STUPIDA RAZZA

sabato 30 ottobre 2021

I progressisti ormai ragionano (per così dire) come i dittatori

 

Il meccanismo è antico, ma continua a funzionare alla perfezione. Per capire come agisca, basta dare un’o c c h i ata alla prima pagina di Re p ub - b l ic a di ieri, efficace sintesi delle posizioni espresse dai progressisti negli ultimi giorni. In apertura campeggia l’editoriale di Concita De Gregorio: una feroce invettiva contro i parlamentari che hanno votato contro il ddl Zan. Poiché hanno affossato la legge arcobaleno, si dice, costoro non sono rappresentativi dell’Ita l i a . Esiste, dice Concita, una separazione netta «fra quei 300 scarsi dentro l’aula e la moltitudine fuori». La De Gregorio - come del resto l’intera sinistra intellettuale - è furibonda: non sopporta che sia stata spazzata via «la legge manifesto sui diritti delle minoranze » . Proprio a fianco dell’a rt i - colo fiammeggiante dell’editorialista di punta (e di tacco) di Re p ub b l ic a , ecco un altro commento corrosivo firmato dalla psicostar Massimo Reca l cati . L’ennesima invettiva, stavolta contro i «filosofi irresponsabili» che fanno da «involontari maîtres à penser» delle «sommosse popolari» contro il green pass. Reca l cati , come Concita, è indignatissimo. Non tollera che «l’estrema sinistra e l’e s tre - ma destra» si siano «scatenate in una radicale critica della gestione della pandemia e delle relative misure di prudenza e sicurezza sanitaria». Non ha dubbi, il nostro: i filosofi irresponsabili «confondono le idee», «foraggiano una protesta contro le istituzioni in un momento in cui dovrebbe prevalere la solidarietà senza condizioni». Riepilogando, dalla prima pagina di Re p ub b l ic a possiamo estrarre due concetti chiave. Primo: se, a maggioranza e seguendo le procedure democratiche, il Parlamento respinge una proposta di legge avanzata dal Pd, si tratta senz’altro di un sopruso, di un atto indegno, di u n’offesa al popolo, alla morale, alla democrazia, ai diritti umani e civili. Secondo concetto: se, esercitando i diritti garantiti dalla Costituzione, una minoranza si oppone alle decisioni del governo di cui fa parte il Pd e addirittura le contesta in piazza, si tratta senz’altro di un sopruso, di un’offesa al popolo, alla morale, alla democrazia, ai diritti umani e c iv i l i . In apparenza, le contraddizioni sono devastanti. Da un lato, infatti, i progressisti celebrano la «difesa delle minoranze»; dall’altro si infuriano perché «una estrema minoranza del nostro Paese» protesta. Vogliono bastonare chi manifesta contro le restrizioni sanitarie; ma vogliono pure scendere in piazza per contestare la tagliola che ha decapitato il bavaglio arcobaleno. Se il Parlamento approva una norma che istituisce il lasciapassare, gioiscono; se lo stesso Parlamento rifiuta il ddl Zan, sputano fuoco e fiamme. In realtà tutto si tiene: questo è l’esatto funzionamento del meccanismo a cui alludevamo prima. Il filosofo Costanzo Preve lo chiamava «blocco identitario». Si tratta di una forma di prigionia della mente che impedisce di ragionare. «Qualsiasi cosa si pensi o si intenda pensare», scriveva P reve, «avrà una validità soltanto e nella misura in cui sarà organica alla Classe e al Partito». Oggi il Partito non esiste quasi più, e quella di Classe è un’idea sbiadita. Ma il blocco scatta come ai bei tempi. Potremmo anche metterla giù così: è concesso soltanto ciò che è gradito a sinistra. Se la maggioranza obbedisce ai diktat progressisti, è santa e va difesa a costo di reprimere nel sangue eventuali minoranze dissenzienti. Se invece la maggioranza non si adegua, va sciolta e sostituita dal l’avanguardia illuminata che è davvero in grado di interpretare i desideri nascosti del popolo, di guidarlo verso un avvenire radioso. Tale visione del mondo, dicevamo, è antica: da sempre caratterizza i totalitarismi. Essa stabilisce che ciò che non è organico vada espulso, come un tumore. Il dissenso, in questa prospettiva, diviene inevitabilmente patologico. Se, ad esempio, uno pensa che il green pass sia una scemenza, diviene automaticamente un malato di mente, il suo pensiero è per forza deviato. Re - p ub b l ic a , non a caso, chiama Vittorio Lingiardi e Gu id o G iova n a rd i (psichiatra e psicologo) affinché analizzino la mente dei no vax e ne indichino le storture. I filosofi - che sarebbero teoricamente chiamati a esercitare il pensiero - se pensano e criticano diventano «irresponsabili», come sostiene Massimo Recalcati. Infatti Giorgio Agamben (il primo a scagliarsi contro l’auto - ritarismo sanitario) viene da mesi sottoposto a rabbiosi assalti. Un paio di settimane fa, un centinaio di filosofi d’ac - cademia ha addirittura sottoscritto un manifesto contro di lui. In buona sostanza, si pretende che Agam ben - e con lui chiunque manifesti un barlume d’opposizione - taccia, obbedisca, si pieghi. Ormai da diversi mesi siamo entrati in quel «mondo nuovo» in cui è «proibito fare domande», cioè – appunto - pensare. Se qualcuno avanza u n’obiezione non viene nemmeno considerato: il suo punto di vista non è discusso, ma violentemente avversato. La filosofia - l’agone del pensiero - è neutralizzata dagli stessi filosofi. Il Parlamento e le piazze - spazi di confronto, di discussione - sono scavalcati e schiacciati, svuotati di senso. Non si può più pensare se non ciò che è già stato pensato da altri; si può parlare soltanto se si esprimono concetti preconfezionati («Serve più green pass! Il vaccino è la soluzione! Le cure sono roba da sciamani!»). Si dice che tutto ciò non sia una dittatura perché «non c’è violenza». Invece la violenza c’è eccome, però a bassa intensità: non abbiamo una dittatura vera e propria, bensì una distorsione della democrazia, che trae in inganno perché assomiglia all’originale. In Fa h re n h eit 451 di Ray Bradbury, l’auto r i - tarismo è evidente perché la realtà è ribaltata: i pompieri appiccano il fuoco. Qui, invece, sembra che tutto sia normale: i nostri pompieri distopici non usano le fiamme, ma gli idranti. Il risultato, però, è lo stesso: la distruzione del dissenso. E del pensiero.


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