I rincari energetici rischiano di far saltare il sistema sociale ed economico del Mezzogiorno che non è in grado di reggere l’onda d’urto dell’aumento dei prezzi dell’energia. Gli imprenditori del Sud rilanciano l’urlo di dolore partito l’altroieri dalle imprese del Nord. A parlare è Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Sicilia, a nome di tutte le 8 Confindustrie regionali del Mezzogiorno d’Italia: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e ovviamente Sicilia. «Le imprese del Mezzogiorno finora hanno resistito, eroiche, erodendo i propri margini – dice Albanese – . Ma i rincari incontrollabili dei costi dell’energia, del gas, del carburante, l’ennesima tempesta insomma sarà il colpo di grazia. Non c’è più spazio per studiare alternative, non c’è più tempo da aspettare. Subito i provvedimenti necessari: urge fermare la corsa dei prezzi di gas ed energia elettrica. Urge il price cap, il tetto al prezzo del gas». Il presidente di Confindustria Sicilia, in linea con le proposte del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, sottolinea la necessità di mettere in sicurezza il nostro Paese e mantenere l’industria competitiva: «Vanno sbloccate le pratiche ferme sui nuovi impianti di rinnovabili – dice Albanese – . Va sganciato il prezzo dell’elettricità da quello del gas, perché il 60% dell’elettricità non è prodotta da gas. Terzo, dobbiamo dedicare una quota della produzione nazionale da rinnovabili alla manifattura e a prezzi amministrati dallo Stato. Misure urgenti, che non possono aspettare i ritmi della campagna elettorale e più in generale della politica». C’è il timore per ciò che potrà accadere in autunno e sugli impatti che il caro energia potrà avere su un sistema economico e sociale come quello del Mezzogiorno notoriamente molto fragile. Albanese propone un dato, intanto, che dà chiaramente il senso della difficoltà in cui si trovano le imprese: «È raddoppiato il ricorso alla Cassa integrazione. Ogni giorno che passa sempre più imprenditori sono costretti a interrompere la produzione perché schiacciati dagli extracosti energetici. E per ogni impresa che si ferma, una filiera si indebolisce». E se questo dato non è confortante all’orizzonte gli imprenditori vedono nero: «Andiamo incontro a tempi drammatici e le imprese non possono restare sole – insiste Albanese –. Urge un intervento netto, convinto e drastico del governo, altrimenti salterà un intero sistema sociale nazionale, che già comincia a sgretolarsi. E se finora i rincari hanno colpito le imprese, adesso la spinta inflattiva piegherà violentemente i prezzi al consumo».
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
venerdì 2 settembre 2022
terremoto economico, un quinto dell’industria a rischio
Senza il gas russo un quinto dell’industria del Paese si spegne. Serve subito il tetto al prezzo del gas, dice il presidente di Confindustria carlo Bonomi. Che aggiunge: «È un terremoto economico. Spegnere il sistema industriale significa mettere a rischio migliaia di imprese e posti». Allarme anche dalle otto Confindustrie regionali del Sud: «Così non possiamo reggere».Un «terremoto economico». Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha lanciato un nuovo allarme, numeri alla mano: «Se la Russia dovesse sospendere le forniture di gas avremmo un buco di 4 miliardi di metri cubi che resterebbe scoperto anche con gli stoccaggi nazionali al 90 per cento». Se dovessero tutti incidere sul sistema industriale «vorrebbe dire spegnere quasi un quinto dell’industria italiana». E quindi mettere a rischio «migliaia di imprese, migliaia di posti di lavoro, il reddito di migliaia di famiglie italiane». C’è già un numero preoccupante: quel +45% di cassa integrazione straordinaria dei primi sette mesi dell’anno: «I mesi di stress saranno gennaio e febbraio, ma già questo è un dato che ci deve mettere in allarme, non dobbiamo farci trovare impreparati». In gioco c’è il sistema paese. Per questo il presidente di Confindustria, intervistato ieri ai microfoni di Rtl 102,5, ha incalzato il governo ad agire, nonostante la fase pre-elettorale, con un esecutivo in carica formalmente per le questioni ordinarie: «Dobbiamo capirci su cosa si intende per ordinario. Se oggi ci fosse un terremoto il governo se ne occuperebbe o no? Stiamo affrontando un terremoto economico, il governo può e deve intervenire, non possiamo aspettare due mesi l'arrivo del nuovo governo. L'industria è un tema di sicurezza nazionale». La crisi del conflitto in Ucraina, ha spiegato il presidente di Confindustria, ha accelerato il problema di