NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
STUPIDA RAZZA
martedì 19 ottobre 2021
«Sempre più genitori ritirano i figli da scuola e decidono di fare i prof»
Secondo gli ultimi dati forniti
alla fine di settembre da Anief
( As so c ia zion e
nazionale insegnanti e formatori), sarebbero
già un migliaio le classi costrette in didattica a distanza
a un mese dall’apertura delle
scuole. Un numero che impensierisce non poco le famiglie italiane, reduci da un anno di via crucis telematica, divise tra smart working e istruzione online dei figli. Ne sa
qualcosa - anzi, di più - Erika
Di Martino, 41 anni, consulente e fondatrice di Edupar. it ,
community numero uno in
Italia per chi ricerca un sistema educativo, accademico ed
emozionale, diverso da quello
della scuola ordinaria. Spesso
tradotto erroneamente come
“scuola parentale”, l’h o m esc h o o l i n g è una realtà in crescita nel nostro Paese, specie
nel Nord Italia, e consiste nella presa in carico da parte dei
genitori dell’istruzione dei
bambini. «Bisogna distinguere molto bene tra le due cose»,
spiega l’ex insegnante statale,
madre di cinque figli tra i 6 e i
16 anni che non hanno mai
varcato la soglia di una classe.
«Chi segue la didattica parentale fa scuola a tutti gli effetti,
con una struttura, un’o rganizzazione che si serve anche
di professori, locali a norma e
un orario stabilito. Purtroppo
c’è ancora grande confusione.
Lo stesso Miur mette tutto
nello stesso calderone».
In che acque naviga la scuola italiana?
«La mia impressione è che
si trovi in un momento talmente caotico che potrebbe
offrire delle opportunità per
r ic o s tr u i re » .
Su quali basi?
«Bisognerebbe personalizzare il percorso di studi seguendo le indicazioni nazionali per il curriculum. C’è un
documento bellissimo scritto
nel 2012 che parla della centralità dell’individuo, non è
mai stesso messo in pratica a
causa della struttura scolastica: classi pollaio, ambienti ristretti, burocrazia infinita
che grava sulle spalle dei doc e nt i » .
Non rischia di essere un miraggio, visti i numeri?
«Sono tra quelli che credono possibile smuovere le montagne. Bisogna capire se ci sia
interesse a cambiare. Io credo
che manchi la volontà».
Guardando all’inverno è
p e s s i m i s ta?
«Mi auguro che sia impossibile fare peggio dell’anno
scorso. Diverse famiglie, in
questi mesi, si sono rivolte a
me confessando le loro esperienze ai tempi della pandemia. Per tanti è stato un motivo di ricerca per andare oltre
la scuola tradizionale. Ciò che
è stato fatto con la didattica a
distanza ha dell’i nc re di bi le.
In negativo, ovviamente».
Cosa non ha funzionato?
«Si è preso un sistema polveroso, che già funzionava poco con le classi in presenza, e
lo si è trasferito pari pari sullo
schermo di un computer. Senza porsi alcun tipo di domanda sui risultati che ciò poteva
produrre. Se all’inizio non
eravamo preparati, oggi si
persevera nell’errore. Non
esistono più scusanti».
Quali misure andavano
ad ottate?
«È assurdo pensare all’edu -
cazione di un bambino a compartimenti stagni. Si apprende con la mente, col cuore, con
il corpo. Non si può togliere la
socialità, la mobilità, pensando di sortire i medesimi effetti. La prima cosa era alleggerire gli orari; che senso ha mettere dei bambini delle scuole
primarie davanti a uno schermo per 5-6-8 ore? Quello che è
stato offerto è una sorta di babysitting telematico».
Ha letto degli oltre 100.000
ba n chi a rotelle ritirati?
«Purtroppo, quando a gestire i fondi destinati all’istru -
zione ci sono persone che non
hanno idea di come sia la vita
nelle aule, queste sono le conseguenze. Quando si entra in
una scuola, sembra di fare un
salto nel passato. È l’immagi -
ne di un’istituzione che ha
perduto ogni centralità».
Il numero delle famiglie
ch e, come reazione, si sono avvicin ate al l’h omesch ooling è
c re s c iuto in maniera esponenzia le. Secondo il Miur, i
d ati sarebbero triplicati: da
circa 5.000 bambini h o m esch o ole r nel 2019 a oltre
15.0 00. Qual è il panorama,
dal suo osservatorio personale?
«La delega incondizionata
d el l’apprendimento alle istituzioni è venuta meno. I genitori hanno aperto gli occhi. Si
sono accorti, specie durante il
primo lockdown, di quanto la
scuola fosse disorganizzata e
hanno provveduto in maniera
autonoma per sé stessi e per i
propri figli. Hanno capito che
una didattica diversa era possibile. Tanti bambini hanno
ritrovato la voglia di imparare,
erano meno stressati, meno
competitivi. Poi è arrivata la
dad e siamo tornati al punto di
pa rte n za » .
In che misura è aumentata
la richiesta?
«Direi raddoppiata. Solitamente, arrivati a ottobre la situazione si stabilizzava. Le famiglie avevano ormai deciso
se istruire i propri figli a scuola o a casa. Adesso, invece,
mentre noi parliamo ci sono
famiglie che stanno togliendo
i figli da scuola».
Questo è un bene? O intravede il rischio di una scelta
indotta e, quindi, poco consap evol e?
