
Dai tempi dei faraoni, forse prima, il mito della vita eterna affascina gli uomini. In particolare i potenti, i quali già nell’antichità si affidavano agli stregoni, ai sacerdoti; i ‘sapienti del tutto cosmico’ godevano di stima, rispetto e venerazione forse più del sovrano stesso, visti i suoi poteri magici.
Il sacerdote vestiva un abito talare, cerimonioso (a volte pelle di pantera), aveva un bastone o un altro talismano da ostentare, e ogni genere di accortezze per distinguersi, rendersi unico agli occhi della gente, il popolo. Lui sapeva, lui aveva potere, gli altri no e guai a contestarne i dogmi, pena la trasformazione in ‘statua di sale’, o altra punizione letale.
Pur se dal presupposto sbagliato bisogna ammettere che almeno lo stregone custodiva il sapere di una visione globale delle cose: egli non curava e basta, non produceva solo elisir di lunga vita per l’imperatore o il ricco potente, ma si destreggiava con l’alchimia, l’osservazione delle stelle, fors’anche con l’animo umano. In parole povere comprendeva la visione di insieme del cosmo.
Il che non è molto distante da quanto sosteneva Socrate, cioè che l’Aretè (la virtù, la qualità) passasse attraverso la visione totale dell’uomo, fatto di anima e corpo insieme, per dirla con le sue parole quando descrive Ulisse “L’areté implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita e, di conseguenza, il rifiuto della specializzazione. Implica il disprezzo per l’efficienza… O, piuttosto, una concezione molto più elevata dell’efficienza, che esiste non in un solo settore della vita, ma nella vita stessa”.
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