politica energetica che l’Europa non ha mai voluto affrontare: «sulla politica industriale è stata assente». Ai ritardi Ue, «dove ognuno si è mosso in ordine sparso», si sono sommati gli errori dell'Italia. Parlano i numeri: l’Italia utilizza 75 miliardi di metri cubi di gas all'anno, 20 miliardi per le industrie, 25 in ambito civile, 30 per produrre energia elettrica. «Abbiamo la necessità di 15 miliardi di metri cubi di gas russo, ancora oggi. Le stime dicono che diventeremo indipendenti del 2024, ma occorre realizzare il rigassificatore di Piombino, quello in Emilia Romagna, fare investimenti importanti, arrivare al 90% di riempimento degli stoccaggi, che vuol dire coprire 11 miliardi di metri cubi». Occorre agire subito, anche se «non c’è una soluzione che può risolvere decenni di errori». Ci sono interventi da fare congiunturali e strutturali: serve una strategia di razionamento, ha detto Bonomi. Occorre mettere un tetto al prezzo del gas: «è un anno che Confindustria lo sta chiedendo. Se non si fa a livello europeo deve essere fatto a livello nazionale». Solo per il fatto che se ne parlerà nel consiglio Ue del 9 settembre ha determinato una discesa del prezzo del gas, ha sottolineato Bonomi. Occorre anche sospendere temporaneamente l’acquisto dei certificati Ets: «È una follia farli pagare a questi prezzi e non è possibile che la finanza possa comprare certificati verdi per lucrarci sopra, devono comprarli solo le imprese». Inoltre 400 impianti di energia rinnovabile sono fermi per la burocrazia: «Vanno sbloccati» e la produzione da rinnovabili va destinata solo alle imprese. Altra misura sganciare il prezzo dell'energia elettrica da quello del gas. Per Bonomi occorre fare una riflessione anche sul nucleare: «Le tecnologie dopo anni cambiano». Rispondendo alle domande il presidente di Confindustria è tornato a chiedere un taglio al cuneo fiscale per mettere più soldi in tasca agli italiani: 16 miliardi, da concentrare fino a 35mila euro di reddito. «Si può e si deve fare, il Parlamento è nel pieno delle sue funzioni. Ho sentito tutti i partiti dire che sono d’accordo e i ministri di questo governo sono espressione dei partiti. Non accetto la narrazione che non ci sono le risorse quando si spendono 1.000 miliardi di spesa pubblica ed è previsto un extra gettito da 38 miliardi di euro». Non è mancata una domanda sulla prossima assemblea di Confindustria: il 12 mattina, in Vaticano, con Udienza del Papa. «Vogliamo sganciare la possibilità di parlare al paese dalla campagna elettorale, evitare che la nostra assemblea diventi motivo per tirare la giacchetta al presidente, al sistema industriale italiano. Vogliamo parlare di lavoro, raccontare cos’è l’industria italiana. Abbiamo scelto di parlare con il Santo Padre che parecchie volte è intervenuto sul lavoro, di parlare con le nostre famiglie, prima di essere imprenditori siamo cittadini, con una responsabilità maggiore di chi lavora con noi e dei nostri territori».
giovedì 1 settembre 2022
«Industria dei libri in frenata, allarme sul costo della carta»
P arlare del mondo del libro fino a non molti mesi fa equivaleva a ripercorrere una parabola ascendente del business, per certi versi anche inattesa e spinta dall’emergenza Covid che ha fatto aumentare il tempo trascorso in casa o comunque in attività non basate sulla socialità. Per Ricardo Franco Levi, presidente Aie (l’associazione che riunisce il mondo dell’editoria libraria) oggi però si è piombati in «una situazione di emergenza». L’Sos è legato al costo della carta. E senza interventi opportuni e tempestivi da parte del Governo è «a rischio l’equilibrio economico generale del settore» che in Italia realizza (dato 2021) un giro d’affari complessivo di 3,4 miliardi, con 5.190 case editrici attive. I dati di confronto sono possibili per l’editoria di varia (romanzi e saggi vendute nelle librerie fisiche e online e nella grande distribuzione) che dopo un 2021 record ha segnato una battuta d’arresto con il 3,6% di copie vendute in meno e il 4,2% di valore del venduto (prezzo di copertina) in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dal 2 gennaio al 19 giugno, le vendite nei canali trade (librerie fisiche e online e grande distribuzione) sono state infatti pari a 670 milioni di euro, 30 milioni in meno rispetto al 2021 ma 86 in più rispetto al 2019. Un calo, ma dopo un 2021 di crescita a doppia cifra. Perché parlare di emergenza? Perché di questo si tratta. Voglio richiamare l'attenzione sui titoli che proprio oggi (ieri, ndr.) Il Sole 24 Ore ha pubblicato a pagina 2 e 3. In una il