STUPIDA RAZZA

giovedì 16 dicembre 2021

La Fed e l’inflazione, il dilemma dei tempi

 

È Moody’s a fotografare con efficacia il dibattito nella Federal Reserve sollevato dalle incognite nell’economia americana: un «esercizio di equilibrismo». Più precisamente: «Se i mercati percepiscono una Fed in ritardo nel controllo dell’inflazione, questo può portare a più elevate aspettative inflazionistiche. Se la Fed ne sovrastima la durata, può comportare strette eccessive a danno della crescita». Non v’è dubbio che, nel puzzle delle preoccupazioni, l’inflazione sia diventata il tassello cruciale: l’ultimo segnale della sua marcia è giunto dai prezzi alla produzione, saliti a novembre del 9,6% dall’anno scorso, un record. Dopo che i consumer prices avevano già mostrato un incremento annuale del 6,8%, il più alto in quasi quarant’anni con rincari diffusi da benzina ad affitti. Più che abbastanza, secondo gli analisti, per legittimare l’immediato ripensamento delle strategie del chairman Jerome Powell – già battezzato il “Powell pivot”, la svolta. La scommessa è che il vertice della Banca centrale si concluda oggi con revisioni al rialzo dell’outlook inflazionistico e con l’abbandono formale del termine “transitorio” nel descrivere le pressioni sui prezzi, pur mantenendo il concetto che dovrebbero quantomeno diminuire nel tempo. Questo “pivot” dovrebbe tradursi in un’accelerazione del ritiro degli stimoli: la riduzione negli acquisti di asset potrebbe raddoppiare da 15 a 30 miliardi di dollari al mese, per completare la manovra di rientro entro marzo. Accompagnata da più convinte previsioni, di una maggioranza degli esponenti Fed, di rialzi dei tassi nel corso del 2022, forse almeno due e forse dalla prima metà dell’anno.(CAMPA CAVALLO CHE L'ERBA CRESCE !) Lo stato d’insieme dell’espansione statunitense - la sua forza e ampiezza - è tuttavia men che trasparente. Lo spettro delle varianti del coronavirus aleggia non solo su strozzature in catene di approvvigionamento che moltiplicano costi e prezzi, ma sulla crescita. Il Pil ha evidenziato un passo annualizzato del 6,7% nel secondo trimestre, frenando però al 2,1% nel terzo. Il mercato del lavoro risente di irrisolti squilibri: da inizio anno sono stati creati in media 555.000 posti al mese, il tasso di disoccupazione è sceso al 4,2% e i sussidi per i senza lavoro sono ai minimi da 1969. La Great Resignation ha visto mesi con oltre 4 milioni di americani dimettersi a caccia di miglior occupazione e, a ottobre, oltre 11 milioni di offerte d’impiego. Allo stesso tempo a novembre la creazione di buste paga - 210.000 - ha deluso. All’appello dal prepandemia mancano quasi 4 milioni di posti. E i salari reali perdono quota.(DEFLAZIONE SALARIALE!) Ancora: i consumi appaiono sostenuti, con vendite al dettaglio salite dell’1,7% a ottobre e avviate a un fine anno robusto. Ma i consumatori esprimono pessimismo, con l’indicatore delle attese ai minimi da un decennio. I 4.500 miliardi di dollari in aiuti anti-pandemia si stanno esaurendo: per ceti medi e meno abbienti, gli eccessi di risparmio potrebbero essere del tutto evaporati a Capodanno. Ulteriori interventi pubblici rimangono incerti, ostaggio delle spirali dei prezzi: l’agenda decennale socio-ambientale da duemila miliardi di Joe Biden è incagliata in Congresso. Moderati e conservatori temono nuova spesa inflazionistica; i progressisti rispondono che l’impatto sui prezzi sarebbe minimo mentre sosterrebbe produttività e redditi. 

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