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Robert Kennedy e il discorso sul PIL

😔😔😔  

domenica 30 gennaio 2022

Pnrr: slalom tra avvisi, bandi e gare per la verifica di marzo

 


Oltre trenta step intermedi, suddivisi tra tredici ministeri, che disegnano, da qui a fine marzo, ulteriori passaggi per l’efficace prosieguo del Piano di ripresa e resilienza. Con una premessa necessaria: in diversi casi, sono snodi che le stesse amministrazioni si sono date per tenere il passo. Non scadenze stringenti, dunque. Ma il messaggio contenuto nella fotografia integrale, disponibile sul sito del nuovo Osservatorio Pnrr del Sole 24 Ore da oggi on line, restituisce il senso della grande mole di lavoro che, dopo il conseguimento dei 51 obiettivi del 2021, bisognerà mettere in campo per non rallentare la corsa. E per arrivare puntuali alla prossima verifica di fine giugno. In gioco, come noto, ci sono i 24,1 miliardi di euro della seconda rata, divisi tra 12,6 miliardi di sussidi e 11,5 miliardi di prestiti, per ottenere i quali l’Italia dovrà condurre a traguardo 45 adempimenti. Uno sforzo consistente, dunque, che certo poco si concilia con la doppia incognita legata al voto per il Quirinale e al futuro del governo Draghi. Il cui approdo finale, qualora prevalessero soluzioni non sostenute da un’ampia maggioranza, rischia di complicare il cammino del Recovery Plan. Sul quale pesa anche la possibilità, come ha lasciato intendere due giorni fa il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, di una revisione del Piano italiano nella seconda parte dell’anno. Se sarà così è comunque ancora presto per dirlo. Di certo, però, ci sono adesso tutta una serie di tappe intermedie da portare a casa, come si evince anche dai contributi delle amministrazioni sullo stato di attuazione del Pnrr. La mole di lavoro più significativa riguarda il ministero della Transizione ecologica che dovrà da solo condurre a traguardo venti misure nel 2022, tra riforme e investimenti, un quinto di tutti gli obiettivi da conseguire nei prossimi dodici mesi. Quanto ai futuri passaggi, da qui a fine marzo, il Mite si è impegnato, tra l’altro, a preparare il documento di valutazione ambientale strategica (Vas) in vista dell’entrata in vigore, entro il 30 giugno, del decreto ministeriale per il Programma nazionale di gestione rifiuti, chiamato a indicare i macro-obiettivi e a fissare la direzione alla quale Regioni e Province autonome dovranno attenersi nell’elaborazione dei propri piani. Sempre entro marzo, poi, stando a quanto comunicato dal Mite nell’ultima relazione sull’avanzamento del Piano, è prevista la stesura del programma d’azione, nell’ambito dell’investimento per la rinaturazione dell’area del Po, con cui l’Autorità di bacino metterà in fila tutti gli interventi da finanziare. Ulteriori adempimenti discendono inoltre da una delle riforme che il ministero dovrà mettere in pista quest’anno, vale a dire la semplificazione e l’accelerazione delle procedure per la realizzazione di interventi per l’efficientamento energetico (con timing entro il 30 giugno). Tra i dicasteri impegnati sugli step intermedi figurano poi, la Salute, che dovrà districarsi tra bandi e procedure di gara per dar seguito ad alcune delle misure da attuare, a cominciare dalla realizzazione delle case di comunità, e il Lavoro che si è dato l’obiettivo di approvare la mappatura degli insediamenti illegali (e, entro giugno, del relativo decreto ministeriale) ai fini della messa a punto di una nuova strategia di contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura.Mentre le Politiche agricole saranno alle prese con la pubblicazione dei primi bandi nell’ambito di due interventi cruciali in capo al Mipaf: lo sviluppo logistico per il sistema agroalimentare e l’ammodernamento del settore agricolo. All’Università, invece, si dovrà, tra l’altro, procedere alla pubblicazione del decreto ministeriale per promuovere la mobilità di figure di alto profilo tra atenei, infrastrutture di ricerca e aziende. Va poi detto che alcune amministrazioni hanno anche deciso di accelerare rispetto ai prossimi target. L’ha fatto, per esempio, l’Istruzione per proteggere il cammino del Piano dai possibili futuri scenari politici, come si racconta nell’altro articolo in pagina. E altre hanno perfino già messo in cascina alcuni traguardi fissati per marzo. È il caso del Mise che ha approvato in anticipo il decreto che delinea la politica di investimento dei contratti di sviluppo. Mentre il Mims ha già archiviato, con il via libera al decreto Infrastrutture, la semplificazione delle norme per accelerare gli investimenti nelle infrastrutture idriche primarie e delle procedure per la pianificazione strategica in ambito portuale. Ed è molto avanti anche sul Programma innovativo della qualità dell’abitare (Pinqua), grazie al quale saranno messi a disposizione di Regioni, Comuni e città metropolitane 2,8 miliardi di euro per riqualificare e incrementare il patrimonio riservato all’edilizia residenziale sociale.

Da Washington un fumoso cambio di rotta

 


NON PUO' FARE ALTRO SE NO SALTA TUTTO ! (🤫😉🤫😉)

 Ãˆ un comportamento che è tanto più razionale quanto più si assume che il banchiere centrale sia un burocrate opportunista. Non sarebbe certo la prima volta. E, come ogni volta, potremo assistere al paradosso di una banca centrale che rischia di accelerare quello che invece dice di voler scongiurare.

