Possibile riapertura a breve dei reparti Covid negli ospedali dove i posti letto sono sempre di meno. L’aumento dei contagi da Omicron 5 sta ricominciando a mettere in tensione il sistema sanitario. L’indice di trasmissibilità è aumentato a 1,30 da 1,07, e l’incidenza dei casi Covid, a 763 da 504 come spiega il monitoraggio settimanale Iss-ministero Salute. L’ondata estiva, la quinta, del Covid trascinata da Omicron 5 - salita ormai al 60% - comincia a lasciare il segno. Sono ormai quasi un milione (921mila) gli italiani positivi in isolamento a casa - ieri ancora 86.334 i nuovi contagi - anche se quelli reali sono molti di più, almeno il doppio, ma senza il tampone “ufficiale” e solo con il test fai da te comprato in farmacia restano sommersi. La crescita dei positivi è esponenziale, +50% ogni 7 giorni: l’incidenza nel giro di due settimane è passata da 310 casi ogni 100mila abitanti a 504 e poi a 763 nell’ultimo report dell’Iss pubblicato ieri che registra un Rt schizzato a 1,30, ben sopra la soglia epidemica. Numeri che mettono già a rischio i servizi essenziali, a cominciare dalla Sanità dove solo a giugno gli operatori positivi che sono rimasti a casa in quarantena sono stati 20mila. Un assaggio di quello che potrebbe accadere a luglio quando nel giro di due tre settimane si dovrebbe raggiungere il picco e gli isolamenti domiciliari potrebbero essere molto di più con trasporti, ospedali e altri servizi pubblici che alle prese anche con i giorni di ferie potrebbero essere costretti a ridurre le prestazioni. Da qui le prime richieste anche all’interno del Governo di rivedere l’obbligo di isolamento almeno per chi è asintomatico e lavora nei servizi essenziali o comunque prevedendo mini quarantene come accade negli Usa dove i positivi asintomatici possono uscire di casa dopo 5 giorni e senza obbligo di tampone. L’ondata estiva comincia poi a farsi sentire anche negli ospedali dove da almeno una decina di giorni hanno ricominciato a salire i ricoveri: ieri +3 terapie intensive e +238 ricoveri negli altri reparti. Il tasso di occupazione di pazienti Covid nelle terapie intensive è ancora basso (2,6% dal 2,2% di una settimana fa ) mentre quello nei reparti ordinari sale più velocemente (ora al 10,3%) rispetto al 7,9% di sette giorni fa. Ma raddoppiano rispetto a una settimana fa e salgono a quattro le Regioni che superano la prima soglia di allerta del 15% per i ricoveri ordinari, con l'Umbria al 25,7%, seguita da Sicilia (22%), Calabria (18,7%) e Valle d'Aosta (15,3%). Il presidente della Fiaso (la federazione degli ospedali italiani) Giovanni Migliore conferma l’aumento dei ricoveri per Covid con sindromi respiratorie e polmonari (+ 34,5%), mentre i ricoverati con Covid, (che arrivano in ospedale per altri motivi e vengono trovati positivi), salgono del 10 per cento. Un problema quello della gestione dei positivi che sta esplodendo nelle corsie degli ospedali dove stanno riaprendo i reparti Covid. «I nostri posti letto riservati a pazienti Covid sono già in larga misura occupati e questo vuol dire che dobbiamo ridefinire il piano Covid per la nostra sanità », ha annunciato ieri il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Che attacca Governo e ministro della Salute Roberto Speranza: «Non hanno provveduto a rifinanziare i medici, gli infermieri delle Usca. Noi come Campania - spiega De Luca - abbiamo dovuto fare una proroga a carico della Regione fino al 31 agosto. Sono cose vergognose: è come se noi il ministero della Salute non lo avessimo. Sembrano in confusione totale». Le Usca sono le squadre speciali di medici e infermieri impegnate fin dal marzo 2020 in prima linea nella lotta contro il Covid, fornendo cura e assistenza domiciliare ai malati che non necessitano di ricovero ospedaliero e ai pazienti in isolamento fiduciario, che si sarebbero dovute chiudere a fine giugno. Le prime tre regioni a prorogarle sono state l’Emilia Romagna, la Sardegna e le Marche.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
