STUPIDA RAZZA

mercoledì 8 dicembre 2021

«Il dialetto va difeso dall’e st i n z i o n e ma a scuola si insegni solo l’italiano»

 

Inondato da termini anglosassoni, deturpato da orrori ortografici proliferanti sulle piattaforme social, messo sotto attacco da vacillanti congiuntivi pronunciati in tivù, è lecito chiedersi quali siano le condizioni di salute della lingua italiana, valutandone l’ap - propriatezza del suo utilizzo scritto e parlato. Gian Luigi Beccaria, piemontese di Costigliole Saluzzo (Cuneo), emerito di glottologia e storia della lingua italiana dell’u n ive r s i tà di Torino, rilascia un referto diagnostico sconfortante. L’esperto, il cui volto divenne famigliare al grande pubblico, attraverso la partecipazione, come giudice di gara e commentatore, al programma televisivo di Rai 1 Parola mia, condotto da Luciano Rispoli tra il 1985 e il 2003, il cui fine era quello di accendere l’inte - resse degli italiani per il corretto uso di una lingua, la nostra, che, ha scritto, è senza «pari nel suggestionare e procurare incanti», manifesta infatti perplessità, quando non s c o n c e rto. Gli anglismi d’importazio - ne sono una moda che fulmineamente attecchisce. Tuttavia, se di fronte all’incomben - za di mettersi alla prova con la stesura di un elaborato da consegnare ai commissari di un concorso pubblico, gli italiani, qu a n d ’anche laureati, incappano, come non di rado accade, in svarioni grammaticali e sintattici, viene da pensare che l’esilarante scena della lettera dettata da Totò a Peppino, i fratelli Caponi, nel film To tò , Peppino e la malafemmina («Punto! Due punti! Massì, fai vedere che abbondiamo!») non sia così lontana dall’attua - l i tà . La scolarizzazione di massa ha raggiunto un livello maturo e se, nel 1951, il 65% degli italiani usava il dialetto in ogni circostanza, oggi, a farlo, sono meno del 6%. Beccaria è un estimatore delle lingue locali, minacciate di estinzione con passaggi di generazione e mobilità geografica, ma ancora radici in cui rifugiarsi per trovare memoria della propria identità. Egli, tuttavia, in un’epoca in cui l’attenta lettura di testi anche letterari a fini di apprendimento si sta smarrendo, soppiantata dalla frenesia della ricerca d’informa - zioni sulla Rete e dall’a n si a compulsiva di comunicare, non demorde nell’insis tere che la lingua nazionale, prodotto evolutivo di quella bramata da Dante Alighieri, vada coltivata per evitare di profan a rl a . Se l’accademico di Crusca e Lincei ama ricordare la geniale nevrosi di Carlo Emilio Gadda, «strabiliante nel modo con cui immette l’elemento dialettale nel calderone delle espressioni astratte, sublimi, dotte, tecniche, o arcaiche», non dimentica la riflessione di Raffaele La Capria, il quale ha osservato che quando si compone «una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte» in italiano, è «come rifare l’Unità d’Ita l i a » . Professor Beccaria, lei ha s c r i tto , in L’italiano che resta ( E i n aud i ) , che la lingua utilizzata da politici e burocrati è u n’«antilingua», la quale, spesso, «sembra comunicare in astratto». Intende dire insomma, che il loro linguaggio, talvolta , è scollegato dalla rea ltà? «Il lamento sul “burocrate - s e”, poco comprensibile e difficile, distante dal comune parlare, rimonta a tempi lontani. Le potrei citare le lamentele di Vincenzo Monti nella sua P ro lu sio n e (del 1804) all’università di Pavia, sul “ba rba ro dialetto miseramente introdotto nelle pubbliche amminis tra z io n i” da “penne sciagurat i s s i m e”. Da sempre la tendenza di questo tipo di linguaggio, con la sua verniciatura di ufficialità, perde in immediatezza e in comunicabilità (“assi viar i”e non “s trad e”, “e s p l eta re”e non “fa re”, “re p er i re” e non “trova re”... eccetera). Quanto al linguaggio dei politici, occorre distinguere, a seconda della loro cultura e impegno. È meglio evitare il generico (dire “andare avanti” senza specificare verso dove, o “s vo l ta” sen - za indicare in che direzione) e parlare chiaro, senza eufemismi (ricordo, ad esempio, “ri - s tr uttu ra z io n e” al posto di “li - c en z i am e nto”). Preferiamo una visione più pragmatica e concreta del nostro presente e del nostro futuro, e dunque delle parole». In numerose occasioni cercare rifugio in un idioma «casalingo, più intimo», per usare pa rol e sue , ossia il dialetto, «almeno per chi ha avuto u n’infanzia dialettofona», appare un bisogno natural e. Pensa che l’utilizzo delle lingue locali sia destinato a eclissarsi? «Da decenni si pensa che, nel nostro Paese, i dialetti siano destinati a scomparire. In realtà, per ora, ciò non accade, anche se, talvolta più e talvolta meno, a seconda delle regioni, essi vanno a mano a mano perdendo una corda ogni giorno, come recitava il gran poeta siciliano dalla “voce di ferro”, Ignazio Buttitta, in una poesia dal titolo Lingua e d ialettu: “Un populu / diventa poviru e servu, / […] quannu i paroli non figghianu paroli / e si mancianu tra d’iddi. / Mi nn’ad dug nu ora, / mentri accordu a