L a Fed dice e non dice, ed allora si scommette sul corso futuro della politica monetaria. Invece di indicare una rotta, la banca centrale preferisce farsi scarrocciare dai mercati, per poi dire che la comunicazione funziona. E il gioco della mosca nocchiera continua. Il mare macroeconomico è sempre più agitato. Lo ha detto l’altro ieri il Fondo Monetario Internazionale. Il Fondo rivede al ribasso le sue stime, parlando esplicitamente di un rischio stagflazione, cioè di crescita anemica, unita a prezzi al consumo in salita. Ma ancor più interessante è l’analisi complessiva, che accende i riflettori sulle quattro maggiori incognite che gravano sullo scenario mondiale: il perdurante rischio pandemico; le strozzature dal lato dell’offerta aggregata; l’incognita sul mercato del lavoro statunitense. Infine, per ultima ma non meno importante, il Fondo cita la reazione delle politiche monetarie, ed in particolare della Federal Reserve, che - si dice dovrebbe essere particolarmente attenta a quello che fa e dice, sia perchè ha un mandato duale, sia perchè vedrà cambiare la sua composizione, essendoci tre seggiole del suo consiglio da riempire. Infine, il Fondo continua ad affermare che il surriscaldamento dell’inflazione, ancorché più lungo del previsto, deve essere considerato temporaneo. Dunque sono cinque i fattori che rendono alte le onde. Allora, per contribuire a calmare le acque, dalla Fed dovrebbero arrivare risposte chiare su almeno tre argomenti, che rientrano nel suo perimetro di responsabilità. Per ogni argomento, risposte chiare dovrebbe significare essere trasparenti su tre aspetti: che cosa, come e quando. Primo: quanto lontano è l’obiettivo della piena occupazione negli Stati Uniti? Un quesito cruciale, visto che l'ultima volta che la Federal Reserve esplicitò la sua strategia - era l’agosto del 2020 – si disse che, tra rischio disoccupazione e rischio inflazione, il primo era di gran lunga più importante del secondo,e che comunque i due rischi sono oggi meno correlati che in passato. Inoltre, si affermò che si sarebbe tollerata una crescita dei prezzi al consumo maggiore del target del due per cento, tenendo conto di una inflazione media, purtroppo però senza esplicitare cosa si intendesse per media. Se la Fed non risponde a questa domanda, i mercati scommettono: i più scommettono sull’eventualità che gli Stati Uniti stiano raggiungendo la piena occupazione, e quindi la priorità deve essere raffreddare l’inflazione. Secondo: pensa la Fed, come il Fondo, che l’inflazione debba continuare ad essere considerata un fenomeno temporaneo? Se la Fed non risponde anche a questa seconda domanda, i mercati hanno un’altra scommessa; più ci si aspetta che l’inflazione non sia temporanea, più si prevede una politica restrittiva, con due ulteriori rivoli di incognite: quanti rialzi dei tassi ci saranno nel 2022? come sarà disegnato il drenaggio della liquidità? Terzo: pensa la Fed, come il Fondo, che l’inflazione sia essenzialmente legata alle strozzature dal lato dell’offerta, e che quindi eventuali politiche restrittive basate su aumenti dei tassi di interesse risultino essere meno inefficaci? Purtroppo anche ieri la comunicazione ufficiale della banca centrale americana non ha dato una risposta sistematica ed esauriente a nessuno dei tre quesiti. Durante la conferenza stampa, i tentativi giornalisti di avere maggiore chiarezza sono stati sistematicamente, ancorché elegantemente, rimbalzati al mittente. Risultato finale: quando più la Fed continuerà ad essere opaca, quanto più sarà facile che, invece di contribuire a ridurre i marosi, apre ancora di più l’otre di Eolo. È un comportamento che è tanto più razionale quanto più si assume che il banchiere centrale sia un burocrate opportunista. Non sarebbe certo la prima volta. E, come ogni volta, potremo assistere al paradosso di una banca centrale che rischia di accelerare quello che invece dice di voler scongiurare. Con la benedizione della parte più miope della politica e dei mercati.

Quando la Fed stringe la cinghia Wall Street sale

 

L’inflazione, quindi, arrivava più dall’offerta (aumenti dei prezzi delle materie prime) che dalla domanda.

E L'ECONOMIA STA ANDNADO BENE.......? (🤔🤣🤔🤣)

La Fed non cambia linea e traccia un percorso di strette monetarie. Quel che è ormai certo è che si parte «a breve». La durata del programma invece verrà scandita dagli eventi, dai dati macro, in particolare da inflazione ed occupazione, i due sorvegliati speciali dalla banca centrale statunitense. Tassi più alti fanno rima con rendimenti obbligazionari più attraenti. Questo vuol dire che i mercati azionari sono destinati a soffrire la competizione dei bond? Il passato, che certo non può essere mai considerato anticipatore del futuro, offre comunque importanti spunti di riflessione. Soprattutto se consideriamo che, contrariamente a quanto si possa immaginare, nei 12 cicli di rialzo dei tassi impostati dalla Federal Reserve dagli anni ’50, in 11 casi su 12 (quindi il 91%) l’S&P 500 ha registrato un rialzo annuo del 9%. Il dato più elevato risale al 1958-1959 quando l’indice azionario realizzò una performance annua del 24,5%. Molto bene anche il responso del periodo 1987-1989 (+16,2%). Nell’ultima tornata di strette - quando dal 2015 al 2018 la Fed ha alzato per nove volte il costo del denaro portandolo dallo 0,5% al 2,5% - il più grande paniere azionario statunitense è salito ogni anno al ritmo dell’8,4%. L’unico precedente in rosso risale al 1972- 1974, quando la Borsa si avvitò con un calo annuo dell’8,6%. I dati quindi ci raccontano che Wall Street, al contrario delle apparenze, è abituata a convivere piuttosto bene con le fasi in cui la Fed stringe la cinghia. Come mai? Innanzi tutto perché il nemico numero uno degli investitori non sono i tassi ma l’incertezza. Quindi la volatilità e le correzioni azionare solitamente arrivano prima che il sentiero venga tracciato con chiarezza. Lo dimostra questo turbolento inizio d’anno. Prima del meeting terminato ieri - con il governatore Jerome Powell che difatti anticipato il piano che intenderà seguire nei prossimi mesi, con la fine del tapering a marzo e rialzo dei tassi a breve - i mercati sono arrivati molto nervosi e pieni di dubbi tanto sul fronte tassi (quanti aumenti e quando?) quanto sul fronte della riduzione del bilancio, arrivato alla cifra monstre di 9mila miliardi di dollari e simbolo inequivocabile dell’espansione monetaria senza freni degli ultimi anni. Un nervosismo che ha portato il Nasdaq ad arrivare a perdere nel momento di volatilità più acuto fino al 18% e l’S&P 500 quasi al 10%. Quando il quadro è fosco, in preda all’incertezza e all’ansia, gli investitori vanno spesso a scontare gli scenari peggiori possibili. Per non essere poi colti alla sprovvista. C’è poi un altro motivo, meno psicologico e più di natura fondamentale. Non va dimenticato che quando una banca centrale alza il costo del denaro, nella maggior parte delle casi lo fa per evitare che l’effervescenza dell’economia generi un livello di inflazione troppo elevato. Il dato di fondo è però molto buono: un’economia in salute. Fin troppa. Ciò vuol dire che le aziende quotate in Borsa stanno generando utili e ricavi in crescita e di conseguenza le quotazioni tendono ad apprezzarsi. Questo vuol dire che anche al nuovo giro che la Fed sta per avviare andrà tutto bene? Nessuno ha la sfera di cristallo per dirlo. Tuttavia bisogna fare molta attenzione. La lezione che ci dà il passato è, infatti, che nell’unico caso in cui Wall Street è andata giù durante le fasi di rialzo dei tassi risale al 1972-1974. Un periodo molto delicato per il mondo occidentale che dovette affrontare una brusca carenza di petrolio e il conseguente aumento spropositato dei prezzi dell’energia. L’inflazione, quindi, arrivava più dall’offerta (aumenti dei prezzi delle materie prime) che dalla domanda. E questo è un punto che accomuna quella difficile fase storica con i tempi attuali. Perché dietro quel 7% di inflazione generata a dicembre negli Usa una fetta importante è legata ai prezzi dell’energia. E dietro quel 5,5% di inflazione “core” (depurata da alimentari ed energetici) c’è comunque il rincaro di tante altre materie prime i cui valori nell’ultimo anno si sono impennati per i vari colli di bottiglia alla catena di produzione. Quindi anche adesso ci troviamo ad affrontare un’inflazione che nasce da problemi legati all’offerta. Quelli più difficili da affrontare per un mercato azionario. C’è però una grande differenza rispetto 1972- 1974: allora non c’era quell’abbondante liquidità che circola oggi nelle sale finanziarie. In questo contesto i mercati avranno quindi il loro bel da fare nei prossimi mesi. 