domenica 3 luglio 2022
Centrali idroelettriche: -60% di produzione su base annua
Per ora la stima è solo provvisoria ma tale da far scattare l’allerta rossa per l’intero comparto. Perché, senza una reale inversione di tendenza nei mesi di novembre e dicembre, la produzione di energia garantita dalle 4mila centrali idroelettriche disseminate lungo la penisola, che mediamente assicurano 45 terawattora di elettricità l’anno (il 15% del fabbisogno italiano), è destinata a crollare del 60 per cento. Facendo sostanzialmente una media tra la contrazione del 50-55% per le strutture situate sui corpi idrici principali e il calo del 65-70% per gli impianti collocati nei corsi d’acqua secondari. È questo il grido d’allarme lanciato da Assoidroelettrica, la principale associazione di categoria che riunisce 427 operatori per 4,5 miliardi di chilowattora annui prodotti, il 40% delle società del settore. «Stiamo vivendo l’anno peggiore della storia dell’idroelettrico - spiega al Sole 24 Ore il direttore generale dell’associazione, Paolo Taglioli -. Mai così poca acqua, mai un governo così distante dalle nostre esigenze. A oggi non abbiamo ricevuto alcun riscontro alla nostra istanza di riconoscimento dello stato di calamità naturale, indispensabile per ottenere la sospensione del pagamento di mutui e canoni». Nei giorni scorsi, l’associazione aveva infatti inviato una missiva al premier Mario Draghi e al capo del dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio per denunciare le previsioni catastrofiche della produzione idroelettrica italiana e per evidenziare lo stato di profonda sofferenza di numerose imprese impossibilitate a far fronte al pagamento di concessioni e mutui e costrette a dichiarare fallimento per il crollo degli introiti.Nella stessa comunicazione, Assoidroelettrica era poi tornata a sottolineare il pesante impatto del contributo previsto sul comparto. «La recente pubblicazione della delibera Arera, attuativa della legge di conversione del Sostegni ter, prevede un prelievo di circa l’80% del nostro fatturato - prosegue Taglioli -. Assoidroelettrica si è già attivata per impugnarla, chiedendo la sospensiva, in quanto tale prelievo se applicato cagionerebbe alle nostre aziende un danno irreparabile». La mancata attivazione dello stato di calamità naturale, che l’associazione aveva chiesto a inizio marzo, avrebbe consentito al settore di tirare una boccata d’ossigeno grazie alla sospensione di canoni e sovracanoni e allo stop alle rate di mutui e leasing. Così, però, non è stato e i produttori fanno ora i conti anche con gli effetti della lunga ondata di siccità che ha finito per amplificare l’impatto determinato a inizio anno dall’assenza di neve sulle montagne e dalla scarsità d’acqua nei laghi e nei fiumi ridotti praticamente a ruscelli. «Se fino a oggi - precisa il dg di Assoidroelettrica -le centrali più grandi hanno potuto contare sulle scorte d’acqua contenute nei bacini e, in questi giorni, dove presenti, della fusione dei ghiacciai, i prossimi mesi saranno assai critici. Giunti in questo periodo, l’unica reale speranza è quella di avere un autunno mediamente piovoso e un reale cambiamento di rotta negli ultimi mesi dell’anno».
