Il nuovo piano
della Commis -
sione europea
per affrancare
l ’ U n i o n e d a i
combustibili fos-
sili provenienti dalla Russia,
presentato martedì a Bruxel-
les, non è poi così nuovo. La
strategia RePowerEu somiglia
piuttosto a una versione ag -
giornatadelpianoFitfor55, cui
è stato aggiunto un ingredien-
te: l’urgenza.Unaspolverata di
«tachicrazia», insomma, ovve-
ro quella tendenza a governare
in nome della necessità e con
strumenti d’urgenza, che ren-
dono a ccettabile ciò che in
tempi normali non sarebbe
mai accettato. Il piano prevede
in sintesi di accelerare sulle
fontirinnovabili,ridurre i con-
sumi ed eliminare la Russia
dall’albo dei fornitori di gas.
La sostituzione delle attuali
forniture di gas dalla Russia
con altre da Paesi terzi fa parte
dell’improvvisata strategia di
sicurezza degli approvvigio-
namenti che si stanno dando i
governi e a questo punto di-
venta davvero una necessità. È
sconcertante però quanto si
legge nel RePowerEu, cioè che
già entro quest’anno (in meno
di nove mesi) sia possibile ab-
battere di due terzi la dipen -
denza dal gas russo (100 mi-
liardi di metri cubi su 150).
Se davvero è così immediato
fare a meno del gas importato
dalla Siberia, perché in un’ot-
tica di sicurezza degli approv-
vigionamenti ciò non è stato
fatto prima? Perché ci è voluta
una guerra sulla soglia di casa
per accorgersi che la sicurezza
strategica del continente era
sbilanciataafavorediununico
soggetto esterno? Il primo
nocciolo di unione in Europa
nacque negli anni Cinquanta
del secolo scorso proprio sui
temi energetici. La sicurezza
delle forniture energetiche, lo
ricordiamo, è uno dei fonda-
menti dell’Ue, assieme all’affi-
dabilità e al costo ragionevole.
Pare evidente che siamo ben
lontani, dopo 30 anni di Unio-
ne, da questi obiettivi.
Tornano alla mente le paro-
le di Romano Prodi, quando
sosteneva che l’Unione euro -
pea cresce attraverso le crisi.
Oltre a dubitare sulla corret-
tezza del termine «cresce» ap-
plicato all’Unione (meglio sta-
rebbe il termine «alligna»), si
potrebbe obiettare che spesso
è la stessa Unione a essere l’o-
rigine di tali crisi, o quantome-
no un’importante concausa. È
certamente così per quanto ri-
guarda la crisi energetica in
cui ci troviamo, iniziata ben
prima dell’invasione dell’U-
craina da parte della Russia.
Solo l’Unione europea poteva
lanciare il Green deal, cioè una
rivoluzione tecnologica e geo-
politica epocale, senza la mini-
ma preparazione, senza un se-
rio esame costi-benefici e sen-
zalanecessariaattenzione alle
conseguenze. Per tacere del -
l’accelerazione imposta con il
programma Fitfor55, giunto
l’anno scorso nel pieno della
disintegrazione delle supply
chain mondiali a seguito della
turbolenta ripresa post Covid.
A parte le (buone?) intenzioni,
era abbastanza evidente che
l’affannosa ricerca di nuove
materie prime e l’abba n d o n o
dei combustibili fossili da par-
te di un in tero continente
avrebbe provocato violenti
sconvolgimenti nei paradigmi
economici mondiali.
Oltre alla sostituzione di 60
miliardi di metri cubi di gas
russo in pochi mesi semplice-
mente cambiando fornitore,
l’altra autentica perla del pro-
gramma RePowerEu è rappre-
sentato dal «risparmio», an-
c h’esso ottenibile in nove me-
si, di ben 14 miliardi di metri
cubi di gas ottenibile nell’edili-
zia abitativa. «Ad esempio se si
abbassa di 1 ºC il termostato
del riscaldamento», si premu-
ra di specificare il piano. Dun-
que, non si mette in discussio-
ne l ’impianto generale del
Green deal, che anzi viene ac-
celerato. Né si ammette di ave-
re so ttovalutato il problema
della sicurezza energetica,
bensì si chiede surrettizia-
mente ai cittadini di entrare in
u n’economia di guerra, ove i
beni scarseggiano. Per carità,
risparmiare energia è sacro-
santo ed è quanto già i nostri
nonni ci raccomandavano. Ma
proprio per questo c’è da chie-
dersi in nome di quale idea di
progresso si imponga ai citta-
dini un piano di rinunce, so -
prattutto quando queste pote-
vano essere evitate con un mi-
nimo di lungimiranza. La do -
verosa e piena solidarietà al -
l’Ucraina aggredita non può
far passare in secondo piano la
necessità di chiedere a chi in
Europa ci ha portato incauta-
mente in questa situazione di
rispondere del proprio opera-
to. Come dovrebbe essere in
una democrazia, in cui i gover-
ni rispondo all’elettorato di ciò
che fanno e soprattutto, di ciò
che non fanno. Ma l’Ue, come
ben sappiamo, non è una de -
m o c ra z i a .
Negli Usa, da questo punto
di vista, va un po’ meglio ma
non troppo. Il presidente Jo e
B id e nsi muove di fatto sulla
stessa linea. L ’annuncio del -
l’embargo americano sui pro-
dotti petroliferi russi avrà cer-
tamente un impatto sui prezzi
della benzina, già ai massimi
negli Usa. Con i cittadini molto
preoccupati, anziché aumen-
tare la produzione nazionale
di petrolio, B id e nmantiene gli obiettivi climatici nel suo Pae-
se e si muove all’estero per so-
stituire i quantitativi russi. Lo
scambio avvenuto martedì tra
la portavoce della Casa Bianca,
JenPsaki,eilgiornalistadiFox
news, Peter Doocy, su questo
tema, reperibile in Rete, è par-
ticolarmente gustoso. Il Wa l l
Street Journal ha rivelato poi
che i leader di Arabia Saudita
ed Emirati Arabi Uniti si sono
rifiutati di parlare con il presi-
dente americano. U n sonoro
schiaffo alle ambizioni ameri-
cane di costruire un fronte
compatto anti russo, che do -
vrebbe comprendere persino
il reietto Venezuela, e di frena-
reiprezzidelpetrolio.Laguer-
ra economica in corso dalla fi-
nanza si è spostata all’e n e rg i a ,
in attesa del prossimo fronte.
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