’inflazione al netto dei prezzi energetici e dei beni alimentari ed è solo una delle tante: l’inflazione core al netto dei beni energetici e alimentari ha continuato ad aumentare a febbraio e gli esperti nelle proiezioni si attendono una media del 4,6% nel 2023, livello più elevato di quello anticipato nelle proiezioni di dicembre. La Bce usa numerose inflazioni underlying: alcuni valori ora sono ancora molto elevati, altri stanno scendendo. Infine, per poter valutare la velocità con la quale arrivare al tasso terminale, il terzo pilastro della reazione di funzione della Bce sarà «l’intensità di trasmissione della politica monetaria» ovvero la velocità con la quale le condizioni del credito a famiglie e imprese si inaspriscono. Una volta raggiunto il tasso terminale, che è «abbastanza restrittivo cioè restrittivo quanto basta per riportare l’inflazione al 2% sul medio termine», la Bce vi rimarrà per il tempo necessario. Come ha detto Lagarde in conferenza stampa, c’è ancora strada da fare.
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