La Fed preannuncia il primo rialzo dei tassi in marzo


LA FED FA RIDERE I POLLI !

Il messaggio non poteva essere più diretto. Il comunicato ufficiale della Federal Reserve ha avvertito che «con un’inflazione molto al di sopra dell’obiettivo del 2% e un mercato del lavoro forte, il Comitato (di politica monetaria, Fomc, ndr) si aspetta che sarà presto appropriato elevare il range per i Federal funds», che al momento resta tra lo zero e lo 0,25%. Gli acquisti di titoli saranno azzerati - è stato confermato - all’«inizio di marzo». Nella riunione del 16 saranno quindi terminati e la stretta, che sarà lenta e graduale, potrà avere inizio «se le condizioni saranno appropriate», ha detto il presidente Jerome Powell in conferenza stampa. A dicembre, sempre nel comunicato ufficiale, la Fed aveva semplicemente parlato di un’inflazione che aveva «superato l’obiettivo del 2% per qualche tempo» - Powell ha riconosciuto che da allora la situazione «Ã¨ leggermente peggiorata» - e non aveva fatto alcun riferimento all’occupazione. L’indicazione del «mercato del lavoro forte» è allora la frase chiave, quella necessaria perché la Fed potesse davvero dare il via al rialzo dei tassi. Ancora a fine 2021, infatti, la banca centrale Usa spiegava che i tassi dovessero restare fermi «fino a quando le condizioni del mercato del lavoro non avranno raggiunto un livello coerente» con la definizione di massima occupazione. Invariata invece la diagnosi dell’economia. Pur ripetendo che le prospettive dipendono dall’andamento della pandemia, la Fed ritiene ancora che «gli indicatori dell’attività economica hanno continuato a rafforzarsi», e anche i «settori più duramente colpiti dalla pandemia sono migliorati», malgrado la nuova ondata di contagi. Soprattutto, «l’aumento dei posti  di lavoro è stata notevole nei recenti mesi e il tasso di disoccupazione è sceso notevolmente». Sulle prospettive continuano a pesare «rischi», compresi quelli posti da eventuali nuove varianti del coronavirus. L’ondata di contagi generata dalla Omicron «sicuramente peserà» - ha spiegato Powell - su alcuni settori in particolare, come viaggi e ristoranti, ma in generale su tutta l’economia. La Fed, con molti esperti, prevede però una rapida fine di questa fase e un veloce ritorno a una forte ripresa dell’attività economica, caratterizzata da un mercato del lavoro «molto forte», ha aggiunto Powell, con salari in crescita alla velocità più alta rispetto al passato e in eccesso rispetto alla produttività. I progressi sull’occupazione sono stati ad ampio raggio, e hanno coinvolto anche minoranze come gli afroamericani e gli ispanici, che spesso restano indietro. L’economia, è la conclusione, «non ha più bisogno di sostenuti e alti livelli di accomodamento monetario». Una volta iniziata la stretta - della quale non è stato definito un ritmo preciso, ha precisato Powell - anche le dimensioni del bilancio della Fed saranno ridotte «in modo prevedibile», soprattutto attraverso la gestione dei reinvestimenti dei titoli in scadenza; anche se non sono stati ancora decisi «tempi, ritmo e altri dettagli» dell’operazione. La stretta sarà graduale. «Penso che ci sia spazio per alzare i tassi senza minacciare il mercato del lavoro», ha spiegato Powell. Anche perché, ha aggiunto, altri fattori in gioco potrebbero raffreddare i prezzi: le strozzature dell’offerta dovrebbero ridursi, anche se i tempi sono incerti, mentre «la politica fiscale sosterrà meno la crescita, quest’anno». Il rialzo ha soprattutto lo scopo, allora, di evitare che l’inflazione diventi troppo «radicata» nelle aspettative degli operatori economici, sui prezzi e sulle mosse della stessa Fed: «La politica monetaria - ha ricordato Powell - funziona in modo significativo attraverso le aspettative». Il parziale irrigidimento delle condizioni finanziarie - sostanzialmente il rialzo dei rendimenti accompagnato da un po’ di volatilità - è per Powell «appropriato». La Fed, in ogni caso, è consapevole di navigare in un mare di incertezza tra gli scogli di due scogli, l’inflazione da un lato e il rischio di una brutta frenata della crescita dall’altro e si muoverà di conseguenza con cautela, prestando attenzione ai fattori che potrebbero rallentare i progressi: il Covid, la durata delle strozzature dell’offerta e, ha ammesso Powell, anche «la situazione in Europa orientale». Anche per questo motivo non è stato definito un ritmo predefinito per la piccola stretta - i livelli di partenza sono molto bassi - che potrebbe presto iniziare.

