«Nell’era dei social un vocabolario ricco ti taglia fuori»

«Fino a qualche tempo fa
ero un Peter Pan che aveva
fatto della letteratura uno
scopo di vita. Adesso, dopo
la nascita di mia figlia, non
baratterei la letteratura
con la vita». Intervista con
Davide Bregola, scrittore e
critico mantovano, sulla
sua caccia alle solitudini fec o n d e.A Davide Bregola piace la gente fuori dagli algoritmi. Scrittori e scrittrici che
non frequentano
i talk show, i social e non scrivono sui giornaloni. Gavino
Ledda, Aldo Busi, Rocco Brindisi, Carmen Covito... Anche
lui, scrittore a sua volta e firma delle pagine culturali del
G io r n ale, è un tipo strano:
«Mantova ne è piena», ammicca. Autore di spettacoli dei burattini e animatore di corsi di
scrittura per pazienti psichiatrici, l’ultimo suo saggio s’inti -
tola I solitari. Scrittori appartati d’Ital ia (Oligo editore). Chi
sia Davide Bregola lo s’intui -
sce da due fotogrammi.
Il primo: un cinq ua nte n n e
con figlia di due anni.
«Fino a qualche tempo fa
ero un Peter Pan che aveva fatto della letteratura uno scopo
di vita. La qual cosa si presta a
tante considerazioni».
T i p o?
«Pensavo che la cultura e i
libri fossero un motivo esistenziale. Molti degli incontri
fatti nell’arco della vita avevano come scopo la divulgazione
l ette ra r i a » .
I nve c e ?
«La nascita di Chiara e la
pandemia mi hanno fatto
cambiare registro. Non solo
nella vita, anche nella scrittura. I ritratti d’autori dell’ulti -
mo libro non li avrei scritti così, prima. Con quella libertà
stilistica che ha scardinato le
formule abituali».
La vita spiazza la letteratur a?
«La stimola e quindi sì, la
spiazza. La letteratura lievita
quando nella vita accadono
delle cose. Dostoevskij è diventato lo scrittore che conosciamo da sopravvissuto,
sfuggito alla condanna a morte. Aveva visto negli occhi la
fine».
Ferdinando Camon sostie -
ne che Scrivere è più di vivere,
co me s’intitola uno dei suoi
saggi.
«Da autore del Novecento,
ha costruito la sua vita su questa idea».
Per uno scrittore lalettera -
tura è tutto?
«Non vorrei darne un’id ea
edulcorata. La letteratura è
uno strumento, un linguaggio
che aiuta. Ma non la baratterei
con la vita, che è più forte e
p ote nte » .
Il secondo fotogramma ri -
sale ai primi anni Novanta: fa -
c olt àdi Legge,ma p ro fe s s io n e
scrittore e consulente editor i a l e.
«Ho studiato a Ferrara, ma
da figlio di proletari sarebbe
stato problematico conquistare una cattedra. Avrei atteso
decenni. Allora in alcune facoltà persistevano le classi sociali e durante gli esami qualche professore chiedeva che
lavoro facevano i nostri genito r i » .
Com’è nata la passione per
la scrittura?
« L’ho sempre avuta. A 23
anni bazzicavo la redazione di
Transeuropa ad Ancona. C’erano Enrico Brizzi, Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia,
Romolo Bugaro, Giulio Mozzi... Era il mondo di autori nato da Pier Vittorio Tondelli. Lì
ho capito che mi attraeva di
più approfondire la letteratura delle leggi».
Do po questo saggio lei è
uno scrittore di scrittori?
«Tanti anni fa mi hanno folgorato le interviste di Camon
pubblicate in due volumi Garzanti, Il mestiere di scrittore e
Il mestiere di poeta. Quelle
conversazioni erano letteratura. Vuol dire che si può raccontare la contemporaneità
dell’Italia attraverso gli scrittori, in questo caso appartati.
Perciò la definizione di scrittore di scrittori non mi dispiace. Questa piccola galleria di
ritratti fa il paio con la raccolta
di colloqui con autori stranieri che ho pubblicato a fine anni Novanta. Mi è sempre piaciuto ascoltare storie, da bambino mi stregavano i racconti
dei vecchi sulla guerra».