presidente di Confindustria Bonomi parlava di “imprese in difficoltà”. Un altro titolo segnalava il tema della “carta ai massimi”. Ecco il punto è questo. E nel ragionamento occorre non perdere di vista un punto chiave. Quale? L’editoria rappresenta un elemento fondamentale della cultura e dell’istruzione nel Paese. È un ruolo assolutamente centrale. Ma il libro è anche un’industria. Anzi: è la più grande industria culturale del Paese e che ci vede quarti in Europa, dopo Uk, Francia e Germania. Non è un caso che l’Italia sia stata scelta come ospite d’onore l’anno prossimo a Parigi e fra due anni alla Fiera di Francoforte. Un’industria che negli ultimi due anni ha risalito la china in maniera arrembante. È vero. Però è il caso di segnalare come adesso i dati parlino di un - 4,2% a valore rispetto al 2021. Certo, stiamo parlando ancora del +14,7% sul 2019, ma è un segno meno che non si può derubricare. E qui si innesta il problema la cui mancata risoluzione finora ha determinato un’emergenza. E il termine è quantomai appropriato. L’esplosione del costo della carta i cui prezzi sono saliti di oltre il 50% e che rischia di abbattersi sul settore con la potenza di uno tsunami. Con due tipi di pericolo. Il primo è il ribaltamento dei costi sulla clientela finale: scelta finora evitata dagli editori. Ma il grande rischio è anche quello di vedere scomparire tante imprese, soprattutto le più piccole che possono non farcela a sostenere i costi. Da dove deriva questo aumento? All’origine c’è quella che mi verrebbe da definire una tempesta perfetta. Da una parte c’è l’incremento dei costi dell’energia. Dall’altra c’è la pressione che deriva dall'ecommerce, con il grande aumento di richieste di carta e cartone per imballaggi. Cosa fare dunque? Da parte nostra vogliamo rilanciare con forza la proposta di un credito d’imposta per la carta. Nei mesi scorsi avevamo proposto un intervento di agevolazione del 30% sulla spesa per la carta ipotizzando un impegno per il Governo di 40 milioni di euro all’anno per 2023 e 2024. Adesso con ogni probabilità non basta neanche più. Quindi quale può essere la linea d’azione? Il credito d'imposta sulla carta è vitale per il settore. Allo stato delle cose penso sia utile pensare a un’aliquota del 40 per cento. E a un impegno finanziario maggiore. Ma è una misura indispensabile. Solo per i libri di testo è previsto un aumento dell’1,5% come da inflazione programmata. Ma quella reale è ben altra cosa. Gli editori hanno fatto sinora e faranno di tutto per evitare di scaricare i maggiori costi sui lettori e sulle famiglie. Ma la tensione sul settore è fortissima.
ambiente, regole e ruolo delle banche
L a necessità di procedere rapidamente verso un mondo più sostenibile sotto il profilo innanzitutto ambientale (tra cui quello legato al cambiamento climatico) è drammaticamente evidente agli occhi di tutti. Ne derivano rilevanti danni economici attuali e prospettici che si riflettono anche sui rischi di credito valutati dalle banche. Conseguentemente anche la regolamentazione bancaria viene integrata per tenere conto di queste nuove fonti di rischio e impone alle banche di incorporare la dimensione dei rischi climatici (fisici e di transizione) nelle procedure di erogazione e monitoraggio dei crediti, nei modelli di valutazione, nelle decisioni di investimento. Il ruolo del settore finanziario è anche visto come un potente acceleratore dei processi di trasformazione dell’economia verso modelli più sostenibili: la logica sottostante è semplice, le regole imposte al settore finanziario possono spingere a orientare i flussi di credito e di capitale verso le attività economiche più sostenibili (Finanza Sostenibile) o che hanno avviato adeguati piani di transizione (Finanza di Transizione) e ridurre i finanziamenti (o aumentarne il costo) verso i settori più inquinanti o verso realtà che non investono per migliorare il loro profilo ambientale forzando di fatto la trasformazione. Le banche sono consapevoli dei rischi ambientali e del ruolo che possono svolgere nel processo volto a rendere più sostenibile le moderne economie e si stanno adeguando alle normative già approvate e in corso di approvazione. In questo processo occorre però evitare di commettere errori che potrebbero compromettere il risultato finale. 