«Il rischio c’è. Parte del lavoro mio e di Edupar è proprio
quello di informare e sensibilizzare. La prima cosa che diciamo è che l’h o m esc h o o l i n g
non è una passeggiata. È importante avere coscienza dei
propri diritti e doveri fondamentali. Sono la prima a notare una dispersione di questa
conoscenza, e me ne rammarico. Spero che le famiglie che
decidono di fare un passo del
genere abbiano avuto una prova concreta di cosa rappresenta » .
Lo spauracchio del g reen
pass esteso ai bambini ha fatto la sua parte?
«Senza dubbio».
Cosa ne pensa?
«Sono dell’idea che tutto ciò
che lede la libertà personale
dei cittadini e l’autonomia dei
genitori nelle scelte riguardanti la vita dei propri figli sia
scorretto e oppressivo».
In è ra p re -Covid, quali erano le motivazioni che spingeva no le famiglie verso l’home -
s ch o ol i n g ?
«Anzitutto, la ricerca di una
personalizzazione del sistema didattico, che può essere
motivata da bilinguismo, difficoltà di apprendimento, handicap di vario genere, ragioni
di tempo (tanti sono sportivi
agonisti, per esempio). O la
necessità di mantenere l’unione famigliare in casi particolari. A volte ci sono motivi
religiosi, ma ciò accade soprattutto negli Stati Uniti. In
Italia molto meno».
Nel suo caso?
« L’insoddisfazione della
scuola tradizionale. Vedevo
come non venissero corrisposte le necessità dei bambini in
un ambiente di classe. Soltanto il primo ha frequentato l’asilo per tre mesi. Mi sono bas tat i » .
In casa è lei a ricoprire il
ruolo dell’inseg nante?
«Questo è un altro aspetto
di cui mi preme parlare. “Tu
sei mamma, come fai a essere
anche insegnante?”: questa è
una domanda ricorrente. È
molto semplice: i bambini
cercano delle guide, i nostri
hanno me e mio marito. Lo
siamo stati e lo siamo tutt’o ra
in ambiti diversi, dai primi
passi allo studio della storia e
della geografia, al supporto affettivo nel consolare un cuore
infranto. Quello che tendiamo
a realizzare è una comunità di
apprendimento completa».
Ma, alla fine, l’a ppren dimento inteso in senso classico, come avviene?
«In maniera guidata per
metà e per l’altra metà in autonomia, intesa come ricerca
del bambino. Compito del genitore è organizzare un ambiente stimolante e motivante
dove il bambino possa esplorare. Lì risiede l’aute nticità
dell’apprendimento che resta, non il nozionismo che rimane incollato alla fronte giusto il tempo di passare l’inter -
roga z io n e » .
In che modo il ministero
d el l ’Is tr u z io n e valuta i risultati ?
«Attraverso gli esami di licenza media e superiore, e con
gli esami annuali di idoneità
introdotti nel 2017 dalla riforma della Buona scuola del ministro Fedeli. Prima non erano obbligatori, venivano utilizzati solo per il reinserimento a scuola. Vorrei precisare,
infatti, che il sistema è molto
flessibile: ci sono ragazzi che
magari fanno un anno di ho -
m esc h o o l i n g e poi rientrano in
classe».
I n ca s tra re gli impegniquo -
tidiani con l’ap pren dim ent o
casalingo di cinque ragazzi
d ev ’essere un’impresa titanica .
«Nel corso degli anni, io e
mio marito abbiamo modificato il nostro stile di vita. Siamo partiti con un papà che
aveva un lavoro dipendente e
una mamma divisa tra maternità e impieghi part time. Ora
siamo entrambi liberi professionisti e viviamo tra Irlanda e
Italia. I cosiddetti nomadi dig i ta l i » .
Ogni scelta ha i suoi pro e i
suoi contro.
« L’h o m esc h o o le r è una persona che vive la società, purtroppo la società non è sempre
pronta a vivere l’homeschoo -
le r : questo è un problema. Ma
l’unione famigliare, la profonda conoscenza dei propri figli
e anche di sé stessi (perché
l’h o m esc h o o l i n g porta a mettere in discussione i retaggi
della società) sono una conquista preziosa».
E, però, la scuola non è solta nto un luogo di apprendimento. È un microcosmo che
re pl ica le dinamiche sociali in
cui l’individuo agisce.
«Purtroppo, tanto di ciò che
accade in classe è competizione. Questo è un aspetto che
l’h o m esc h o o l i n g non ha interesse a replicare. Esistono altre forme di socializzazione,
di collaborazione».
Per esempio?
«I miei figli hanno gruppi
sportivi, gruppi di famiglie ho -
m esc h o o le r, con ragazzi coetanei e non, coi quali si confrontano e svolgono attività ludicodidattica settimanalmente.
Abbiamo la fortuna di abitare
in un contesto di cascina che
non è l’appartamento dove,
una volta chiusa la porta, non
si sa chi siano i vicini di casa».
Le capita di avere dei dubbi? Il timore che, fuori da casa,i suoi figli possano s e nti r s i
« d ive r s i » l’ha mai sfiorata?
«Non mi credo Wonder woman, il dubbio c’è ed è sano
perché significa mettersi in
discussione. Che i miei figli si
sentano diversi per me è un
bene. Mettiamola così: se per
rispettare le proprie inclinazioni bisogna essere esclusi da
un certo tipo di società, ben
ve n ga » .
Qualcuno di loro ha mai esitato ?
«Vuole sapere se mi hanno
chiesto di tornare a scuola?
Ogni anno siamo noi a domandarglielo. La risposta è sempre la stessa: “No, perché la
mia libertà è importante”».
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