STUPIDA RAZZA

giovedì 16 dicembre 2021

Eurozona, incertezza nella forza della ripresa

 

Qualcosa si muove. Lentamente. A ottobre la produzione industriale di Eurolandia è aumentata dell’1,1% rispetto a settembre; e nella sola Germania è salita del 3% mensile. Solo il cattivo andamento di Italia e Spagna hanno frenato la crescita dell’attività manifatturiera. È un buon segno: l’espansione della produzione è ampia, riguarda un po’ tutti i settori ma soprattutto il comparto automobilistico, che finora ha subito le carenze nelle forniture di microprocessori. Il dato potrebbe essere quindi la prima indicazione - come sottolinea Mateusz Urban di Oxford Economics - del fatto che i problemi sulle catene di forniture si stanno riducendo. In realtà la diffusione della variante omicron, come sottolinea Urban, alimenta ancora molta incertezza, e un singolo dato non disegna certo una tendenza, ma il segnale va in ogni caso colto. Un’offerta maggiore, in un momento in cui la domanda è stimolata dalla politica monetaria e dalla politica fiscale entrambe espansive, potrebbe preludere, se non altro in prospettiva, a un maggior impulso alla ripresa e insieme a un raffreddamento, almeno in prospettiva, dei prezzi. Perderebbe energia il conflitto, per così dire, che si è venuto a creare tra i due obiettivi economici della crescita e della stabilità dei prezzi (che preserva i salari reali). Il pil di Eurolandia, a differenza di quello degli Stati Uniti, non ha ancora raggiunto i livelli pre crisi: a settembre era ancora inferiore del 2,5% rispetto ai dati di dicembre ’99. Non è moltissimo, ma è un andamento che trova un riflesso abbastanza preciso - la relazione statistica è relativamente solida - nell’andamento dei posti di lavoro: mancano all’appello ancora 600mila posti circa. Non i quattro milioni degli Usa, dove un mercato del lavoro più flessibile amplia le oscillazioni, ma comunque un importante gap. In questa situazione, una dinamica dei prezzi che costringesse la Bce, ed eventualmente anche la politica fiscale, a ridurre gradualmente lo stimolo potrebbe costituire un problema. Per l’economia - contrastare l’inflazione è comunque doloroso, e non per i più ricchi - ma anche per aziende e Stati, che finora hanno potuto godere di condizioni finanziarie particolarmente generose. La situazione di Eurolandia, grazie anche alla cautela spesso criticata della cultura economica di diversi Paesi membri, appare in ogni caso meno fortunata ma anche meno difficile di quella degli Stati Uniti, dove diventa sempre più complicato parlare di un’inflazione solo “sul lato dell’offerta”, che possa essere in parte ignorata. Risparmi in eccesso, piani fiscali di dimensioni colossali che si sono sovrapposti, hanno creato oltreoceano una situazione di grande surriscaldamento, peraltro anticipata anche da economisti favorevoli all’intervento pubblico sull’economia. La relativa prudenza di Eurolandia, che ha comunque varato piani fiscali per diverse migliaia di miliardi (tenendo conto degli sforzi sommati dei singoli Stati) e ha innovato la propria politica fiscale con NextGenerationEU, ha creato una situazione meno esplosiva, per quanto non ancora del tutto tranquillizzante. Anche perché non sarà chiaro da subito se le prospettive stanno andando nella direzione giusta. A gennaio finisce l’effetto sui dati di inflazione della riduzione dell’Iva tedesca, decisa nel 2020 per aiutare le famiglie: la dinamica dei prezzi dovrebbe apparire più moderata anche per Eurolandia. La fine delle strozzature nelle catene di forniture dovrebbe invece impiegare un po’ più di tempo per dispiegare tutti i suoi effetti.

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