E s i s te una letteratura della
pi a nu ra?
«Alcuni di quelli presenti
nel libro sono scrittori di pianura. In genere mi piace incontrare le persone nei loro
territori. Quando vado in un
posto cerco di conoscerne prima l’immaginario. Da ragazzo
leggevo Giorgio Bassani prima
di andare a Ferrara…».
Chi pensa di non avere una
vita interessante può s c r ive re
un’autobiografia raccontando le vite degli altri?
«Proprio grazie alla letteratura credo di condurre una vita interessante. Da cinque anni lavoro in un centro psichiatrico e faccio scrivere i pazienti. Ho fatto per tanto tempo
spettacoli dei burattini come
Guido Ceronetti e Gianni Rodari. Ho avuto l’o p p o rtu n i tà
d’incontrare i bambini nelle
scuole e gli anziani nelle case
di riposo».
Come si insegna scrittura
ai pazienti psichiatrici?
«È un breve corso fatto in
collaborazione con la Asl e il
reparto psichiatrico. Il primo
momento si compone di brevi
lezioni frontali di narrativa e
poetica, il secondo è un momento di scrittura, il terzo di
condivisione. Grazie alla
scrittura molti pazienti raccontano aspetti della loro vita
altrimenti inenarrabili. Scrivendo riescono a dire con precisione ciò che non saprebbero dire a voce. Così la scrittura
è una maschera e allo stesso
tempo una forza di verità. Dopo il Covid, che aveva bloccato
tutto, abbiamo ripreso. Il tema di quest’anno sono le emozioni. Io stimolo i pazienti e
volo anche alto. Loro mi seguono e spesso mi sorprendono».
Tornando agli scrittori, co -
sa la incuriosisce delle loro
scelte di s ol i tud i n e?
«I solitari sono di tre tipi:
quelli che lo sono per carattere, quelli che lo sono diventati
dopo un grande successo e i
solitari perché ancora non riconosciuti. Mi affascina questa scelta quasi monacale. Il
romitaggio, in qualche modo,
ha a che fare con la spiritualità
ed è l’opposto del marketing».
Per molti l’i s ol a m e nto è la
condizione per c rea re , per al -
tri una scelta e s i s te n z i a l e.
«Bisogna essere portati per
la solitudine. Tante persone
non riescono a stare sole con
sé stesse. In qualche caso dentro quella solitudine è avvenuto qualcosa che l’ha trasformata in una forza. Mi piace
perché va controtendenza al
mainstream che ci propina
continuamente il paese dei
balocchi nel quale le merci
danno la felicità».
Perché alcuni come L a ra
Cardella, Carmen Covito o
Gavino Ledda si ritirano dopo
esser stati molto visibili?
«Cardella e Covito sono nate come prodotto televisivo.
Erano ospiti fisse del Mau riz io
Costanzo show e dei giornali
che facevano opinione. Quando i media hanno spento i riflettori è avvenuto il cambiamento. Quella di Gavino Ledda invece è stata una scelta».
Anche Aldo Busi è stato
molto visibile sui media.
«Lui è un solitario per scelta che ha conosciuto la popolarità televisiva più che letteraria. Era noto per L’Isola dei
fa m o si non per Seminario sul -
la gioventù. Una volta mi ha
detto che “il mondo non segue
più una trama, ma si esprime
con un linguaggio framment at o ”. Accorgendosi di non appartenere a questo mondo, ha
preferito isolarsi».
Per un problema di lingua g g i o?
«In un mondo che ha perso
molte parole chi possiede un
vocabolario ricco si autoesclude perché risulta incomp re n s i bi l e » .
I colpevoli sono i social me -
d i a?
«Semplificano, frammentano, riducono il vocabolario
attivo delle persone. La solitudine e la marginalità sono un
destino segnato. Nel caso di
Busi non è subito, ma voluto:
lui rimane battagliero e incazzo s o » .
Giovanni Lindo Ferretti
ra p p re s e nta una variante dive r s a?