chitarra du dialettu / ca perdi na corda lu jornu”. La chitarra del dialetto perde ogni giorno una corda. A quegli anni appartengono anche i versi di Filò del - l’indimenticabile poeta Andrea Zanzotto, dedicati al suo “vecio parlar […] /, che me se á descuní / dì par dì ’nte la boca […]”: il “vecchio dialetto”, dice, gli si è estenuato, giorno per giorno, nella bocca, è cambiato, di anno in anno, con la sua faccia e la sua pelle». In un suo libro ricorda Lui - gi Meneghello, che considerava il vernacolo non una «lingua bassa» ma «pro fond a», quella «delle prime, più vivide fasi della nostra vita». E Fer - nando Bandini, che ricorreva sia al latino sia al vicentino. «Il livello profondo del dialetto, oltre che da un prosatore come Meneghello, è stato fatto risuonare in poesia da Bandini: il dialetto come la lingua che più non si sa, o meglio si sa, ma non si parla (“Sta lingua mi / la so ma no la parlo, / la xe lingua de morti”), una lingua intinta di mistero e di lontananza, evocazione del mondo infantile, capace ancora di far affiorare quel mondo che - dice Bandini - “dorme nel fondo della nostra coscienza; rivisitarlo significa trovarci coinvolti in qualcosa che avevamo dimenticato ma che pure ci era appartenuto”, una voce materna che contiene strati di maggior spessore simbolico. Nella sua poesia in dialetto è come “scendere sotto terra”, “vedere i nomi dalla parte delle radici”. Bandini poeta, non a caso, riserva al dialetto l’oscu - ro, il perturbante, il mondo dei sogni, delle paure e degli incubi, il mondo dei fantasmi notturni, come se fosse lingua del sottosuolo. Uno dei suoi capolavori è, difatti, una poesia dedicata alla c iup i n a ra , la talpa, che viene da sottoterra per vie cavernose, risalendo da una notte capovolta». Lei difende i dialetti, ma è anche categorico nel dire no a improbabili proposte di un loro insegnamento nelle scuole. «I dialetti si parlano, non si scrivono (a meno di essere poeta), e non s’insegnano. E poi, in Piemonte, quale piemontese insegnerei, e, in Lombardia, quale lombardo? In particolare, viviamo in un Paese in cui anche i laureati manifestano difficoltà a scrivere correttamente in italiano. A scuola occupiamoci, dunque, della lingua nazionale, che, soprattutto quanto allo scrivere, non gode di buona salute». « L’italiano», ha osservato, «è un ricco mosaico di voci in origine veneziane, lombarde, romanesche, napoletane… È vissuto immerso in un bagno generale di dialettalità, traendo man mano a sé, sin dalle origini, sempre nuove e s p re s s io n i , che coesistono e confliggono». Oggi si osserva il quotidiano utilizzo di angli - cismi d’importazione: br ief i ng , q uestio n ti m e , b o oste r … Ne siamo contaminati? «La difesa a oltranza (il “pu - r i s m o”), non ha mai portato a qualcosa di buono. Ci siamo spesso arricchiti di termini fondamentali e necessari, in ogni campo del sapere. Certo oggi, quanto all’accoglienza di parole da una lingua imperiale come l’anglo-americano, stiamo esagerando. Al punto che utilizziamo b o o ste r qu an d o abbiamo a disposizione il nostro “r ic h i a m o”. E poi impoveriamo l’italiano: si pensi agli anglismi più occulti, che riducono enormemente la nostra ricca gamma di sinonimi, spingendoci a una sola opzione. Forse che l’anglismo “sce - n a r io” non abbia quasi messo a l l’angolo “s ce n a”, “pa no ram a”, “qu ad ro”, “i p ote s i”, “pro - ge tt o ”, “s i tu a z io n e”?». In Italia si legge poco. Ta l e attività sarebbe indispensabile per apprendere e perfezionare il proprio bagaglio l i n gu i s tic o. «La competenza linguistica delle giovani generazioni che vanno a scuola oggi è molto scarsa. La scuola può fare molto. Purché essa non si limiti a insegnare la lingua usando soprattutto la grammatica. La lingua va insegnata a stretto contatto con la letteratura, perché chi legge con attenzione è inesorabilmente catturato dall’interesse. Chi ha interesse per la lingua non può non essere attratto dalla letteratura, maestra nell’“eseguir - l a”. Si legga il più possibile. Leggere poco o nulla fa sì che le parole a disposizione siano sempre meno». Come valuta la sua esperienza a Parola mia e in che misura la televisione di oggi incide, nel bene e nel male, su l la lingua italiana? « L’esperienza di Parola mia fu assai positiva. La presenza di un presentatore garbato ed entusiasta come Rispoli si rivelò decisiva. Riuscimmo a far passare importanti messaggi culturali. Inoltre, il fatto di leggere e commentare, a ridosso del telegiornale, brani di grandi poeti e prosatori, non era cosa di poco conto. I ragazzi, poi, vincevano libri e non danari. E soprattutto, attraverso l’illustrazione e, in fondo, la difesa di una grandissima lingua come la nostra, la sua ricchezza e varietà, si offriva una sorta di servizio civile, utilissimo per le sorti dell’italiano scritto e parlato, la cui competenza si avviava già a calare. Oggi la situazione è peggiorata. La tivù potrebbe fare molto di più per r i s o l l eva rl a » . 

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