Così i rincari di luce e gas zavorrano le bollette
C’è un dato che colpisce all’interno dell’ultimo aggiornamento trimestrale appena comunicato dall’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente: l’incidenza del costo della materia prima, sia che si tratti di energia o gas, sull’esborso pagato dalle famiglie e dalle piccole imprese. Così, se si scorpora il lieve aumento (+0,4%) che segnerà le bollette dell’energia elettrica del prossimo trimestre, si scopre che a far salire il conto finale è soprattutto quel +5,5% di incremento relativo alla voce energia (PE), nel quale è incluso il costo previsto per l’acquisto dell’energia elettrica che viene poi rivenduta ai clienti finali, come pure le perdite di rete, cioè il “peso” dell’energia che non arriva in modo utile al punto di consegna. A questo, si affianca poi lo scarto, ancorché leggero (+0,6%), legato al cosiddetto dispacciamento, in cui è invece incluso il costo del servizio che garantisce, in ogni momento della giornata, l’equilibrio tra l’energia complessivamente immessa nelle reti elettriche e quella prelevata dai clienti finali, mentre si riduce del 5,7% un’ulteriore componente, quella della perequazione, che insieme alle prime due rappresenta il 75,1% della spesa totale per l’energia elettrica. La stessa dinamica si osserva, poi, anche sul fronte del gas. Ma qui l’aumento della commodity è ancora più accentuata: la crescita della componente materia prima segna infatti un +16,2%, al quale va aggiunto anche l’incremento delle voci legate alle tariffe di trasporto (+3,5%), che sono state però controbilanciate dall’intervento straordinario dell’Autorità di riduzione del -19,7% legata alla variazione della componente UG2. Quest’ultima serve sostanzialmente a garantire che gli importi complessivamente versati dai clienti tramite la commercializzazione (Qvd) equivalgano a quelli complessivamente sostenuti dalle imprese di vendita per i clienti serviti a condizioni di mercato e quelli in regime di tutela e si compone di una parte applicata in misura fissa e di quota legata al gas consumato con il prezzo che aumenta se vengono superate determinate soglie di consumo annuo. Se, dunque, non ci fosse stata la combinazione degli interventi del governo e delle misure regolatorie dell’Authority, ci sarebbero stati un incremento del 45% della bolletta gas e un aumento del 15% per quella elettrica. Ma l’effetto “materia prima”, che ha finito per zavorrare sia la fattura della luce che quella del gas, è stato invece sterilizzato. In modo da avere solo un lieve aumento sul primo fronte, mentre sull’altro versante non si è registrata alcuna variazione.
Quei rimedi diversi per curare la malattia globale dei prezzi
L e quattro maggiori banche centrali occidentali del mondo – FED, BCE, più Banca d'Inghiterra e del Giappone – hanno la stessa priorità – combattere l'inflazione – ma le cure dovranno essere diverse. In questi giorni i rispettivi banchieri centrali hanno rimarcato che il loro compito principale è quello di difendere il valore della moneta. E' un passaggio importante, perchè nell’ultimo trentennio l’assenza di un problema inflazionistico ha fatto dimenticare a tanti che la stessa ragione d’essere di avere delle banche centrali indipendenti è legata alla loro capacità di garantire la stabilità monetaria. Infatti all’origine dell’indipendenza delle banche centrali c’è un fatto che, se non si conosce l’analisi economica e la storia, può apparire paradossale: la politica monetaria viene decisa da burocrati – i banchieri centrali – non eletti. La ragione? in un economia moderna, in cui le aspettative sono fondamentali per determinare l’efficacia della politica monetaria, chi la controlla deve essere credibile. (😂😂😂) Ed i politici non lo sono, perchè la loro endemica esigenza di massimizzare il consenso immediato, trascurando i costi posticipati di ogni scelta, rende lo stampar moneta una tentazione irresistibile. Per cui, dagli anni Ottanta in avanti, sono stati gli stessi politici, incapaci di contrastare l’inflazione, a consegnare la politica monetaria ai banchieri centrali, rendendoli indipendenti dai governi. (PALLE !) L’indipendenza è stata per i politici una moneta a due teste, con cui vincevano sempre: se l’inflazione veniva battuta, potevano attribuirsene il merito, avendo reso indipendenti le banche centrali; nel caso contrario, si poteva sempre dare la colpa proprio ai banchieri centrali. Ma il risultato c’è stato: l’analisi empirica mostra che il generale l’indipendenza ha contributo ad evitare che i politici facessero un uso sistematico della tassa da inflazione, fonte di diseguaglianza e di iniquità . Mai dimenticarlo, soprattutto quando taluno avanza l'ipotesi di annacquare il mandato delle banche centrali. Oggi il rischio inflazione è tornato in cima all’agenda politica. Ed allora, quale è la cura? Per tre banche centrali – FED, Banca di Inghilterra, BCE – la politica monetaria deve smettere di essere ultraespansiva, occorre normalizzare. Traduzione: i tassi di interesse nominali e reali devono tornare stabilmente positivi. Perchè? La risposta è la stessa: per influenzare correttamente le aspettative, la politica monetaria deve convincere tutti che i prezzi al consumo non saliranno in modo permanente; altrimenti, per le famiglie conviene spendere di più subito, e chiedere salari e stipendi più alti, per le imprese continuare ad alzare i prezzi. Ma la normalizzazione monetaria con che modalità e con quale velocità deve avvenire? Qui la cura deve essere differente, a seconda che lo shock inflazionistico sia prevalentemente alimentato da un eccesso di domanda aggregata, oppure tragga origine dai una salita dei costi, quindi dal lato della offerta aggregata. Il caso di eccesso di domanda aggregata, con il rischio che l’aumento dei prezzi venga permanente incorporato nella dinamica di salari e stipendi, è quello che caratterizza lo scenario che ha di fronte la FED, mentre l’inflazione da costi è quella che per ora la BCE deve gestire. La Banca d’Inghilterra è in una scomoda posizione di mezzo. Inoltre, c’è l’alto stock di debito pubblico, che spinge in opposte direzioni: la FED ad accellerare, per difendere il valore reale del rendimento dei titoli americani, la BCE a rallentare, per evitare l’effetto di frammentazione dei mercati. Ed il Giappone? La sua banca centrale è convinta che il rischio di prezzi anemici non sia stato ancora sconfitto, quindi la cura giusta per le aspettative è continuare con una politica monetaria espansiva. Insomma, ciascuna inflazione avrà bisogno di una sua specifica cura. Le pressioni sui medici – i banchieri centrali – aumenteranno, a partire dai politici. A tutela dei cittadini, c’è il presidio dell’indipendenza. Da garantire. Ora più che mai.