Solo vuoti d’aria o vera crisi? Perché la Borsa impazzisce

 

In quel caso la crisi di Borsa rischierebbe di avvitarsi, mettendo banche centrali ed economia al muro. Ma per ora questo livello ancora pare lontano. Fed permettendo.

SONO GIA' AL MURO !

Ormai la faccenda si fa seria: con i ripetuti crolli delle Borse, pur seguiti da vertiginosi ma sporadici rimbalzi, anche i più incalliti ottimisti iniziano a porsi qualche domanda. Una soprattutto: siamo di fronte a un fisiologico ritracciamento degli indici, che erano un po’ troppo esuberanti soprattutto nel settore tecnologico, oppure siamo all’alba di un vero cambio di rotta e di una vera caduta? Insomma: una pausa o festa finita? Sul mercato, tra gli operatori, resta un discreto ottimismo: la maggioranza resta convinta che il 2022 sarà un anno positivo per le Borse, pur con alti e bassi e con performance modeste. Ma dato che nessuno ha la sfera di cristallo, l’unica cosa da fare per dare una risposta a quella domanda è di cercare dati e indicatori che facciano pendere la bilancia o verso il «ritracciamento fisiologico» oppure verso lo scenario peggiore del cambio di rotta. Il Sole 24 Ore l’ha fatto. E il risultato finale è solo parzialmente tranquillizzante: per ora sono maggiori gli indicatori che fanno sperare in un normale ritracciamento, ma ne stanno emergendo alcuni più preoccupanti. Due soprattutto: il rallentamento (per ora abbozzato) dell’economia e alcuni fattori tecnici in grado di far “impazzire” gli algoritmi. I fondi non vendono Per capire cosa stia accadendo in Borsa bisogna prima cercare di analizzare chi stia vendendo in queste giornate convulse. Per farlo viene in aiuto un report che JP Morgan realizza ogni mese, pubblicato il 20 gennaio. A quella data, le cifre raccolte dalla banca Usa la facevano giungere alla conclusione che «per ora la fuga dal rischio degli investitori è decisamente modesta rispetto a quanto accadde nel 2018». Il paragone con il dicembre 2018 è molto in voga in questi giorni: quello fu l’anno in cui il presidente della Fed disse che avrebbe ridotto il bilancio «con il pilota automatico», facendo scatenare la furia distruttiva dei mercati fino a che la stessa Fed non fece marcia indietro. Ebbene: secondo JP Morgan oggi la situazione è più tranquilla. Non c’è stato ancora un inizio di vero de-risking da parte degli investitori. Almeno fino al 20 gennaio, prima dei crolli di degli ultimi giorni. JP Morgan arriva a questa conclusione incrociando una molteplicità di dati. Se si guarda il posizionamento dei fondi e dei grandi investitori, si nota che la suddivisione dei loro portafogli tra cash, azioni e bond è tutt’ora simile a quella di inizio anno. Non hanno insomma cambiato in maniera significativa l’allocazione dei capitali tra le varie asset class. E la conferma arriva anche dalle testimonianze di alcuni gestori. Cosa molto diversa da ciò che accadde nel 2018, quando ci fu una vendita massiccia di azioni: «Oggi - scrive JP Morgan - i fondi restano molto sovrappesati sul mercato azionario». Il motivo forse principale di questa stabilità dei grandi investitori lo spiega Filippo Casagrande, head of insurance investment solutions di Generali: «Fintanto che i rendimenti reali del titoli di Stato restano negativi è difficile che ci sia una vero cambiamento di allocazione nei portafogli, e quindi grandi cambiamenti nella risk appetite degli investitori istituzionali. In un contesto di tassi nominali ancora bassi e reali negativi, gli investitori tenderanno a puntare su asset più rischiosi con prospettive di maggiore redditività come le azioni e i mercati dei private asset». Un po’ più significative sono invece le posizioni speculative: sebbene a Wall Street la fuga dal rischio al 20 gennaio fosse ancora modesta, sul Nasdaq - calcola JP Morgan - era più marcata. Ma questo in fondo avvalora la tesi della temporaneità dei crolli: la speculazione è di breve periodo per definizione. Il ruolo di retail e buyback Un altro indicatore che avvalorerebbe la tesi del calo temporaneo è il ruolo dei piccoli risparmiatori. Nell’ultimo anno in Usa sono stati una componente fondamentale del rally, grazie anche ai soldi elargiti dal Governo per la pandemia. Ora - calcola sempre JP Morgan incrociando vari dati - si stanno tirando indietro. Sono vari indicatori a segnalarlo: lo si vede dal mercato delle opzioni (molto usato dai retail), dalle posizioni su singole azioni tech, dai panieri delle azioni più gettonate dai retail. Questo ha contribuito ai crolli, lasciandoli però nel campo del temporaneo ritracciamento: i risparmiatori sono notoriamente più volubili, ma difficilmente cambiano i trend di Borsa da soli. Stesso discorso per i buyback, come spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte: «In questo periodo di trimestrali in Usa le società devono sospendere i buyback azionari per poi riattivarli poco dopo la pubblicazione dei dati. Questo tradizionale sostegno alla Borsa ora è dunque in parte temporaneamente assente». Ma solo per ora. Il crollo recente: gli algoritmi Quest’ultima settimana, però, la situazione potrebbe essere cambiata. I crolli, seguiti da improvvisi rimbalzi, sono stati molto più pronunciati e generalizzati: ha sofferto molto anche l’Europa e i settori più ciclici che erano stati risparmiati dai cali in precedenza. Non esistono dati abbastanza freschi per capire come si siano mossi i grandi capitali rispetto alla fotografia scattata da JP Morgan il 20 gennaio. Ma una cosa si può dire: «Le cadute vertiginose di questi ultimi giorni e i veloci cambi di rotta indicano che ad agire sono stati soprattutto gli algoritmi - testimonia Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs Wm -. Gli algoritmi solitamente producono violenti assestamenti sui listini, che però durano poco». Questo potrebbe dunque essere un altro indizio favorevole per la tesi del ritracciamento temporaneo: se sono stati gli alogoritmi a vendere, allora la bufera potrebbe durare poco. Giusto il tempo di ribilanciare i loro portafogli. I due fattori critici Tutto questo cauto ottimismo, però, può essere spazzato via da due elementi: un’improvvisa caduta dell’economia (causata magari da uno shock energetico per effetto della crisi in Ucraina o dalla stretta Fed) e/o il via a vendite automatiche e a tutti quei meccanismi tecnici autodistruttivi che i mercati hanno mostrato per esempio nel febbraio 2020. L’andamento dell’economia è cruciale: la rotazione settoriale che ha tenuto in piedi le Borse anche durante i cali delle scorse settimane (cioè vendite sui tech e acquisti sui titoli ciclici e old economy) è basata sulla narrazione che l’economia continui a crescere. Ma se questo non accade, allora la fuga degli investitori potrebbe colpire anche i settori legati al ciclo economico. Con un vero de-risking generalizzato. Lo teme Keith Wade, Chief Economist e Strategist di Schroders, secondo il quale «Omicron rischia di spingere gli Usa e l’economia mondiale verso uno scenario di stagflazione». Lo teme anche Jon Maier, Cio di Global X. Altri sono invece più ottimisti, come Thomas Hempell, Head of Macro & Market Research di Generali Investment: «La ripresa globale continua e gli utili societari crescono ulteriormente (anche se più lentamente), per cui la recente correzione offrirà opportunità di acquisto». Vedremo chi ha ragione. Certo è che una frenata economica, se le banche centrali non tornassero subito espansive, andrebbe a colpire la narrazione dominante oggi in Borsa. L’altro tema delicato è quello degli algoritmi e dei meccanismi automatici di vendite. Fintanto che i trader automatici aggiustano i portafogli, non è un dramma. Ma se la volatilità restasse elevata (il Vix è salito oltre i 30 punti), allora potrebbero scattare le vendite forzate di tanti fondi (per esempi i risk parity) che hanno l’obbligo di tenere un certo livello di volatilità. Questo farebbe forse scattare i «margin call» (reintegro dei margini) sui debiti degli investitori (secondo i dati di Yardeni stanno calando ma restano pari al 2,3% della capitalizzazione di Wall Street) e ulteriori vendite automatiche. In quel caso la crisi di Borsa rischierebbe di avvitarsi, mettendo banche centrali ed economia al muro. Ma per ora questo livello ancora pare lontano. Fed permettendo.