1) La regolamentazione prudenziale ha come obiettivo la stabilità degli intermediari bancari e definisce dei requisiti di capitale collegandoli ai rischi. Occorre evitare di immaginare che la regolamentazione prudenziale possa divenire uno strumento per perseguire obbiettivi diversi da quello della stabilità e del finanziamento dell’economia, contravvenendo alla regola base “un obiettivo uno strumento”. Purtroppo, vi sono già segnali di questa errata impostazione: nell’ambito di una proposta di direttiva sulla deforestazione sono stati presentati emendamenti che imporrebbero alle banche di non finanziare investimenti che possano essere connessi ad attività di deforestazione. Proseguendo di questo passo la regolamentazione prudenziale diverrebbe un sostituto di altre azioni di politica industriale e si attribuirebbe alle banche il ruolo di “vigilante” su fenomeni sui cui altre istituzioni con specifici ruoli e competenze dovrebbero intervenire. 2) Gestire la transizione. Un approccio che rigidamente distingua tra attività rispondenti ai criteri di sostenibilità ambientali, e quindi finanziabili secondo i nuovi standard regolamentari, e attività che non rispondono a tali requisiti e dunque non finanziabili, rischia di rendere difficile se non impossibile, per mancanza di fonti di finanziamento, la transizione di quelle attività che pur non possedendo da subito i requisiti di sostenibilità possono – se sostenute anche finanziariamente – immettersi in un percorso virtuoso per raggiungere i requisiti di sostenibilità. Occorre dunque identificare quali sono i requisiti che possono rendere finanziabili queste attività nella fase di transizione specie con riferimento alle piccole e medie imprese. In tal senso sarà importante definire con attenzione la c.d. Tassonomia di Transizione che individua, con un sistema di colori “a semaforo”, le attività economiche certamente non sostenibili (area rossa), quelle sostenibili (area verde) e quelle intermedie (area gialla). Tra queste ultime si discute se debbano essere incluse non solo le attività che non violano il principio del “non produce danni significativi” sebbene non raggiungano gli standard per entrare nell’area verde, ma anche quelle che pur essendo sostanzialmente ancora “rosse” hanno avviato dei piani credibili di transizione. 3) Definire un quadro di regole ben coordinato, proporzionato e attuato secondo una corretta sequenza temporale. La valutazione di profili di rischio ambientale da parte degli intermediari finanziari richiede la disponibilità di nuove informazioni fornite dai soggetti che chiedono il finanziamento, informazioni che travalicano i meri aspetti finanziari, reddituali e patrimoniali. In assenza di un quadro che disciplini la tipologia di informazioni, che ne garantisca la qualità, che standardizzi le metriche di valutazione dei rischi si determineranno situazioni in cui potrebbero non essere finanziate attività per una non corretta valutabilità dei profili di rischio ambientale, si possono determinare fenomeni di abusi, possono derivare rischi reputazionali per le imprese e per le banche. Da ultimo occorre tenere presente i costi della transizione e anche dei rischi derivanti dalla riduzione dei flussi finanziari verso determinate attività. Solo la definizione di un disegno complessivo di politica industriale, all’interno del quale si collochino anche le politiche regolamentari sul settore bancario, può assicurare una transizione ordinata, proporzionata, che non lasci indietro nessuno e che permetta di gestire i costi, anche sociali, di questo importante e non rinviabile processo di trasformazione delle economie.
Bernie Sanders a Londra con i lavoratori in sciopero
Bernie Sanders è stato l’ospite d’onore ieri sera a una manifestazione di protesta organizzata dall’Rmt, il sindacato dei lavoratori del settore dei trasporti. L’ex candidato democratico alle presidenziali Usa ha deciso di visitare Londra per sostenere lo stato di agitazione dichiarato dal sindacato, che chiede aumenti di stipendio in linea con l’inflazione e condizioni di lavoro migliori. Sanders ha parlato alla manifestazione assieme a Mick Lynch, leader dell’Rmt, dichiarando che «la gente è stufa di lavorare più ore per meno soldi, è stufa di diventare sempre più povera mentre i miliardari diventano sempre più ricchi». In Gran Bretagna in tutti i settori gli stipendi non tengono il passo con l’inflazione ormai a due cifre e il carovita sta diventando la preoccupazione principale degli inglesi. Secondo dati diffusi ieri dal British Retail Consortium(Brc) i prezzi nei negozi britannici sono saliti al ritmo più rapido dal 2005, passando dal 4,4% di luglio al 5,1% in agosto. L'incremento è stato dovuto soprattutto ai prezzi dei generi alimentari, saliti del 9,3% in un mese, e la prospettiva è di ulteriori rialzi nei prossimi sei mesi, secondo il Brc.
