STUPIDA RAZZA

domenica 5 dicembre 2021

«Nell’era dei social un vocabolario ricco ti taglia fuori»

 



«Fino a qualche tempo fa ero un Peter Pan che aveva fatto della letteratura uno scopo di vita. Adesso, dopo la nascita di mia figlia, non baratterei la letteratura con la vita». Intervista con Davide Bregola, scrittore e critico mantovano, sulla sua caccia alle solitudini fec o n d e.A Davide Bregola piace la gente fuori dagli algoritmi. Scrittori e scrittrici che non frequentano i talk show, i social e non scrivono sui giornaloni. Gavino Ledda, Aldo Busi, Rocco Brindisi, Carmen Covito... Anche lui, scrittore a sua volta e firma delle pagine culturali del G io r n ale, è un tipo strano: «Mantova ne è piena», ammicca. Autore di spettacoli dei burattini e animatore di corsi di scrittura per pazienti psichiatrici, l’ultimo suo saggio s’inti - tola I solitari. Scrittori appartati d’Ital ia (Oligo editore). Chi sia Davide Bregola lo s’intui - sce da due fotogrammi. Il primo: un cinq ua nte n n e con figlia di due anni. «Fino a qualche tempo fa ero un Peter Pan che aveva fatto della letteratura uno scopo di vita. La qual cosa si presta a tante considerazioni». T i p o? «Pensavo che la cultura e i libri fossero un motivo esistenziale. Molti degli incontri fatti nell’arco della vita avevano come scopo la divulgazione l ette ra r i a » . I nve c e ? «La nascita di Chiara e la pandemia mi hanno fatto cambiare registro. Non solo nella vita, anche nella scrittura. I ritratti d’autori dell’ulti - mo libro non li avrei scritti così, prima. Con quella libertà stilistica che ha scardinato le formule abituali». La vita spiazza la letteratur a? «La stimola e quindi sì, la spiazza. La letteratura lievita quando nella vita accadono delle cose. Dostoevskij è diventato lo scrittore che conosciamo da sopravvissuto, sfuggito alla condanna a morte. Aveva visto negli occhi la fine». Ferdinando Camon sostie - ne che Scrivere è più di vivere, co me s’intitola uno dei suoi saggi. «Da autore del Novecento, ha costruito la sua vita su questa idea». Per uno scrittore lalettera - tura è tutto? «Non vorrei darne un’id ea edulcorata. La letteratura è uno strumento, un linguaggio che aiuta. Ma non la baratterei con la vita, che è più forte e p ote nte » . Il secondo fotogramma ri - sale ai primi anni Novanta: fa - c olt àdi Legge,ma p ro fe s s io n e scrittore e consulente editor i a l e. «Ho studiato a Ferrara, ma da figlio di proletari sarebbe stato problematico conquistare una cattedra. Avrei atteso decenni. Allora in alcune facoltà persistevano le classi sociali e durante gli esami qualche professore chiedeva che lavoro facevano i nostri genito r i » . Com’è nata la passione per la scrittura? « L’ho sempre avuta. A 23 anni bazzicavo la redazione di Transeuropa ad Ancona. C’erano Enrico Brizzi, Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi... Era il mondo di autori nato da Pier Vittorio Tondelli. Lì ho capito che mi attraeva di più approfondire la letteratura delle leggi». Do po questo saggio lei è uno scrittore di scrittori? «Tanti anni fa mi hanno folgorato le interviste di Camon pubblicate in due volumi Garzanti, Il mestiere di scrittore e Il mestiere di poeta. Quelle conversazioni erano letteratura. Vuol dire che si può raccontare la contemporaneità dell’Italia attraverso gli scrittori, in questo caso appartati. Perciò la definizione di scrittore di scrittori non mi dispiace. Questa piccola galleria di ritratti fa il paio con la raccolta di colloqui con autori stranieri che ho pubblicato a fine anni Novanta. Mi è sempre piaciuto ascoltare storie, da bambino