Tassi, la Fed conferma i rialzi Wall Street fallisce il rimbalzo

 

La Fed come previsto ha lasciato invariati i tassi (0-0,25%) ma avverte: «A breve sarà appropriato alzarli a causa dell’inflazione ben al di sopra dell’obiettivo del 2%». La banca centrale Usa ha poi confermato entro fine marzo la fine del tapering. Reazione positiva di Wall Street, che poi però ha virato in negativo. Seduta positiva per le Borse europee (Milano +2,3%), che davano per scontata la linea soft della Fed. Sul fronte petrolio, il Brent è balzato a 90 dollari al barile, ai massimi dal 2014.«Non credo che gli elevati valori dei mercati rappresentino una significativa minaccia per la stabilità finanziaria, dato che le famiglie sono in buona forma». Jerome Powell, presidente Fed, tiene per la fine della conferenza stampa le parole più dure: le Borse con i loro crolli - sembra dire - non possono indurre la Fed a fare marcia indietro sulla stretta monetaria. Perché non sono «una minaccia». È stato anche questo colpo finale a spedire Wall Street e Nasdaq in rosso. E dire che la prima reazione dei mercati Usa al comunicato della Fed era stata positiva: le Borse americane (che salivano di circa il 2% nei minuti precedenti) hanno accelerato il passo subito dopo, con il Nasdaq che ha superato il 3%. Poi i rendimenti dei titoli di Stato hanno iniziato a lievitare e la “curva dei tassi” ad appiattirsi, così le Borse - mentre Powell parlava - hanno fatto marcia indietro. Fino a perdere quasi l’1%. Solo in chiusura hanno limitato i danni. Il tutto nel giro delle ultime due ore, a conferma dell’elevata volatilità di questi giorni. Si chiude così, con ennesimi segni rossi sui monitor, una giornata che in realtà era iniziata molto bene. Le Borse europee hanno infatti chiuso tutte in deciso rimbalzo: Piazza Affari, per esempio, ha recuperato il 2,27%. Sulla stessa lunghezza d’onda Parigi (+2,09%) e Francoforte (+2,17%). Più cauta, ma sempre positiva, Londra: +1,33%. A guidare le Borse europee verso l’alto, dopo giornate nere, sono stati due elementi: il fisiologico rimbalzo e una inaspettata ventata di ottimismo sui bilanci delle big tech (quelle che ultimamente erano il maggiore bersaglio delle vendite). Il protagonista di questo rinnovato favore del mercato ieri è stato infatti un colosso della tecnologia Usa: Microsoft. Martedì sera il gruppo aveva comunicato risultati che avevano deluso gli investitori, tanto che il titolo sul dopo-Borsa aveva perso il 6%. Ma poi, quando ha comunicato le ottime prospettive di ricavi del settore cloud, il titolo è volato fino a guadagnare il 6,9% (variazione giornaliera massima da aprile 2020) trainando verso l’alto l’intero settore tecnologico. Così ieri il comparto tech è risultato il migliore a Wall Street, fino alla conferenza della Fed. Ed è stato tra i migliori anche in Europa, con un rialzo medio del 2,16% nell’indice Stoxx 600. E dato che in nottata a mercati americani chiusi erano attesi i conti di altri due big, del calibro di Tesla e Intel, la fibrillazione sul mercato era alta. Attualmente, secondo le elaborazioni di Refinitiv, gli analisti prevedono in media un aumento degli utili delle 500 società incluse nell’indice S&P 500 del 24,4% nel quarto trimestre 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. La tensione resta comunque palpabile. A preoccupare sono - oltre alla Fed - le turbolenze sul fronte energetico, causate anche dalla crisi in Ucraina. A volare non è solo il prezzo del gas, ma anche quello del petrolio: ieri il Brent ha raggiunto per poco i 90 dollari al barile per la prima volta dal 2014. In Italia, invece, l’incertezza sull’elezione del Presidente della Repubblica ha contribuito a far salire lo spread BTp-Bund da 144 a 147 punti base.

