Se la piazza è innocua non serve a niente. Se la piazza è violenta serve alla repressione. Lasciamo a B a ku n i n i suoi sogni e alla Comune di Parigi le sue barricate. Ci ricordiamo tutti del G8 di Genova, quelle furono barricate non piazza, e non solo non servirono a niente ma ci scappò il morto e rimase solo quella sensazione di centri sociali in gita e la banca come emblema, cioè se non spacchi una banca sei un coglione. Le piazze non sono mai servite allo scopo che si erano prefisse, figuriamoci se possono servire a qualcosa nel Paese del 25 luglio. Mostrare il dissenso è una cosa molto novecentesca, gridare lo slogan per strada è una cosa molto sessantottina. Ma come disapprovare le persone perbene che di fronte all’ennesima declinazione dello stato d’emergenza sottoforma di lasciapassare per lavorare, rafforzato da ministri che ridacchiano descrivendo i «costi psicologici del tampone» e scienziati che agitano l’ennesima carota di fronte al l’asino di un’immunità di gregge che prima era il 70%, poi l’80%, poi il 90%, poi il 95% contando i bambini, poi non ci sarà mai, poi vedremo se attenuare il green pass nel 2022 quando in teoria lo stato d’emergenza non potrebbe più essere prorogato ma le sue misure evidentemente sì? Il fatto è che qualcuno si inserisce, assalta la sede della Cgil e casualmente il vicesegretario del Pd dice subito che Fratelli d’Italia (cosa c’entra?) è «fuori dall’arco democratico». Pensa te cosa ci si deve inventare per vincere un ba l l otta g g io. Ma la questione è ben più ampia e decisiva: nella società del Grande Reset ha ancora senso scendere in piazza a protestare? Il governo ha già annunciato una stretta alle manifestazioni di piazza, come neanche negli Anni di piombo quando ogni sabato che Dio mandava in terra c’era il corteo che spaccava tutto, in centro. Del resto lo stato d’emergenza autorizza questo e ben altro. Ma in una società che esige un lasciapassare sanitario legato a un obbligo vaccinale fittizio - anche se Enrico Letta si è già precipitato a chiedere un obbligo vaccinale effettivo che ci porrebbe fuori dalla normativa europea ben più di quanto vorrebbe per sé la Polonia, ma non importa - ha ancora senso manifestare il proprio dissenso con modalità novecentesche? Una società che guarda con interesse e curiosità alla Cina per implementare la «cittadinanza premiale», che restringe ogni spazio di libertà in nome di una riconoscibilità perpetua e sottopone i diritti dei cittadini a generici «comportamenti virtuosi», siano oggi un vaccino, siano domani la sostenibilità ambientale, sia dopodomani la sospensione degli accessi telematici per chi tiene comportamenti «politicamente scorretti», non è più una società contro la quale è possibile manifestare la propria contrarietà attraverso le forme del Novecento. Se lo Stato rimpicciolisce sempre più gli spazi di manifestazione del dissenso, quel dissenso si deve annullare o possono essere pensate forme nuove ed efficaci di opposizione? Nella fattispecie di ciò che accade oggi con il green pass, giacché la Scienza è Dio, ci troviamo di fronte a un problema di tipo religioso. Incidentalmente di questi tempi Dio parla per bocca di Fa b r i - zio Pregliasco e Roberto Bur io n i e ciò rende la situazione vieppiù problematica. Se manifestare la propria contrarietà a farsi inoculare un vaccino per lavorare è illegittimo, perché si sta manifestando un’eresia, allora siamo già in uno stato di guerra religiosa. Non si tratta però di una guerra che si combatte a viso aperto, ma di una guerra incessante nei confronti del nemico, sia esso una persona che non vuole vaccinarsi, una persona che tiene comportamenti non ambientalmente sostenibili, una persona che pronuncia espressioni omofobe, una persona che non ha pagato una rata. Questa persona, nel momento in cui scende in piazza per protestare non avrà altra possibilità se non quella di essere ulteriormente annotata come refrattaria e antisociale dal sistema di sorveglianza con la quale la società si è venuta a identificare. Sono di questi giorni gli «identikit dei no vax» sui media italiani, banali esercizi di ghettizzazione sociale emanati dall’e s te n s io n e stessa dell’idea di green pass a ogni aspetto della vita, come apertamente teorizzato da vari politici. Cosa resta allora a chi vuole sottrarsi a tutto questo? La piazza? Non credo. Credo che nel rapporto di forza con questo Leviatano si possa avere una possibilità soltanto mettendo in gioco il proprio valore intrinseco, la propria forza contrattuale, se se ne ha una naturalmente. Mentre ci avvicinavamo alla scadenza di oggi inerente l’obbligo di green pass sul lavoro, i portuali di Trieste hanno mostrato come, in maniera pacifica ma ferma, si possa rendere attiva una forza corporativa. Hanno chiesto la disapplicazione totale del green pass sul posto di lavoro come condizione per lavorare tutti, altrimenti non lavora nessuno. Il porto di Trieste vale qualcosa? La volontà dei portuali triestini vale qualcosa? Sicuramente vale la capacità di porsi come interlocutore, vedremo in che misura ciò produrrà risultati. Ma nel momento in cui il sindacato nazionale mostra ancora una volta come la «coscienza di classe» sia un mero simulacro, emergono, a Trieste, le volontà di uomini affratellati da un’appartenenza e sostenuti da una comunità. Questo significa «dispiegare una forza» e solo in questa direzione, agli individui dotati di una reale forza contrattuale, sarà consentito manifestar-si con efficacia e al di fuori della Narrazione. Facendo valere, fuori dallo schema novecentesco soreliano della violenza di piazza, la propria volontà e la propria appartenenza, se se ne ha una.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
STUPIDA RAZZA
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