
Senza entrare nei meriti o demeriti
politici, nelle scelte di politica economica, nelle visioni di sviluppo e
di crescita, l’Italia può correre un grande rischio: quello di una
progressiva deindustrializzazione e di una perdita di strategia
produttiva e di sviluppo tra i paesi dell’Occidente.
In
quest’ultimo trentennio, con l’anno fatidico del 1992, l’Italia è
entrata in una classica “crisi”, che ha soprattutto i connotati del
cambiamento traumatico e la necessità di delineare gli scenari del
futuro. In genere, e anche giustamente, crisi è un termine negativo, ma
l’etimologia che deriva dal verbo greco “krino” può essere
giudicato in altro modo e ha un significato leggermente diverso:
separare, discernere, giudicare, valutare di fronte ai grandi
cambiamenti che la realtà ci impone e che la storia ha preparato, come
la “vecchia talpa” marxiana che scava sempre indefessamente.
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