Iliad, guerra dei prezzi sulla fibra «Avanti da soli per la nostra strada



Le parole d’ordine sono le stesse del
29maggio2018:convenienza,traspa-
renza, lotta agli oneri nascosti. E so-
prattutto enfasi su un termine: rivo-
luzione. A quattro anni dallo sbarco
nelsegmentomobile,èlostessoclima
da “Vaffa-day” della telefonia che si
respiradurantelapresentazionedelle
offerte in fibra di Iliad Italia. A fine
2022, spiega l’ad Benedetto Levi, ca-
miciabiancaesneakers,latelco«arri-
verà a 1 miliardo di fatturato» e nel
mobilehagiàraggiunto«8,5milioni
di clienti. Uno su sette ci ha scelti».
Il focus ora «Ã¨ sulla nostra strate-
gia.Noiandiamoavantidasolienon
ci curiamo dei rumors», replica l’ad
alle domande sulle indiscrezioni ri-
lanciate nel weekend da Reuters ri-
guardo a una possibile fusione delle
attività italiane di Vodafone e Iliad.
Interpellato in un altro paio di oc-
casionidurantelaconferenzastampa
al termine della presentazione, la ri-
sposta si mantiene sulla medesima
falsariga.Daleggerenontantocome
smentita–diunapartitachesecondo
i rumors si starebbe giocando nei
quartiergeneralidiLondraeParigi quantopiuttostocomeun’indicazione

delvolertiraredritto,concentratisul
business.Conl’obiettivo,diceLevi,di
portare «nella fibra le stesse traspa-
renzaequalitàchecontraddistinguo-
nodasemprelenostreoffertemobili.
Unaconnessioneinfibraultraveloce
aunprezzoaccessibilepotràsempli-
ficarelavitaamilionidipersoneeda-
re quella spinta verso la digitalizza-
zione di cui il Paese ha bisogno».
Guanto di sfida, dunque, lanciato
daIliadaqueiconcorrentidipintico-
mereidigrandiepiccolenefandezze
versoipropriclientiinfibra,testimo-
niatedallemultedaparte«delleauto-
rità di settore (Agcom e Antitrust,
ndr.) che intervengono. Dal 2018 al
2021 hanno inflitto sanzioni per
48,015 milioni. Per cosa? Pratiche
commerciali scorrette, mancato ri-
spettodegliobblighiinformativi,pra-
tiche aggressive e quant’altro»Tutte cose lontane dalla “rivolu-
zione”, assicura Levi, che Iliad vuole
portare avanti con offerte Ftth (fiber
tothehome)partendodallareteOpen
Fiberperaggiungere,poi,lacopertu-
raFibercop.Perorasiparladi7,4mi-
lioni di civici in 250 città. Che Iliad
punta a “conquistare” con «traspa-
renzaenessunvincolo»,puntualizza
Levi, ma anche con la tecnologia che
– combinando apparati propri sulla
rete passiva di Of, modem-router
Iliadboxed“extender”permantene-
re il segnale negli ambienti più di-
spersivi – è tale da garantire 5 Giga
(comunquecomplessivi,conunmas-
simo di 2,5 Giga per dispositivo).
Sututto,ovviamente,c’èilprezzo.
L’offertaèda15,99euroalmese(«per
sempre», ha ripetuto più volte Levi)
perchiègiàclientemobilee23,99eu-
ro per gli altri. Vanno aggiunti 39,99
eurounatantumperl’attivazione.E,comunque,diventandoclientimobili
siscendeautomaticamentenellafa-
scia di prezzo.
Lacombinazionefrafissoemobi-
le,anchespalmandoilcostodiattiva-
zione su 12 mensilità, arriva a preve-
dereunrisparmiocompresofral’8%
e il 27% rispetto ai competitor.
Nessuna indicazione da parte di
Levi sul target cui si punta. Potrebbe
esseresul5%dimarketshareal2023
secondo gli analisti. Chiaro è che si
trattadiunprezzodilancioaggressi-
vo, al di sotto dei 17 euro indicati da
Hsbc come livello per consentire il
raggiungimento del break-even. E
conlospettrodiunaguerradeiprezzi
che promette così di accelerare nel
fisso,dopoaversconquassatoilseg-
mento mobile.
Nonunabuonanotiziaperletelco
italiane,chiamateaunosforzadiin-
vestimento già di per sé forte e que-
st’anno aumentato di 4,8 miliardi
complessivi (1 a carico proprio di
Iliad) per il pagamento dell’ultima
tranche delle frequenze 5G.
Chipuòègiàpassatoalconsolida-
mento(leggiTiscali-Linkem).Ilmer-
cato tutto è comunque in fermento,
come dimostrano i rumors sull’asse
Vodafone-Iliad,maanchequellisulla
valorizzazione delle rete mobile da
parte di Wind Tre oltre al piano del
nuovoadTim,PietroLabriola,conla
suddivisione dell’ex incumbent in
due (ServiceCo e NetCo) che potreb-
be essere funzionale alla ripresa dei
colloqui per una rete unica Tim-
OpenFiber.«Reteunica–replicaLe-
vi – può voler dire tante cose. L’im-
portanteèchesiasviluppatainfretta,
il più in fretta possibile, e che sia ga-
rantitounaccessoequoenondiscri-
minatorio a tutti».