«Gli Stati Uniti hanno sbagliato dopo l’Urss a creare un sistema con un unico centro»
P erché a così tanti anni dalla fine dell'Urss non c'è ancora un nuovo ordine mondiale? È difficile dirlo, la ragione principale è che le speranze di costruire un nuovo mondo, quelle speranze di cui tutti parlavano a quel tempo, non si sono realizzate perché gli eventi hanno preso un’altra piega. Penso, però, che la causa principale sia stata proprio la fine dell’Unione Sovietica che ha privato il mondo di un elemento fondamentale, ovvero una controparte per gli Stati Uniti. Questo ha reso gli Usa molto avidi, arroganti. All'epoca gli Usa e in parte altri partner occidentali si ammalarono di una malattia peggiore dell’Aids: il complesso del vincitore. Cominciarono a giocare con la geopolitica, cercarono di allargare la loro sfera d’influenza e come risultato abbiamo avuto le guerre in Jugoslavia, Iraq e tutto il resto. Restiamo sull’Iraq, Mikhail Sergeevich, perché ha sempre criticato l’intervento militare della coalizione a guida Usa? È stato un colpo durissimo all’ordine e alla legalità internazionale, assestato anche contro la volontà della opinione pubblica europea. È stato un errore grandissimo. Lo fu anche se consideriamo l’aspirazione di “esportare la democrazia”, come si diceva allora? Credevano che sarebbe stato l’inizio della democratizzazione del grande Medio Oriente ma anche questo non è riuscito. In quello stesso periodo il problema della povertà nel mondo non è stato affrontato, la differenza tra ricchi e poveri si è approfondita anche nei paesi industrializzati, gli estremismi hanno rialzato la testa e il terrorismo internazionale ha avuto un’occasione ottima per espandersi a crescere. Lei è molto duro nei confronti degli Stati Uniti. Nei 10 anni che hanno seguito la fine della Guerra Fredda tutto ha contribuito a costruire un ordine mondiale che, come punto di riferimento, aveva le azioni unilaterali di una sola potenza. L'idea è fallita direi, non è venuto nulla di buono nemmeno per gli Stati Uniti la cui autorità e prestigio nel mondo hanno sofferto. Non funziona, non si può creare un mondo con un unico centro. Lo scenario che ha dipinto è preoccupante. Quello spirito di fine anni Ottanta è del tutto perduto? Dobbiamo pensare bene a cosa fare del nostro futuro. L’Unione Europea sta diventando più forte e sono contento che sia così, perché la considero un giocatore responsabile sullo scenario mondiale, ma c’è un punto: l’Ue ha bisogno di un rapporto forte con la Russia. Se lavoreranno insieme l’Europa potrà giocare un ruolo molto più importante nella politica mondiale. In che modo l’Ue si dovrebbe muovere verso la Russia? Bisogna capire che la Russia sta compiendo una transizione verso la democrazia. La Russia ha una storia difficile, è passata attraverso la dominazione mongola, le centinaia di anni di schiavitù, i decenni di comunismo. Fare questa transizione non è veloce come fare i cento metri! Lei ripete spesso che ci vorrà tempo affinché la Russia impari la democrazia. Oh, sì la Russia ha molto da studiare sulla via della democrazia. I Paesi occidentali ci hanno messo secoli a impararla, del resto. Chissà cosa sarà la Russia tra duemila anni. Però la Russia ha imparato rapidamente le regole del capitalismo. Perché non quelle della democrazia? Non molto tempo fa in Russia la gente scendeva ancora in piazza con le effigi di Stalin. La mia stessa esperienza mi insegna quanto sia difficile cambiare: una volta a scuola mi chiesero di scrivere un tema a piacere ed io scelsi una poesia che diceva “Stalin è la nostra gloria militare, Stalin è la speranza della nostra gioventù”… E ora sono anni che combatto lo stalinismo! Noi tutti stiamo uscendo da quel regime, da quel lavaggio del cervello totalitario. Per i giovani è più facile, ma ci sono molte persone, anziani, pensionati, per le quali è dura. E che tema a piacere sceglierebbe oggi? Felicità, che cosa è la felicità.
Elettricità, Italia record nel prezzo all’ingrosso
Elettricità mai così cara in Europa. E l’Italia nel mese di agosto è stata maglia nera, con un prezzo medio di 547 euro per Megawattora sul mercato spot all’ingrosso. Tra i maggiori Paesi Ue siamo l’unico ad aver sfondato, per la prima volta nella storia, la soglia dei 500 euro. È quanto emerge da un’analisi di Rystad Energy, che certifica una situazione di crisi particolarmente acuta per la nostra economia. Una sfida alla quale il governo si appresta a rispondere con ulteriori interventi di sostegno, dopo aver approvato ieri la proroga al 5 ottobre del taglio delle accise sui carburanti. Lo shock energetico non risparmia nessuna delle grandi economie europee. Ad agosto hanno registrato prezzi medi da primato per l’elettricità – sia pure inferiori ai nostri – anche la Francia (492 €/MWh), la Germania (465 €) e il Regno Unito (438 €). Ed è in questi ultimi due Paesi che c’è stata l’impennata più violenta il mese scorso: +48% sul mercato tedesco e +58% su quello britannico, a fronte di un rialzo di circa il 20% in Italia e Francia, dove però i prezzi in precedenza erano saliti più che altrove. Il rally dell’elettricità purtroppo non dà segnali di tregua. Nei giorni scorsi si sono viste punte superiori a 1.000 €/ MWh, non solo spot ma anche per l’intero 2023: livelli oltre dieci volte superiori a un anno fa, cui hanno fatto seguito crolli repentini, con una volatilità – accentuata dalla scarsa liquidità sui mercati –che