Stupisce che, nell’ottu s a imposizione del salvacondotto pena la perdita del salario, nessuno si sia domandato: perché la trincea è a Trieste? La risposta è molto articolata e tocca il sentimento d’italianità, tocca la radice profonda della patria, del nostro essere cittadini di questo Stato. I portuali di Trieste non sono lavoratori qualsiasi. Sono gli eredi di quelli che tentarono d’impedire l’i mpiccagione di Gug l iel m o O b e rd a n che su patibolo degli austrungarici gridò: «Viva l’Italia, viva Trieste libera, viva lo straniero». Ciò che non capiscono coloro i quali si stupiscono del fatto che tra i portuali triestini i capi della protesta siano vaccinati e dotati di green pass è che a Trieste il 50% del porto è stato comprato dai tedeschi. Dal settembre di un anno fa il colosso Hamburger Hafen und Logistik Ag (Hhla) è padrone della nuova piattaforma logistica e allora il presidente dell’autorità portuale Zeno D’A go s ti n o che si era dichiarato pronto a dimettersi in caso di blocco dello scalo («Non posso restare se non ho la fiducia dei miei portuali») dette la sveglia all’Italia: «Se va avanti, così conquistano tutto». Si era in piena pandemia, nessuno ha dato ascolto al porto di Trieste che chiedeva tutela. Oggi i portuali se lo ricordano. Con i tedeschi quello scalo è diventato una cerniera indispensabile tra Sud e Nord Europa, com’era ai tempi di Cecco Beppe. I portuali lo sanno e sentendosi traditi dal loro governo, il governo dell’Italia, parola che a Trieste ha una potenza, una forza che non ha eguali in nessun altro angolo del paese, vogliono portare la loro protesta nel cuore dell’Europa perché sia Bruxelles a dire a M a r io D ra g h i : fermati. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, sembra non sapere e non capire che questi portuali sono gli stessi che durante la pandemia, mentre sfilavano le bare di Bergamo, erano comunque al lavoro senza mascherine, senza sanificazioni, senza protezioni. Hanno lavorato ininterrottamente giorno e notte e oggi non capiscono perché se allora dovevano fare i turni per evitare che l’export italiano frenasse del tutto, per evitare che il petrolio non arrivasse in Germania devono lasciare che alcuni dei loro compagni perdano il salario. Forse il ministro del Lavoro, O rl a n - d o, che viene dal Pci, ma anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, che per ironia della sorte guida un partito che si chiama «Liberi e uguali» si sono dimenticati del valore della parola «compagno» quando si fatica insieme, quando a ogni attracco di una portacontainer si rischia la vita insieme. Al porto di Trieste no, non se lo sono dimenticato. Come non si dimenticano i triestini che hanno pagato col sangue il loro desiderio-bisogno di essere italiani. In nessuna casa di Trieste si sono mai dimenticati che cosa ha significato nei secoli quel tricolore da sventolare come rivendicazione d’identità sotto gli occhi dell’austriacante tiranno che sparava sulla folla. Quel porto che oggi la stampa di sinistra, i leader della sinistra indicano come u n’enclave di nemici dell’Ita - lia è lo stesso che nel 1902 sostenne lo sciopero dei fuochisti del Lloyd, quel porto è lo stesso che nel febbraio di que l l ’anno fu trincea contro la brigata di Franz von Hoze n d o r f che rastrellò, torturò i socialisti e gli irredentisti italiani. Quei portuali sono i nipoti di coloro i quali marciarono il 4 novembre (una data che si studia ancora, ma chissà per quanto, nelle scuole italiane) del 1918 accanto ai soldati del generale Carlo Petitti di Roreto che proclamò finalmente Trieste i ta l i a n a ! Per capire cosa succede a Trieste bisogna riannodare questi fili. Riannodarli diventa un atto d’accusa per il governo perché se gli italiani più italiani di tutti, incuranti dei divieti, per solidarietà con i compagni di lavoro sono pronti alla protesta si fa fatica a sostenere che non abbiano senso civico e amore di patria, si fa fatica a sostenere che abbiano torto se percepiscono quella misura - la carta verde - come uno strumento di coercizione della libertà.
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