Italia seconda al mondo dopo il Canada nella lotta allo spreco alimentare

 

Gli sforzi più recenti dell’Italia
sono stati premiati: siamo il se-
condo Paese più virtuoso al mon-
do, dopo il Canada, nella lotta allo
spreco alimentare. A certificarlo
è l’edizione 2021 del Food sustai-
nability index, l’indice di sosten-
bilità alimentare elaborato dalla
Fondazione Barilla insieme con
Economist Impact. La classifica
prende in esame il nesso cibo-sa-
lute-ambiente in 78 Paesi, che in-
sieme rappresentano oltre il 92%
del Pil e della popolazione mon-
diale. E quest’anno ci vede tra le
realtà più attente.
A livello domestico, lo spreco
alimentare pro capite annuo in
Italia è di circa 67 chili, quello nella
ristorazione di 26 Kg quello nella
distribuzione di 4: è il dato più
basso registrato tra i Paesi analiz-
zati dall’indice. A questo, vanno
sommate le perdite di cibo lungo
la filiera, che da noi ammontano al
2% di quanto viene prodotto.
«L’Italia - sostiene Marta Antonel-
li, direttrice della ricerca della
Fondazione Barilla - è sulla buona
strada nella lotta allo spreco ali-
mentare, che a livello globale ri-
guarda un terzo del cibo prodotto,
e possiamo essere presi come rife-
rimento dal resto del mondo. Me-
rito anche di iniziative come la
Legge Gadda che ha facilitato, an-
che tramite agevolazioni fiscali, la
donazione delle eccedenze ali-
mentari alle Onlus». Questo inter-
vento normativo, riconosciuto co-
me best practice a livello mondia-
le, già nel suo primo anno di en-
trata in vigore (2016-2017) ha visto
aumentare le donazioni di cibo al-
le Onlus del 21%.
Per quanto riguarda gli altri
indicatori analizzati dal Food su-
stainability index, particolar-
mente buoni risultano i dati rela-
tivi alla qualità della vita, cioè al-
l’impatto del cibo sulla salute: a
livello europeo, con lo score di 86
siamo dopo Francia e Spagna, ma prima della Germania. Anche

l’aspettativa di vita in Italia è
piuttosto alta: quella alla nascita
è di 83,2 anni, mentre l’aspettati-
va di vita in salute è di 71,9 anni.
La mortalità da malattie non tra-
smissibili è di 235,6 abitanti ogni
100mila, uno dei dati più bassi tra
quelli di tutti i Paesi analizzati.
Sui temi nutrizionali, in generale,
appare forte l’impegno del nostro
Paese nel promuovere un’ali-
mentazione sana e sostenibile.
Quanto al terzo pilastro dell’in-
dice, quello che ha a che fare con
l’agricoltura sostenibile, l’Italia
deve invece migliorare ancora.
Come per molti Paesi del Mediter-
raneo, la pressione sulle risorse di
acqua di superficie e di falda per la
produzione alimentare è piuttosto
alta: per questo il nostro punteg-
gio oggi è al di sotto della media
mondiale. Molto dipenderà da
quanto sapremo tradurre in realtà
i progetti per l’irrigazione soste-
nibile contenuti nel Pnrr.
In agricoltura sostenibile, il Fo-
od sustainability index dimostra
che ovunque esistono ancora ampi
margini di miglioramento: per
esempio, meno del 50% di tutti i
Paesi analizzati stanno inserendo
il tema dei cambiamenti climatici
nelle loro politiche. I Paesi con i ri-
sultati migliori in questo pilastro
includono Finlandia, Estonia, Au-
stria, Tanzania e Svezia.
Giappone, Svezia, Danimarca,
Francia e Cina sono invece i primi
cinque Paesi con le migliori per-
formance nell’affrontare le sfide
nutrizionali, dalla carenza di nu-
trienti alle aspettative di vita. Per
i ricercatori della Fondazione Ba-
rilla, questa è probabilmente
l’area che più mette in luce le dif-
ferenze di reddito tra i Paesi: 19 dei
20 Paesi con i migliori risultati so-
no infatti Paesi ad alto reddito, in
cui le diete sane e sostenibili sono
economicamente accessibili alla
popolazione. Tuttavia, solo 7 di
questi 19 includono l’aspetto della
sostenibilità della dieta nelle linee
guida alimentari nazionali.

Da droghe a farmaci: l’uso a scopi terapeutici di Lsd, ecstasy e funghi


S e Mark Zuckerberg ci vuole far evadere nel Metaverso e
Richard Branson su Marte, Peter Thiel (fondatore di
Paypal) per il post pandemia punta tutto sugli
psichedelici. La possibilità che il Long Covid si trasformi
in un disordine da stress emotivo cronico che può portare
a sofferenze gravi a livello planetario richiama una serie
di preoccupazioni per la salute mentale generale, accelerando
ricerche già in atto; in particolare quelle sulle sostanze psichedeliche
impiegate come farmaci, da somministrare sotto controllo medico.
Parliamo di Mdma (ecstasy), Lsd, psilocibina (funghi allucinogeni);
classificate come droghe d’abuso entrano ora nella possibilità di
diventare sostanze terapeutiche che saranno pronte nel post
pandemia, che si profila ancora lontano.
Queste molecole stanno tornando alla ribalta correlate a esperienze
digitali, mistiche, realtà virtuali per la loro capacità di aumentare la
capacità di connessione tra individui. L’abbinamento con le
potenzialità terapeutiche spinge gli investimenti, crea gruppi di
discussione al World Economic Forum arrivando a diventare uno dei
rami più ricco di applicazioni presso la Fda, l’agenzia del farmaco
americana. Si parla di investimenti nell’ordine di miliardi di dollari
(da 2 a 7 entro il 2027) in Usa, Israele, Cina ed Europa. Le startup sono
già circa 400. L’80% di tentativi di registrazione presso la Fda
vengono inoltre dalle Accademie.
I primi a esercitare pressioni per la sperimentazioni sono stati i
veterani di guerra americani con disturbi permanenti e resistenti alle
terapie. Ad appoggiarli, associazioni non profit che vantano fondi
consistenti. Federico Menapace è direttore strategico di Maps,
finanziata da filantropi. Dopo due traumi familiari ha superato ansia
e stress grazie a psicoterapia sperimentale effettuata durante uno
stato alterato di coscienza. «Sono state sufficienti – dice – tre
somministrazioni di macrodosi di Mdma. Forse mia madre non si
sarebbe suicidata se a suo tempo avesse avuto accesso a queste
terapie». Maps opera negli Usa in cliniche lontane dall’ambiente
ospedaliero; il paziente viene assistito durante tutta l’esperienza,
sperimentata anche per la risoluzione dei conflitti (da quelli di coppia
a quelli tra israeliani e palestinesi).
Tra due anni potrebbe esserci l’ok definitivo della Fda all’utilizzo del
Mdma a scopo terapeutico; tra tre quello dell’Ema. Ma qual è la
differenza con gli antidepressivi? «Gli antidepressivi interagiscono
con serotonina adrenalina noradrenalina bloccandone la ricattura e i
recettori. Queste sostanze invece agiscono in modo selettivo su
alcuni recettori specifici della serotonina e anche su altri sistemi
come quelli del glutammato» afferma da Washington Luca Pani,
psichiatra, ordinario di farmacologia a Modena ed ex direttore
dell’Aifa. «Sembrano avere un effetto neuroplastico intracellulare,
consentendo di ricostituire alcuni circuiti e meccanismi di
sopravvivenza di neuroni».
Un’area nuova e inesplorata, dunque. Ansia, depressione, sindromi
ossessivo compulsive, alcol, dipendenze: nelle sperimentazioni in
atto vengono trattate come malattie non curabili da farmaci già
esistenti bensì da queste sostanze, impiegate in differenti dosaggi:
macrodosi o microdosi. Se tutto funzionerà, senza cadere negli
eccessi e nelle dipendenze degli anni 70.