Rystad definisce «incredibile». Principale responsabile dell’ultima fiammata è «l’ulteriore salita dei prezzi del gas», che ha raggiunto livelli record oltre 340 €/MWh prima di correggere, fino a riportarsi sotto 240 € ieri, quando nonostante lo stop del gasdotto russo Nord Stream è sceso del 10%. Sganciare il mercato dell’elettricità da quello del gas – il cosiddetto decoupling studiato della Commissione Ue – potrebbe comunque non essere risolutivo. In gioco ci sono infatti anche altri fattori rialzisti: primo fra tutti la crisi del nucleare in Francia, Paese che ha sempre esportato energia elettrica (soprattutto verso l’Italia), arrivando a soddisfare fino al 15% del fabbisogno Ue, e che invece quest’anno deve importare. Oltre al nucleare francese ci è venuta a mancare l’energia idroelettrica, per la grave siccità che ha colpito ovunque in Europa. E la secca dei fiumi ostacola i trasporti di carbone nel Nord Europa. La crisi energetica, dunque, continua a tenere in scacco i governi costretti a correre ancora ai ripari. La coperta per l’Italia, però, è sempre più corta. Tanto che anche l’ipotizzato prolungamento del bonus accise per un altro mese, fino al prossimo 20 ottobre, ha dovuto alla fine fare i conti con l’extragettito a disposizione che ha consentito di finanziare lo sconto solo per altri 15 giorni. E ora si cercano le coperture per nuove misure con un occhio anche all’Europa. La prossima settimana, infatti, il confronto su un eventuale tetto Ue al prezzo del gas e sul decoupling entra nel vivo con il Consiglio straordinario dei ministri europei dell’Energia il 9 settembre preceduto due giorni prima da una riunione tecnica che dovrà preparare il terreno alla discussione. A rappresentare l’Italia ci sarà il titolare della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che batte da mesi sull’esigenza di un price cap europeo e che è impegnato in queste ore su diversi fronti, a cominciare dal piano di risparmio energetico chiesto da Bruxelles a tutti i Paesi e su cui il fisico genovese dovrebbe fare un’informativa nel Cdm convocato per oggi. Sul tavolo, però, non dovrebbero esserci ancora i nuovi interventi su cui il governo sta tentando di trovare una non facile quadra e ha preso tempo. In attesa anche di capire se la battaglia dell’Italia in Europa troverà nuovi alleati.
Commercio e servizi, il caro gas fa tremare 120mila imprese
«La situazione è insostenibile, troppe aziende non hanno futuro. Il Governo ci dia delle risposte in tempi rapidi, siamo in una fase delicata della politica». Si rivolge direttamente all’Esecutivo Alberto Frausin, presidente Federdistribuzione durante la conferenza stampa sull’impatto del caro energia sulle imprese del terziario e della distribuzione moderna organizzata insieme a Confcommercio, AnccCoop e Ancd-Conad. Inflazione e bollette insostenibili colpiscono il commercio, la distribuzione moderna, il terziario. A rischio c’è la sopravvivenza di circa 120mila realtà del terziario con 370mila posti di lavoro. Le quattro organizzazioni chiedono con urgenza a Parlamento e Governo un articolato pacchetto di misure di aiuto per disinnescare la mina degli extra costi. Fra le richieste c’è l’aumento del credito d’imposta per l’energia elettrica dal 15% al 50% nel caso di aumenti del costo dell’energia superiori al 100 per cento. Una misura che andrà prolungata fino alla fine del 2022. È inoltre giudicata come necessaria la rateizzazione delle bollette almeno fino al dicembre 2022 e l’aumento fino al 90% della copertura offerta dal Fondo di garanzia per le Pmi anche per i finanziamenti richiesti dalle imprese per far fronte alle esigenze di liquidità determinate dall’aumento del prezzo dell’elettricità. Necessaria anche una maggiore inclusività del credito d’imposta estendendolo alle realtà con una potenza installata inferiore ai 16,5 kW. Si chiede inoltre l’esonero degli utenti finali dal pagamento degli oneri generali di sistema fino al ritorno ai valori pre crisi. C’è timore per un calo dei consumi. «Se così fosse – avverte Lino Enrico Stoppani, vicepresidente vicario di Confcommercio – si può dire addio ai sogni di crescita del Paese. Per cui si richiedono interventi di natura emergenziale e strutturali. Serve più Europa con un Recovery fund energetico e c’è bisogno anche di più Italia per andare contro i no preconcetti». Molto grave la situazione della moderna distribuzione che nell’arco di pochi anni ha visto moltiplicarsi i costi. «Dal 2019 al 2023 il costo dell’energia – avverte Marco Pedroni, presidente di Ancc-Coop e Coop Italia, nel suo intervento – è passato da 1,5 miliardi a quasi 6 miliardi, più del 300 per cento. In termini di vendite, l’energia pesava per l’1,5% sulle vendite, nel 2022-23 peserà fino al 5%. È tantissimo, perché la grande distribuzione ha di utile medio di un punto e mezzo». Per finire Francesco Pugliese, ad di Conad, guarda con preoccupazione al domani: «Se non si interverrà su imprese e famiglie, le difficoltà saranno tante. Se proiettiamo i costi dell’energia di luglio e agosto, l’incidenza sul fatturato arriva tra il 6-8%. La nostra struttura industriale e commerciale è caratterizzata da una patrimonializzazione molto bassa». Da qui la richiesta di tassare gli extra profitti accumulati delle imprese dell’energia. «Questi extra-profitti devono essere tassati, non hanno nessuna valenza di strategia di impresa. Hanno vinto alla lotteria», incalza l’ad di Conad.