mi stregavano i racconti dei vecchi sulla guerra». E s i s te una letteratura della pi a nu ra? «Alcuni di quelli presenti nel libro sono scrittori di pianura. In genere mi piace incontrare le persone nei loro territori. Quando vado in un posto cerco di conoscerne prima l’immaginario. Da ragazzo leggevo Giorgio Bassani prima di andare a Ferrara…». Chi pensa di non avere una vita interessante può s c r ive re un’autobiografia raccontando le vite degli altri? «Proprio grazie alla letteratura credo di condurre una vita interessante. Da cinque anni lavoro in un centro psichiatrico e faccio scrivere i pazienti. Ho fatto per tanto tempo spettacoli dei burattini come Guido Ceronetti e Gianni Rodari. Ho avuto l’o p p o rtu n i tà d’incontrare i bambini nelle scuole e gli anziani nelle case di riposo». Come si insegna scrittura ai pazienti psichiatrici? «È un breve corso fatto in collaborazione con la Asl e il reparto psichiatrico. Il primo momento si compone di brevi lezioni frontali di narrativa e poetica, il secondo è un momento di scrittura, il terzo di condivisione. Grazie alla scrittura molti pazienti raccontano aspetti della loro vita altrimenti inenarrabili. Scrivendo riescono a dire con precisione ciò che non saprebbero dire a voce. Così la scrittura è una maschera e allo stesso tempo una forza di verità. Dopo il Covid, che aveva bloccato tutto, abbiamo ripreso. Il tema di quest’anno sono le emozioni. Io stimolo i pazienti e volo anche alto. Loro mi seguono e spesso mi sorprendono». Tornando agli scrittori, co - sa la incuriosisce delle loro scelte di s ol i tud i n e? «I solitari sono di tre tipi: quelli che lo sono per carattere, quelli che lo sono diventati dopo un grande successo e i solitari perché ancora non riconosciuti. Mi affascina questa scelta quasi monacale. Il romitaggio, in qualche modo, ha a che fare con la spiritualità ed è l’opposto del marketing». Per molti l’i s ol a m e nto è la condizione per c rea re , per al - tri una scelta e s i s te n z i a l e. «Bisogna essere portati per la solitudine. Tante persone non riescono a stare sole con sé stesse. In qualche caso dentro quella solitudine è avvenuto qualcosa che l’ha trasformata in una forza. Mi piace perché va controtendenza al mainstream che ci propina continuamente il paese dei balocchi nel quale le merci danno la felicità». Perché alcuni come L a ra Cardella, Carmen Covito o Gavino Ledda si ritirano dopo esser stati molto visibili? «Cardella e Covito sono nate come prodotto televisivo. Erano ospiti fisse del Mau riz io Costanzo show e dei giornali che facevano opinione. Quando i media hanno spento i riflettori è avvenuto il cambiamento. Quella di Gavino Ledda invece è stata una scelta». Anche Aldo Busi è stato molto visibile sui media. «Lui è un solitario per scelta che ha conosciuto la popolarità televisiva più che letteraria. Era noto per L’Isola dei fa m o si non per Seminario sul - la gioventù. Una volta mi ha detto che “il mondo non segue più una trama, ma si esprime con un linguaggio framment at o ”. Accorgendosi di non appartenere a questo mondo, ha preferito isolarsi». Per un problema di lingua g g i o? «In un mondo che ha perso molte parole chi possiede un vocabolario ricco si autoesclude perché risulta incomp re n s i bi l e » . I colpevoli sono i social me - d i a? «Semplificano, frammentano, riducono il vocabolario attivo delle persone. La solitudine e la marginalità sono un destino segnato. Nel caso di Busi non è subito, ma voluto: lui rimane battagliero e incazzo s o » . Giovanni Lindo Ferretti ra p p re s e nta una variante dive r s a? «Ha riabbracciato le