
Se ad abbandonare l’euro
fosse la Germania o la Francia per noi sarebbe decisamente un grande,
auspicabile, vantaggio. Viceversa, un’uscita repentina ed unilaterale da parte nostra rischierebbe di peggiorare le cose.
Se ad uscire, sbattendo la porta fosse, infatti, l’Italia, ci si
potrebbe trovare addebitate le passività registrate in target 2 (meno di
400 miliardi euro) e quelle presso la BCE (200 mld nel 2018) – da restituire “post exit” in euro… Meglio,
allora, sperare attivamente ossia fare in modo, che siano altri ad
abbandonare per primi l’eurozona, se possibile, incoraggiando
strategicamente tale scelta. Un tale “incoraggiamento” sarebbe
concretabile se il governo attuale, o più realisticamente quello futuro
prossimo, facesse finalmente quella necessaria scelta di autonomia, ricorrendo all’enorme mole di risorse interne, disponibile secondo i modi virtuosi proposti dal piano di salvezza nazionale (PSN),
smettendo nel contempo di continuare a infrangersi sullo scoglio del
consiglio europeo; scelta, quest’ultima, che non può che definirsi
criminale perché ritarda pericolosamente i tempi della risposta alla
crisi economica per partorire strumenti di ulteriore indebitamento che
non potranno non condurci tra le “amorevoli” braccia della Troika. Sono
tanti gli economisti che avvertono intorno ai rischi connessi ad un
exit unilaterale come l’economista Nino Galloni, tra i principali compilatori del PSN.
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