Finito il Qe parte lo scudo (pandemico) anti spread
Il QE iniziato nel 2014 e gli acquisti netti dei titoli dei 19 Paesi membri nel programma PAA, per allentare ovunque le condizioni di finanziamento, sono terminati ieri. E ieri stesso, in vista del rialzo dei tassi il 21 luglio, è ricominciata anche la lotta contro la frammentazione finanziaria e spread eccessivi. Dal primo luglio è scattata la flessibilità dei reinvestimenti del capitale rimborsato nell’ambito del programma pandemico Pepp. Si tratta della stessa flessibilità degli acquisti netti: i reinvestimenti potranno essere adeguati in maniera flessibile, fra le varie classi di attività e i vari Paesi in qualsiasi momento. Per evitare che gli spread tra i titoli degli Stati ad alto e a basso debito pubblico si allarghino troppo, oltre i fondamentali economici, la Bce è pronta ad usare lo strumento della flessibilità nei reinvestimenti. Questo significa che quando scade il titolo di un emittente sovrannazionale AAA o di uno Stato a basso debito pubblico, per esempio Germania oppure Olanda o chissà anche l’Irlanda, invece di reinvestire quel capitale riacquistando un titolo dello stesso emittente sul mercato secondario, la Bce utilizzerà quel capitale per acquistare il titolo di uno Stato altamente indebitato, sotto pressione nei mercati con uno spread troppo elevato: come è accaduto di recente a Italia, Spagna o Portogallo. Questo nell’ambito della normalizzazione, una politica monetaria che prevede l’inasprimento delle condizioni di finanziamento, in maniera uniforme nell’area dell’euro, per riportare l’inflazione al 2%. In base a uno scoop della Reuters, non smentito dalla Bce, la flessibilità sul Pepp suddividerebbe gli Stati tra “donatori”, neutrali e “destinatari”. La Francia per esempio ambisce ad avere uno standing come quello della Germania, ma non regge il confronto con il debito/Pil tedesco. La Francia viaggia da anni ben sopra il 100% (112,9% a fine 2021) mentre la Germania orbita attorno al 69% e se non ci fosse stata la pandemia sarebbe tornata sotto la soglia di Maastricht del 60%. Per non danneggiare lo spread dei Paesi intermedi, secondo Reuters la flessibilità Pepp avrebbe previsto gli Stati “neutrali” con stock di titoli invariato, fuori dalla flessibilità . Certo è che il mancato reinvestimento dei titoli in scadenza, in titoli equivalenti è come una vendita: per evitare che lo stock dei titoli tedeschi nel portafoglio della Bce possa ridursi troppo con gli interventi anti-spread, il capitale di altri titoli, emessi dagli enti sovrannazionali come la Bei, sarà reinvestito con finalità anti-spread. Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo, in un intervento al Parlamento europeo ieri, ha sottolineato che «l’unione, non la frammentazione, ci rende più forti» in Europa. Combattere la frammentazione rientra nella normalizzazione della politica monetaria e aiuta la Bce ad alzare i tassi adeguatamente per riportare l’inflazione al 2%, a vantaggio di tutti gli Stati nell’area dell’euro. Una reazione eccessiva dei mercati agli shock esterni genera una stretta asimmetrica delle condizioni di finanziamento che si auto alimenta e che danneggia tutti i Paesi membri dell’euro. Secondo Panetta, non bisogna solo guardare ai Paesi più vulnerabili, le cui condizioni di finanziamento possono peggiorare troppo con un allargamento eccessivo degli spread, ma anche ai Paesi meno vulnerabili oggetto di un aumento dei flussi di capitale che porta a una compressione dei rendimenti e di conseguenza a condizioni di finanziamento «troppo allentate», a un’inflazione «troppo alta» rispetto all’orientamento di normalizzazione della politica monetaria. La frammentazione nuoce a tutti i Paesi, con spread troppo ampi e troppo stretti.