sue radici e la casa degli avi, che ha ristrutturato. Il suo è un romitaggio consapevole». Altri sono solitari da semp re , come Francesco Permunian. «È un dissacratore degli stereotipi nazionali, predisposto alla polemica. La letteratura e la curiosità lo hanno salvato dal diventare prevedibile, nelle sue furie». Cosa mi dice di V ita lia no Trev i s a n ? «Con la sua intelligenza è arrivato a vertici del pensiero e della psiche difficili da sostenere. Tutti siamo esseri fragili per reggere certe vette, lui in modo particolare». Come va catalogato Gianni C el ati ? «È il maestro dello sguardo. La sua solitudine è fatta di partenze perché è sempre in movimento. È stato in Francia, ora è a Brighton, perciò non è mai al centro del dibattito. Parlando da lontano lo poteva sentire solo chi aveva un buon udito. Così è diventato un class ic o » . Raccontare questi scrittori è una fo r m a di contestazione? «Prima di tutto è il tentativo di creare una piccola epica della figura dello scrittore e della scrittrice. Poi è una forma di divulgazione di libri degli altri, da Padre padrone ai romanzi di Rocco Brindisi…». C’è anche la c o nte s ta z io n e del luccichio e delle mode? «Mi attrae di più la potenzialità di chi è in disparte rispetto a chi rappresenta il mainstream, che tende a consumare tutto nell’e s p o si z ione». C o nte s ta z io n e del c i rcu i to scrittura creativa, s al otti , premi letterari, g io r n a l i ? «È la scelta consapevole di fare un’altra strada. Le compagnie di giro le conosco, ma vado altrove». Se dovesse scegliere uno di l o ro con chi condividerebbe una vacanza? «Con Simona Vinci perché è bella e amo le donne. La persona che vorrei approfondire è Rocco Brindisi, un maestro elementare, molisano invisibile. Non trovando una sua foto, sul G io r n ale hanno dovuto mettere un’immagine della piazza della città in cui vive». Cosa vuol dire per uno scrittore vivere a Mantova, c i ttà del Festival della Letteratu ra? «Incontrare grandi autori in luoghi insoliti è un’occasio - ne per mettere in moto l’im - maginario. Gli scrittori sono persone pittoresche, ma anche molto normali. Vedere un premio Pulitzer come Michael Cunnigham, perdere la pazienza in un negozio di scarpe perché non trova il suo numero è divertente». Anche l ei per un certo per io d o hai fatto vita eremitica: co s’era successo? «Dopo una serie di esperienze, a 45 anni ho pensato che pulirmi e stare un anno fuori mi avrebbe aiutato a sedimentare i fatti». Ho letto che avev a «le tasche piene delle persone». «Avevo fatto il direttore artistico di un festival, il ghostwriter per persone famose, vivendo con loro... Mi era più chiaro come va il mondo e volevo staccarmene per un po’». Che cosa ne ha tratto? «Intanto un libro, Fossili e sto rio n i .Notizie dalla casa galle g g ia n te (Avagliano). Poi l’idea che a volte il silenzio è più forte delle parole e una certa pulizia aiuti a prendere decis io n i » . Dopo quanto è tornato in s o c ietà? «Dopo un anno. Avevo una compagna. Sono tornato a Mantova nel dicembre 2018 e un paio di mesi dopo abbiamo concepito Chiara». Perché faceva spettac ol i con i bu ratti n i ? «C’era un intento didattico: con i burattini e le filastrocche s’impara la metrica della poesia. Sono andato a Ginevra dove sono esposti i burattini di Paul Klee, ho preso i cataloghi, li ho fotografati e riprodotti. Con la pandemia si è fermato tutto, adesso mi hanno chiesto di ricominciare, ma quel tipo di messa in scena non m’interessa più». Li farà per sua figlia? «Sì, lei ha l’e s c lu s iva » .

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