«Ha riabbracciato le sue radici e la casa degli avi, che ha
ristrutturato. Il suo è un romitaggio consapevole».
Altri sono solitari da semp re , come Francesco Permunian.
«È un dissacratore degli
stereotipi nazionali, predisposto alla polemica. La letteratura e la curiosità lo hanno
salvato dal diventare prevedibile, nelle sue furie».
Cosa mi dice di V ita lia no
Trev i s a n ?
«Con la sua intelligenza è
arrivato a vertici del pensiero
e della psiche difficili da sostenere. Tutti siamo esseri fragili
per reggere certe vette, lui in
modo particolare».
Come va catalogato Gianni
C el ati ?
«È il maestro dello sguardo.
La sua solitudine è fatta di partenze perché è sempre in movimento. È stato in Francia,
ora è a Brighton, perciò non è
mai al centro del dibattito.
Parlando da lontano lo poteva
sentire solo chi aveva un buon
udito. Così è diventato un class ic o » .
Raccontare questi scrittori è una fo r m a di contestazione?
«Prima di tutto è il tentativo
di creare una piccola epica
della figura dello scrittore e
della scrittrice. Poi è una forma di divulgazione di libri degli altri, da Padre padrone ai
romanzi di Rocco Brindisi…».
C’è anche la c o nte s ta z io n e
del luccichio e delle mode?
«Mi attrae di più la potenzialità di chi è in disparte rispetto a chi rappresenta il
mainstream, che tende a consumare tutto nell’e s p o si z ione».
C o nte s ta z io n e del c i rcu i to
scrittura creativa, s al otti ,
premi letterari, g io r n a l i ?
«È la scelta consapevole di
fare un’altra strada. Le compagnie di giro le conosco, ma
vado altrove».
Se dovesse scegliere uno di
l o ro con chi condividerebbe
una vacanza?
«Con Simona Vinci perché
è bella e amo le donne. La persona che vorrei approfondire
è Rocco Brindisi, un maestro
elementare, molisano invisibile. Non trovando una sua foto, sul G io r n ale hanno dovuto
mettere un’immagine della
piazza della città in cui vive».
Cosa vuol dire per uno
scrittore vivere a Mantova,
c i ttà del Festival della Letteratu ra?
«Incontrare grandi autori
in luoghi insoliti è un’occasio -
ne per mettere in moto l’im -
maginario. Gli scrittori sono
persone pittoresche, ma anche molto normali. Vedere un
premio Pulitzer come Michael Cunnigham, perdere la
pazienza in un negozio di
scarpe perché non trova il suo
numero è divertente».
Anche l ei per un certo per io d o hai fatto vita eremitica:
co s’era successo?
«Dopo una serie di esperienze, a 45 anni ho pensato
che pulirmi e stare un anno
fuori mi avrebbe aiutato a sedimentare i fatti».
Ho letto che avev a «le tasche piene delle persone».
«Avevo fatto il direttore artistico di un festival, il ghostwriter per persone famose, vivendo con loro... Mi era più
chiaro come va il mondo e volevo staccarmene per un po’».
Che cosa ne ha tratto?
«Intanto un libro, Fossili e
sto rio n i .Notizie dalla casa galle g g ia n te (Avagliano). Poi l’idea che a volte il silenzio è più
forte delle parole e una certa
pulizia aiuti a prendere decis io n i » .
Dopo quanto è tornato in
s o c ietà?
«Dopo un anno. Avevo una
compagna. Sono tornato a
Mantova nel dicembre 2018 e
un paio di mesi dopo abbiamo
concepito Chiara».
Perché faceva spettac ol i
con i bu ratti n i ?
«C’era un intento didattico:
con i burattini e le filastrocche
s’impara la metrica della poesia. Sono andato a Ginevra dove sono esposti i burattini di
Paul Klee, ho preso i cataloghi,
li ho fotografati e riprodotti.
Con la pandemia si è fermato
tutto, adesso mi hanno chiesto di ricominciare, ma quel
tipo di messa in scena non
m’interessa più».
Li farà per sua figlia?
«Sì, lei ha l’e s c lu s iva » .
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