Balzo dell’inflazione all’8,4%, mai così alta dopo il 1985
I costi dell’energia e dei prodotti alimentari spingono l’inflazione in Europa e in Italia a livelli che non si registravano dagli anni Ottanta. Ad agosto l’inflazione dell’area euro ha registrato un aumento del 9,1% tendenziale, in accelerazione rispetto al +8,9% di luglio, spinta dal +38% dell’energia. In Italia invece l'indice dei prezzi al consumo ha registrato un aumento dello 0,8% su base mensile e dell'8,4% su base annua (da +7,9% di luglio) livello che non si registrava dal dicembre 1985. Pane e pasta aumentano del 17,1%, i prodotti confezionati del 10,1%.Il primo Windows di Microsoft. E poi i “muscoli” di Craxi a Sigonella dopo il dirottamento della Achille Lauro, Cossiga al Quirinale, lo scudetto al Verona, mezzo metro di neve a Milano, dove in alcuni momenti ci si poteva muovere solo in slittino. Bisogna tornare ad allora, al lontano 1985, per trovare un’inflazione più alta di quella attuale: l’8,4% di aumento su base annua registrato dall’Istat per il mese di agosto. Con la differenza, non trascurabile, che mentre a quei tempi il trend era ribassista, con i prezzi ricondotti a dinamiche più miti dopo 12 anni consecutivi di corsa a doppia cifra, oggi accade esattamente il contrario. Medie sbilanciate verso l’alto ancora una volta dall’energia, che con il passare dei mesi diventa un capitolo sempre più ingombrante e preoccupante nei bilanci di famiglie e imprese. L’aumento mensile dello 0,8% e l’avanzata di mezzo punto nel confronto annuo dell’inflazione italiana si alimentano soprattutto qui, con i beni energetici a schizzare verso l’alto di 45 punti, impennata che trascina verso l’alto altri capitoli, in primis i trasporti e i prodotti alimentari, aree in cui la crescita annua dei prezzi supera il 10%, dunque con valori oltre la media. Shock rilevante (ad agosto 2021 l’inflazione era pari al 2%, meno di un quarto rispetto ai livelli attuali) che inizia progressivamente a riverberarsi sull’intero paniere monitorato dall’Istat. Se è vero infatti che depurando il dato globale dalle componenti più volatili, energia ed alimentari, l’inflazione di fondo si riduce al 4,4%, si tratta anche in questo caso di un valore del tutto fuori scala: per trovare un dato superiore occorre tornare al mese di maggio del 1996. Ancora più “antico” è invece il massimo precedente per il cosiddetto carrello della spesa, sotto-paniere Istat che include generi alimentari e prodotti per l’igiene e la casa. Cresce ora ad un ritmo annuo vicino al 10%, solo nel 1984 si era registrato un livello più elevato. Tra luglio e agosto, sottolinea l’Istat, l’accelerazione su base annua dell'indice generale è effettivamente legata ai prezzi dei beni (+11,1% a +11,8%), mentre la crescita di quelli dei servizi rimane sostanzialmente stabile (da +3,6% a +3,7%). Così il differenziale inflazionistico tra questi ultimi e i prezzi dei beni rimane quindi negativo, ma si amplia a -8,1 punti percentuali (era -7,5 a luglio). Gap che si allarga ancora una volta per colpa dell’energia, dove i movimenti di prezzo sono oltre ogni riferimento passato. L’energia elettrica sul mercato libero, ad esempio, balza di oltre 20 punti in un mese, arrivando a più che raddoppiare (+135,9%) nel confronto con agosto 2021. Un poco meglio va al gas da città, che su base annua lievita del 62,5%. Dinamica al rialzo mitigata solo in parte dal rallentamento congiunturale di gasolio e benzina (-9,2% e -10,4% rispetto a luglio), sollievo minimo a fronte dei massicci rincari registrati nelle altre voci. Allarmi peraltro già registrati nei valori assoluti, con le importazioni di gas e greggio ad affondare nel 2022 la nostra bilancia commerciale: se prima della crisi Covid, nel 2019, l’esborso medio per importare energia era pari per l’Italia a poco più di quattro miliardi al mese, nel primo semestre siamo arrivati a spenderne oltre 10, emorragia che peraltro si amplia con il passare dei mesi. E infatti, quasi quattro degli 8,4 punti di aumento annuo dell’indice dei prezzi sono spiegati dall’energia; aggiungendo alimentari lavorati e non il racconto dell’inflazione odierna è per almeno due terzi completo. Nell’ipotesi di crescita zero nei prossimi mesi, l’inflazione acquisita per il 2022 nelle stime Istat è già pari al 7%, livello che per Confcommercio verrà superato, arrivando al 7,5%. Mettendo a rischio – ipotizza l’ufficio studi della confederazione (si veda altro articolo a pagina 4) – da oggi ai primi sei mesi del 2023 circa 120mila imprese del terziario di mercato e 370mila posti di lavoro.