Cina, i surplus record attenuano l’impatto negativo della frenata

 

La Cina è seduta su una fortuna mi-
liardaria nata dal doppio surplus
della bilancia commerciale (676 mi-
liardi di dollari) e dei pagamenti
(224,2 miliardi le partite correnti,
83,2 quelle in conto capitale, ai
massimi dal 2010) che nel 2021 ha
sostenuto la corsa dello yuan (+2,7%
sul dollaro USA, estendendo il
+6,7% del 2020).
Una vera e propria manna legata
alla pandemìa si è abbattuta su Pe-
chino, le merci cinesi e i titoli redditi-
zi in valuta locale hanno calamitato
risorse immense alle quali si som-
merà la liquidità innescata dai re-
centitaglialprimerate,aitassiabre-
ve e alle riserve obbligatorie della
Banca centrale a sostegno della crisi
del settore immobiliare.
Piuttosto che essere percepito co-
me un elemento di fragilità - ricor-
diamo l’effetto boomerang dell’iniezione di liquidità anti-crisi 2008 -,

tanta ricchezza ne attira altra, il
mondoscommettesullaCinaesuiti-
toli cinesi grazie alla stabilità del
cambio e all’inflazione (per il mo-
mento) contenuta. La musica po-
trebbe cambiare con l’aumento dei
tassidecisidallaFedchedirecenteha
stigmatizzato proprio la fragilità nel
mattonecinese,ingradodicontagia-
re anche gli Stati Uniti con vendite a
cascata di titoli in dollari. Gli effetti
dell’aumento dei tassi Usa sul diffe-
renziale dei rendimenti dei titoli on-
shore potrebbe riservare brutte sor-
prese, anche per questo Pechino de-
vemuoversicongrandecautelasullo
scacchiere politico globale.
Non sorprende che Qin Gang,
l’ambasciatore cinese negli Usa, ve-
nerdì scorso abbia ritirato il premio
dell’autoritàportualedelMassachu-
setts, Massport, perchè la rotta del
commercio con la Cina ha creato
400milanuovipostidilavoroameri-
cani: il surplus commerciale andrà
per la sua strada, già oggi Shanghai,
da sola, vanta un volume da 640 mi-
liardi, +16,5, è primo partner com-
merciale della Ue che, dal canto suo,
stando ai dati Eurostat, nel 2021 da
gennaioanovembrehaincassatoun
deficitda8,3miliardidieuroe,perla
primavoltadalgennaio2014,untra-
de deficit mensile.
Se il Fondo Monetario abbassa a
4-4,5lacrescitacinesedel2022,gliin-
vestitoriesteridalcantoloro,insistono.
Nel 2021 hanno già acquistato
azioniinobbligazionisovranecinesperaltri90,9miliardididollari,alrit-
mo più veloce mai registrato finora
nonostante la Spada di Damocle di
Evergrande & co. L’investimento in
azioni e obbligazioni denominati in
yuandainvestitorioffshoreadicem-
bre è salito a 23 miliardi, il valore più
alto da dodici anni a questa parte.
Come ha utilizzato la Cina queste
risorse? La National Development
and Reform Commission (NDRC)
nel 2021 ha approvato 90 progetti da
122 miliardi di dollari in investi-
menti fissi nel settore del trasporto,
energia, acqua, e industrie dell’IT.
Gli investimenti fissi cinesi nel 2021
sono cresciuti del 4,9% e secondo
Ning Jizhe, il numero due della
NDRC, «la Cina ha il potenziale e
l’incentivo per espandere questi in-
vestimenti con una politica moneta-
ria e fiscale adeguata».
Musica per le orecchie degli inve-
stitori nell’anno della Tigre d’acqua
ormai alle porte.
Wenchang Ma, co-manager del-
l’All China Equity di Ninety One
prevede che «i titoli azionari di al-
cune società cinesi che servono
principalmente il mercato interno
hanno il potenziale per performare
relativamente bene, meglio con-
centrarsi sulle società cinesi orien-
tate al mercato interno, può essere
un modo intelligente per gestire
uno dei probabili grandi rischi:
l’inasprimento delle tensioni geo-
politiche, specie con gli Usa».
Nel reddito fisso, invece, in uno
scenario di bassi tassi di default, le obbligazioni corporate rimarranno
un asset interessante, specie con la
Cina, poi, considerata «il più grande
creditore al mondo». Per Wilfred
Wee, portfolio manager dell’All Chi-
na Bond, «l’economia cinese seguirà
un percorso indipendente: le pro-
spettive di crescita e inflazione rela-
tivamente stabili la distinguono dal-
le economie di altri mercati obbliga-
zionari, dove il rischio di rialzi dei
tassi è maggiore.
L’offshore cinese in dollari USA
(vale 700 miliardi di dollari), po-
trebbe addirittura sovraperforma-
re, mentre quello cinese onshore
denominato in yuan (addirittura 20
trilioni di dollari), potrebbe offrire
ai capitali esteri un potenziale di di-
versificazione».