L’inflazione (8%) torna ai livelli del 1986 ma lo spread scende sotto quota 200
I rincari dell’energia stanno contagiando tutte le categorie produttive, tanto da spingere l’inflazione di giugno all’8% sull’anno con una crescita dell’1,2% su maggio. Il dato preliminare Istat riposta l’Italia ai livelli del 1986. il costo del così detto carrello della spesa balza del 6% a causa dei rincari degli alimentari e dei detersivi. Intanto la Bce archivia il programma sull’acquisto di bond e lancia lo scudo anti spread che ieri è sceso e ha chiuso a 195 punti base.Inflazione in Italia mai così alta dal gennaio 1986, ben oltre 36 anni fa. Secondo le stime preliminari dell’Istat, lo scorso mese l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registra un aumento dell’1,2% su base mensile, e dell’8,0% su base annua (dal +6,8% registrato mese precedente). Le tensioni inflazionistiche – rileva l’Istituto centrale di Statistica – «continuano a propagarsi dai Beni energetici agli altri comparti merceologici, nell’ambito sia dei beni sia dei servizi». Pertanto, i prezzi al consumo al netto degli energetici e degli alimentari freschi (componente di fondo +3,8%) e al netto dei soli beni energetici (+4,2%) registrano aumenti che non si vedevano rispettivamente da agosto 1996 e da giugno 1996. Nello stesso tempo, l'accelerazione dei prezzi degli alimentari, lavorati e non, spingono ancora più in alto la crescita di quelli del cosiddetto “carrello della spesa”, composto da alimentari, appunto, ma anche da beni per la cura della casa e della persona: +8,3% dal +6,7%) mai così alta Inflazione in Italia mai così alta dal gennaio 1986, ben oltre 36 anni fa. Secondo le stime preliminari dell’Istat, lo scorso mese l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registra un aumento dell’1,2% su base mensile, e dell’8,0% su base annua (dal +6,8% registrato mese precedente). Le tensioni inflazionistiche – rileva l’Istituto centrale di Statistica – «continuano a propagarsi dai Beni energetici agli altri comparti merceologici, nell’ambito sia dei beni sia dei servizi». Pertanto, i prezzi al consumo al netto degli energetici e degli alimentari freschi (componente di fondo +3,8%) e al netto dei soli beni energetici (+4,2%) registrano aumenti che non si vedevano rispettivamente da agosto 1996 e da giugno 1996. Nello stesso tempo, l'accelerazione dei prezzi degli alimentari, lavorati e non, spingono ancora più in alto la crescita di quelli del cosiddetto “carrello della spesa”, composto da alimentari, appunto, ma anche da beni per la cura della casa e della persona: +8,3% dal +6,7%) mai così alta da gennaio 1986, quando fu +8,6%. Su base tendenziale annua i dati evidenziano ancora di più il balzo enorme: per i beni energetici la crescita passa da +42,6% di maggio a +48,7% e in particolare degli energetici non regolamentati, da +32,9% a +39,9%. Quindi i prezzi dei Beni energetici regolamentati continuano a registrare una crescita molto elevata ma stabile a +64,3%, e dall'altra a quelli dei beni alimentari, sia lavorati (da +6,6% a +8,2%) sia non lavorati (da +7,9% a +9,6%), dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +4,4% a +5,0%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +6,0% a +7,2%). Come detto l'“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +3,2% a +3,8% e quella al netto dei soli beni energetici da +3,6% a +4,2%. Su base annua accelerano sia i prezzi dei beni (da +9,7% a +11,4%) sia quelli dei servizi (da +3,1% a +3,4%); si ampia, quindi, il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -6,6 di maggio a -8,0 punti percentuali). Incrementano anche dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +6,7% a +8,4%). L'aumento congiunturale mensile dell'indice generale è dovuto a diverse componenti e in particolare ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (+6,0%), dei