Fatturato gonfiato dall’effetto listini Timori per auto e metallurgia
Ricavi in corsa, anzi no. Caro energia e conseguente inflazione, i nuovi protagonisti dello scenario macroeconomico, rimescolano le carte e costringono a rivedere i capisaldi del passato. Dove i valori correnti erano sovrapponibili a quelli reali, con la lettura dell’evoluzione del fatturato di un’azienda a offrire un’approssimazione ragionevole del suo stato di salute. Paradigma ribaltato oggi, nel momento in cui la corsa a doppia cifra dei ricavi si accoppia a una analoga impennata dei prezzi alla produzione. L’ultima stima di Cerved ben rappresenta il nuovo scenario, in cui l’andamento dei ricavi nominali incorpora un effetto prezzi sensibile che distorce l’interpretazione delle performance. Comunque diverse, tenendo conto anche della disomogenea capacità dei singoli settori di ribaltare a valle gli aumenti dei prezzi di materie prime e componenti. Così, tenendo conto del quadro attuale, tra incrementi esponenziali dei costi dell’energia, guerra russo-ucraina e pandemia, l’ipotesi base è che nel 2022 i ricavi delle aziende crescano in media del 16,4% a valori correnti, del 4,6% il prossimo anno. Valori che in termini reali si ridimensionano però in modo sensibile, rispettivamente al 2% e 1,9% in termini reali, evidenziando una realtà molto meno dirompente. Scenario che diventa ancora meno allettante nell’ipotesi più pessimistica,(inasprimento delle tensioni con la Russia, stop ai flussi di gas da Mosca, nuove restrizioni Covid) con ricavi reali in calo dello 0,2% già quest’anno, in vista di una ulteriore contrazione dell’1,1% nel 2023. Prendendo come riferimento il periodo pre-Covid, i ricavi dell’industria italiana nel 2023 sarebbero così più alti del 24% in termini correnti, ma solo di poco più di due punti in termini reali. Piccola crescita che si trasforma tuttavia in un deficit del 2,4% prendendo in considerazione il quadro peggiore. «La crisi energetica determinata dall'intensificazione del conflitto russo-ucraino – spiega l’ad di Cerved Andrea Mignanelli – comprime le prospettive di crescita dei fatturati in termini reali. Nello scenario più pessimistico si ipotizza l’interruzione dei flussi di gas dalla Russia, con una conseguente decelerazione dei ricavi delle imprese nel 2022 e una successiva contrazione nel 2023. In questo contesto, l’inflazione, l’aumento del costo del debito e il phasing out delle misure di sostegno potrebbero riacutizzare le difficoltà di un sistema già debilitato dal Covid». Prendendo come riferimento il 2021, il settore più colpito dal nuovo quadro è quello dei veicoli commerciali, i cui ricavi cedono 13 punti nello scenario base, 27 nell’ipotesi peggiore. Se il comparto auto pare in generale quello più a rischio, cali a doppia cifra sono previsti anche per larga parte della meccanica e metallurgia: fonderie e pompe, compressori e bulloneria, lavorazione di metalli non ferrosi e tubi in acciaio sono visti in calo rilevante, in più di un caso con frenate biennali superiori al 10 per cento. Allargando lo sguardo al periodo 2019-2023, guardando dunque al risultato finale rispetto allo status-quo pre-Covid, sono numerosi i settori ancora in rosso. Guardando allo scenario più pessimistico fiere e convegni sarebbero in deficit del 63%, seguiti in classifica da agenzie viaggi-tour operator (-49%), veicoli commerciali, alberghi e concessionari d’auto. Perdite tuttavia non universali, tenendo conto di settori che al contrario sfruttano la nuova congiuntura o il nuovo quadro normativo per piazzare invece incrementi significativi. Nello scenario base, ad esempio, tra 2021 e 2023 fotovoltaico e rinnovabili vanno quasi al raddoppio dei ricavi e in crescita decisa sono anche i servizi di logistica e commercio online. Se l’andamento dei ricavi in termini reali non pare particolarmente soddisfacente cosa accade ai margini? L’analisi Cerved in questo caso è più ottimistica, nell’ipotesi che numerosi settori riescano a ribaltare a valle l’aumento dei costi. In media nel 2022 il margine operativo lordo delle aziende aumenta così del 14,5% nello scenario base, solo del 6,5% nell’ipotesi più pessimistica. La divaricazione valori correntivalori reali è ben visibile anche nei dati Istat che per il mese di giugno evidenziano un fatturato manifatturiero in crescita del 18% su base annua. Risultato però di una crescita dei volumi limitata all’1,6%, a fronte di un aumento dei valori di oltre 17 punti.
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