Servizi relativi ai trasporti (+2,0%), degli alimentari lavorati (+1,7%), dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,3%) e dei beni non durevoli (+0,7%). L’inflazione acquisita per il 2022 è ora pari a +6,4% per l’indice generale e a +2,9% per la componente di fondo. Da ricordare che la media di aumento dei prezzi per l’intero 2021 è stata dell’1,9% e nel 2020 di addirittura del -0,1%, cifre che fotografano l’enorme balzo dei prezzi, che pure sotto pressione già per l’intero secondo semestre dello scorso anno, è stato registrato nei primi sei mesi 2022. Secondo le stime preliminari, l'indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra un aumento su base mensile dell'1,2% e dell'8,5% su base annua (da +7,3% nel mese precedente). Quindi sulla base di quanto comunicato, oltre ai prezzi energetici a determinare l'incremento sono anche i prodotti del “carrello della spesa”, e qui certamente pesa la siccità e le conseguenze sui prodotti freschi. Per Coldiretti gli aumenti vanno dal +10,8% per la frutta al +11,8% della verdura, «in una situazione resa già difficile dai rincari legati alla guerra in Ucraina che colpiscono duramente le imprese e le tavole dei consumatori». Il tema del caro-vita sarà al centro di un prossimo incontro tra il governo e le parti sociali, come ha annunciato al termine del consiglio Ue di una settimana fa e ribadito due giorni fa il presidente del consiglio, Mario Draghi.
RECESSIONE: RECESSION IS BACK!
Ora non c’è più alcun dubbio, la recessione è ufficialmente iniziata, non importa cosa diranno i banchieri centrali o le autorità preposte alla sua certificazione, ieri i mercati hanno messo il loro sigillo alla recessione.
Gas americano collassato sino a perdere il 17% in un istante, petrolio che mette a segno la terza seduta consecutiva in rosso, rendimenti dei bond che scendono su tutto l’arco della curva, ma soprattutto, mercati in profondo rosso ovunque, che certificano il peggiore semestre da oltre 50 anni.
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https://icebergfinanza.finanza.com/2022/07/01/recessione-recession-is-back/
LA FORZA DEL DOLLARO!
All’inizio dell’anno in OUTLOOK 2022 abbiamo suggerito che questo sarebbe stato l’anno del dollaro e così è stato, la forza travolgente della moneta americana sta mettendo in difficoltà l’intero sistema finanziario.
Oggi la BCE ha dato un altro piccolo colpo di grazia all’euro, il cambio è passato in un attimo da 1,06 a quasi 1,05, l’euro le sta provando tutte per superare il livello psicologico di 1,06.
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https://icebergfinanza.finanza.com/2022/06/29/la-forza-del-dollaro-2/
ORO COLATO!
Le notizie più importanti del fine settimana, oltre al suicidio politico del centrodestra al secondo turno delle amministrative, sono senza alcun dubbio, l’embargo dell’export dell’oro russo e il presunto default della Russia.
Per il resto c’è ben poco da aggiungere, il rimbalzo del mercato potrebbe finire oggi, anche se in realtà questo rimbalzo c’è stato solo per i mercati americani, mentre quelli europei non si sono mossi. Ultimi 4 giorni del mese e poi l’ingresso nel mese di luglio, ci dirà molte cose.
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https://icebergfinanza.finanza.com/2022/06/28/oro-colato/
RECESSIONE …CONSAPEVOLEZZA!
Ipocriti sino al midollo, l’inflazione energetica è quai esclusivamente opera dell’enorma massa di liquidità immessa e mantenuta nel sistema dalla Fed.
Si preferisce far crollare l’economia, far crollare l’occupazione e nessuna banca centrale risponderà mai delle proprie responsabilità , tranne dire come abbiamo visto ieri che l’economia è fondamentalmente solida.
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https://icebergfinanza.finanza.com/2022/06/24/recessione-consapevolezza/